Il Santo Rosario
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Questione 69

Le beatitudini

Passiamo a parlare delle beatitudini.
Sul tema indicato tratteremo quattro argomenti: 1. Se le beatitudini siano distinte dai doni e dalle virtù; 2. Se i premi promessi nelle beatitudini appartengano a questa vita; 3. Il numero delle beatitudini; 4. La convenienza dei premi che ad esse corrispondono.

ARTICOLO 1

Se le beatitudini siano distinte dalle virtù e dai doni

SEMBRA che le beatitudini non siano distinte dalle virtù e dai doni. Infatti:
1. S. Agostino nel commentare il discorso della montagna attribuisce le beatitudini enumerate in S. Matteo ai doni dello Spirito Santo; e S. Ambrogio commentando S. Luca attribuisce le beatitudini che ivi si trovano alle quattro virtù cardinali. Dunque le beatitudini non si distinguono dalle virtù e dai doni.
2. La volontà umana non ha che due regole, come sopra abbiamo visto, e cioè: la ragione e la legge eterna. Ora, le virtù assicurano la perfezione dell'uomo in ordine alla ragione; e i doni in ordine alla legge eterna dello Spirito Santo, secondo le spiegazioni date. Quindi non può esserci qualche altra cosa che rientra nella rettitudine della volontà umana all'infuori delle virtù e dei doni. Dunque le beatitudini non si distinguono da essi.
3. Nella enumerazione delle beatitudini troviamo la mitezza, la giustizia e la misericordia; le quali sono pure delle virtù. Perciò le beatitudini non si distinguono dalle virtù e dai doni.

IN CONTRARIO: Tra le beatitudini sono enumerate cose, come la povertà, il pianto e la pace, che non sono né virtù né doni. Perciò le beatitudini sono distinte dalle virtù e dai doni.

RISPONDO: Come già abbiamo detto, la beatitudine è l'ultimo fine della vita umana. Ora, per la speranza che uno ha di raggiungere la beatitudine, si può dire che ha già conseguito il fine: infatti, come si esprime il Filosofo, "i fanciulli si dicono beati per la speranza"; e a detta dell'Apostolo: "Nella speranza siamo stati fatti salvi". Ora, la speranza di raggiungere il fine nasce dal fatto che uno cammina come si conviene e si avvicina ad esso: e questo avviene mediante qualche atto. Ma al fine della beatitudine ci s'incammina e ci si avvicina mediante gli atti delle virtù; e specialmente con gli atti dei doni se parliamo della beatitudine eterna, per la quale non basta la ragione, ché ad essa conduce lo Spirito Santo, i cui comandi e ispirazioni siamo predisposti a seguire mediante i doni. Perciò le beatitudini si differenziano dalle virtù e dai doni, non come abiti da essi distinti, ma come gli atti si distinguono dagli abiti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Agostino ed Ambrogio attribuiscono le beatitudini ai doni e alle virtù, come gli atti si attribuiscono ai loro abiti. I doni però sono superiori alle virtù cardinali, come abbiamo visto. Perciò S. Ambrogio, spiegando le beatitudini presentate alle turbe (secondo la redazione di S. Luca), le attribuisce alle virtù cardinali; invece S. Agostino, spiegando le beatitudini presentate sul monte ai discepoli, che erano più perfetti (redazione di S. Matteo), le attribuisce ai doni dello Spirito Santo.
2. L'argomento prova soltanto che non ci sono altri abiti, chiamati a mettere ordine nella vita umana, oltre le virtù e i doni.
3. La mitezza si considera come atto della mansuetudine: lo stesso si dica della giustizia e della misericordia. E sebbene queste sembrino essere virtù, tuttavia, sono attribuite ai doni, poiché anche i doni, secondo le spiegazioni date, predispongono l'uomo a tutti quegli atti cui lo predispongono le virtù.

