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Questione
69
Le beatitudini
Passiamo a
parlare delle beatitudini.
Sul tema indicato tratteremo quattro argomenti: 1. Se le beatitudini
siano distinte dai doni e dalle virtù; 2. Se i premi promessi
nelle beatitudini appartengano a questa vita; 3. Il numero delle
beatitudini; 4. La convenienza dei premi che ad esse corrispondono.
ARTICOLO
1
Se le beatitudini siano distinte dalle virtù e dai doni
SEMBRA che le beatitudini non siano distinte dalle virtù e dai
doni. Infatti:
1. S. Agostino nel commentare il discorso della montagna attribuisce
le beatitudini enumerate in S. Matteo ai doni dello Spirito
Santo; e S. Ambrogio commentando S. Luca attribuisce le beatitudini
che ivi si trovano alle quattro virtù cardinali. Dunque le beatitudini
non si distinguono dalle virtù e dai doni.
2. La volontà umana non ha che due regole, come sopra abbiamo
visto, e cioè: la ragione e la legge eterna. Ora, le virtù assicurano
la perfezione dell'uomo in ordine alla ragione; e i doni in ordine
alla legge eterna dello Spirito Santo, secondo le spiegazioni date.
Quindi non può esserci qualche altra cosa che rientra nella rettitudine
della volontà umana all'infuori delle virtù e dei doni.
Dunque le beatitudini non si distinguono da essi.
3. Nella enumerazione delle beatitudini troviamo la mitezza, la
giustizia e la misericordia; le quali sono pure delle virtù. Perciò
le beatitudini non si distinguono dalle virtù e dai doni.
IN CONTRARIO: Tra le beatitudini sono enumerate cose, come la
povertà, il pianto e la pace, che non sono né virtù né doni. Perciò
le beatitudini sono distinte dalle virtù e dai doni.
RISPONDO: Come già abbiamo detto, la beatitudine è l'ultimo fine
della vita umana. Ora, per la speranza che uno ha di raggiungere
la beatitudine, si può dire che ha già conseguito il fine: infatti,
come si esprime il Filosofo, "i fanciulli si dicono beati per la speranza";
e a detta dell'Apostolo: "Nella speranza siamo stati fatti salvi". Ora, la speranza di raggiungere il fine nasce dal fatto che
uno cammina come si conviene e si avvicina ad esso: e questo
avviene mediante qualche atto. Ma al fine della beatitudine ci s'incammina
e ci si avvicina mediante gli atti delle virtù; e specialmente
con gli atti dei doni se parliamo della beatitudine eterna,
per la quale non basta la ragione, ché ad essa conduce lo Spirito
Santo, i cui comandi e ispirazioni siamo predisposti a seguire mediante
i doni. Perciò le beatitudini si differenziano dalle virtù e
dai doni, non come abiti da essi distinti, ma come gli atti si distinguono
dagli abiti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Agostino ed Ambrogio attribuiscono
le beatitudini ai doni e alle virtù, come gli atti si attribuiscono ai
loro abiti. I doni però sono superiori alle virtù cardinali, come abbiamo visto.
Perciò S. Ambrogio, spiegando le beatitudini presentate
alle turbe (secondo la redazione di S. Luca), le attribuisce alle
virtù cardinali; invece S. Agostino, spiegando le beatitudini presentate
sul monte ai discepoli, che erano più perfetti (redazione
di S. Matteo), le attribuisce ai doni dello Spirito Santo.
2. L'argomento prova soltanto che non ci sono altri abiti, chiamati
a mettere ordine nella vita umana, oltre le virtù e i doni.
3. La mitezza si considera come atto della mansuetudine: lo
stesso si dica della giustizia e della misericordia. E sebbene queste
sembrino essere virtù, tuttavia, sono attribuite ai doni, poiché anche
i doni, secondo le spiegazioni date, predispongono l'uomo a
tutti quegli atti cui lo predispongono le virtù.
ARTICOLO
2
Se i premi assegnati alle beatitudini appartengano a questa vita
SEMBRA che i premi assegnati alle beatitudini non appartengano
a questa vita. Infatti:
1. Alcuni, come abbiamo visto, si dicono beati per la speranza
del premio. Ma l'oggetto della speranza è la beatitudine futura.
Dunque i premi indicati appartengono alla vita futura.
