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Questione
84
Il peccato come causa di altri peccati
Passiamo quindi a considerare il peccato come causa di altri
peccati.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la cupidigia sia
la radice di tutti i peccati; 2. Se la superbia sia l'inizio di ogni
peccato; 3. Se oltre la superbia e l'avarizia altri peccati specifici
debbano considerarsi vizi capitali; 4. Quali e quanti siano i vizi
capitali.
ARTICOLO
1
Se la cupidigia sia radice di tutti i peccati
Sembra che la cupidigia non sia la radice di tutti i peccati. Infatti:
1. La cupidigia, che è il desiderio smodato delle ricchezze, è il
contrario della liberalità. Ora, la liberalità non è radice di tutte
le virtù. Dunque la cupidigia non è radice di tutti i peccati.
2. La brama dei mezzi deriva dalla brama del fine. Ma le ricchezze,
la cui brama è la cupidigia, sono bramate soltanto perché
utili al raggiungimento di un fine, come nota Aristotele. Perciò
la cupidigia non è radice di tutti i peccati, ma deriva anch'essa da
una radice più profonda.
3. Capita spesso che l'avarizia, denominata anche cupidigia,
nasca da altri peccati: qualcuno, p. es., brama il danaro per ambizione,
o per soddisfare la gola. Essa, dunque, non è radice di tutti i peccati.
IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna:
"Radice di tutti i mali è la cupidigia".
RISPONDO: Secondo alcuni la cupidigia si può intendere in vari
sensi. Primo, come appetito disordinato delle ricchezze. E in tal
senso è un peccato specifico. - Secondo, come appetito disordinato
di qualsiasi bene temporale. E allora è genere (supremo) di tutti
i peccati: infatti in ogni peccato troviamo la conversione disordinata
a un bene transitorio, come si è visto. - Terzo, come inclinazione
della natura corrotta a bramare disordinatamente i
beni corruttibili. E in questo senso la cupidigia sarebbe la radice
di tutti i peccati, a somiglianza della radice di un albero, che dalla
terra trae il suo alimento: poiché dall'amore delle cose temporali
nascono tutti i peccati.
Sebbene queste affermazioni siano vere, non sembrano secondo il
pensiero dell'Apostolo, il quale ha affermato che la cupidigia è
radice di tutti i peccati. Infatti egli in quel testo parla contro coloro
i quali, "volendo arricchire, cadono nella tentazione e nel
laccio del diavolo...; poiché radice di ogni male è la cupidigia":
e quindi è evidente che parla della cupidigia in quanto è la brama
disordinata delle ricchezze. E in tal senso dobbiamo affermare che
la cupidigia, come peccato specifico, è radice di tutti i peccati,
a somiglianza della radice di un albero, che dà alimento a tutta
la pianta. Infatti vediamo che con le ricchezze uno acquista la possibilità
di commettere qualsiasi peccato, e di soddisfare tutti i
desideri peccaminosi: poiché uno può giovarsi delle ricchezze per
il possesso di qualsiasi bene temporale, secondo il detto dell'Ecclesiaste:
"Tutto
obbedisce al danaro". Ecco in che modo la cupidigia è radice
di tutti i peccati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù e il vizio
non emanano dalla medesima fonte. Infatti il vizio nasce dal desiderio di un bene
transitorio, e quindi il desiderio di quel bene, che serve a conseguire
tutti gli altri beni temporali, è radice di tutti i peccati. La
virtù invece nasce dal desiderio del bene eterno: e quindi la carità,
che è l'amor di Dio, è considerata radice di tutte le virtù; secondo
l'espressione dell'Apostolo: "radicati e fondati nella carità".
2. Il desiderio del danaro si considera radice dei peccati, non
perché le ricchezze sono desiderate per se stesse, come ultimo fine;
ma perché sono molto ricercate come utili per ogni fine temporale.
