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Questione
7
Le
circostanze degli atti umani
Passiamo a considerare le circostanze degli atti umani.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Che cosa siano le
circostanze; 2. Se vi siano circostanze degli atti umani di cui debba
interessarsi il teologo; 3. Quante siano le circostanze; 4. Quali tra
loro siano principali.
ARTICOLO 1
Se le circostanze siano accidenti dell'atto umano
SEMBRA che le circostanze non siano accidenti dell'atto umano. Infatti:
1. Scrive Cicerone che le circostanze sono
"il mezzo di cui si serve
il discorso per aggiungere autorità e forza all'argomento". Ora il
discorso dà forza all'argomentazione specialmente partendo dai
dati essenziali di una cosa: definizione, genere, specie, e simili; dai
quali, secondo l'insegnamento dello stesso Cicerone, l'oratore deve
trarre i suoi argomenti. Dunque le circostanze non sono accidenti dell'atto umano.
2. L'accidente ha per proprietà l'inerenza (in un soggetto). Ora,
ciò che sta intorno (circumstat) non è inerente, ma è esterno piuttosto.
Dunque le circostanze non sono accidenti degli atti umani.
3. Nessun accidente può appartenere a un accidente. Ora, anche gli atti umani
sono accidenti. Dunque le circostanze non sono accidenti degli atti.
IN CONTRARIO: Le condizioni particolari di qualsiasi singolare sono
suoi accidenti individuanti. Ora, Aristotele nell'Etica ha posto le
circostanze tra le "cose particolari", cioè tra le condizioni particolari dei
singoli atti. Dunque le circostanze sono accidenti individuanti degli atti umani.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo,
"i nomi sono segni dei concetti";
perciò è necessario che l'ordine della denominazione corrisponda
all'ordine della conoscenza intellettiva. Ora, la nostra
conoscenza intellettiva procede dalle cose più note a quelle meno note.
E quindi noi usiamo estendere i termini presi dalle cose più conosciute
a quelle meno conosciute. Da ciò si comprende quanto Aristotele
ha scritto nella Metafisica: "dalle cose esistenti nello spazio,
il termine distanza è passato a indicare tutti i contrari": e alla
stessa maniera usiamo i termini presi dal moto locale, per indicare altri moti,
perché i corpi localmente circoscritti sono per noi le cose
più note. Perciò anche il termine circostanza è passato al campo
degli atti umani dalle cose esistenti nello spazio. Ora, parlando di
un corpo localizzato, si denominano circostanti quelle cose che, pur
essendo estrinseche, tuttavia lo toccano e gli sono localmente vicine.
Perciò tutte le condizioni che sono fuori dell'essenza dell'atto, e
che tuttavia riguardano in qualche modo l'atto umano, sono denominate
circostanze. Ma quello che riguarda una cosa ed è fuori
dell'essenza di essa è un suo accidente. Dunque le circostanze degli
atti umani sono da considerarsi loro accidenti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Certamente il discorso desume la
forza dell'argomentazione prima di tutto dall'essenza di un atto;
ma secondariamente anche dalle circostanze di esso. Uno, insomma,
è imputabile prima di tutto perché ha commesso un omicidio:
secondariamente perché lo ha commesso con inganno, o a scopo di
rapina, oppure in tempo o in luogo sacro, ecc. Perciò di proposito
Cicerone dice che, mediante la circostanza, "il discorso aggiunge
forza all'argomento", sottolineandone l'aspetto secondario.
2. Una cosa può essere accidente di un'altra in due diverse maniere.
Primo, inerendo ad essa: come la bianchezza del colore è un
accidente di Socrate. Secondo, perché si trova abbinata con essa
nel medesimo soggetto: come il fatto di esser bianco è un accidente
dell'esser musico, in quanto si trovano abbinati, e in qualche modo
si sovrappongono sul medesimo soggetto. E in questa maniera si
dice che le circostanze sono accidenti degli atti.
3. Come abbiamo spiegato, si dice che un accidente capita su di
un altro accidente, per l'unicità del loro soggetto. Ciò avviene in
due modi. Primo, per il semplice fatto che due accidenti dicono rapporto
a un unico soggetto, senza nessun ordine tra loro: come l'esser bianco
e l'esser musico in rapporto a Socrate. Secondo, con un
certo ordine: perché, mettiamo, il soggetto riceve un accidente mediante
l'altro: il corpo, p. es., riceve il colore mediante la superficie.
In questo senso si può anche dire che un accidente è inerente all'altro:
e infatti diciamo che il colore è sulla superficie. Ora, le circostanze
possono essere accidenti dell'atto in tutti e due i modi.
Infatti alcune circostanze, che si riferiscono all'atto appartengono
all'agente a prescindere dall'atto, come il luogo e la condizione della persona;
altre invece gli appartengono mediante l'atto, il modo di agire, per esempio.
ARTICOLO 2
Se le circostanze degli atti umani debbano interessare il teologo
SEMBRA che le circostanze degli atti umani non debbano interessare il teologo. Infatti:
1. Gli atti umani non sono considerati dal teologo che in quanto sono atti qualificati,
cioè buoni o cattivi. Ora, le circostanze non
possono qualificare gli atti; perché nessuna cosa viene qualificata
formalmente da ciò che è fuori di essa, ma da quanto in essa si
trova. Dunque le circostanze non devono essere considerate dal teologo.