2. In S. Luca troviamo delle pene contrapposte alle beatitudini:
"Guai
a voi che siete satolli, perché patirete la fame. Guai a voi
che ora ridete, perché piangerete e gemerete". Ma queste pene
non si riferiscono a questa vita; poiché spesso gli uomini qui non
vengono puniti, come Giobbe notava: "Consumano nella felicità i
loro giorni". Perciò neppure i premi delle beatitudini appartengono
alla vita presente.
3. Il regno dei cieli, assegnato come premio della povertà, è la
beatitudine celeste, come afferma S. Agostino. Anche la sazietà
completa non si avrà che nella vita futura, secondo l'espressione
del Salmo: "Mi sazierò all'apparire della tua gloria". Così pure
la visione di Dio e la manifestazione della nostra figliolanza divina
appartengono alla vita futura, come dice S. Giovanni: "Noi siamo
ora figlioli di Dio; ma non è ancora manifesto quello che noi saremo.
Sappiamo che quando si manifesterà, saremo simili a lui:
perché lo vedremo come egli è". Dunque i premi suddetti appartengono
alla vita futura.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"In questa vita è possibile
vedere il compimento di queste promesse, come le crediamo adempiute
negli Apostoli. Poiché quella trasmutazione totale in forma
di angeli, che è promessa dopo questa vita, non si può spiegare
con nessuna parola".
RISPONDO: A proposito di questi premi gli espositori della Sacra
Scrittura si sono espressi in vari sensi. Infatti alcuni, come S. Ambrogio,
affermano che tutti questi premi appartengono alla futura
beatitudine. S. Agostino invece sostiene che appartengono alla vita
presente. Il Crisostomo poi afferma che alcuni di essi appartengono
alla vita futura, e altri alla vita presente.
Per chiarire la cosa, si deve notare che la speranza della futura
beatitudine può trovarsi in noi in due maniere: primo, mediante
una preparazione o disposizione alla futura beatitudine, sotto forma
di merito; secondo, mediante un inizio imperfetto della futura
beatitudine, attuato nei santi anche in questa vita. Per portare un
esempio la speranza della fruttificazione di un albero quando esso
si copre di foglie, è diversa da quella determinata dall'apparire dei
frutti incipienti.
Perciò quanto nelle beatitudini è accennato come merito, costituisce
una preparazione o disposizione alla beatitudine, perfetta o
iniziale. Quanto invece è presentato come premio può essere, o la
stessa beatitudine perfetta, e allora appartiene alla vita futura;
oppure un inizio di beatitudine, come avviene nei santi, e allora
il premio appartiene alla vita presente. Infatti quando uno comincia
a progredire negli atti delle virtù e dei doni, di lui si può
sperare che raggiungerà la perfezione come viatore, e come cittadino
del cielo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La speranza ha per oggetto la beatitudine
futura come ultimo fine; ma può avere per oggetto anche
l'aiuto della grazia, quale mezzo per raggiungerla, secondo l'espressione
del Salmo: "In Dio ha sperato il mio cuore, e fui soccorso".
2. I malvagi, sebbene talora non soffrano in questa vita pene
temporali, soffrono tuttavia quelle spirituali. Perciò S. Agostino
diceva: "Hai comandato, o Signore, e così è, che l'animo disordinato
sia pena a se stesso". E il Filosofo afferma dei malvagi, che "la
loro anima è in lite, e una cosa la trascina da una parte e una dall'altra": e
conclude: "Ora, se è cosa tanto miserabile essere malvagi, bisogna
fuggire con forza la cattiveria". - Parimente i
buoni, sebbene in questa vita non ricevano talora dei premi materiali,
tuttavia non mancano mai di quelli spirituali; secondo le parole
evangeliche: "Riceverete il centuplo anche in questo tempo".
3. Tutti i premi ricordati saranno perfetti nella vita futura: ma
intanto anche in questa vita hanno in qualche modo un inizio. Infatti
per regno dei cieli, come dice S. Agostino, si può intendere
l'inizio della sapienza perfetta, in quanto in essi (nei giusti) incomincia
a regnare lo spirito. Il possedere la terra può indicare gli
affetti buoni dell'anima che riposa col desiderio nella stabilità e
sicurezza dell'eredità eterna, indicata col termine terra. Inoltre
(i giusti) sono consolati in questa vita, col partecipare lo Spirito
Santo, chiamato appunto Paraclito, ossia Consolatore. Sono poi
saziati anche in questa vita con quel cibo di cui disse il Signore: "Mio
cibo è fare la volontà del Padre mio". E ancora in questa
vita gli uomini ricevono la misericordia di Dio. E possono in qualche
modo vedere Dio, con l'occhio purificato dal dono dell'intelletto.