E poiché un bene universale è più desiderabile che un bene particolare,
esso muove di più l'appetito che i beni particolari, raggiungibili
con molti altri mediante il danaro.
3. Come nello studio delle cose naturali non si cerca quello che
avviene sempre, ma quello che avviene nella maggioranza dei casi,
potendo la natura delle cose corruttibili essere impedita di operare
sempre allo stesso modo: così anche in morale si considera quello
che avviene nella maggioranza dei casi, non quello che avviene sempre.
Perciò non si può negare che l'avarizia è radice di ogni
male, perché talora un altro male è radice di essa: poiché è più
frequente il caso che gli altri mali nascano da essa, per la ragione
indicata.
ARTICOLO
2
Se la superbia sia l'inizio di tutti i peccati
SEMBRA che la superbia non sia l'inizio di tutti i peccati. Infatti:
1. La radice è come il principio dell'albero: e quindi sembra la
stessa cosa essere radice ed essere inizio del peccato. Ma sopra
abbiamo concluso che radice di ogni peccato è la cupidigia. Perciò
questa ne è anche l'inizio, non già la superbia.
2. Sta
scritto:
"Inizio della superbia umana è l'apostatare da Dio". Ora, l'apostasia
è un peccato. Dunque, esistendo un peccato
che è inizio della superbia, questa non è l'inizio di tutti i peccati.
3. Inizio di tutti i peccati sembra essere ciò che tutti li produce.
Ora, ciò sembra essere l'amor proprio, il quale, a dire di S. Agostino, "produce
la città di Babilonia". Quindi l'amor proprio, e
non la superbia, è l'inizio di tutti i peccati.
IN CONTRARIO; Nell'Ecclesiastico si legge:
"Inizio di tutti i peccati è
la superbia".
RISPONDO: Alcuni affermano
che la superbia si può intendere
in tre modi. Primo, in quanto sta a indicare il desiderio smodato
della propria eccellenza. E in tal senso è un peccato specifico. - Secondo,
in quanto implica un disprezzo attuale di Dio, nel non sottostare
alla sua legge. E in tal caso, essi dicono, si tratta del peccato
in genere. - Terzo, in quanto implica un'inclinazione a codesto
disprezzo, dovuto alla corruzione della natura. E in questo senso
sarebbe l'inizio di tutti i peccati. E si distinguerebbe dalla cupidigia,
per il fatto che la cupidigia considera il peccato dal lato
della conversione ai beni transitori, da cui il peccato viene come
nutrito e alimentato, meritando così di essere chiamata radice:
invece la superbia considera il peccato dal lato dell'aversione da
Dio, alla cui legge l'uomo rifiuta di ubbidire; cosicché verrebbe
chiamata inizio, perché dal lato dell'aversione si desume la ragione di male.
Però, sebbene queste cose siano vere, tuttavia non rispecchiano
il pensiero del Savio, al quale si deve l'affermazione: "Inizio di
tutti i peccati è la superbia". È chiaro infatti che egli parla della
superbia in quanto è desiderio disordinato della propria eccellenza;
come si rileva da quanto aggiunge: "I troni dei principi superbi
distrusse il Signore". E di questo si parla quasi in tutto il capitolo.
Perciò bisogna concludere che la superbia, anche come vizio specifico,
è inizio di tutti i peccati. Si deve infatti notare che negli atti
volontari, quali sono appunto i peccati, si riscontrano due tipi di
ordine: l'ordine d'intenzione, e quello di esecuzione. Nel primo
ha funzione di principio il fine, come spesso abbiamo detto nelle
questioni precedenti. Ora, nell'acquisto di tutti i beni temporali
l'uomo ha per fine la conquista di una certa perfezione ed eccellenza.
Ecco perché da questo lato si considera inizio di tutti i peccati la
superbia, che è il desiderio della propria eccellenza. Invece nell'ordine
di esecuzione è primo ciò che offre la possibilità di soddisfare
tutti i desideri peccaminosi, ed ha l'aspetto di radice, cioè la ricchezza.
