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Questione
78
La malizia come causa del peccato
Eccoci a considerare la causa del peccato da parte della volontà, che
suol chiamarsi malizia.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se uno possa peccare
per vera malizia, cioè di proposito: 2. Se chi pecca per abito
pecchi per malizia; 3. Se chi pecca per malizia pecchi per abito;
4. Se chi pecca per malizia pecchi più gravemente di chi pecca per passione.
ARTICOLO
1
Se uno possa peccare per vera malizia
SEMBRA che nessuno pecchi per calcolo, ossia per vera malizia.
Infatti:
1. L'ignoranza è l'opposto del calcolo, ossia della vera malizia.
Ora, a dire del Filosofo, "ogni malvagio è ignorante". E nei Proverbi
si legge: "Errano quelli che operano il male". Dunque nessuno
pecca per malizia.
2. Dionigi afferma che
"nessuno agisce cercando il male". Ma
peccare per malizia significa precisamente cercare il male quando
si pecca: infatti ciò che è preterintenzionale è come per accidens,
e non denomina l'atto. Quindi nessuno pecca per malizia.
3. La malizia è essa stessa peccato. Perciò, se essa fosse causa
di peccato, ne seguirebbe che causa del peccato è un peccato, e
così all'infinito: il che è impossibile. Dunque nessuno pecca per
malizia.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Di proposito si allontanarono da lui,
e le sue vie non vollero comprendere". Ma allontanarsi da Dio è
peccare. Quindi alcuni peccano di proposito, cioè per vera malizia.
RISPONDO: Come ogni altro essere, l'uomo per natura tende al
bene. Perciò il fatto che il suo appetito abbandona il bene deriva
da una corruzione, o disordine di qualcuno dei suoi principi; come
avviene per le anormalità che si riscontrano nelle funzioni degli
esseri inferiori. Ora, principi degli atti umani sono l'intelletto e
l'appetito, sia razionale o volontà, che sensitivo. Perciò negli atti
umani il peccato come può dipendere da un difetto dell'intelletto,
cioè quando uno pecca per ignoranza; e da un difetto dell'appetito
sensitivo, ossia quando uno pecca per passione; così può dipendere
da un difetto della volontà, consistente in un disordine di essa.
Ora, la volontà è disordinata, quando ama un bene minore più
di un bene maggiore. Da ciò deriva che uno preferisce sacrificare
il bene meno amato, per non perdere quello più amato; come quando
uno vuole di proposito il taglio di un arto, per conservare la vita
che ama di più. Perciò quando una volontà disordinata ama un
bene temporale, come le ricchezze o i piaceri, più dell'ordine di ragione,
della legge divina, della carità di Dio, o di altre cose del
genere, ne segue che preferisce la perdita di un bene spirituale,
per godere di un bene temporale. Ora, il male non è che la privazione
di un bene. Ecco dunque come uno, per non perdere un bene
temporale, vuole di proposito un male spirituale, male in senso assoluto,
privandosi di codesto bene. Perciò si dice che pecca per malizia,
o per calcolo, portando quasi la sua elezione cosciente sul male.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ignoranza talora esclude la scienza
atta a conoscere che quanto si vuol compiere è un male: e allora
si ha un peccato d'ignoranza. Talora esclude la scienza necessaria
per conoscere che questa cosa concreta in questo momento è un
male: e questo avviene nel peccato di passione. Talora invece esclude
la scienza necessaria a riconoscere che non si deve tollerare un
dato male per poter raggiungere un determinato bene, restando la
conoscenza che si tratta di un male in senso assoluto. E questa è
l'ignoranza di chi pecca per malizia.
2. Il male non può
essere desiderato per se stesso da nessuno:
ma può essere voluto per evitare un altro male, o per conseguire
un altro bene, come abbiamo visto. In codesti casi uno preferirebbe
conseguire il bene direttamente voluto, senza compromettere l'altro bene.
Un lussurioso, p. es., vorrebbe godersi il piacere, senza
l'offesa di Dio. Ma tra le due cose, preferisce incorrere nell'offesa
di Dio, che rinunziare al piacere.
