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Questione 8
La volizione. L'oggetto della volizione
Passiamo ora a studiare distintamente gli atti volontari. E prima
di tutto gli atti che appartengono immediatamente alla volontà,
perché eliciti da essa; e in secondo luogo gli atti comandati dalla volontà.
Ma la volontà si muove, sia verso il fine, sia verso i mezzi ordinati al fine.
Prima, dunque, bisogna considerare gli atti mediante
i quali la volontà si muove verso il fine; e in seguito quelli mediante
i quali si muove verso i mezzi ad esso ordinati.
Ora, tre sembrano essere gli atti della volontà riguardanti il fine:
e cioè volere, fruire e intendere (o perseguire). Studieremo perciò: primo,
la volizione; secondo, la fruizione; terzo, l'intenzione.
Sul primo tema vanno considerate tre cose: primo, l'oggetto della
volizione; secondo, la causa del suo movimento; terzo, la maniera del medesimo.
Sul primo argomento si pongono tre quesiti: 1. Se la volizione abbia per oggetto
il bene soltanto; 2. Se abbia per oggetto soltanto il fine, oppure anche i mezzi
ordinati al fine; 3. Posto che abbia per oggetto i mezzi,
se tenda al fine e agli oggetti ordinati al fine mediante un unico moto.
ARTICOLO 1
Se la volizione abbia per oggetto il bene soltanto
SEMBRA che la volizione non abbia per oggetto il bene soltanto. Infatti:
1. Gli opposti sono oggetto di una medesima facoltà. Ora, bene
e male sono opposti (tra loro). Dunque la volizione non solo ha per oggetto
il bene ma anche il male.
2. Le potenze razionali, secondo il Filosofo, possono volgersi a
perseguire cose opposte. Ora, la volontà è una facoltà razionale:
difatti si trova "nella ragione" come scrive lo stesso Aristotele.
Dunque la volontà ha per oggetto cose contrapposte. E quindi non
vuole soltanto il bene ma anche il male.
3. Il bene e l'ente si equivalgono. Ora la volizione non
abbraccia soltanto gli enti, ma anche i non enti: infatti talora noi vogliamo
non camminare, non parlare. Talora vogliamo cose future, che non
sono enti in atto. Dunque la volizione non ha per oggetto il bene soltanto.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che
"il male è estraneo alla volizione",
e che "tutte le cose appetiscono il bene".
RISPONDO: La volontà è un appetito razionale. Ora, ogni appetito
ha per oggetto il bene soltanto. E la ragione sta nel fatto che l'appetito
consiste precisamente nell'inclinazione dell'appetente verso
un oggetto. Ma nessun essere prova inclinazione verso cose a lui
non conformi e non convenienti. E siccome ogni essere, in quanto
ente e sostanza, è un bene, è necessario che ogni sua inclinazione
sia orientata verso un bene. E difatti il Filosofo scrive che il bene è "quello
che tutti desiderano".
Ora, bisogna considerare che, derivando ogni inclinazione da
una data forma, l'appetito naturale dipende dalla forma che si
trova nella natura; e l'appetito sensitivo, e quello intellettivo, o
razionale, chiamato volontà, dipendono dalle forme avute dalla
percezione. Perciò, come l'oggetto verso cui tende l'appetito naturale è
il bene esistente nella realtà; così l'oggetto verso cui tende
l'appetito animale, o quello volontario è il bene conosciuto.
E quindi, perché la volontà tenda verso un oggetto, non è necessario che esso
sia un vero bene, ma che sia conosciuto sotto l'aspetto di bene.
Per questo il Filosofo scrive che "il fine è un bene, o un bene apparente".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli opposti sono oggetto di una
medesima facoltà, ma non allo stesso modo. Infatti la volontà ha
per oggetto il bene e il male: mentre però il bene lo appetisce, il
male lo fugge. Perciò l'appetizione attuale del bene si chiama volizione (voluntas),
perché denomina l'atto della volontà; e noi qui parliamo della volontà in questo senso.
Invece la fuga del male è piuttosto una nolizione (noluntas). Perciò, come la volizione ha per
oggetto il bene, così la nolizione ha per oggetto il male.
2. Una potenza razionale può volgersi a perseguire non tutti gli opposti,
ma soltanto quelli che rientrano nel proprio oggetto: infatti nessuna potenza è
capace di cogliere altro oggetto che quello ad essa conveniente.
Ora, oggetto della volontà è il bene. Dunque la volizione può avere
per oggetto quegli opposti che rientrano nel bene, come muoversi e riposarsi,
parlare e tacere, e così via: difatti la volizione persegue codeste cose sotto
l'aspetto di bene.
