Il Santo Rosario
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Questione 68

I doni dello Spirito Santo

Passiamo ora a trattare dei doni.
Su questo tema si possono considerare otto argomenti: 1. Se i doni siano distinti dalle virtù; 2. La necessità dei doni; 3. Se i doni siano abiti; 4. Quali e quanti siano; 5. Se i doni siano connessi; 6. Se rimangano nella patria; 7. Loro confronto reciproco; 8. Loro confronto con le virtù.

ARTICOLO 1

Se i doni siano distinti dalle virtù

SEMBRA che i doni non siano distinti dalle virtù. Infatti:
1. Così S. Gregorio commenta quel passo di Giobbe: "Erano nati a lui sette figli": "Nascono a noi sette figli quando mediante la concezione di un pensiero buono, sorgono in noi le sette virtù dello Spirito Santo". E riporta quel testo di Isaia: "Si poserà su di lui lo spirito d'intelletto...", in cui sono enumerati i sette doni dello Spirito Santo. Dunque i sette doni dello Spirito Santo sono virtù.
2. S. Agostino spiegando quel testo evangelico, "Allora va a prendere sette altri spiriti...", afferma: "I sette vizi sono contrari alle sette virtù dello Spirito Santo", cioè ai sette doni. Ora, i sette vizi sono i contrari delle virtù comunemente dette. Perciò i doni non si distinguono dalle virtù comunemente dette.
3. Cose che hanno l'identica definizione sono identiche realmente. Ma la definizione della virtù si addice ai doni: infatti ogni dono è "una buona qualità dell'anima, mediante la quale si vive rettamente". Parimente, la definizione del dono si addice alle virtù infuse: infatti il dono, a dire del Filosofo, è "una donazione da non rendersi". Quindi le virtù e i doni non si distinguono.
4. La maggior parte delle cose enumerate tra i doni sono virtù. Infatti, come sopra abbiamo detto, sapienza, intelletto e scienza sono virtù intellettuali; il consiglio, poi, appartiene alla prudenza; la pietà è una specie della giustizia; e la fortezza è una virtù morale. Perciò è evidente che le virtù non sono distinte dai doni.

IN CONTRARIO: S. Gregorio distingue i sette doni, che raffigura nei sette figli di Giobbe, dalle tre virtù teologali, che egli vede adombrate nelle tre figlie di Giobbe. Inoltre distingue i medesimi sette doni dalle quattro virtù cardinali, che secondo lui sono indicate dai quattro angoli della casa.