3. La malizia, di cui si parla come causa di peccato, potrebbe
essere la malizia abituale: come insinua il Filosofo, il quale denomina
malizia l'abito cattivo, allo stesso modo che chiama virtù
l'abito buono. In questo senso si dice che uno pecca per malizia,
in quanto pecca per l'inclinazione del suo abito cattivo. Ma può
anche intendersi della malizia attuale, o denominando malizia la
stessa elezione del male: e allora si direbbe che uno pecca per malizia
in quanto pecca eleggendo il male; oppure denominando malizia
una colpa precedente, da cui segue una nuova colpa: come
quando uno, mosso dall'invidia, impugna la grazia dei suoi fratelli.
E anche allora non è che una cosa sia causa di se stessa: ma
un atto interno è causa dell'atto esterno. D'altra parte un peccato
può essere causa dell'altro, ma non all'infinito: poiché si deve
giungere ad un primo peccato, il quale non è causato da altri, come
sopra abbiamo spiegato.
ARTICOLO
2
Se chiunque pecca per abito pecchi per malizia
SEMBRA che non tutti quelli che peccano per abito pecchino
per malizia. Infatti:
1. Un peccato fatto per malizia è gravissimo. Invece talora per
abito si commettono peccati leggeri: come fa chi ha l'abitudine di
dire parole oziose. Dunque non tutti i peccati commessi per abitudine
sono di malizia.
2. Aristotele insegna, che
"gli atti derivanti da un abito sono simili
agli atti che lo producono". Ora, gli atti che precedono un
abito vizioso non (sempre) sono di vera malizia. Dunque non sono
di malizia neppure quelli che da essi derivano.
3. Quando uno commette un peccato per malizia, dopo averlo
commesso se ne rallegra, secondo l'espressione dei Proverbi: "Godono
del mal fare e tripudiano nelle cose più nefande". Questo
perché a ciascuno piace il conseguimento di quanto cerca, e l'agire
conforme a quanto è a lui connaturale secondo un abito. Invece
chi pecca per abito si rattrista dopo il peccato: infatti, a detta di
Aristotele, "i malvagi, cioè i viziosi, sono pieni di pentimenti".
Dunque i peccati fatti per abito non sono di malizia.
IN CONTRARIO: Si dice che è di malizia un peccato che deriva dall'elezione
del male. Ora, come afferma Aristotele a proposito dell'abito
virtuoso, ciascuno trova eleggibile l'oggetto cui è inclinato
dal proprio abito. Dunque un peccato fatto per abito è peccato di
malizia.
RISPONDO: Non è la stessa cosa peccare avendo un abito, e peccare
per abito. Infatti non è una necessità usare dell'abito, ma dipende
dal volere di chi lo possiede: difatti l'abito si definisce come
abilità "di cui uno usa quando vuole". Perciò, come può avvenire
che chi ha un abito vizioso faccia un atto di virtù, non essendo
la ragione totalmente corrotta dall'abito cattivo, ma conservando
essa qualche cosa di sano da cui deriva la capacità del
peccatore a compiere qualche cosa di buono, così può anche capitare
che uno, il quale possiede l'abito vizioso, talora non operi
servendosi di esso, ma per una passione che insorge, o per ignoranza.
Ogni volta però che si serve dell'abito vizioso, pecca necessariamente
per malizia. Poiché per chi ha un abito è di per sé amabile
ciò che a lui conviene secondo codesto abito: infatti in forza
della consuetudine e dell'abito la cosa gli è diventata connaturale
come una seconda natura. Ora, ciò che conviene secondo un abito
cattivo, è un qualche cosa che esclude un bene spirituale. Di qui
segue che il vizioso elegge un male spirituale, per raggiungere il
bene che l'abito reclama. Ma questo è un peccato di malizia. Dunque è
evidente che chiunque pecca per abito, pecca per malizia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I peccati veniali non escludono il
bene spirituale che è la grazia di Dio, ossia la carità. Perciò non
sono un male in senso assoluto, ma in senso relativo. Quindi anche
l'abito di essi non può dirsi cattivo in senso assoluto, ma solo
relativo.
2. Gli atti che derivano dagli abiti sono simili specificamente agli
atti che producono gli abiti; ma differiscono da essi quanto a perfezione.
E tale è precisamente la differenza tra il peccato commesso
per malizia, e quello commesso per passione.