Così pure coloro che in questa vita pacificano le loro passioni,
avvicinandosi alla somiglianza con Dio, sono denominati figli
di Dio. - Tuttavia queste cose saranno assai più perfette in patria.
ARTICOLO
3
Se l'enumerazione delle beatitudini sia esatta
SEMBRA che le beatitudini non siano ben enumerate. Infatti:
1. Le beatitudini sono attribuite ai doni, come abbiamo visto.
Ora, ci sono dei doni, come la sapienza e l'intelletto, che appartengono
alla vita contemplativa: invece non viene ricordata nessuna
beatitudine per gli atti della vita contemplativa, ma tutte
sono per quelli della vita attiva. Perciò l'enumerazione delle beatitudini è
incompleta.
2. Alla vita attiva non solo appartengono i doni esecutivi; ma
anche certi doni direttivi, come la scienza e il consiglio. Invece tra
le beatitudini non c'è niente che direttamente appartenga all'atto
della scienza o del consiglio. Dunque le beatitudini sono descritte
in maniera insufficiente.
3. Tra i doni esecutivi della vita attiva è posto il timore che corrisponde
alla povertà; mentre la pietà sembra corrispondere alla
beatitudine della misericordia. Ma non c'è nulla che corrisponda
direttamente alla fortezza. Dunque l'enumerazione delle beatitudini
non è completa.
4. Nella Sacra Scrittura si parla di molte altre beatitudini: in
Giobbe, p. es., sta scritto: "Beato l'uomo che da Dio è corretto";
e nel primo Salmo: "Beato l'uomo che non va secondo il consiglio
degli empi"; e nei Proverbi: "Beato l'uomo che trova la sapienza".
Perciò l'elenco delle beatitudini è insufficiente.
5.
IN CONTRARIO: L'enumerazione pecca di prolissità. Infatti i doni
dello Spirito Santo sono sette. E le beatitudini ricordate sono otto.
6. In S. Luca troviamo soltanto quattro beatitudini. Perciò è superfluo
enumerarne sette o otto, come troviamo in S. Matteo.
RISPONDO: L'elenco di queste beatitudini è esattissimo. Per averne
l'evidenza si consideri che l'uomo può seguire tre tipi di beatitudine: infatti
alcuni riposero la beatitudine nella vita voluttuosa;
altri nella vita attiva; e altri ancora nella vita contemplativa. Ora,
queste tre beatitudini hanno rapporti differenti con la beatitudine
futura, per la cui speranza meritiamo quaggiù il nome di beati.
Infatti la beatitudine delle voluttà, perché falsa e contraria alla
ragione, è un ostacolo per la beatitudine futura. Invece la beatitudine
della vita attiva ne è una preparazione. E la beatitudine
contemplativa, se perfetta, s'identifica essenzialmente con la beatitudine
futura; se poi è imperfetta, ne è un preludio.
Ecco perché il Signore mise per prime delle beatitudini atte a rimuovere
l'ostacolo della falsa beatitudine. Infatti questa vita voluttuosa
consiste in due cose. Primo, nell'abbondanza dei beni
esterni: ossia delle ricchezze, e degli onori. E da questi l'uomo
viene distolto mediante le virtù, al punto di usarne con moderazione;
o in maniera più eccellente mediante il dono, e cioè fino al
punto di disprezzarle del tutto. Perciò troviamo come prima beatitudine: "Beati
i poveri in spirito"; il che può riferirsi e all'abbandono
delle ricchezze, e al disprezzo degli onori, attuato mediante
l'umiltà. - Secondo, la vita voluttuosa consiste ancora nel
seguire le proprie passioni, sia dell'irascibile, che del concupiscibile.
Ora, è la virtù che mediante la regola della ragione distoglie
l'uomo dal seguire le passioni dell'irascibile, perché in esse non
ecceda: ma anche il dono interviene in modo più eccellente, a far
sì che l'uomo, seguendo la volontà di Dio, sia liberato totalmente
da esse. - Di qui la seconda beatitudine: "Beati i miti". - Inoltre
la virtù ritrae l'uomo dal seguire le passioni del concupiscibile,
usando moderatamente di esse: il dono invece interviene, se è necessario,
eliminandole totalmente; anzi, se è necessario, volontariamente
si carica di afflizioni. Ed ecco la terza beatitudine: "Beati
quelli che piangono".