2. Le circostanze sono accidenti degli atti. Ma
"per ogni cosa ci
sono infiniti accidenti": perciò, come dice Aristotele "nessun'arte o
scienza, eccetto la sofistica, si occupa di quanto è accidentalmente".
Dunque il teologo non deve occuparsi delle circostanze degli atti umani.
3. Lo studio delle circostanze interessa gli avvocati (o i retori).
Ma la retorica non fa parte della teologia. Dunque lo studio delle circostanze
non appartiene al teologo.
IN CONTRARIO: L'ignoranza delle circostanze causa atti involontari,
come insegnano il Damasceno e S. Gregorio di Nissa. Ma l'involontarietà
scusa dalla colpa, di cui il teologo deve interessarsi.
Dunque al teologo spetta anche lo studio delle circostanze.
RISPONDO: Le circostanze interessano il teologo per tre motivi.
Primo, perché il teologo considera gli atti umani in quanto l'uomo
si serve di essi per orientarsi verso la beatitudine. Ora, tutto quello
che è ordinato a un fine deve essere proporzionato a quel fine.
Ma gli atti vengono proporzionati al loro fine mediante una certa commisurazione,
determinata dalle debite circostanze. Dunque la considerazione
delle circostanze deve interessare il teologo. - Secondo, perché il teologo
considera gli atti umani in quanto si trova in essi il bene e il male,
il meglio e il peggio: e codeste variazioni dipendono dalle circostanze,
come vedremo. - Terzo, perché il teologo considera l'aspetto caratteristico
degli atti umani di essere meritori o demeritori; proprietà questa che presuppone
la loro volontarietà. Ora, l'atto umano è giudicato volontario o involontario in base
alla cognizione o all'ignoranza delle circostanze, come abbiamo già detto.
Dunque lo studio delle circostanze deve interessare il teologo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bene ordinato a un fine è denominato utile,
e questo importa una relazione: difatti il Filosofo scrive che "il bene
di una relazione è l'utile". Ora, trattandosi di termini relativi,
le cose vengono qualificate non solo da quanto in esse si trova,
ma anche da ciò che le riguarda esternamente: ciò è evidente nelle determinazioni
di destro o di sinistro, di uguale o disuguale, e simili.
Perciò, siccome la bontà degli atti consiste nella loro utilità in rapporto al fine,
niente impedisce che essi siano denominati buoni o cattivi in rapporto a elementi
che li toccano dall'esterno.
2. Gli accidenti che capitano in maniera del tutto accidentale sono trascurati
da qualsiasi disciplina, per la loro incertezza e infinità.
Ma codesti accidenti non hanno il carattere di circostanza: poiché, le circostanze
come abbiamo spiegato, pur restando estrinseche all'atto, tuttavia lo riguardano,
essendo ordinate ad esso. E gli accidenti di suo fanno parte della scienza.
3. Lo studio delle circostanze interessa il moralista, il magistrato
e l'avvocato. Il moralista, perché in base ad esse si riscontra, o
viene a mancare, il giusto mezzo della virtù negli atti umani e nelle
passioni. Il magistrato e l'avvocato, perché le circostanze rendono
gli atti lodevoli o riprovevoli, scusabili o condannabili. Il loro
interesse però è diverso: infatti l'avvocato se ne serve per persuadere,
il magistrato per giudicare. Invece al teologo, cui devono
servire tutte le altre discipline, le circostanze interessano in tutti
i modi suddetti: egli infatti deve giudicare, col moralista, degli
atti virtuosi e peccaminosi; con l'avvocato e col magistrato deve
considerare gli atti in quanto meritano un premio o una pena.
ARTICOLO 3
Se le circostanze siano bene enumerate nel III Libro dell'Etica
SEMBRA che le circostanze non siano bene enumerate nel III Libro dell'Etica. Infatti:
1. Si chiama circostanza dell'atto ciò che ha con esso un rapporto esterno.
Tali sono soltanto il tempo e il luogo. Dunque le circostanze
sono due sole, e cioè il quando e il dove.
2. Dalle circostanze si desume, se una cosa è fatta bene o male.
Ma codesto rientra nella modalità di un atto. Dunque tutte le circostanze
sono racchiuse in quell'unica circostanza che è il modo di agire.
3. Le circostanze non appartengono all'essenza dell'atto. Invece
appartengono evidentemente all'essenza dell'atto le cause di esso.
Dunque non si deve desumere nessuna circostanza dalle cause dell'atto.
E quindi né chi, né perché, né intorno a che cosa sono delle circostanze:
infatti chi indica la causa efficiente, perché la causa finale,
e intorno a che cosa la causa materiale.
IN CONTRARIO: C'è il brano del Filosofo nel III Libro dell'Etica.
RISPONDO: Cicerone nella sua Retorica enumera sette circostanze,
contenute nel verso: "Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo,
quando"; "Chi,
che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando".