3. Chi pecca per abito gode sempre di quanto compie per abito,
cioè quando usa di esso. Siccome però può anche non usarne, e
riflettere servendosi della ragione che non è totalmente corrotta,
può anche addolorarsi di quanto ha commesso per abito. - Spesso
però codesti peccatori si affliggono del peccato, non perché il peccato
per se stesso loro dispiace, ma per quei danni che il peccato procura.
ARTICOLO
3
Se chi pecca per malizia pecchi per abito
SEMBRA che chiunque pecca per malizia pecchi per abito. Infatti:
1. Il Filosofo afferma che non è da tutti commettere le ingiustizie
come fa l'ingiusto, cioè per elezione, ma solo di chi ne ha l'abito.
Ora, abbiamo visto che peccare per malizia è peccare eleggendo il
male. Dunque peccare per malizia è solo di chi ha l'abito (peccaminoso).
2. Origene insegna che
"uno non si svuota, o non crolla ad un
tratto, ma a pezzi e un po' per volta". Ora lo svuotamento più
grave si ha quando si pecca per malizia. Perciò non capita subito
da principio che uno arrivi a peccare per malizia, ma dopo molta
pratica, dalla quale può nascere l'abito.
3. Perché uno pecchi per malizia, bisogna che la volontà stessa
inclini al male che elegge. Ora, la natura di codesta potenza non
inclina l'uomo al male, ma piuttosto al bene. Perciò se elegge il
male, bisogna che ciò derivi da un fatto sopraggiunto, e cioè dalla
passione, o dall'abito. Ma abbiamo visto che quando uno pecca per
passione non pecca per malizia, bensì per fragilità. Dunque quando
uno pecca per malizia bisogna che pecchi per abito.
IN CONTRARIO: Come l'abito buono sta all'elezione del bene, così
l'abito cattivo sta all'elezione del male. Ora, capita che qualcuno,
senza avere l'abito virtuoso, elegge ciò che è conforme alla virtù.
Dunque capita pure che uno, senza avere l'abito del vizio, può eleggere
il male: cioè può peccare per malizia.
RISPONDO: Il rapporto della volontà col male è diverso da quello
che essa ha col bene. Infatti per sua natura codesta potenza tende
al bene di ordine razionale, come al suo proprio oggetto: infatti
ogni peccato si dice che è contro natura. Perciò l'inclinazione della
volontà a eleggere il male deve avere un'origine estranea. Talora
infatti dipende da un difetto della ragione, come quando uno pecca
per ignoranza; talora da un impulso dell'appetito sensitivo, come
quando uno pecca per passione. Ma in questi due casi non si pecca
per malizia: si pecca per malizia solo quando la volontà stessa direttamente
si volge al male. E questo può avvenire in due maniere.
Primo, in forza di una disposizione guasta che la inclina al male,
così da renderle il male stesso conveniente ed affine, e in forza di codesta convenienza la volontà tende al male come se fosse un
bene: questo perché ogni cosa tende per se stessa verso quanto ad
essa conviene. Ora, codesta disposizione guasta, o è un abito acquisito
con l'uso, trasformato poi in una seconda natura; oppure è
uno squilibrio patologico dovuto al corpo, come nel caso di chi
soffre di naturali inclinazioni verso certi peccati, per la corruzione
del suo fisico. - Secondo, la volontà può tendere direttamente al
male, per la rimozione di una remora. Se uno, p. es., si trattiene
dal peccare, non per il dispiacere del peccato, ma solo per la speranza
della vita eterna, o per il timore dell'inferno, venuti a mancare
la speranza per la disperazione, o il timore per la presunzione,
si abbandona a peccare quasi senza alcun freno, cioè per malizia.
Perciò il peccato di malizia presuppone sempre nell'uomo un qualche
disordine, che però non sempre è un abito. Quindi non è necessario
che chi pecca per malizia pecchi per abito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Agire come l'ingiusto non significa
solo fare delle ingiustizie con malizia, ma anche farle con piacere,
e senza una grave resistenza della ragione. E questo è solo di chi
ne ha l'abito.
2. Nessuno decade ad un tratto al punto di peccare per malizia,
ma precede sempre qualche altra cosa: questa però non sempre è
un abito, come abbiamo detto.
3. A inclinare la volontà al male non c'è soltanto la passione, o
l'abito, ma vi sono anche altre cose, come abbiamo detto.
