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Questione
85
Effetti del peccato. Corruzione dei beni di natura
Prendiamo ora a esaminare gli effetti del peccato: primo, la
corruzione dei beni di natura; secondo, la macchia dell'anima; terzo,
il reato, ossia l'obbligazione alla pena.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti: 1. Se i beni di
natura siano menomati dal peccato; 2. Se essi siano del tutto eliminati;
3. Sulle quattro piaghe con le quali il peccato, secondo S. Beda
ha colpito la natura umana; 4. Se la privazione di misura, bellezza e ordine sia effetto del peccato; 5. Se la morte e le altre
miserie corporali siano effetti del peccato; 6. Se queste ultime
conseguenze siano in qualche modo naturali per l'uomo.
ARTICOLO
1
Se il peccato possa menomare i beni di natura
SEMBRA che il peccato non debba menomare i beni di natura.
Infatti:
1. Il peccato dell'uomo non è più grave del peccato del demonio.
Ora, come insegna Dionigi, i beni naturali rimangono integri nei
demoni dopo il peccato. Perciò il peccato non diminuisce i beni
naturali dell'uomo.
2. L'alterazione di un elemento posteriore, non incide sugli
elementi che lo precedono: infatti pur mutando gli accidenti, rimane
identica la sostanza. Ora, la natura precede le azioni volontarie.
Perciò, avvenuto il disordine nelle azioni volontarie col peccato, non viene alterata per questo la natura,
così da menomare i suoi beni.
3. Il peccato è un atto, invece la menomazione è una passione.
Ora, nessun agente è paziente nell'atto stesso che agisce: può
invece capitare che sia agente in un senso e paziente in un altro
senso. Dunque chi pecca non sminuisce col peccato i beni dalla sua
natura.
4. Nessun accidente agisce sul proprio subietto: poiché il
paziente è un ente in potenza; mentre quanto sostenta un accidente
è già un ente in atto secondo codesto accidente. Ma il peccato ha
come subietto il bene di natura. Quindi il peccato non sminuisce codesto bene; poiché sminuire è un agire.
IN CONTRARIO: Come dice il Vangelo,
"un uomo nel discendere da
Gerusalemme a Gerico", cioè, secondo l'esegesi di S. Beda, "nel
cadere in peccato, viene spogliato dei doni gratuiti, e ferito in
quelli naturali". Dunque il peccato diminuisce i beni di natura.
RISPONDO: Col nome di beni della natura umana si possono
intendere tre cose. Primo, i principii costitutivi della natura, con le
proprietà che ne derivano, come le potenze dell'anima e altre simili
cose. Secondo, anche l'inclinazione alla virtù è un bene di natura,
poiché l'uomo riceve dalla natura, come abbiamo già visto, codesta
inclinazione. Terzo, per bene di natura si può intendere il dono
della giustizia originale, che nella persona del primo uomo fu
offerto a tutta la natura umana.
Concludendo, il primo di codesti beni di natura non viene né
distrutto né diminuito dal peccato. Il terzo invece fu eliminato
totalmente dal peccato del nostro progenitore. Mentre il bene di natura
che sta nel mezzo, cioè l'inclinazione naturale alla virtù, viene
diminuito dal peccato. Infatti gli atti umani producono una certa
inclinazione ad atti consimili, come abbiamo visto. Ora, dal
momento che uno si porta verso uno dei contrari, diminuisce la sua
inclinazione verso l'opposto. Perciò, essendo il peccato il contrario
della virtù, dal momento che uno pecca diminuisce quel bene di
natura che è l'inclinazione alla virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dionigi, com'è chiaro dal suo
testo, parla dei beni di natura della prima serie, che consistono nell'"essere, vivere ed
intendere".
2. Sebbene la natura preceda l'atto volontario, tuttavia ha
un'inclinazione verso di esso. Perciò in se stessa la natura non cambia
col variare dell'atto volontario: ma cambia la sua inclinazione
rispetto al termine.