Perciò da questo lato l'avarizia si considera radice di tutti
i mali, secondo le spiegazioni date.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta anche la prima difficoltà.
2. L'apostasia da Dio si può dire inizio della superbia sotto
l'aspetto di aversione: infatti dal non voler essere sottomessi a
Dio segue la ricerca della propria eccellenza nelle cose temporali.
L'apostasia qui non si considera un peccato specifico, ma piuttosto
come una condizione generale di tutti i peccati, che è l'aversione
dal bene eterno. - Oppure possiamo rispondere che l'apostasia
viene considerata inizio della superbia, perché è la prima specie
di essa. Infatti è proprio della superbia rifiutare di sottomettersi
a un superiore, e specialmente a Dio; dal che segue poi che uno
si esalti senza misura sopra se stesso, secondo le altre specie di
superbia.
3. Uno ama se stesso volendo la propria eccellenza: infatti
amarsi significa volere del bene a se stessi. Perciò è la stessa cosa
mettere come inizio di tutti i peccati la superbia, o l'amor proprio.
ARTICOLO
3
Se oltre la superbia e l'avarizia altri peccati specifici
siano da considerarsi peccati capitali
SEMBRA che oltre la superbia e l'avarizia non ci siano altri peccati
specifici da denominare peccati capitali. Infatti:
1. Aristotele insegna:
"Il capo sta all'animale, come sta la radice
alle piante": infatti le radici sono analoghe alla bocca. Perciò,
se si afferma che "radice di tutti i mali è la cupidigia", è
chiaro che essa soltanto, e non altri vizi, merita di essere chiamata
vizio capitale.
2. Il capo è ordinato alle altre membra, poiché dal capo si propaga
in qualche maniera la sensazione e il moto. Invece il peccato
è privazione di ordine. Perciò un peccato non ha mai l'aspetto di
capo. E quindi non si deve parlare di vizi capitali.
3. Si dicono delitti capitali quelli che sono puniti con la pena
capitale. Ma con questa pena sono colpiti peccati di tutti i generi.
Dunque i vizi capitali non sono peccati specificamente determinati.
IN CONTRARIO: S. Gregorio enumera alcuni vizi specifici, che egli
denomina capitali.
RISPONDO: Capitale deriva da capo. E capo propriamente è quella
parte dell'animale che è principio ed elemento direttivo di tutto
l'animale. Perciò in senso metaforico si denomina capo qualsiasi
principio: anzi, si denominano capi persino gli uomini che dirigono
e governano gli altri. Quindi vizio capitale deriva innanzi
tutto dal capo propriamente detto: e in tal senso si chiama capitale
il peccato che viene punito con la pena capitale. Ma ora noi
non parliamo dei peccati o delitti capitali in codesto senso: bensì
dei peccati capitali che si denominano dal significato metaforico
del termine capo, cioè nel senso di principio, o di elemento direttivo
rispetto ad altri. E allora vizio capitale è quello da cui nascono
altri vizi: specialmente se ne rappresenta la causa finale, che
costituisce per essi l'origine formale, secondo le spiegazioni date.
Cosicché il vizio capitale non solo è principio degli altri, ma ne
è pure la guida e in qualche modo il trascinatore: infatti l'arte,
o l'abito, che ha per oggetto il fine ha l'iniziativa e il comando
rispetto ai mezzi. Ecco perché S. Gregorio paragona i vizi capitali
ai comandanti di un esercito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Capitale è un aggettivo denominativo
il quale si riallaccia per derivazione e partecipazione al capo,
da cui desume qualche proprietà, ma non è il capo in senso proprio.
Perciò si dicono vizi capitali non solo quelli che hanno l'aspetto di
origini primordiali, come l'avarizia e la superbia, chiamate rispettivamente
radice e inizio; ma anche quelli che hanno l'aspetto di origini
prossime rispetto a un certo numero di peccati.