3. Ciò che nella realtà è un non ente, può essere considerato come
ente dalla ragione: infatti le negazioni e le privazioni si dicono enti di ragione.
A codesto modo anche le cose future, in quanto vengono pensate, sono enti.
E come tali sono concepite sotto la ragione di bene:
e la volizione tende verso di esse sotto tale aspetto.
Perciò il Filosofo dice che "la privazione del male ha ragione di bene".
ARTICOLO 2
Se il volere abbia per oggetto soltanto il fine, oppure anche le cose ordinate al fine
SEMBRA che il volere non abbia per oggetto le cose ordinate al fine,
ma il fine soltanto. Infatti:
1. Il Filosofo scrive nell'Etica che
"il volere riguarda il fine,
l'elezione invece le cose ordinate al fine".
2. Aristotele insegna nel medesimo libro, che
"per cose di genere
diverso sono predisposte potenze psichiche diverse". Ora, il
fine e le cose ordinate al fine sono beni di genere diverso: infatti il
fine, che è un bene onesto o dilettevole, è nel genere di qualità, o
come azione, o come passione; invece il bene utile, cioè quello ordinato
a un fine, è nel genere di relazione, secondo Aristotele.
Dunque, se il volere ha per oggetto il fine non può avere per oggetto le
cose ordinate al fine.
3. Gli abiti sono proporzionati alle potenze; essendo essi le loro
perfezioni. Ora negli abiti chiamati arti operative il fine e le cose
ordinate al fine appartengono a cose diverse: l'uso della nave,
p. es., spetta al pilota; mentre la costruzione della nave, che è ordinata
a codesto fine, spetta all'arte di fabbricare le navi. E poiché il volere ha
per oggetto il fine, non potrà avere per oggetto le cose ordinate al fine.
IN CONTRARIO: Nelle cose materiali un corpo passa attraverso lo
spazio intermedio e raggiunge il suo termine mediante un'unica
potenza. Ora, le cose ordinate al fine sono altrettante posizioni intermedie,
attraverso le quali si giunge al fine come ad ultimo termine.
Se dunque il volere ha per oggetto il fine, deve avere per oggetto
anche le cose che sono ordinate al fine.
RISPONDO: Il volere talora indica la facoltà con la quale vogliamo;
altre volte invece indica l'atto stesso della volontà. Se dunque
parliamo del volere in quanto sta a indicare la facoltà, allora esso
abbraccia il fine e le cose ordinate al fine. Infatti ogni potenza abbraccia
tutte le cose in cui si trova in qualche modo la natura del proprio oggetto:
la vista, p. es., abbraccia tutte le cose che in qualche modo partecipano del colore.
Ora, il bene, che è l'oggetto della facoltà volitiva, non si trova soltanto nel fine,
ma anche nelle cose ordinate al fine.
Se invece parliamo propriamente del volere in quanto
sta a indicare l'atto, allora esso ha per oggetto, propriamente parlando, soltanto il fine.
Infatti ogni atto denominato dalla rispettiva potenza, designa l'atto genuino di quella
potenza: l'intelligere, p. es., indica l'atto più elementare dell'intelletto.
Ma, l'atto genuino di una potenza ha di mira ciò che forma per se stesso l'oggetto della
potenza medesima. Ora, la cosa che è buona e voluta di per se stessa è il fine.
Dunque il volere ha propriamente per oggetto il fine. Le cose
invece che dicono ordine al fine non sono buone e volute per se
stesse, ma in ordine al fine. Dunque il volere non si porta su di
esse, se non in quanto va verso il fine: cosicché anche in esse vuole
il fine. Allo stesso modo l'intellezione ha propriamente per oggetto
le cose di per sé intelligibili, cioè i (primi) principi: invece le cose
conosciute mediante i principi non sono oggetto di intelligenza, se
non in quanto si scorgono in esse i (primi) principi: infatti, come
scrive Aristotele, "il fine sta alle cose appetibili, come i principi
a quelle intelligibili".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo parla in quel testo del volere,
in quanto propriamente indica l'atto genuino della volontà:
non in quanto indica la potenza.
2. Per cose di genere diverso, che non sono tra loro subordinate,
sono preordinate potenze diverse: il suono e il colore, p. es., sono
cose sensibili di genere diverso, per cui si richiedono l'udito e la
vista. Ma il bene utile e quello onesto non sono pari tra loro, ma
subordinati, come ciò che è di per sé e ciò che è tale in rapporto ad esso.
E cose di codesto genere fanno sempre capo a un'unica potenza:
così mediante la sola vista si percepisce e il colore e la luce che
serve a far vedere il colore.