3. L'azione volontaria procede da diverse potenze, alcune delle
quali sono attive, altre passive. Di qui deriva che le azioni
volontarie possono causare o togliere qualche cosa nell'uomo che agisce,
come abbiamo spiegato sopra, quando si trattava della generazione
degli abiti.
4. Un accidente non può agire come causa efficiente sul proprio
subietto; però può agire in esso come causa formale, cioè come la
bianchezza fa bianca la parete in cui si trova. In tal senso niente
impedisce che un peccato diminuisca i beni di natura: purché si
tratti di quella menomazione che si riduce al disordine dell'atto.
Invece rispetto al disordine del soggetto agente si deve affermare
che codesta menomazione è possibile in quanto nelle azioni
dell'anima intervengono elementi attivi ed elementi passivi: l'oggetto
sensibile, p. es., muove l'appetito sensitivo, e l'appetito sensitivo
dà un'inclinazione alla ragione e alla volontà, come sopra abbiamo
visto. Di qui nasce il disordine: non già nel senso che un accidente
agisce sul proprio soggetto; ma in quanto l'oggetto agisce sulla
potenza, e una potenza agisce sull'altra, provocandone il
disordine.
ARTICOLO
2
Se nell'uomo i beni di natura possano essere distrutti totalmente
dal peccato
SEMBRA che tutto il bene naturale dell'uomo possa essere
distrutto dal peccato. Infatti:
1. I beni naturali dell'uomo sono finiti: essendo finita la stessa
natura umana. Ma qualsiasi finito viene consumato totalmente da
una sottrazione continua. Quindi, potendo il peccato sminuire di
continuo i beni di natura, è chiaro che finalmente può giungere
a consumarli del tutto.
2. Trattandosi di cose di una stessa natura, la ragione che vale
per la parte vale anche per il tutto: ciò è evidente nel caso
dell'aria, dell'acqua, della carne, e di tutti i corpi formati
di parti omogenee. Ora, il bene di natura è del tutto uniforme.
Perciò dal fatto che il peccato può eliminarne una parte, ne segue
che può eliminarlo tutto.
3. Il bene di natura che il peccato diminuisce è la predisposizione
alla virtù. Ora, in alcuni codesta predisposizione è
completamente distrutta dal peccato: il che è evidente nei dannati,
i quali sono irrecuperabili alla virtù, come i ciechi alla vista. Dunque il
peccato può togliere completamente il bene di natura.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma, che
"il male non può
sussistere che nel bene". Ma non potendo il male colpa risiedere nei
beni della virtù e della grazia, perché ad esso contrari, deve
trovarsi nel bene di natura. Perciò quest'ultimo non ne viene mai del
tutto eliminato.
RISPONDO: Come abbiamo visto, il bene di natura che il peccato
può diminuire è l'inclinazione naturale alla virtù. E questa
appartiene all'uomo per il fatto stesso che è un essere ragionevole:
infatti da ciò deriva il suo agire secondo ragione, che poi è agire
secondo virtù. Ora, il peccato non può togliere del tutto a un
uomo di essere ragionevole; ché allora non sarebbe più capace di
peccare. Perciò non è possibile che codesto bene di natura sia del
tutto eliminato.
Siccome però si riscontra che codesto bene viene continuamente
diminuito dal peccato, alcuni, per chiarire la cosa, si son serviti
di qualche esempio in cui si riscontra la diminuzione indefinita di
una entità finita, senza arrivare al suo totale esaurimento. Ora,
il Filosofo insegna che se da una quantità finita si toglie di
continuo una parte sempre della stessa misura, mettiamo un palmo,
si arriva al suo esaurimento. Se invece la sottrazione viene sempre
ripetuta secondo una certa proporzione, e non secondo una stessa
quantità, si potrà continuare all'indefinito. Se una quantità, p. es.,
si divide in due parti, e da ciascuna se ne sottrae la metà, si può
ripetere all'indefinito questa operazione; tuttavia la sottrazione
successiva sarà sempre minore della precedente. - Ora, questo
nel caso nostro non avviene: infatti il peccato successivo non
sempre sminuisce il bene di natura meno del precedente, anzi forse
lo sminuisce di più, se è più grave.