2. Il peccato è privo di ordine sotto l'aspetto di aversione: poiché da
questo lato si presenta come un male; e il male, a dire di S.
Agostino, "è privazione di misura, di bellezza e di ordine". Ma sotto
l'aspetto di conversione ha per oggetto un bene. E da questo lato può
esserci nel peccato un certo ordine.
3. La difficoltà argomenta dal peccato che si denomina capitale per
la pena meritata. Ma qui non parliamo di questo.
ARTICOLO 4
Se sia giusto enumerare sette vizi capitali
SEMBRA che non sia giusta l'enumerazione di sette vizi capitali,
che sarebbero: vanagloria, invidia, ira, tristezza (o accidia), avarizia,
gola, lussuria. Infatti:
1. I vizi si contrappongono alle virtù. Ma sopra abbiamo dimostrato
che le virtù principali sono quattro. Perciò non possono essere che
quattro i vizi principali, o capitali.
2. Le passioni dell'anima, come abbiamo detto, sono tra le cause
del peccato. Ma le passioni principali sono quattro. Invece tra i vizi
elencati due di esse, cioè la speranza e il timore, non sono neppure
ricordate. Mentre vengono distintamente enumerati dei vizi che sono
uniti nel piacere o nella tristezza: infatti il piacere interessa sia
la gola, che la lussuria; e la tristezza interessa sia l'accidia che l'invidia.
Perciò questa enumerazione dei peccati principali è sbagliata.
3. L'ira non è una delle passioni principali. Dunque non si doveva
mettere tra i vizi capitali.
4. Come la cupidigia, o avarizia, è radice dei peccati, così la superbia
ne è inizio, secondo le conclusioni precedenti. Ora, l'avarizia è
posta come uno dei sette vizi capitali. Dunque in codesta enumerazione,
non doveva mancare la superbia.
5. Ci sono dei peccati che non possono essere causati da nessuno
dei sette vizi ricordati: il peccato, p. es., di chi sbaglia per ignoranza;
o di chi commette una mancanza animato da qualche buona
intenzione, mettiamo di chi ruba per fare elemosina. Quindi l'enumerazione
dei vizi capitali è inadeguata.
IN CONTRARIO: Sta il testo di S. Gregorio, che così li enumera.
RISPONDO: Abbiamo già detto che si chiamano vizi capitali quelli
dai quali gli altri derivano, specialmente come da loro diretta causa
finale. Ora, codesta derivazione si può considerare sotto due aspetti.
Primo, partendo dalle disposizioni del peccatore, il quale è predisposto
in maniera da essere attirato soprattutto da un dato fine, da cui
ordinariamente viene spinto verso altri peccati. Ma, codesta derivazione
non può essere oggetto di scienza: poiché le disposizioni particolari
degli uomini sono infinite. - Secondo, partendo dalla connessione
naturale dei fini tra loro. E in base a questa d'ordinario un
dato vizio deriva da un altro. E quindi questo tipo di derivazione può
essere oggetto di scienza.
Seguendo quest'ultimo criterio, si denominano capitali quei vizi, i
cui fini presentano attrattive fondamentali atte a muovere l'appetito:
e in base alle loro differenze si distinguono i vizi capitali. Ora,
una cosa può muovere l'appetito in due maniere. Primo, direttamente
e per se stessa: e sotto tale aspetto il bene muove l'appetito
come attrattiva, mentre il male muove come ripulsa. Secondo, indirettamente
e come di riflesso: nel caso, p. es., di chi affronta un
male mirando al bene connesso, oppure nel caso di chi fugge un
bene per il male che l'accompagna.