Invece la vita attiva consiste specialmente nei servizi che rendiamo
al prossimo, sotto forma di doveri, o di benefici spontanei. Rispetto
al primo compito la virtù ci predispone a non ricusare al
prossimo quanto gli è dovuto: il che appartiene alla giustizia. Invece
il dono ci induce a questo medesimo dovere con un affetto più
grande: e cioè a compiere le opere della giustizia con desiderio
ardente, come l'affamato e l'assetato desiderano il cibo e la bevanda.
Ed abbiamo a questo punto la quarta beatitudine: "Beati
coloro che hanno fame e sete della giustizia". - Rispetto poi ai
beneflci spontanei, la virtù ci induce a offrirli a coloro cui la ragione
suggerisce di donare, e cioè agli amici e ai congiunti: il che
spetta alla virtù della liberalità. Invece il dono, in ossequio a Dio,
considera la sola necessità di coloro cui offre i suoi benefici gratuiti;
secondo le parole evangeliche: "Quando fai un pranzo o una
cena, non invitare i tuoi amici o i tuoi fratelli..., ma chiama poveri,
e storpi...". E questo è un atto di misericordia. Ecco perciò al
suo posto la quinta beatitudine: "Beati i misericordiosi".
Le cose, flnalmente, che riguardano la vita contemplativa, o
s'identificano con l'ultima beatitudine, o ne sono un preludio: perciò
non sono ricordate tra le beatitudini come meriti, ma come
premi. Invece sono ricordati come meriti gli effetti della vita attiva,
che predispongono l'uomo alla vita contemplativa. Ora, è della
vita attiva, relativamente alle virtù e ai doni in ordine alla perfezione
dell'uomo in se stesso, la mondezza del cuore: vale a dire
l'immunità dell'anima dall'inquinamento delle passioni. Ecco quindi
la sesta beatitudine: "Beati i puri di cuore". - Invece per le
virtù e i doni ordinati alla perfezione dell'uomo in rapporto al
prossimo, effetto della vita attiva è la pace; secondo le parole di
Isaia: "Opera della giustizia sarà la pace". Ecco allora la settima
beatitudine: "Beati i pacifici".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli atti dei doni propri della vita
attiva sono espressi (nelle beatitudini) dalle stesse opere meritorie;
ma gli atti dei doni appartenenti alla vita contemplativa sono
espressi dai premi, o ricompense, per la ragione già indicata. Infatti
vedere Dio corrisponde al dono dell'intelletto; e conformarsi
a Dio per una filiazione adottiva appartiene al dono della sapienza.
2. In ciò che riguarda la vita attiva la conoscenza non si cerca
per se stessa, come nota anche Aristotele, ma per l'operazione. Ora,
siccome le beatitudini implicano l'idea di rifinitura, non possono
includere nel loro numero gli atti immediatamente eliciti dai doni
direttivi della vita attiva; come sarebbe deliberare che è atto del
consiglio, e il giudicare che è atto del dono di scienza: ma a codesti
doni vengono piuttosto attribuiti gli atti operativi verso i
quali essi dirigono, e così alla scienza è attribuito il piangere, e al
consiglio aver misericordia.
3. Nell'attribuzione delle beatitudini ai doni due sono i criteri su
cui possiamo fondarci. Il primo di essi è la somiglianza della materia (oggetto).
E da questo lato le prime cinque beatitudini si possono
attribuire tutte alla direzione della scienza e del consiglio. Invece
quando si tratta dei doni esecutivi esse vengono spartite: cosicché
la fame e la sete di giustizia, nonché la misericordia, appartengono
al dono della pietà, il quale dispone l'uomo ai doveri verso
gli altri; la mansuetudine al dono della fortezza, poiché a dire di
S. Ambrogio, "alla fortezza spetta vincere l'ira e frenare l'indignazione",
e d'altronde la fortezza riguarda le passioni dell'irascibile;
la povertà invece e il pianto sono attribuiti al dono del timore, che
ritrae l'uomo dai desideri e dai piaceri del mondo.