Perciò, seguendo un'altra spiegazione, diremo che codesta
inclinazione è da ritenere intermedia tra due cose: è fondata nella
natura razionale come nella sua radice, e tende al bene della virtù
come a suo termine, o fine. Cosicché la sua menomazione si può
intendere in due maniere: dal lato della sua radice, o dal lato del
suo termine. Nel primo senso non può essere menomata dal
peccato: perché il peccato, come abbiamo visto, non sminuisce la
natura. Invece può essere menomata nel secondo senso, col
frapporsi di un ostacolo al raggiungimento del suo termine. Se venisse
sminuita nel primo senso, a un certo punto dovrebbe essere del
tutto esaurita, con l'esaurimento totale della natura umana.
Siccome invece viene menomata col frapporsi di un ostacolo al
raggiungimento del suo termine, è chiaro che può essere menomata
all'infinito, poiché si possono frapporre infiniti ostacoli, quando un
uomo aggiunge all'indefinito peccato a peccato. E tuttavia non si
arriva mai ad esaurirla del tutto, perché rimane sempre la radice
di codesta inclinazione. La cosa viene chiarita dall'esempio
dell'aria, corpo diafano, disposto per sua natura a ricevere la luce:
codesta predisposizione, o attitudine, sebbene diminuisca col
sopravvento delle nuvole, tuttavia rimane sempre nella radice della
sua natura.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento è valido, se si tratta
di una diminuzione fatta per sottrazione. Qui invece la diminuzione
avviene per una sovrapposizione di ostacoli, la quale non può né
togliere né menomare la radice, secondo le spiegazioni date.
2. L'inclinazione naturale è tutta uniforme; essa però dice
relazione e a un principio e a un termine, cosicché da una parte
ammette menomazioni, e dall'altra non le ammette.
3. Anche nei dannati rimane l'inclinazione naturale alla virtù:
altrimenti in essi non ci sarebbe il rimorso della coscienza. Però
non passa all'atto, perché la divina giustizia sottrae loro la grazia.
Così anche nel cieco nato rimane l'attitudine radicale a vedere, in
quanto è un animale che per natura ha la vista: ma non può
passare all'atto, perché manca una causa capace di condurvelo,
producendo l'organo che si richiede per vedere.
ARTICOLO
3
Se sia esatto enumerare, tra le piaghe inflitte alla natura dal peccato,
la fragilità, l'ignoranza, la malizia e la concupiscenza
SEMBRA che non sia esatto enumerare tra le piaghe inflitte alla
natura dal peccato la fragilità, l'ignoranza, la malizia e la
concupiscenza. Infatti:
1. Niente può essere insieme effetto e causa di
una medesima cosa. Ora, codeste quattro piaghe le abbiamo elencate tra le cause
del peccato. Quindi non possiamo metterle tra gli effetti di esso.
2. Malizia è il nome di un peccato. Perciò non si deve
enumerare
tra gli effetti del peccato.
3. La concupiscenza è qualche cosa di naturale, essendo un atto
del concupiscibile. Ora, ciò che è naturale non si può elencare tra
le piaghe della natura. Dunque non si deve considerare la
concupiscenza come una piaga della natura.
4. Abbiamo detto sopra che peccare per fragilità significa peccare
per passione. Ma anche la concupiscenza è una passione. Quindi
non va contrapposta alla fragilità.
5. S. Agostino riconosce
"due penalità nell'anima peccatrice", e
cioè "l'ignoranza e la difficoltà", dalle quali nascono "l'errore e
il patimento": ma queste quattro cose non concordano con le
quattro sopraindicate. Perciò è chiaro che uno dei due elenchi è
inesatto.
IN
CONTRARIO: Sta l'autorità di S. Beda.