3. Non è detto che esiga una diversità di potenze tutto quello che
impone una diversità di abiti: poiché gli abiti sono speciali determinazioni
delle potenze per certi atti determinati. Si aggiunga che
qualsiasi arte operativa considera, sia il fine, sia le cose ordinate al fine.
L'arte nautica, p. es., considera e il fine come cosa da operare;
e i mezzi necessari per il fine come cose da preordinare.
Al contrario l'arte di fabbricare le navi considera i mezzi necessari al fine (la
navigazione), come cosa da operare; e ciò che costituisce il fine come termine
ultimo cui subordinare ciò che opera. E quindi in ogni arte c'è un fine proprio,
e ci sono delle cose (i mezzi) ordinate al fine che è proprio di quell'arte.
ARTICOLO 3
Se il volere possa tendere con uno stesso atto verso il fine e verso
i mezzi ordinati al fine
SEMBRA che il volere possa tendere con uno stesso atto verso il fine
e verso i mezzi ad esso ordinati. Infatti:
1. Il Filosofo insegna:
"dove abbiamo una cosa a motivo di un'altra,
abbiamo là una cosa soltanto". Ora, il volere vuole quanto è ordinato al fine
solo a motivo del fine. Dunque esso tende con uno stesso atto verso le due cose.
2. Il fine costituisce il determinante per la volizione di quanto è ordinato
al fine, come la luce è il determinante per la visione dei colori.
Ora, la luce e il colore sono percepiti con uno stesso atto.
Dunque unico è il moto della volontà verso il fine e verso i mezzi ordinati al fine.
3. Unico è il moto di un corpo che tende al suo termine attraverso
il mezzo (spaziale). Ma le cose ordinate al fine stanno al fine precisamente
come mezzi. Dunque identico è il moto mediante il quale
la volontà tende al fine e alle cose ordinate al fine.
IN CONTRARIO: Gli atti si distinguono secondo gli
oggetti. Ora, il
fine e ciò che è ordinato al fine, ossia il bene utile, sono specie diverse del
bene. Dunque il volere non tende verso le due cose con un medesimo atto.
RISPONDO: Il fine è per se stesso oggetto di volontà, mentre ciò che è ordinato
al fine è voluto, come tale, soltanto per il fine.
Perciò il volere può evidentemente tendere al fine, senza tendere verso
i mezzi ordinati al fine; invece non può tendere ai mezzi in quanto
tali, senza tendere al fine. E quindi la volontà può tendere in due
maniere verso il fine: primo, direttamente di per se stessa; secondo,
ricercandovi il motivo per cui vuole le cose ordinate al fine. È perciò
evidente che unico è il moto col quale il volere tende verso il fine,
inteso come motivo della volizione dei mezzi, e verso codesti medesimi mezzi.
Ma è distinto l'atto col quale tende al fine direttamente.
E talora questo atto cronologicamente precede: quando uno, p. es.,
prima vuole la guarigione, e poi, pensando come guarire, vuole l'intervento
del medico per la guarigione stessa. Il che avviene anche in campo intellettivo:
infatti prima uno intende i primi principi per se stessi; e quindi li scorge applicati
alle conclusioni, quando aderisce alle conclusioni in forza dei principi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento vale, se applicato alla volizione che ha
di mira il fine, in quanto costituisce il motivo della volizione dei mezzi.
2. Tutte le volte che si vede il colore, si vede con lo stesso atto
anche la luce: tuttavia si può vedere la luce senza vedere il colore.
Allo stesso modo, tutte le volte che uno vuole quanto è ordinato al
fine, vuole con lo stesso atto anche il fine: ma non viceversa.
3. Nell'esecuzione di un'opera, le cose ordinate al fine si presentano
come mezzi e il fine come termine. Perciò, come il moto di un corpo talora
si ferma nello spazio intermedio, senza giungere al termine;
così c'è chi opera quanto è ordinato a un fine, senza raggiungere il fine.
Ma nella volizione si verifica il contrario: infatti la volontà in forza
del fine passa a volere le cose ordinate al fine;
come l'intelletto giunge alle conclusioni dai principi, che sono chiamati
mezzi (dimostrativi). Cosicché l'intelletto talora intende il mezzo dimostrativo,
senza giungere alla conclusione. Allo stesso modo qualche volta la volontà desidera
il fine, e tuttavia non passa a volere ciò che è ordinato al fine.
Riguardo poi a quanto si dice nell'argomento in contrario, abbiamo la soluzione
in ciò che abbiamo già detto. Infatti l'utile e l'onesto non sono specie del bene
a parità di diritto, ma stanno tra loro come ciò che è di per sé a ciò che è in forza
dell'altro. Perciò l'atto della volontà può tendere verso l'uno senza tendere verso
l'altro, ma non viceversa.
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