Il Santo Rosario
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Questione 79

Dio come causa del peccato

Passiamo ora a considerare le cause esterne del peccato. E studieremo codesta causalità: primo, per parte di Dio; secondo, per parte del demonio; terzo, per parte dell'uomo.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se Dio possa essere causa del peccato; 2. Se l'atto del peccato derivi da Dio; 3. Se Dio sia causa dell'accecamento e dell'indurimento; 4. Se codeste cose siano ordinate alla salvezza di coloro che vengono così accecati e induriti.

ARTICOLO 1

Se Dio possa essere causa del peccato

SEMBRA che Dio possa essere causa del peccato. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Dio li abbandonò ai reprobi sentimenti, così da fare ciò che non si deve". E la Glossa spiega, che "Dio opera nei cuori degli uomini inclinando le loro volontà dove vuole, sia al bene che al male". Ora, fare ciò che non si deve, e inclinare la volontà al male, è peccato. Dunque Dio è causa del peccato negli uomini.
2. Sta scritto: "Le creature di Dio sono fatte in abominazione e tentazione per le anime degli uomini". Ma la tentazione suole anche definirsi un invito a peccare. Dal momento, quindi, che le creature sono state fatte da Dio, come abbiamo visto nella Prima Parte, sembra che Dio sia causa del peccato, provocando gli uomini a peccare.
3. Chi è causa di una causa, è causa anche dei suoi effetti. Ora, Dio è causa del libero arbitrio, che è causa del peccato. Dunque Dio è causa del peccato.
4. Qualsiasi male si contrappone al bene. Ora, alla bontà divina non ripugna che Dio sia causa del male-pena: infatti si legge in proposito in Isaia, che Dio "crea il male"; e in Amos: "Ci sarà nella città un male, ove non sia Dio che operi?". Perciò alla divina bontà non ripugna neppure che Dio sia causa della colpa.

IN CONTRARIO: Di Dio si legge nella Scrittura: "Niente tu hai in odio di quanto hai fatto". Ora, Dio odia il peccato, poiché sta scritto: "Ugualmente odiosi sono a Dio l'empio e la sua empietà". Dunque Dio non è causa del peccato.

RISPONDO: L'uomo può essere causa del peccato, proprio o altrui, in due maniere. Primo, direttamente, piegando la volontà propria, o quella altrui, al peccato. Secondo, indirettamente, cioè non ritraendo qualcuno dal peccato. In tal senso si legge in Ezechiele: "Se non dirai all'empio: - Sei reo di morte -, domanderò conto a te del suo sangue". Ora, Dio non può essere direttamente causa del peccato né proprio, né altrui. Poiché ogni peccato avviene per un abbandono dell'ordine che tende a Dio come al proprio fine. Dio invece, come afferma Dionigi, inclina e volge tutte le cose verso se stesso come ad ultimo fine. Perciò è impossibile che egli causi in sé, o in altri, l'abbandono dell'ordine che tende verso di lui. Dunque non può essere direttamente causa di peccato.
Così non può esserlo indirettamente. È vero infatti che Dio non porge ad alcuni l'aiuto efficace per evitare i peccati. Ma tutto questo egli lo fa secondo l'ordine della sua sapienza e giustizia, essendo egli la stessa sapienza e la stessa giustizia. Perciò il fatto che uno pecchi non è imputabile a lui come causa del peccato: un pilota, p. es., non può dirsi causa dell'affondamento della nave per il fatto che non la governa, se non quando può e deve governarla. Dunque è chiaro che Dio in nessun modo può esser causa del peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'espressione dell'Apostolo trova spiegazione nel contesto. Infatti se Dio abbandona alcuni ai loro reprobi sentimenti, vuol dire che costoro hanno già codesti sentimenti volti a fare ciò che non si deve. Perciò si dice che Dio li abbandona ad essi, nel senso che non impedisce loro di seguirli: come si direbbe che esponiamo qualcuno (all'offesa) in quanto non lo difendiamo. - Quello poi che S. Agostino ha scritto nel De Gratia et Libero Arbitrio, e che la Glossa riferisce, cioè l'espressione: "Dio inclina la volontà al bene e al male", deve intendersi nel senso che Dio inclina al bene la volontà direttamente, e la inclina al male in quanto non lo impedisce. Anche questo però dipende dai demeriti precedenti.
2. Quando si dice, che "le creature di Dio sono fatte in abominazione e tentazione per le anime degli uomini", la preposizione in non ha valore causale, ma consequenziale: infatti Dio non ha creato le cose per il male degli uomini, ma ciò è derivato dalla loro insipienza. Perciò il testo continua: "e in laccio per i piedi degli insensati", i quali appunto per la loro insipienza usano delle creature per scopi diversi da quelli per i quali furono create.
3. Gli effetti della causa seconda vanno attribuiti anche alla causa prima, quando derivano da essa conforme alla sua subordinazione alla causa prima. Ma quando derivano dalla causa seconda in quanto questa si allontana dall'ordine della causa prima, non si possono attribuire a codesta causa. Se un servo, p. es., agisse contro gli ordini del padrone, il suo operato non si potrebbe attribuire al padrone. Così non si può far risalire alla causalità di Dio quello che il libero arbitrio commette contro il comando di Dio.
4. La pena si contrappone al bene di chi viene punito, il quale viene privato di un bene qualsiasi. Invece la colpa si contrappone al bene dell'ordine che ha di mira Dio: perciò si oppone direttamente alla bontà divina. Quindi non c'è paragone tra la colpa e la pena.