RISPONDO: Mediante la giustizia originale la ragione dominava
perfettamente le potenze inferiori dell'anima, ed essa stessa era
sublimata dalla sua sottomissione a Dio. Ma la giustizia originale
fu distrutta, come abbiamo detto, dal peccato di Adamo. E quindi
tutte le facoltà dell'anima rimangono come destituite del proprio
ordine, dal quale erano indirizzate naturalmente alla virtù: e
codesta destituzione si dice che è un ferimento della natura. Ora,
quattro sono le potenze dell'anima che possono essere sede di virtù,
come sopra abbiamo visto: la ragione, in cui risiede la prudenza;
la volontà, in cui si trova la giustizia; l'irascibile, sede della
fortezza; il concupiscibile, sede della temperanza. Perciò dal momento
che la ragione è destituita del suo ordine alla verità, si ha la piaga
dell'ignoranza; con la perdita dell'ordine che la volontà
sperimenta per il bene, si ha la piaga della malizia; privando l'irascibile
del suo ordine alle cose ardue, si ha la piaga della fragilità;
e togliendo alla concupiscenza il suo ordine al bene dilettevole
regolato dalla ragione, si ha la piaga della concupiscenza.
Quindi sono quattro le piaghe inflitte a tutta la natura umana
dal peccato di Adamo. Siccome però l'inclinazione al bene viene
menomata in ciascuno anche dal peccato attuale, come sopra
abbiamo dimostrato, queste quattro piaghe accompagnano pure gli
altri peccati; col peccato, cioè, la ragione si offusca, specialmente
in campo pratico; la volontà diviene restia al bene; cresce l'interna
difficoltà a ben operare; e la concupiscenza si accende.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che l'effetto di
un peccato sia causa di un altro. Infatti dal momento che l'anima
viene disordinata da un peccato, più facilmente è inclinata a
peccare.
2. Malizia qui non sta a indicare il peccato, ma una certa
predisposizione della volontà al male, secondo l'espressione della
Genesi: "I sensi e i pensieri del cuore umano inclinano al male sin
dall'adolescenza".
3. Come abbiamo già detto, la concupiscenza è naturale per
l'uomo in quanto sottostà alla ragione. Ma quando passa i limiti
della ragione è contro natura.
4. In senso lato si può chiamare fragilità qualsiasi passione, in
quanto debilita le forze dell'anima e ostacola la ragione. Ma Beda
qui prende la fragilità in senso stretto, come contrapposta alla
fortezza, propria dell'irascibile.
5. Il testo di S. Agostino citato nella difficoltà include le tre
piaghe che si riscontrano nelle potenze appetitive, e cioè la
malizia, la fragilità e la concupiscenza: infatti da esse dipende che
uno non tenda con facilità al bene. L'errore, poi, e il dolore sono
piaghe conseguenti: poiché uno si addolora per il fatto che si sente
debole di fronte alle proprie concupiscenze.
ARTICOLO 4
Se la privazione di misura, bellezza e ordine sia un effetto del peccato
SEMBRA che la privazione di misura, bellezza e ordine non sia un
effetto del peccato. Infatti:
1. S. Agostino insegna che
"dove queste tre cose son grandi, si
ha un gran bene; se son piccole, un bene piccolo; dove nulle, nessun bene". Ma il peccato non annulla mai del tutto il bene di natura.
Dunque esso non elimina misura, bellezza e ordine.
2. Nessuna cosa può causare se stessa. Ora, il peccato stesso, a
dire di S. Agostino, è "privazione di misura, bellezza e ordine".
Dunque codesta privazione non può essere effetto del peccato.
3. Peccati diversi devono avere effetti diversi. Ora, misura,
bellezza e ordine, essendo cose diverse, dovranno essere eliminate da
diverse privazioni; e quindi da peccati diversi. Perciò la loro
privazione non è effetto di ogni peccato.
IN CONTRARIO: Il peccato sta all'anima, come la malattia sta al
corpo, conforme all'espressione del Salmo: "Pietà di me, Signore,
perché sono infermo". Ma la malattia toglie al corpo misura,
bellezza e ordine. Dunque il peccato priva l'anima di misura, bellezza
e ordine.