ARTICOLO 2

Se i premi assegnati alle beatitudini appartengano a questa vita

SEMBRA che i premi assegnati alle beatitudini non appartengano a questa vita. Infatti:
1. Alcuni, come abbiamo visto, si dicono beati per la speranza del premio. Ma l'oggetto della speranza è la beatitudine futura. Dunque i premi indicati appartengono alla vita futura.
2. In S. Luca troviamo delle pene contrapposte alle beatitudini: "Guai a voi che siete satolli, perché patirete la fame. Guai a voi che ora ridete, perché piangerete e gemerete". Ma queste pene non si riferiscono a questa vita; poiché spesso gli uomini qui non vengono puniti, come Giobbe notava: "Consumano nella felicità i loro giorni". Perciò neppure i premi delle beatitudini appartengono alla vita presente.
3. Il regno dei cieli, assegnato come premio della povertà, è la beatitudine celeste, come afferma S. Agostino. Anche la sazietà completa non si avrà che nella vita futura, secondo l'espressione del Salmo: "Mi sazierò all'apparire della tua gloria". Così pure la visione di Dio e la manifestazione della nostra figliolanza divina appartengono alla vita futura, come dice S. Giovanni: "Noi siamo ora figlioli di Dio; ma non è ancora manifesto quello che noi saremo. Sappiamo che quando si manifesterà, saremo simili a lui: perché lo vedremo come egli è". Dunque i premi suddetti appartengono alla vita futura.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "In questa vita è possibile vedere il compimento di queste promesse, come le crediamo adempiute negli Apostoli. Poiché quella trasmutazione totale in forma di angeli, che è promessa dopo questa vita, non si può spiegare con nessuna parola".

RISPONDO: A proposito di questi premi gli espositori della Sacra Scrittura si sono espressi in vari sensi. Infatti alcuni, come S. Ambrogio, affermano che tutti questi premi appartengono alla futura beatitudine. S. Agostino invece sostiene che appartengono alla vita presente. Il Crisostomo poi afferma che alcuni di essi appartengono alla vita futura, e altri alla vita presente.
Per chiarire la cosa, si deve notare che la speranza della futura beatitudine può trovarsi in noi in due maniere: primo, mediante una preparazione o disposizione alla futura beatitudine, sotto forma di merito; secondo, mediante un inizio imperfetto della futura beatitudine, attuato nei santi anche in questa vita. Per portare un esempio la speranza della fruttificazione di un albero quando esso si copre di foglie, è diversa da quella determinata dall'apparire dei frutti incipienti.
Perciò quanto nelle beatitudini è accennato come merito, costituisce una preparazione o disposizione alla beatitudine, perfetta o iniziale. Quanto invece è presentato come premio può essere, o la stessa beatitudine perfetta, e allora appartiene alla vita futura; oppure un inizio di beatitudine, come avviene nei santi, e allora il premio appartiene alla vita presente. Infatti quando uno comincia a progredire negli atti delle virtù e dei doni, di lui si può sperare che raggiungerà la perfezione come viatore, e come cittadino del cielo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La speranza ha per oggetto la beatitudine futura come ultimo fine; ma può avere per oggetto anche l'aiuto della grazia, quale mezzo per raggiungerla, secondo l'espressione del Salmo: "In Dio ha sperato il mio cuore, e fui soccorso".
2. I malvagi, sebbene talora non soffrano in questa vita pene temporali, soffrono tuttavia quelle spirituali. Perciò S. Agostino diceva: "Hai comandato, o Signore, e così è, che l'animo disordinato sia pena a se stesso". E il Filosofo afferma dei malvagi, che "la loro anima è in lite, e una cosa la trascina da una parte e una dall'altra": e conclude: "Ora, se è cosa tanto miserabile essere malvagi, bisogna fuggire con forza la cattiveria". - Parimente i buoni, sebbene in questa vita non ricevano talora dei premi materiali, tuttavia non mancano mai di quelli spirituali; secondo le parole evangeliche: "Riceverete il centuplo anche in questo tempo".
3. Tutti i premi ricordati saranno perfetti nella vita futura: ma intanto anche in questa vita hanno in qualche modo un inizio. Infatti per regno dei cieli, come dice S. Agostino, si può intendere l'inizio della sapienza perfetta, in quanto in essi (nei giusti) incomincia a regnare lo spirito. Il possedere la terra può indicare gli affetti buoni dell'anima che riposa col desiderio nella stabilità e sicurezza dell'eredità eterna, indicata col termine terra. Inoltre (i giusti) sono consolati in questa vita, col partecipare lo Spirito Santo, chiamato appunto Paraclito, ossia Consolatore. Sono poi saziati anche in questa vita con quel cibo di cui disse il Signore: "Mio cibo è fare la volontà del Padre mio". E ancora in questa vita gli uomini ricevono la misericordia di Dio. E possono in qualche modo vedere Dio, con l'occhio purificato dal dono dell'intelletto. Così pure coloro che in questa vita pacificano le loro passioni, avvicinandosi alla somiglianza con Dio, sono denominati figli di Dio. - Tuttavia queste cose saranno assai più perfette in patria.