Ora, il bene umano è di tre generi. Primo, c'è un bene dello
spirito, il quale presenta un'attrattiva per la sola conoscenza, ed è
l'eccellenza della lode, o degli onori: e codesto bene viene perseguito
disordinatamente dalla vanagloria. Il secondo è un bene del corpo:
e questo, o riguarda la conservazione dell'individuo, come il cibo e
la bevanda, perseguiti disordinatamente dalla gola; oppure interessa
la conservazione della specie, come il coito, oggetto della lussuria.
Il terzo è un bene esterno, ossia la ricchezza: ed esso viene perseguito
dall'avarizia. E codesti quattro vizi fuggono anche i mali contrari.
Possiamo dare anche un'altra spiegazione. Il bene muove l'appetito
per il fatto che rispecchia qualche proprietà della beatitudine,
che tutti per natura desiderano. Ora la felicità implica prima di
tutto una certa perfezione, poiché la felicità è un bene perfetto: e a
ciò corrisponde l'eccellenza, o la fama, oggetto della superbia, o vanagloria.
Secondo, la felicità implica l'idea di sufficienza: ed è
quanto persegue l'avarizia nelle ricchezze che la promettono. Terzo,
condizione della felicità è il godimento, senza il quale, come nota
Aristotele, non può esserci felicità: ed esso viene desiderato dalla
gola e dalla lussuria.
A sua volta la fuga di un bene, per il male che lo accompagna,
avviene in due modi. O codesta fuga riguarda il proprio bene: e allora
abbiamo l'accidia, che è la nausea dei beni spirituali, per il
travaglio corporale che l'accompagna. Oppure riguarda il bene
altrui: e allora, se non è accompagnata da ribellione, si ha l'invidia,
che è la tristezza per il bene altrui, concepito come impedimento
della propria eccellenza; se invece c'è la ribellione che spinge
alla vendetta, abbiamo l'ira. E a questi medesimi vizi spetta l'attrattiva
per i mali contrari.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il processo di origine dei vizi non
è identico a quello delle virtù: poiché le virtù sono causate dalla
subordinazione dell'appetito alla ragione, o al bene eterno che è
Dio; mentre i vizi nascono dal desiderio dei beni transitori. Perciò
non è detto che ai vizi principali si debbano contrapporre le principali
virtù.
2. Timore e speranza sono passioni dell'irascibile. Ora, tutte le
passioni dell'irascibile derivano da quelle del concupiscibile: e queste
sono tutte ordinate, in qualche modo, al piacere e alla tristezza.
Perciò piacere e tristezza sono ricordate come passioni principalissime
tra i peccati capitali, come già si disse in precedenza.
3. Sebbene l'ira non sia tra le passioni principali, viene ricordata
distintamente tra gli altri vizi capitali, perché ha un movente particolare;
in quanto che nell'impugnare il bene altrui considera
l'atto come cosa onesta, ossia come una giusta vendetta.
4. La superbia è inizio di tutti i peccati sotto l'aspetto di fine, come
abbiamo notato. E sotto questo medesimo aspetto si considera
la priorità dei vizi capitali. Perciò la superbia, come fosse un vizio
universale, non entra nel loro numero, ma è posta, a dire di S.
Gregorio, come regina di tutti i vizi. L'avarizia poi si denomina radice
sotto un altro aspetto, come abbiamo detto negli articoli precedenti.
5. Chiamiamo capitali questi vizi, perché più di frequente gli altri
da essi derivano. Ma niente impedisce che talora alcuni peccati
derivino da altre cause. - Tuttavia possiamo dire che tutti i peccati
d'ignoranza si possono ridurre all'accidia, da cui nasce la negligenza
nell'acquisto dei beni spirituali, per la fatica che esigono: infatti
l'ignoranza, che può essere causa di peccato, proviene dalla negligenza,
secondo le spiegazioni date. Così pure sembra dovuto all'ignoranza
il fatto che uno commette un peccato animato da buona
intenzione; poiché egli non ha appreso che non si può fare il male
perché ne venga un bene.
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