RISPONDO: Abbiamo già spiegato nella
Prima Parte, che misura,
bellezza e ordine accompagnano ogni bene creato come tale, e ogni
ente. Infatti ogni cosa è considerata esistente e buona in forza di
una forma, che le dà specie e bellezza. Ora, la forma di un essere,
sia esso sostanziale o accidentale, è sempre secondo una data
misura: tanto è vero che "le forme delle cose sono come i numeri",
secondo l'espressione di Aristotele. Di qui deriva alle cose un modo
di essere, che dà loro misura. Inoltre dalla propria forma ogni
essere viene ordinato ad altre cose.
Perciò secondo i diversi gradi del bene esistono diversi gradi
di misura, di bellezza e di ordine. C'è un bene, dunque, che
costituisce la sostanza stessa della natura, provvisto di misura, bellezza
e ordine: e di questo uno non può essere né privato né impoverito
dal peccato. C'è poi un bene che consiste nell'inclinazione
naturale, e anche questo ha la sua misura, la sua bellezza e il suo
ordine: esso però viene immiserito dal peccato, come abbiamo già
visto, ma non viene del tutto eliminato. C'è ancora un bene che è
virtù e grazia, il quale ha anch'esso misura, bellezza e ordine: e
questo viene del tutto eliminato dal peccato mortale. E finalmente
c'è un bene che è l'atto stesso ben ordinato, corredato di misura,
bellezza e ordine: e l'esclusione, o privazione di esso costituisce il
peccato medesimo. Ecco dunque chiarito come il peccato possa
essere privazione di misura, bellezza e ordine; e insieme causare
codesta privazione, ovvero diminuzione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1, 2. Sono così risolte le prime due
difficoltà.
3. Misura, bellezza e ordine si implicano a vicenda, come abbiamo
spiegato. Perciò la loro privazione e la loro diminuzione è
simultanea.
ARTICOLO 5
Se la morte e le altre miserie corporali siano effetti del peccato
SEMBRA che la morte e le altre miserie corporali non siano effetti
del peccato. Infatti:
1. Uguaglianza di cause richiede uguaglianza di effetti. Ora, le
miserie suddette non sono uguali per tutti, ma in alcuni sono
particolarmente gravi: invece il peccato originale, di cui queste miserie sono gli effetti più vistosi, è uguale in tutti, come abbiamo
spiegato. Dunque la morte e le altre miserie non sono effetti del
peccato.
2. Tolta la causa viene a cessare l'effetto. Invece togliendo i
peccati col battesimo, o con la confessione, codeste miserie non
cessano. Esse quindi non sono effetti del peccato.
3. Il peccato attuale è più colpevole di quello originale. Eppure
il peccato attuale non altera la natura del corpo con dei malanni.
Molto meno, dunque, il peccato originale. Perciò la morte e tutti
gli altri malanni corporali non sono effetti del peccato.
IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna:
"Per opera di un sol uomo
entrò il peccato nel mondo, e per il peccato la morte".
RISPONDO: Una cosa può essere causa di un'altra in due maniere:
direttamente (per se), e indirettamente (per accidens). È causa
diretta ciò che produce un effetto in virtù della propria natura, o
forma: e da ciò segue che l'effetto è direttamente inteso dalla causa.
Ora, siccome la morte e le altre miserie sono estranee all'intenzione
di chi pecca, è chiaro che codesti malanni non hanno come
causa diretta il peccato.
Invece una cosa per essere causa indiretta di un fatto basta che
intervenga a rimuoverne un ostacolo: Aristotele, p. es., osserva
che "chi abbatte una colonna, indirettamente muove la pietra sovrapposta". In tal senso il peccato di Adamo è causa della morte
e di tutte le altre miserie della natura umana; poiché codesto
peccato distrusse la giustizia originale, da cui dipendeva non solo la
subordinazione all'anima di tutte le potenze inferiori, ma la stessa
disposizione del corpo alle dipendenze dell'anima, senza difetto
alcuno, come abbiamo spiegato nella Prima Parte. Perciò sottratta
la giustizia originale dal peccato del nostro progenitore, la natura
umana, come fu ferita nell'anima per il disordine delle sue facoltà,
così divenne corruttibile per il disordine del corpo.