E difatti dobbiamo considerare, nelle varie azioni, chi le compie, con quali mezzi
o strumenti le compie, che cosa ha compiuto, dove, perché, in che modo e quando lo compie.
Aristotele però nel terzo libro dell'Etica ne aggiunge un'altra, e cioè intorno a che
cosa, inclusa da Cicerone nel che cosa.
Dell'enumerazione suddetta si può dare questa spiegazione.
Si chiama circostanza una cosa che, pur essendo esterna all'essenza
di un atto, in qualche modo lo riguarda. E ciò può avvenire in tre maniere:
primo, una cosa può riguardare l'atto medesimo; secondo,
le sue cause; terzo, gli effetti. Può riguardare l'atto stesso,
o come misura, e abbiamo il tempo e il luogo; oppure come qualità dell'atto,
e abbiamo il modo di agire. In rapporto all'effetto, abbiamo la considerazione
di che cosa uno abbia fatto. Riguardo poi alle cause dell'atto
si ha il perché rispetto alla causa finale; in rapporto alla causa materiale
abbiamo l'intorno a che cosa. In rapporto alla causa agente principale
si considera chi abbia agito; e in rapporto alla causa agente strumentale,
con quali mezzi (abbia agito).
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il tempo e il luogo sono circostanze
dell'atto in qualità di misura: ma ci sono altre circostanze che lo
riguardano in altre maniere, pur rimanendo estranee alla sua essenza.
2. Codesto modo, indicato con (gli avverbi) bene o male, non è una circostanza,
ma è la risultante di tutte le circostanze.
Viene considerato come una circostanza speciale il modo che è una qualità
dell'atto: p. es., camminare svelto o adagio, battere forte o piano, e così via.
3. Le condizioni della causa, dalle quali dipende l'essenza di un atto,
non sono circostanze; ma condizioni implicite. Riguardo all'oggetto,
p. es., non si può dire che sia una circostanza del furto la roba altrui,
poiché appartiene all'essenza di esso; ma solo il fatto di essere molta o poca.
Lo stesso si dica delle altre circostanze desunte in rapporto alle altre cause.
Infatti il fine che determina la specie dell'atto non è una circostanza; lo è invece
un fine connesso. Non è una circostanza, p. es., che l'uomo forte agisca
con energia nell'esercizio della fortezza; lo è invece agire in tal modo
per la liberazione della città, o del popolo Cristiano, o per altri motivi del genere.
Lo stesso vale per il che cosa: infatti non è circostanza di un lavaggio,
il fatto che uno versando l'acqua su una persona, la lavi;
lo è invece il fatto di raffreddarla o di riscaldarla, di sanarla o di farle del male.
ARTICOLO 4
Se le principali circostanze siano il perché e le cose in cui si estrinseca l'operazione
SEMBRA che le principali circostanze non siano, come vorrebbe Aristotele,
il perché e le cose in cui si estrinseca l'operazione. Infatti:
1. Le cose in cui si
estrinseca l'operazione sembrano essere il luogo e il tempo:
circostanze queste che non sembrano affatto principali,
essendo le più estrinseche all'atto. Dunque le cose in cui si estrinseca
l'operazione non sono tra le circostanze principali.
2. Il fine è anch'esso estrinseco alla cosa. Perciò non può essere una
delle principali circostanze.
3. Ciò che è principalissimo in ogni genere di cose è causa e forma
di esso. Invece causa dell'atto è la persona che agisce; e forma di
un'azione è il modo di essa. Dunque queste due ultime (chi, in che modo)
sembrano essere le circostanze principali.
IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno (o meglio, Nemesio) scrive, che
"le principali circostanze sono il fine per cui si agisce, e quello che si
fa".
RISPONDO: Gli atti si chiamano propriamente umani in quanto
sono volontari, come abbiamo visto. Ora, movente e oggetto della
volontà è il fine. Perciò la principale tra tutte le circostanze è
quella che riguarda l'atto in rapporto al fine, cioè il perché: al secondo
posto c'è la circostanza che riguarda l'essenza stessa dell'atto,
cioè il che si fa. Le altre circostanze sono più o meno importanti,
secondo che si avvicinano più o meno ad esse.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Le cose in cui si estrinseca l'operazione
per il Filosofo non sono il tempo e il luogo, ma le circostanze annesse
all'atto medesimo. Difatti S. Gregorio Nisseno (cioè Nemesio),
quasi commentando questa espressione del Filosofo, parla di "quello che si
fa".
2. Il fine, pur non appartenendo all'essenza dell'atto, ne è tuttavia
la causa principalissima in quanto spinge ad agire.
Perciò l'atto deriva la sua specie morale soprattutto dal fine.
3. La persona che agisce è causa dell'azione perché mossa dal fine;
e principalmente in forza di quest'ultimo è ordinata all'atto.
Invece le altre condizioni della persona non sono ordinate all'atto
così direttamente. - Il modo poi non è la forma costitutiva dell'atto,
infatti la sua forma è data dall'oggetto, ovvero dal termine o fine;
il modo è piuttosto una qualità accidentale.
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