RISPONDO: Se parliamo dei doni e delle virtù stando al significato del loro nome, non vi troviamo nessuna opposizione reciproca. Infatti la nozione di virtù è desunta dal fatto che essa potenzia l'uomo perché possa operare il bene, come abbiamo già detto: mentre la nozione di dono è desunta dal rapporto con la causa da cui essa deriva. Ora, niente impedisce che quanto deriva da altri come dono, sia potenziamento di un dato essere a ben operare: specialmente se pensiamo che certe virtù sono infuse in noi da Dio, come si è visto. Perciò da questo lato i doni non possono distinguersi dalle virtù. Ecco perché alcuni pensarono che i doni non dovessero essere distinti dalle virtù. - Essi però non sono in grado di sciogliere una non minore difficoltà: essi cioè devono spiegare come mai siano chiamati doni alcune virtù soltanto, e non tutte; e come mai siano computate tra i doni cose, come il timore, le quali non sono da computare tra le virtù.
Perciò altri hanno affermato che i doni vanno distinti dalle virtù; ma non sono riusciti a trovare una causa plausibile della distinzione, cioè una qualità comune alle virtù, e in nessun modo ai doni, o viceversa. Infatti alcuni, considerando che fra i sette doni quattro appartengono alla ragione, cioè sapienza, scienza, intelletto e consiglio; e tre alle potenze appetitive, cioè fortezza, pietà e timore; affermarono che i doni avrebbero rafforzato il libero arbitrio in quanto facoltà della ragione, le virtù invece lo avrebbero potenziato come facoltà della volontà: poiché per costoro due sole sarebbero state le virtù della ragione, o intelletto, cioè fede e prudenza, mentre le altre si sarebbero trovate nelle potenze appetitive o affettive. - Ma se questa distinzione avesse valore, bisognerebbe che tutte le virtù si trovassero nelle potenze appetitive, e tutti i doni nella ragione.
Altri poi, osservando l'affermazione di S. Gregorio, per il quale "il dono dello Spirito Santo, che nell'anima a lui soggetta forma la temperanza, la prudenza, la giustizia e la fortezza; la difende poi con i sette doni contro le varie tentazioni", affermarono che le virtù sono ordinate a ben operare, i doni invece a resistere alle tentazioni. - Ma questa distinzione non basta. Poiché anche le virtù resistono alle tentazioni contrarie, che inducono al peccato: infatti ogni cosa per natura fa resistenza al suo contrario. Il che è evidente specialmente nella carità, di cui sta scritto: "Le molte acque non valgono a spegnere la carità".
Altri invece, osservando che questi doni sono nominati dalla Scrittura come esistenti in Cristo, hanno insegnato che le virtù sono ordinate semplicemente a ben operare; mentre i doni sono ordinati a conformarci a Cristo, specialmente nelle sue sofferenze; poiché specialmente nella sua passione risplendettero codesti doni. - Ma anche questo non basta. Poiché il Signore stesso ci esorta a imitarlo specialmente nell'umiltà e nella mitezza: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore"; e nella carità: "Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati". E queste virtù rifulsero anch'esse in maniera particolare nella passione di Cristo.
Perciò, per distinguere i doni dalle virtù, dobbiamo seguire il modo di esprimersi della Scrittura, dalla quale ci vengono presentati non sotto il nome di doni ma piuttosto sotto quello di spiriti; così infatti si esprime Isaia: "Si poserà su di lui lo spirito di sapienza e di intelletto...". Dalle quali parole si può capire facilmente che queste sette cose sono là enumerate come conferite a noi per ispirazione divina. E ispirazione indica sempre una mozione dall'esterno. Si deve qui ricordare che nell'uomo si danno due principi di moto: il primo, interiore, è la ragione; il secondo, esterno, è Dio, come sopra si disse; e questo è affermato anche dal Filosofo.
Ora, è evidente che quanto viene mosso deve essere proporzionato al suo motore: e la disposizione ad essere ben mosso dal proprio motore, è la perfezione del mobile come tale. Perciò quanto più alta è la causa movente, tanto più si esige che il soggetto mobile sia predisposto da una disposizione più perfetta: vediamo infatti che più alta è la dottrina da apprendere, e più il discepolo deve essere meglio preparato. Ora, è evidente che le virtù umane potenziano l'uomo (solo) in quanto è fatto per assecondare la mozione della ragione nei suoi atti interni ed esterni. Perciò è necessario che esistano in lui perfezioni più alte, per essere da esse predisposto alla mozione divina. E queste perfezioni sono chiamate doni: non solo perché sono infuse da Dio; ma perché da esse l'uomo viene disposto ad assecondare con prontezza le ispirazioni divine, secondo l'espressione di Isaia: "Il Signore mi ha aperto l'orecchio; e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro". Il Filosofo stesso notava che coloro i quali sono mossi per istinto divino, non hanno bisogno di deliberare secondo la ragione umana, ma devono seguire l'istinto interiore: poiché sono mossi da un principio superiore alla ragione umana. - È questa la tesi di chi afferma che i doni abilitano l'uomo ad atti più nobili degli atti dovuti alle virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I suddetti doni talora sono denominati virtù, secondo la nozione generica di virtù. Essi però hanno delle particolarità superiori al concetto comune di virtù, per il fatto che sono delle virtù divine, le quali predispongono l'uomo alla mozione di Dio. Perciò il Filosofo al di sopra della virtù comune pone una virtù "eroica" o "divina", in forza della quale alcuni si dicono "uomini divini".
2. I vizi, in quanto contrastano col bene della ragione, sono contrari alle virtù; ma in quanto contrastano con l'ispirazione divina, sono contrari ai doni. Infatti ciò che è contrario a Dio è contrario anche alla ragione, il cui lume deriva da Dio.
3. La definizione suddetta spetta alla virtù nella sua accezione comune. Perciò, se vogliamo restringere la definizione alle sole virtù in quanto distinte dai doni, diremo che l'espressione, "mediante la quale si vive rettamente", va intesa della vita condotta secondo la regola della ragione. - Parimente possiamo dire che il dono, come distinto dalla virtù infusa, è quanto viene dato da Dio in ordine alla mozione di lui medesimo; è cioè quanto rende l'uomo ben disposto a seguirne gli impulsi.
4. La sapienza è virtù intellettuale, in quanto procede da un giudizio della ragione; ed è dono, in quanto opera sotto l'ispirazione divina. Lo stesso si dica delle altre cose.