Ora, la sottrazione della giustizia originale ha l'aspetto di pena,
come la sottrazione della grazia. Perciò anche la morte, e tutte
le miserie corporali che l'accompagnano, sono altrettanti castighi
del peccato originale. E sebbene codesti malanni non fossero
voluti da chi faceva il peccato, rimangono però ad esso ordinati dalla
giustizia di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uguaglianza di cause dirette
produce uguaglianza di effetti: perché l'aumento, o la diminuzione
delle prime produce aumento, o diminuzione nei secondi. Ma
l'uguaglianza delle cause indirette non esige uguaglianza di effetti. Se
uno, p. es., abbatte col medesimo impulso due colonne, non ne
segue che le pietre sovrapposte si muovono alla stessa velocità:
ma sarà più veloce la pietra che risulta più grave per la sua natura,
alla quale viene abbandonata con la rimozione dell'ostacolo che
le impediva di cadere. Così, una volta eliminata la giustizia
originale, la natura del corpo umano fu lasciata a se stessa: ecco
perché i corpi di alcuni sono più soggetti a dei malanni che quelli
di altri, secondo la diversità della complessione naturale, sebbene
il peccato d'origine sia uguale per tutti.
2. Il peccato, sia originale che attuale, viene tolto da colui al
quale si deve anche l'eliminazione di queste miserie; e questi, come
si esprime l'Apostolo, "farà rivivere anche i vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che risiede in voi": ma l'una e l'altra
cosa avviene a suo tempo, secondo l'ordine della divina sapienza.
Infatti è necessario giungere all'immortalità e all'impassibilità della gloria, che in Cristo ha già avuto il suo inizio, e che egli
ci ha conquistato, dopo esserci conformati alla sua passione. Quindi
è necessario che per un certo tempo rimanga la passibilità del
nostro corpo, per meritare, sull'esempio di Cristo, l'impassibilità
della gloria.
3. Nel peccato attuale possiamo considerare due cose: l'essenza
stessa dell'atto, e la sua colpevolezza. Rispetto alla prima il peccato
attuale può anche produrre un difetto nel corpo: alcuni, p. es.,
per un eccesso di cibo si ammalano, o muoiono. Ma sotto l'aspetto
di colpa questo peccato priva della grazia, che è data agli uomini
per rettificare le azioni dell'anima, non già per preservare anche
dalle miserie corporali come la giustizia originale. Perciò il peccato
attuale non causa, come quello originale, le miserie suddette.
ARTICOLO
6
Se la morte e gli altri malanni siano naturali per l'uomo
SEMBRA che la morte e gli altri malanni siano naturali per l'uomo.
Infatti:
1. Secondo Aristotele,
"corruttibile e incorruttibile differiscono
come generi diversi". Ora, l'uomo appartiene al genere degli altri
animali, che sono corruttibili per natura. Quindi l'uomo è
naturalmente corruttibile.
2. Tutto ciò che si compone di contrari è per natura corruttibile,
avendo così in se stesso la causa della propria corruzione. Ma tale
è il corpo umano. Dunque esso è per natura corruttibile.
3. Il caldo per natura consuma l'umido. Invece la vita umana
viene conservata dal caldo e dall'umido. Ma poiché le operazioni
vitali si compiono per un atto del calore naturale, come Aristotele
insegna, è chiaro che la morte e gli altri malanni sono naturali per
l'uomo.
IN CONTRARIO: 1. Tutto ciò che nell'uomo è naturale proviene da
Dio. Ma "Dio non fece la morte", come dice la Scrittura. Dunque
la morte non è naturale per l'uomo.
2. Ciò che è conforme alla natura non può essere né punizione,
né male: poiché ogni cosa trova conveniente quanto le è naturale.
Ora, la morte e gli altri malanni sono pena del peccato originale,
come sopra abbiamo detto. Dunque non sono naturali per l'uomo.