ARTICOLO 2

Se l'atto del peccato derivi da Dio

SEMBRA che l'atto del peccato non derivi da Dio. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che "l'atto del peccato non è una (res) realtà". Invece tutto quello che viene da Dio è una realtà. Dunque l'atto del peccato non deriva da Dio.
2. Si dice che un uomo è causa del peccato solo perché ne causa l'atto: poiché per il resto, a dire di Dionigi, "nessuno agisce cercando il male". Ora, Dio, stando all'articolo precedente, non è causa del peccato. Quindi non è causa neppure dell'atto del peccato.
3. Secondo le cose dette in precedenza, certi atti sono cattivi e peccaminosi nella loro specie. Ora, chi è causa di una cosa, è causa di ciò che ad essa si addice secondo la sua specie. Perciò, se Dio fosse causa dell'atto del peccato, verrebbe ad essere causa del peccato. Ma questo è falso, come abbiamo dimostrato. Dunque Dio non è causa dell'atto del peccato.

IN CONTRARIO: L'atto del peccato è un moto del libero arbitrio. Ora, come S. Agostino insegna, "la volontà di Dio è causa di ogni mozione". Dunque la volontà di Dio è causa dell'atto del peccato.

RISPONDO: L'atto del peccato è un ente, ed è un atto; e sotto questi due aspetti deve a Dio la sua esistenza. Infatti ogni ente, comunque esista, deve derivare dal primo ente; come è dimostrato da Dionigi nel De Divinis Nominibus. Parimente ogni azione è causata da una realtà esistente in atto, poiché agisce solo ciò che è in atto; e d'altra parte ogni essere in atto fa risalire la sua causalità al primo atto, cioè a Dio, che è atto in forza della propria essenza. Perciò è chiaro che Dio deve essere la causa di tutte le azioni in quanto tali.
Ora, il peccato sta a indicare un ente e un'azione con annesso un difetto. E codesto difetto dipende da una causa creata, cioè dal libero arbitrio, in quanto decade dall'ordine del primo agente, cioè di Dio. Perciò codesto difetto non risale causalmente a Dio, ma al libero arbitrio: come il difetto dello zoppicare risale alla gamba storpiata, e non alla facoltà di locomozione, dalla quale tuttavia viene causato quanto c'è di mozione nello zoppicare. E sotto questo aspetto Dio è causa dell'atto del peccato, ma non del peccato: poiché non è causa del fatto che codesta azione sia accompagnata da un difetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino in quel testo denomina res, o realtà la sostanza, che è realtà in senso assoluto. In codesto senso, certo, l'atto del peccato non è una realtà.
2. Alla causalità dell'uomo non si riporta soltanto l'atto, ma anche il difetto di esso: poiché egli non sta sottomesso a chi di dovere, sebbene non sia questo il suo intento principale. Perciò l'uomo è causa del peccato. Invece Dio è causa dell'atto, senza esserlo affatto dei difetti che lo accompagnano. Egli quindi non è causa del peccato.
3. Come abbiamo visto in precedenza, gli atti e gli abiti non ricevono la specie dalla privazione, che invece costituisce la ragione di male; ma da un oggetto al quale è connessa codesta privazione. Perciò il difetto, di cui neghiamo la derivazione da Dio, appartiene come di riflesso alla specie dell'atto, e non come una differenza specifica.