ARTICOLO 2

Se i doni siano necessari all'uomo per salvarsi

SEMBRA che i doni non siano necessari all'uomo per salvarsi. Infatti:
1. I doni sono ordinati a una perfezione superiore alla comune perfezione delle virtù. Ora, non è necessario all'uomo per salvarsi il conseguimento di codesta perfezione, che sorpassa lo stato comune di virtù; poiché codesta perfezione non è di precetto, ma solo di consiglio. Dunque i doni non sono necessari all'uomo per salvarsi.
2. Per la salvezza basta che un uomo sia ben disposto rispetto alle cose divine e a quelle umane. Ma l'uomo è ben disposto rispetto alle cose divine mediante le virtù teologali; e rispetto alle cose umane mediante le virtù morali. Perciò i doni non sono necessari all'uomo per la salvezza.
3. S. Gregorio insegna, che "lo Spirito Santo dona la sapienza come rimedio contro la stoltezza, l'intelletto contro l'ottusità, il consiglio contro la precipitazione, la fortezza contro il timore, la scienza contro l'ignoranza, la pietà contro la durezza, il timore contro la superbia". Ma a togliere tutti questi mali bastano le virtù. Quindi i doni non sono necessari all'uomo per salvarsi.

IN CONTRARIO: Tra i doni il più alto è la sapienza, il più basso è il timore. Ora, sia l'uno che l'altro sono necessari per salvarsi; poiché della sapienza sta scritto: "Dio non ama, se non chi coabita con la sapienza"; e del timore: "Chi è senza timore non potrà esser giustificato". Perciò anche gli altri doni intermedi sono necessari per salvarsi.