3. La materia dev'essere proporzionata alla sua forma, e ogni
cosa al suo fine. Ma il fine dell'uomo è la beatitudine eterna, come
abbiamo dimostrato. E forma del corpo umano è l'anima razionale,
che è incorruttibile, secondo le conclusioni raggiunte nella Prima
Parte. Perciò il corpo umano è naturalmente incorruttibile.
RISPONDO: Della natura di ogni essere corruttibile possiamo
parlare in due sensi: primo, della natura universale; secondo, della
natura particolare. La natura particolare, infatti, è la virtù attiva
e preservativa di ciascuna cosa. E rispetto a questa qualsiasi
corruzione, o malanno, è contro natura, come nota Aristotele: poiché
codesta virtù ha di mira l'esistenza e la conservazione del soggetto
cui appartiene.
Invece natura universale è la virtù attiva esistente in un
principio universale dell'universo, mettiamo in uno dei corpi celesti;
oppure in una sostanza superiore, ossia in Dio stesso, denominato
da qualcuno "natura naturante". E questa virtù mira al bene
e alla conservazione dell'universo, che esigono l'alternarsi della
generazione e della corruzione nelle cose. E da questo lato la
corruzione e il deterioramento delle cose sono naturali: non già per
l'inclinazione della forma, principio del loro essere e della loro
perfezione; ma per l'inclinazione della materia, che l'agente
universale distribuisce proporzionatamente a ciascuna forma.
E sebbene ogni forma miri a perpetuare il proprio essere, nessuna forma
di cose corruttibili può conseguire codesta perpetuità, all'infuori
dell'anima razionale. Poiché quest'ultima non è del tutto soggetta
alla materia, come le altre forme; anzi, ha persino una propria
operazione immateriale, come abbiamo dimostrato nella Prima
Parte. Perciò all'uomo compete per natura l'incorruttibilità per
parte della sua forma, a differenza delle altre cose corruttibili.
Però siccome l'uomo ha una materia composta di elementi
contrari, il tutto risulta corruttibile per l'inclinazione della materia.
E da questo lato l'uomo è naturalmente corruttibile, secondo la
natura della materia lasciata a se stessa, non già secondo la
natura della forma.
Ora, le prime tre difficoltà dell'articolo fanno forza sulla materia;
le tre successive guardano solo alla forma. Perciò per risolverle
si deve ricordare che la forma dell'uomo, cioè l'anima razionale,
per la sua incorruttibilità è proporzionata al suo fine, che è la
beatitudine eterna. Invece il corpo umano, per sua natura
corruttibile, da un lato è proporzionato alla sua forma, e
da un altro lato è sproporzionato. Infatti in una data materia si
possono considerare due tipi di proprietà; quelle volute dall'agente; e quelle
che costui non cerca, pur essendo conformi alla condizione
naturale della materia. Un fabbro, p. es., per fare un coltello sceglie
una materia dura e duttile, così da potersi assottigliare e adattare
al taglio; e da questo lato il ferro è la materia adatta per un coltello.
Ma il fatto che il ferro è soggetto a spezzarsi e od arrugginirsi,
deriva dalla disposizione naturale del ferro, e non interessa
l'agente, che anzi, se potesse, l'escluderebbe. Perciò questa
disposizione della materia non è proporzionale all'intenzione
dell'artefice, né all'intenzione dell'arte. Parimente il corpo umano è
una materia ricercata dalla natura per l'equilibrio della sua complessione, così da essere un organo adattissimo per il tatto,
e per le altre potenze sensitive e motorie. La sua corruttibilità invece
dipende dalla condizione della materia, e non è ricercata dalla
natura: ché la natura, potendolo, sceglierebbe una materia
incorruttibile. Dio però, a cui tutte le nature sono soggette, nel creare
l'uomo supplì al difetto della natura, dando l'incorruttibilità al
corpo mediante il dono della giustizia originale, come abbiamo
visto nella Prima Parte. E in questo senso si dice che "Dio non
fece la morte", e che la morte è punizione del peccato.
Sono così risolte anche le difficoltà.
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