ARTICOLO 3

Se l'enumerazione delle beatitudini sia esatta

SEMBRA che le beatitudini non siano ben enumerate. Infatti:
1. Le beatitudini sono attribuite ai doni, come abbiamo visto. Ora, ci sono dei doni, come la sapienza e l'intelletto, che appartengono alla vita contemplativa: invece non viene ricordata nessuna beatitudine per gli atti della vita contemplativa, ma tutte sono per quelli della vita attiva. Perciò l'enumerazione delle beatitudini è incompleta.
2. Alla vita attiva non solo appartengono i doni esecutivi; ma anche certi doni direttivi, come la scienza e il consiglio. Invece tra le beatitudini non c'è niente che direttamente appartenga all'atto della scienza o del consiglio. Dunque le beatitudini sono descritte in maniera insufficiente.
3. Tra i doni esecutivi della vita attiva è posto il timore che corrisponde alla povertà; mentre la pietà sembra corrispondere alla beatitudine della misericordia. Ma non c'è nulla che corrisponda direttamente alla fortezza. Dunque l'enumerazione delle beatitudini non è completa.
4. Nella Sacra Scrittura si parla di molte altre beatitudini: in Giobbe, p. es., sta scritto: "Beato l'uomo che da Dio è corretto"; e nel primo Salmo: "Beato l'uomo che non va secondo il consiglio degli empi"; e nei Proverbi: "Beato l'uomo che trova la sapienza". Perciò l'elenco delle beatitudini è insufficiente.
5. IN CONTRARIO: L'enumerazione pecca di prolissità. Infatti i doni dello Spirito Santo sono sette. E le beatitudini ricordate sono otto.
6. In S. Luca troviamo soltanto quattro beatitudini. Perciò è superfluo enumerarne sette o otto, come troviamo in S. Matteo.