4. L'elezione del male non è paragonabile a quella del bene. Poiché
il male non può mai trovarsi senza il bene di natura: mentre
il bene può perfettamente sussistere senza il male colpa.
ARTICOLO 4
Se chi pecca per malizia pecchi più gravemente di chi pecca per passione
SEMBRA che chi pecca per malizia non pecchi più gravemente di
chi pecca per passione. Infatti:
1. L'ignoranza scusa il peccato in parte, o in tutto. Ora, l'ignoranza
di chi pecca per malizia è più grave di quella che si trova
in chi pecca per passione; poiché ha l'ignoranza degli stessi principi,
che a detta del Filosofo è la più grave; infatti ha un concetto
falso del fine che in campo pratico ha funzione di principio. Perciò
chi pecca per malizia è più scusabile di chi pecca per passione.
2. Più forte è la spinta a peccare, minore è il peccato: il che è
evidente nel caso di chi è gettato nella colpa da un impeto più grave
di passione. Ma chi pecca per malizia è spinto dall'abito, che ha
più forza della passione. Dunque chi pecca per abito, pecca meno
di chi pecca per passione.
3. Peccare per malizia significa peccare per l'elezione di un male.
Ma anche chi pecca per passione elegge il male. Dunque costui non
pecca meno di chi pecca per malizia.
IN CONTRARIO: Un peccato commesso per calcolo merita per questo
una pena più grave; poiché sta scritto: "Come empi ei li colpisce
ov'è chi contempli, perché a industria si allontanarono da lui".
Ora, la pena non viene aggravata che per la gravità della colpa.
Dunque il peccato viene aggravato dal fatto che è commesso per
calcolo, ossia per malizia.
RISPONDO: Per tre motivi un peccato di malizia è più grave di un
peccato di passione. Primo, perché il peccato, a parità di condizioni,
è tanto più grave, quanto più il moto peccaminoso appartiene
strettamente alla volontà; poiché il peccato consiste principalmente
nel volere. Ora, quando si pecca per malizia, il moto peccaminoso
appartiene più strettamente alla volontà, che da se stessa va verso
il male, di quando si pecca per passione, come mossi a peccare da
qualche cosa di estrinseco. Perciò il peccato si aggrava per il fatto
che è commesso per malizia; e tanto maggiormente, quanto la malizia è più forte.
Invece per il fatto che è commesso per passione
diminuisce: e tanto maggiormente, quanto la passione è più violenta.
Secondo, perché la passione che spinge la volontà al peccato passa
presto: e così l'uomo torna subito ai buoni propositi, col pentimento.
Invece l'abito, che (d'ordinario) spinge l'uomo a peccare per
malizia, è una qualità permanente: e quindi chi pecca per malizia
rimane più a lungo nel peccato. Ecco perché il Filosofo paragona
l'intemperante, il quale pecca per malizia, a un malato cronico;
mentre paragona l'incontinente, che pecca per passione, al malato
occasionale.
Terzo, perché chi pecca per malizia è mal disposto rispetto al
fine, che nell'ordine pratico ha funzione di principio. Quindi il suo
difetto è più pericoloso che quello di chi pecca per passione, il cui
proposito tende al giusto fine, sebbene venga interrotto per un
certo tempo dalla passione. Ora, una deficienza nei principi è sempre
gravissima. Perciò è chiaro che il peccato di malizia è più
grave di quello di passione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ignoranza implicita nella cattiva
elezione, sulla quale insiste la difficoltà, né scusa né diminuisce il
peccato, come abbiamo spiegato sopra. Perciò un'ignoranza maggiore
di codesto genere non diminuisce il peccato.
2. La spinta della passione è come se fosse esterna rispetto alla
volontà: invece l'abito piega la volontà dall'interno. Perciò il confronto
non regge.
3. Altra cosa è peccare per elezione, e altro è peccare eleggendo.
Infatti anche chi pecca per passione pecca eleggendo, ma non pecca
per elezione: poiché in codesto caso l'elezione non è il principio
primo del peccato, ma è la passione che porta ad eleggere quanto
non si eleggerebbe senza di essa. Invece chi pecca per malizia elegge
il male direttamente, nel modo che abbiamo visto. Perciò in lui
l'elezione è causa, o principio di peccato; e per questo si dice che
egli pecca per elezione.
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