RISPONDO: Come abbiamo detto, i doni sono perfezioni mediante le quali l'uomo viene predisposto ad assecondare l'ispirazione divina. Perciò nelle cose in cui non bastano i suggerimenti della ragione, ma si richiedono quelli dello Spirito Santo, i doni sono indispensabili.
Ora, la ragione umana in due modi viene da Dio condotta a perfezione: primo, con una perfezione di natura, cioè mediante la luce naturale della ragione; secondo, con una perfezione soprannaturale, mediante le virtù teologali, come sopra abbiamo spiegato. Sebbene, però, questa seconda perfezione sia superiore alla prima, la prima è posseduta dall'uomo più perfettamente della seconda: poiché della prima egli ha come il pieno possesso, della seconda invece ha un possesso imperfetto; infatti noi conosciamo e amiamo Dio imperfettamente. Ora, è evidente che ogni essere il quale possieda perfettamente una natura, una forma, o una virtù, può da se stesso agire in conformità con essa: senza escludere però l'azione di Dio, il quale opera interiormente in ogni natura e volontà. Invece l'essere che possiede imperfettamente una natura, una forma, o una virtù, non può agire da se stesso, senza la mozione di un altro. Il sole, p. es., essendo perfettamente luminoso, può illuminare da se stesso: la luna invece, in cui la luce è in uno stato imperfetto, non illumina se non è illuminata. Così il medico, il quale conosce perfettamente l'arte medica, può agire da se stesso: ma un suo allievo, che non è pienamente istruito, non può agire da sé, senza essere guidato da lui.
Ecco quindi che, rispetto alle cose soggette alla ragione umana, cioè in ordine al suo fine connaturale, l'uomo può agire mediante il giudizio della ragione. Se poi anche in questo un uomo viene aiutato da Dio con un'ispirazione speciale, ciò si deve a una sovrabbondanza della bontà divina: infatti, secondo i filosofi, non tutti quelli che hanno le virtù morali acquisite hanno le virtù eroiche o divine. - Ma in ordine al fine soprannaturale, verso cui muove la ragione in quanto imperfettamente formata dalle virtù teologali, non basta la mozione della ragione stessa, senza l'ispirazione e la mozione dello Spirito Santo; secondo le parole di S. Paolo: "Quanti sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio; e se figli anche eredi"; e secondo l'espressione del Salmo: "Il tuo buono Spirito mi guiderà verso la terra dei giusti"; poiché nessuno può conseguire l'eredità della terra dei beati, senza la mozione e la guida dello Spirito Santo. Perciò per conseguire quel fine è necessario che l'uomo abbia i doni dello Spirito Santo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I doni sorpassano la comune perfezione delle virtù non per il genere delle opere, cioè non come i consigli sorpassano i precetti: ma per il modo di agire, il quale deriva da un principio più alto.
2. Per la ragione già data, le virtù teologali e morali non possono mai portare l'uomo a tanta perfezione in ordine all'ultimo fine, da non aver più bisogno di un'ispirazione dello Spirito Santo.
3. La ragione umana non è in grado, né di conoscere, né di compiere tutte le cose, sia che si consideri perfetta per una perfezione naturale, sia che si consideri perfetta per le virtù teologali. Essa quindi non è in grado di respingere sempre la stoltezza e gli altri difetti ricordati da S. Gregorio. Dio invece, alla cui scienza e al cui potere tutte le cose sono soggette, con la sua mozione ci rende immuni da ogni stoltezza, ignoranza, ottusità, durezza, e da tutti gli altri difetti. Perciò si dice che i doni dello Spirito Santo, i quali ci rendono pronti ad assecondarne gli impulsi, sono dati contro codesti difetti.

ARTICOLO 3

Se i doni dello Spirito Santo siano abiti

SEMBRA che i doni dello Spirito Santo non siano abiti. Infatti:
1. L'abito è una qualità stabile nell'uomo: poiché, come dice Aristotele, è "una qualità difficile a muoversi". Ora, è una prerogativa di Cristo possedere stabilmente i doni dello Spirito Santo, secondo le parole di Isaia. E in S. Giovanni si legge: "Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo": parole queste che S. Gregorio così commenta: "In tutti i fedeli viene lo Spirito Santo; ma soltanto nel Mediatore rimane sempre in modo singolare". Dunque i doni dello Spirito Santo non sono abiti.
2. Si è detto che i doni dello Spirito Santo predispongono immediatamente l'uomo a subire l'impulso dello Spirito di Dio. Ma l'uomo in quanto subisce l'impulso dello Spirito di Dio, rispetto a lui è come uno strumento. Ora, non si richiede che lo strumento, bensì l'agente principale, sia predisposto mediante un abito. Perciò i doni dello Spirito Santo non sono abiti.
3. I doni sono dovuti all'ispirazione divina come il dono della profezia. Ma la profezia non è un abito: infatti, a dire di S. Gregorio, "non sempre lo spirito di profezia si trova nei profeti". Quindi neppure i doni dello Spirito Santo sono abiti.

IN CONTRARIO: Il Signore disse ai suoi discepoli, parlando dello Spirito Santo: "Dimorerà in voi, e sarà in voi". Ora, lo Spirito Santo non viene a stare in un uomo senza i suoi doni. Perciò i suoi doni rimangono nell'uomo. E quindi non sono soltanto atti, o passioni, ma anche abiti permanenti.