RISPONDO: L'elenco di queste beatitudini è esattissimo. Per averne l'evidenza si consideri che l'uomo può seguire tre tipi di beatitudine: infatti alcuni riposero la beatitudine nella vita voluttuosa; altri nella vita attiva; e altri ancora nella vita contemplativa. Ora, queste tre beatitudini hanno rapporti differenti con la beatitudine futura, per la cui speranza meritiamo quaggiù il nome di beati. Infatti la beatitudine delle voluttà, perché falsa e contraria alla ragione, è un ostacolo per la beatitudine futura. Invece la beatitudine della vita attiva ne è una preparazione. E la beatitudine contemplativa, se perfetta, s'identifica essenzialmente con la beatitudine futura; se poi è imperfetta, ne è un preludio.
Ecco perché il Signore mise per prime delle beatitudini atte a rimuovere l'ostacolo della falsa beatitudine. Infatti questa vita voluttuosa consiste in due cose. Primo, nell'abbondanza dei beni esterni: ossia delle ricchezze, e degli onori. E da questi l'uomo viene distolto mediante le virtù, al punto di usarne con moderazione; o in maniera più eccellente mediante il dono, e cioè fino al punto di disprezzarle del tutto. Perciò troviamo come prima beatitudine: "Beati i poveri in spirito"; il che può riferirsi e all'abbandono delle ricchezze, e al disprezzo degli onori, attuato mediante l'umiltà. - Secondo, la vita voluttuosa consiste ancora nel seguire le proprie passioni, sia dell'irascibile, che del concupiscibile. Ora, è la virtù che mediante la regola della ragione distoglie l'uomo dal seguire le passioni dell'irascibile, perché in esse non ecceda: ma anche il dono interviene in modo più eccellente, a far sì che l'uomo, seguendo la volontà di Dio, sia liberato totalmente da esse. - Di qui la seconda beatitudine: "Beati i miti". - Inoltre la virtù ritrae l'uomo dal seguire le passioni del concupiscibile, usando moderatamente di esse: il dono invece interviene, se è necessario, eliminandole totalmente; anzi, se è necessario, volontariamente si carica di afflizioni. Ed ecco la terza beatitudine: "Beati quelli che piangono".
Invece la vita attiva consiste specialmente nei servizi che rendiamo al prossimo, sotto forma di doveri, o di benefici spontanei. Rispetto al primo compito la virtù ci predispone a non ricusare al prossimo quanto gli è dovuto: il che appartiene alla giustizia. Invece il dono ci induce a questo medesimo dovere con un affetto più grande: e cioè a compiere le opere della giustizia con desiderio ardente, come l'affamato e l'assetato desiderano il cibo e la bevanda. Ed abbiamo a questo punto la quarta beatitudine: "Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia". - Rispetto poi ai beneflci spontanei, la virtù ci induce a offrirli a coloro cui la ragione suggerisce di donare, e cioè agli amici e ai congiunti: il che spetta alla virtù della liberalità. Invece il dono, in ossequio a Dio, considera la sola necessità di coloro cui offre i suoi benefici gratuiti; secondo le parole evangeliche: "Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici o i tuoi fratelli..., ma chiama poveri, e storpi...". E questo è un atto di misericordia. Ecco perciò al suo posto la quinta beatitudine: "Beati i misericordiosi".
Le cose, flnalmente, che riguardano la vita contemplativa, o s'identificano con l'ultima beatitudine, o ne sono un preludio: perciò non sono ricordate tra le beatitudini come meriti, ma come premi. Invece sono ricordati come meriti gli effetti della vita attiva, che predispongono l'uomo alla vita contemplativa. Ora, è della vita attiva, relativamente alle virtù e ai doni in ordine alla perfezione dell'uomo in se stesso, la mondezza del cuore: vale a dire l'immunità dell'anima dall'inquinamento delle passioni. Ecco quindi la sesta beatitudine: "Beati i puri di cuore". - Invece per le virtù e i doni ordinati alla perfezione dell'uomo in rapporto al prossimo, effetto della vita attiva è la pace; secondo le parole di Isaia: "Opera della giustizia sarà la pace". Ecco allora la settima beatitudine: "Beati i pacifici".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli atti dei doni propri della vita attiva sono espressi (nelle beatitudini) dalle stesse opere meritorie; ma gli atti dei doni appartenenti alla vita contemplativa sono espressi dai premi, o ricompense, per la ragione già indicata. Infatti vedere Dio corrisponde al dono dell'intelletto; e conformarsi a Dio per una filiazione adottiva appartiene al dono della sapienza.