ARTICOLO 3

Se Dio sia causa dell'accecamento e dell'indurimento

SEMBRA che Dio non sia causa dell'accecamento e dell'indurimento. Infatti:
1. S. Agostino insegna, che "Dio non è causa del fatto che uno diventi peggiore". Ora, l'accecamento e l'indurimento rendono peggiore un uomo. Dunque Dio non è causa di essi.
2. S. Fulgenzio afferma, che "Dio non fa vendetta di quanto egli compie". Ma Dio fa vendetta del cuore indurito: "Il cuore indurito si ritroverà male alla fine". Perciò Dio non è causa dell'indurimento.
3. Un medesimo effetto non può essere attribuito a cause contrarie. Ora, causa dell'accecamento, a dire della Scrittura, è la malizia umana: "La loro malizia li ha accecati": oppure il demonio: "Il dio di questo secolo accecò le menti degli infedeli"; le quali sono contrarie a Dio. Dunque Dio non è causa dell'accecamento e dell'indurimento.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Acceca il cuore a questo popolo, e rendine sorde le orecchie". E altrove: "A chi egli vuole usa misericordia, e chi egli vuole indurisce".

RISPONDO: Accecamento e indurimento implicano due cose. La prima è il moto di adesione dell'animo umano al male, e il suo scostarsi dalla luce di Dio. E da questo lato Dio non è causa dell'accecamento e dell'indurimento, come non è causa del peccato. La seconda è la sottrazione della grazia, dalla quale deriva che la mente non sia più illuminata da Dio a vedere rettamente, e il cuore dell'uomo non venga più plasmato a una vita onesta. E da questo lato Dio è causa dell'accecamento e dell'indurimento.
Si deve infatti osservare che Dio è la causa universale dell'illuminazione delle anime, "era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo", come il sole è la causa universale dell'illuminazione universale dei corpi. Ognuno però a suo modo: infatti il sole illumina per necessità di natura; Dio invece agisce per volontà, seguendo l'ordine della sua sapienza. Ora, il sole, sebbene di suo illumini tutti i corpi, tuttavia se trova un ostacolo in qualche corpo lo lascia nelle tenebre: come nel caso di una casa le cui finestre sono chiuse. Ma codesto oscuramento in nessun modo è causato dal sole, il quale non agisce di suo arbitrio nel non mandare là dentro i suoi raggi; ma è causato soltanto da chi chiude le finestre. Dio invece di suo arbitrio non manda più la luce della grazia a coloro in cui trova un ostacolo. Perciò è causa della sottrazione della grazia non soltanto colui che pone l'ostacolo, ma anche Dio, il quale di suo arbitrio non offre la grazia. E in questo senso Dio è causa dell'accecamento, dell'insensibilità delle orecchie e dell'indurimento del cuore. - Effetti questi che si distinguono secondo le funzioni della grazia, la quale acuisce l'intelligenza col dono della sapienza, e rende pieghevole l'affetto col fuoco della carità. E poiché alla conoscenza dell'intelletto giovano specialmente i due sensi della vista e dell'udito, uno dei quali, la vista, serve alla ricerca, e l'altro, cioè l'udito, all'insegnamento, ecco che per la vista si parla di accecamento; per l'udito di insensibilità; e per l'affetto di indurimento.