RISPONDO: Abbiamo detto che i doni sono delle perfezioni che dispongono l'uomo a ben assecondare gli impulsi dello Spirito Santo. Ora, è evidente, dalle spiegazioni date in precedenza, che le virtù morali costituiscono la perfezione delle potenze appetitive, in quanto queste partecipano in qualche modo della ragione, cioè in quanto son fatte per assecondarne il comando. Ebbene il rapporto che i doni hanno con l'uomo nei confronti dello Spirito Santo, è identico a quello delle virtù morali con le potenze appetitive nei confronti della ragione. Ora, le virtù morali sono abiti che predispongono le potenze appetitive ad obbedire prontamente alla ragione. Perciò anche i doni dello Spirito Santo sono abiti, che servono a predisporre l'uomo ad obbedire prontamente allo Spirito Santo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La difficoltà è risolta da S. Gregorio stesso, il quale aggiunge che "lo Spirito Santo rimane sempre in tutti gli eletti con quei doni, senza i quali non si può giungere alla vita: mentre non rimane sempre con gli altri". Ora, come abbiamo spiegato, i sette doni sono necessari per la salvezza. Dunque lo Spirito Santo rimane sempre con essi nei santi.
2. L'argomento vale per gli strumenti che non hanno la capacità di operare, ma solo quella di essere adoperati. Ora, l'uomo non è uno strumento di questo genere; poiché lo Spirito Santo lo muove in maniera, da farlo anche operare, in quanto dotato di libero arbitrio. Perciò ha bisogno di abiti (operativi).
3. La profezia è uno dei doni ordinati alla manifestazione dello Spirito, i quali non sono necessari alla salvezza. Perciò il confronto non regge.

ARTICOLO 4

Se sia esatta l'enumerazione dei sette doni dello Spirito Santo

SEMBRA che non sia esatta l'enumerazione dei sette doni dello Spirito Santo. Infatti:
1. In codesta enumerazione troviamo quattro doni riguardanti le virtù intellettuali, cioè sapienza, intelletto, scienza e consiglio, il quale ultimo appartiene alla prudenza: ma non troviamo niente che riguardi l'arte, che pure è la quinta virtù intellettuale. Parimente, vi si trova un dono che appartiene alla giustizia, cioè la pietà, e uno che riguarda la fortezza, ossia il dono della fortezza: ma non troviamo niente che riguardi la temperanza. Dunque l'enumerazione dei doni è insufficiente.
2. La pietà è parte della giustizia. Ora, per la fortezza non troviamo una sua parte, ma la fortezza medesima. Dunque non andava messa la pietà, bensì la giustizia medesima.
3. Le virtù teologali sono quelle che più ci ordinano a Dio. Perciò, siccome i doni predispongono l'uomo alla mozione di Dio, non doveva mancare nell'elenco qualche dono appartenente alle virtù teologali.
4. Dio non solo è temuto, ma è anche oggetto di amore, di speranza, e di godimento. Ora, amore, speranza e godimento come passioni rientrano col timore in un'unica suddivisione. Perciò anche queste tre cose, come il timore, dovevano essere enumerate tra i doni.
5. All'intelletto viene affiancata la sapienza, che lo dirige; alla fortezza il consiglio, alla pietà la scienza. Quindi anche al timore bisognava affiancare un dono direttivo. Perciò l'enumerazione dei sette doni dello Spirito Santo non è esatta.

IN CONTRARIO: Sta l'autorità della Sacra Scrittura.