2. In ciò che riguarda la vita attiva la conoscenza non si cerca per se stessa, come nota anche Aristotele, ma per l'operazione. Ora, siccome le beatitudini implicano l'idea di rifinitura, non possono includere nel loro numero gli atti immediatamente eliciti dai doni direttivi della vita attiva; come sarebbe deliberare che è atto del consiglio, e il giudicare che è atto del dono di scienza: ma a codesti doni vengono piuttosto attribuiti gli atti operativi verso i quali essi dirigono, e così alla scienza è attribuito il piangere, e al consiglio aver misericordia.
3. Nell'attribuzione delle beatitudini ai doni due sono i criteri su cui possiamo fondarci. Il primo di essi è la somiglianza della materia (oggetto). E da questo lato le prime cinque beatitudini si possono attribuire tutte alla direzione della scienza e del consiglio. Invece quando si tratta dei doni esecutivi esse vengono spartite: cosicché la fame e la sete di giustizia, nonché la misericordia, appartengono al dono della pietà, il quale dispone l'uomo ai doveri verso gli altri; la mansuetudine al dono della fortezza, poiché a dire di S. Ambrogio, "alla fortezza spetta vincere l'ira e frenare l'indignazione", e d'altronde la fortezza riguarda le passioni dell'irascibile; la povertà invece e il pianto sono attribuiti al dono del timore, che ritrae l'uomo dai desideri e dai piaceri del mondo.
In secondo luogo possiamo prendere in considerazione nelle beatitudini le cause moventi di esse: e allora in parte bisogna variarne l'attribuzione. Infatti alla mansuetudine muove soprattutto la riverenza verso Dio; la quale appartiene al dono della pietà. Al pianto muove soprattutto la scienza, mediante la quale l'uomo conosce le miserie proprie, e quelle del mondo; secondo l'espressione dell'Ecclesiaste: "Chi aumenta il sapere aumenta il travaglio". Ad aver fame delle opere di giustizia muove soprattutto la fortezza d'animo. E ad aver misericordia muove specialmente il consiglio di Dio; secondo le parole di Daniele: "Piaccia il mio consiglio al re: riscattati con elemosina dai tuoi peccati, e dalle tue iniquità con beneficenze ai poveri". - S. Agostino segue questo criterio nell'attribuzione di cui parliamo.
4. È necessario che tutte le beatitudini esistenti nella Sacra Scrittura si riducano a queste, o rispetto alle opere meritorie (che raccomandano), o rispetto ai premi (che promettono): poiché tutte devono appartenere, o alla vita attiva, o alla vita contemplativa. Ecco infatti che la beatitudine: "Beato l'uomo che da Dio è corretto", appartiene alla beatitudine del pianto. E l'altra: "Beato l'uomo che non va secondo il consiglio degli empi", si riduce alla mondezza del cuore. La terza poi: "Beato l'uomo che trova la sapienza", appartiene al premio della settima beatitudine. Lo stesso si dica di tutte le altre che si potrebbero citare.
5. L'ottava beatitudine non è che una conferma e una manifestazione di tutte le precedenti. Poiché dal fatto che uno è confermato nella povertà di spirito, nella mansuetudine e in tutte le altre beatitudini, deriva il suo attaccamento a codeste opere buone nonostante tutte le persecuzioni. Perciò l'ottava beatitudine appartiene, in qualche modo, alle sette precedenti.
6. S. Luca riferisce il discorso del Signore come tenuto alle turbe. Per questo egli enumera le beatitudini secondo la capacità delle turbe, le quali conoscevano soltanto la beatitudine del piacere, terrena e temporale. Ecco perché il Signore con quattro beatitudini respinge quanto sembra costituire codesta falsa felicità. Prima di tutto l'abbondanza dei beni esteriori; che egli respinge con quelle parole: "Beati i poveri". - Secondo, il benessere del corpo per il cibo, la bevanda e altre cose simili; e questo viene respinto da quel passo: "Beati voi che avete fame". - Terzo, il benessere dell'uomo per la contentezza del cuore; che è riprovato dalla terza beatitudine: "Beati voi che ora piangete". - Quarto, il favore esterno degli uomini; che egli respinge col dire: "Sarete beati, quando gli uomini vi odieranno". - Oppure, come dice S. Ambrogio, "la povertà appartiene alla temperanza, che non cerca cose allettanti; la fame alla giustizia, poiché chi ha fame ha compassione, e chi compatisce soccorre; il pianto appartiene alla prudenza, che ha compito di compiangere le cose transitorie; il sopportare l'odio degli uomini appartiene alla fortezza".