In secondo luogo possiamo prendere in considerazione nelle beatitudini
le cause moventi di esse: e allora in parte bisogna variarne
l'attribuzione. Infatti alla mansuetudine muove soprattutto
la riverenza verso Dio; la quale appartiene al dono della pietà. Al
pianto muove soprattutto la scienza, mediante la quale l'uomo conosce
le miserie proprie, e quelle del mondo; secondo l'espressione
dell'Ecclesiaste: "Chi aumenta il sapere aumenta il travaglio".
Ad aver fame delle opere di giustizia muove soprattutto la fortezza
d'animo. E ad aver misericordia muove specialmente il consiglio
di Dio; secondo le parole di Daniele: "Piaccia il mio consiglio al
re: riscattati con elemosina dai tuoi peccati, e dalle tue iniquità
con beneficenze ai poveri". - S. Agostino segue questo criterio nell'attribuzione
di cui parliamo.
4. È necessario che tutte le beatitudini esistenti nella Sacra Scrittura
si riducano a queste, o rispetto alle opere meritorie (che raccomandano),
o rispetto ai premi (che promettono): poiché tutte
devono appartenere, o alla vita attiva, o alla vita contemplativa.
Ecco infatti che la beatitudine: "Beato l'uomo che da Dio è corretto",
appartiene alla beatitudine del pianto. E l'altra: "Beato
l'uomo che non va secondo il consiglio degli empi", si riduce alla
mondezza del cuore. La terza poi: "Beato l'uomo che trova la sapienza",
appartiene al premio della settima beatitudine. Lo stesso
si dica di tutte le altre che si potrebbero citare.
5. L'ottava beatitudine non è che una conferma e una manifestazione
di tutte le precedenti. Poiché dal fatto che uno è confermato
nella povertà di spirito, nella mansuetudine e in tutte le altre beatitudini,
deriva il suo attaccamento a codeste opere buone nonostante
tutte le persecuzioni. Perciò l'ottava beatitudine appartiene,
in qualche modo, alle sette precedenti.
6. S. Luca riferisce il discorso del Signore come tenuto alle
turbe. Per questo egli enumera le beatitudini secondo la capacità
delle turbe, le quali conoscevano soltanto la beatitudine del piacere,
terrena e temporale. Ecco perché il Signore con quattro beatitudini
respinge quanto sembra costituire codesta falsa felicità.
Prima di tutto l'abbondanza dei beni esteriori; che egli respinge
con quelle parole: "Beati i poveri". - Secondo, il benessere del
corpo per il cibo, la bevanda e altre cose simili; e questo viene
respinto da quel passo: "Beati voi che avete fame". - Terzo, il benessere
dell'uomo per la contentezza del cuore; che è riprovato
dalla terza beatitudine: "Beati voi che ora piangete". - Quarto,
il favore esterno degli uomini; che egli respinge col dire: "Sarete
beati, quando gli uomini vi odieranno". - Oppure, come dice S.
Ambrogio, "la povertà appartiene alla temperanza, che non cerca
cose allettanti; la fame alla giustizia, poiché chi ha fame ha compassione,
e chi compatisce soccorre; il pianto appartiene alla prudenza,
che ha compito di compiangere le cose transitorie; il sopportare
l'odio degli uomini appartiene alla fortezza".
ARTICOLO 4
Se
i premi delle beatitudini siano al loro posto
SEMBRA che i premi delle beatitudini non siano al loro posto. Infatti:
1. Nel
regno dei cieli, che è la vita eterna, sono contenuti tutti i
beni. Perciò, posto come premio il regno dei cieli, era inutile aggiungere
altro.
2. Il regno dei cieli è posto come premio, sia nella prima che
nell'ottava beatitudine. Dunque, per lo stesso motivo, bisognava porlo
in tutte.
3. A dire di S. Agostino, nelle beatitudini si
procede salendo.
Invece nei premi sembra che si proceda discendendo: infatti il possesso
della terra è meno che il regno dei cieli. Quindi codesti premi
non sono assegnati con criterio.
IN CONTRARIO: Sta l'autorità stessa del Signore, il quale ha proposto
codesti premi.
RISPONDO: I premi in questione sono assegnati in maniera convenientissima,
in base ai rapporti delle beatitudini con i tre tipi di
felicità sopra indicati. Infatti le prime tre beatitudini derivano da
altrettante ripulse per quanto costituisce la felicità del piacere: felicità
questa che l'uomo desidera quando cerca quello che naturalmente
si desidera non dove si deve, cioè in Dio, ma in cose temporali
e caduche. Perciò i premi, o ricompense, delle prime tre beatitudini
sono stabiliti in vista di quanto si cerca da alcuni nella felicità terrena.