SOLUZIONE DELLE DIFFiCOLTÀ: 1. L'accecamento e l'indurimento come sottrazioni di grazia sono altrettante pene; e quindi da questo lato un uomo non diviene peggiore: ma, divenuto peggiore con la colpa, incorre in codeste conseguenze, come in altri castighi.
2. L'obiezione deriva dall'accecamento considerato sotto l'aspetto di colpa.
3. La malizia causa l'accecamento nel senso che lo merita, come una colpa merita la pena. Anche il demonio produce l'accecamento in questo modo, cioè inducendo alla colpa.

ARTICOLO 4

Se l'accecamento e l'indurimento siano sempre ordinati alla salvezza di chi li subisce

SEMBRA che l'accecamento e l'indurimento siano sempre ordinati alla salvezza di chi li subisce. Infatti:
1. S. Agostino ha scritto, che "Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe un male, se non potesse da ogni male ritrarre un bene". Perciò molto più Dio ordina al bene il male di cui egli stesso è causa. Ora, Dio, come si è visto, è causa dell'accecamento e dell'indurimento. Dunque codesti fatti devono essere ordinati alla salvezza di coloro che li subiscono.
2. Come dice la Scrittura, "Dio non si rallegra della perdizione degli empi". Invece parrebbe rallegrarsene, se non ne volgesse l'accecamento al loro vantaggio: come si direbbe di un medico, il quale nel somministrare una medicina amara all'infermo non lo facesse per la sua guarigione. Dunque Dio ordina l'accecamento al bene degli accecati.
3. "Dio non fa accettazione di persone". Ora, è certo che l'accecamento di alcuni fu ordinato alla loro salvezza: p. es., nel caso di alcuni Giudei, i quali, a dire di S. Agostino, accecati al punto di non credere in Cristo e di ucciderlo, in seguito, come narrano gli Atti degli Apostoli, pentiti si convertirono. Dunque Dio volge l'accecamento di tutti gli accecati alla loro salvezza.

IN CONTRARIO: Come ammonisce S. Paolo, non si può fare il male perché ne venga un bene. Ora, l'accecamento è un male. Quindi Dio non acceca nessuno per il suo bene.

RISPONDO: L'accecamento è un preludio del peccato. Ora, il peccato può essere ordinato a due cose: alla prima, che è la dannazione, è ordinato per se stesso; alla seconda, cioè alla salvezza, è ordinato dalla provvidenza misericordiosa di Dio; in quanto Dio permette che alcuni cadano in peccato, affinché, a detta di S. Agostino, riconoscendo il loro peccato, si umilino e si convertano. Perciò l'accecamento per sua natura è ordinato alla dannazione di chi lo subisce, e per questo si enumera tra gli effetti della riprovazione: ma per divina misericordia l'accecamento temporaneo è ordinato alla salvezza di coloro che la subiscono come loro medicina. Però codesta misericordia non è offerta a tutti gli accecati, ma ai soli predestinati, per i quali, come dice S. Paolo, "tutto coopera al bene". Perciò, come insegna S. Agostino, per alcuni l'accecamento è ordinato alla salvezza; per altri alla dannazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutti i mali che Dio fa, o permette, sono ordinati a un bene: non sempre però al bene di colui che li subisce; ma talora sono ordinati al bene di altri, o di tutto l'universo. Così Dio ha ordinato il peccato dei tiranni al bene dei martiri; e le pene dei dannati alla glorificazione della sua giustizia.
2. Dio si rallegra della perdizione degli uomini non per la perdizione stessa; ma a motivo della sua giustizia, o per il bene che ne deriva.
3. Per Dio ordinare l'accecamento di alcuni alla loro salvezza è opera di misericordia; e ordinare l'accecamento di altri alla loro dannazione è opera di giustizia. Il fatto poi che Dio offre la misericordia ad alcuni e non a tutti, non costituisce accettazione di persone, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
4. Non si può fare il male-colpa perché ne venga un bene; ma per codesto scopo si può benissimo infliggere il male-pena.