ARTICOLO 4

Se i premi delle beatitudini siano al loro posto

SEMBRA che i premi delle beatitudini non siano al loro posto. Infatti:
1. Nel regno dei cieli, che è la vita eterna, sono contenuti tutti i beni. Perciò, posto come premio il regno dei cieli, era inutile aggiungere altro.
2. Il regno dei cieli è posto come premio, sia nella prima che nell'ottava beatitudine. Dunque, per lo stesso motivo, bisognava porlo in tutte.
3. A dire di S. Agostino, nelle beatitudini si procede salendo. Invece nei premi sembra che si proceda discendendo: infatti il possesso della terra è meno che il regno dei cieli. Quindi codesti premi non sono assegnati con criterio.

IN CONTRARIO: Sta l'autorità stessa del Signore, il quale ha proposto codesti premi.

RISPONDO: I premi in questione sono assegnati in maniera convenientissima, in base ai rapporti delle beatitudini con i tre tipi di felicità sopra indicati. Infatti le prime tre beatitudini derivano da altrettante ripulse per quanto costituisce la felicità del piacere: felicità questa che l'uomo desidera quando cerca quello che naturalmente si desidera non dove si deve, cioè in Dio, ma in cose temporali e caduche. Perciò i premi, o ricompense, delle prime tre beatitudini sono stabiliti in vista di quanto si cerca da alcuni nella felicità terrena. Infatti gli uomini cercano nei beni esterni, cioè nelle ricchezze e negli onori, una certa eccellenza ed abbondanza: e codeste cose sono incluse entrambe nel regno dei cieli, mediante il quale l'uomo raggiunge in Dio una vera eccellenza e abbondanza di beni. Perciò il Signore ha promesso il regno dei cieli ai poveri in spirito. - Inoltre gli uomini crudeli e prepotenti cercano di conquistare la sicurezza distruggendo i loro nemici. Perciò il Signore ha promesso ai miti il possesso sicuro e pacifico delia terra dei viventi: che sta a indicare la solidità dei beni eterni. - Gli uomini poi cercano di conseguire delle consolazioni, come rimedio ai travagli della vita presente, nelle concupiscenze e nei piaceri del mondo. Ed ecco che il Signore promette la consolazione a coloro che piangono.
Le due beatitudini che seguono appartengono alle opere della felicità (propria della vita) attiva, le quali opere spettano alle virtù che dispongono bene l'uomo verso il prossimo: ma l'amore disordinato del proprio bene fa ritrarre l'uomo dal compiere codeste opere. Perciò il Signore a queste beatitudini assegna come premio le cose per le quali gli uomini si ritraggono da quelle. Infatti alcuni si ritraggono dalle opere della giustizia, col non rendere ciò che devono, ma piuttosto togliendo le cose altrui, per saziarsi di beni temporali. Ed ecco che il Signore promette la sazietà a chi ha fame di giustizia. - Altri poi si ritraggono dalle opere di misericordia, per non immischiarsi nelle miserie altrui. Perciò ai misericordiosi il Signore ha promesso la misericordia, che dovrà liberarli da ogni miseria.
Finalmente le ultime due beatitudini appartengono alla felicità (della vita) contemplativa: per questo in esse vengono assegnati dei premi corrispondenti alle disposizioni poste come meriti. Infatti la purezza dell'occhio dispone a vedere chiaramente: ed ecco che ai mondi di cuore è promessa la visione di Dio. - Inoltre, il fatto di stabilire la pace, o in se stessi, o tra gli altri, mostra che un uomo è imitatore di Dio, il quale è il Dio dell'unità e della pace. Ed ecco che in premio viene concessa a lui la gloria della figliolanza divina, che consiste in una particolare unione con Dio mediante una sapienza perfetta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come insegna il Crisostomo tutti questi premi in realtà sono una cosa sola, cioè la beatitudine eterna, che l'intelletto umano non può comprendere. Perciò era necessario che questa ci venisse descritta mediante i diversi beni da noi conosciuti, osservando una corrispondenza con i meriti ai quali quei beni vengono attribuiti.
2. L'ottava beatitudine è una specie di conferma di tutte le beatitudini, e quindi ad essa si addicono i premi di tutte le beatitudini. Perciò si rifà da capo, per far capire che ad essa s'intendono attribuiti tutti i premi. - Oppure, si può rispondere con S. Ambrogio, che ai poveri di spirito è promesso il regno dei cieli quanto alla gloria dell'anima; mentre a chi soffre persecuzione è promesso (direttamente) quanto alla gloria del corpo.
3. Anche i premi sono ordinati tra loro come addizionati l'uno all'altro. Infatti possedere la terra del regno dei cieli è più che avere codesto regno: poiché delle cose che abbiamo, molte non le possediamo in modo stabile e pacifico. Inoltre essere consolati nel regno è più che averlo e possederlo: infatti molte cose le possediamo con dolore. Ancora, è cosa più grande essere saziati che semplicemente essere consolati: infatti la sazietà implica un'abbondanza di consolazione. La misericordia poi è superiore alla sazietà: in quanto uno riceve più di quello che poteva meritare o desiderare. Ma vedere Dio è una cosa ancora più grande: come è più grande in una reggia chi non solo in essa si nutre, ma gode della presenza del re. Però la dignità più sublime nella casa del re è quella di essere suo figlio.