Infatti gli uomini cercano nei beni esterni, cioè nelle
ricchezze e negli onori, una certa eccellenza ed abbondanza: e codeste
cose sono incluse entrambe nel regno dei cieli, mediante il
quale l'uomo raggiunge in Dio una vera eccellenza e abbondanza
di beni. Perciò il Signore ha promesso il regno dei cieli ai poveri
in spirito. - Inoltre gli uomini crudeli e prepotenti cercano di conquistare
la sicurezza distruggendo i loro nemici. Perciò il Signore
ha promesso ai miti il possesso sicuro e pacifico delia terra dei viventi:
che sta a indicare la solidità dei beni eterni. - Gli uomini
poi cercano di conseguire delle consolazioni, come rimedio ai travagli
della vita presente, nelle concupiscenze e nei piaceri del mondo.
Ed ecco che il Signore promette la consolazione a coloro che piangono.
Le due beatitudini che seguono appartengono alle opere
della felicità
(propria della vita) attiva, le quali opere spettano alle virtù
che dispongono bene l'uomo verso il prossimo: ma l'amore disordinato
del proprio bene fa ritrarre l'uomo dal compiere codeste
opere. Perciò il Signore a queste beatitudini assegna come premio
le cose per le quali gli uomini si ritraggono da quelle. Infatti alcuni
si ritraggono dalle opere della giustizia, col non rendere ciò
che devono, ma piuttosto togliendo le cose altrui, per saziarsi di
beni temporali. Ed ecco che il Signore promette la sazietà a chi ha
fame di giustizia. - Altri poi si ritraggono dalle opere di misericordia,
per non immischiarsi nelle miserie altrui. Perciò ai misericordiosi
il Signore ha promesso la misericordia, che dovrà liberarli da
ogni miseria.
Finalmente le ultime due beatitudini appartengono alla felicità
(della vita) contemplativa: per questo in esse vengono assegnati
dei premi corrispondenti alle disposizioni poste come meriti. Infatti
la purezza dell'occhio dispone a vedere chiaramente: ed ecco che
ai mondi di cuore è promessa la visione di Dio. - Inoltre, il fatto di
stabilire la pace, o in se stessi, o tra gli altri, mostra che un uomo
è imitatore di Dio, il quale è il Dio dell'unità e della pace. Ed ecco
che in premio viene concessa a lui la gloria della figliolanza divina,
che consiste in una particolare unione con Dio mediante una sapienza perfetta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come insegna il Crisostomo tutti
questi premi in realtà sono una cosa sola, cioè la beatitudine eterna,
che l'intelletto umano non può comprendere. Perciò era necessario
che questa ci venisse descritta mediante i diversi beni da
noi conosciuti, osservando una corrispondenza con i meriti ai quali
quei beni vengono attribuiti.
2. L'ottava beatitudine è una specie di conferma di tutte le beatitudini,
e quindi ad essa si addicono i premi di tutte le beatitudini.
Perciò si rifà da capo, per far capire che ad essa s'intendono
attribuiti tutti i premi. - Oppure, si può rispondere con S. Ambrogio,
che ai poveri di spirito è promesso il regno dei cieli quanto alla
gloria dell'anima; mentre a chi soffre persecuzione è promesso (direttamente)
quanto alla gloria del corpo.
3. Anche i premi sono ordinati tra loro come addizionati l'uno
all'altro. Infatti possedere la terra del regno dei cieli è più che
avere codesto regno: poiché delle cose che abbiamo, molte non le
possediamo in modo stabile e pacifico. Inoltre essere consolati nel
regno è più che averlo e possederlo: infatti molte cose le possediamo
con dolore. Ancora, è cosa più grande essere saziati che
semplicemente essere consolati: infatti la sazietà implica un'abbondanza
di consolazione. La misericordia poi è superiore alla sazietà: in quanto
uno riceve più di quello che poteva meritare o desiderare.
Ma vedere Dio è una cosa ancora più grande: come è più
grande in una reggia chi non solo in essa si nutre, ma gode della
presenza del re. Però la dignità più sublime nella casa del re è
quella di essere suo figlio.
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