RISPONDO: I doni sono abiti che predispongono l'uomo a seguire prontamente le ispirazioni dello Spirito Santo, come le virtù morali predispongono le potenze appetitive ad obbedire alla ragione. Ora, come le potenze appetitive sono fatte per essere guidate dal comando della ragione, così tutte le facoltà umane sono fatte per essere guidate dall'impulso di Dio, come da una facoltà superiore. Perciò anche i doni, come le virtù, sono in tutte le facoltà dell'uomo, che possono essere principi di atti umani: cioè nella ragione e nella facoltà appetitiva.
Ma la ragione è speculativa e pratica: e in entrambe l'apprensione della verità, che fa parte della ricerca, è distinta dal giudizio sulla verità. Perciò per apprendere la verità la ragione speculativa viene predisposta dall'intelletto; e la ragione pratica dal consiglio. Per poi giudicare rettamente, la ragione speculativa viene preparata dalla sapienza, e quella pratica dalla scienza. - La facoltà appetitiva invece viene predisposta dalla pietà a compiere i doveri verso gli altri. E rispetto ai doveri verso se stessi viene premunita dalla fortezza contro la paura dei pericoli, e dal timore contro la concupiscenza disordinata dei piaceri. Leggiamo infatti nei Prorerbi: "Col timore del Signore ognuno evita il male"; e nei Salmi: "Trafiggi col tuo timore le mie carni, ché i tuoi giudizi io pavento". Da ciò è evidente che i doni indicati hanno tutta l'estensione delle virtù, sia intellettuali che morali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I doni dello Spirito Santo attuano la perfezione dell'uomo in ciò che riguarda il ben vivere: mentre l'arte non è ordinata a questo, ma alle opere esterne; infatti l'arte è la retta ragione non delle azioni da compiere, ma delle cose da farsi, come insegna Aristotele. Tuttavia si potrebbe rispondere che nell'infusione dei doni l'arte appartiene allo Spirito Santo, che è l'agente principale; non già all'uomo, che è come uno strumento quando è mosso da lui. - Alla temperanza, poi, corrisponde in qualche modo il dono del timore. Infatti, come spetta alla virtù della temperanza far sì che uno si astenga dai piaceri cattivi per il bene di ordine razionale; così spetta al dono del timore far sì che uno si astenga dai piaceri cattivi per il timore di Dio.
2. Il termine giustizia deriva dalla rettitudine della ragione: perciò è più adatto come nome della virtù che come nome di un dono. Invece il termine pietà indica la riverenza che abbiamo verso il padre e verso la patria. E poiché Dio è padre di tutti gli esseri, anche il culto di Dio viene denominato pietà, come dice S. Agostino. Perciò è conveniente che sia denominato pietà il dono mediante il quale in ossequio a Dio uno fa del bene al prossimo.
3. L'anima umana non viene mossa dallo Spirito Santo, senza unirsi in qualche modo con lui: come lo strumento non è mosso dall'artigiano senza un contatto, o una qualsiasi altra unione. Ora, la prima unione dell'uomo (con Dio) avviene mediante la fede, la speranza e la carità. Perciò queste virtù sono presupposte ai doni, come radici di essi. Cosicché tutti i doni appartengono a queste tre virtù come loro derivazioni.
4. Amore, speranza e godimento hanno per oggetto il bene. Ora, il sommo bene è Dio: quindi i nomi di queste tre passioni sono usati per le virtù teologali, che uniscono l'anima con Dio. Invece il timore ha per oggetto il male, che in nessun modo può attribuirsi a Dio: esso perciò non implica unione con Dio, ma piuttosto fuga da certe cose per rispetto verso Dio. Perciò timore non è il nome di una virtù teologale, ma di un dono, il quale distoglie dal male più delle virtù morali.
5. La sapienza regola, sia l'intelletto, che l'affetto dell'uomo. Ecco perché sono enumerati due doni come sottoposti alla sua direzione: per parte dell'intelletto il dono dell'intelletto; per parte dell'affetto il dono del timore. Il motivo infatti che suggerisce di temere Dio si desume dalla considerazione della divina grandezza, che spetta alla sapienza.

ARTICOLO 5

Se i doni dello Spirito Santo siano connessi

SEMBRA che i doni dello Spirito Santo non siano connessi. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "All'uno dallo Spirito fu data la parola della sapienza; all'altro la parola della scienza secondo lo stesso Spirito". Ma la sapienza e la scienza sono enumerate tra i doni dello Spirito Santo. Dunque i vari doni dello Spirito Santo sono dati a persone distinte, e non sono tra loro connessi in un medesimo soggetto.
2. S. Agostino insegna, che "molti fedeli non hanno la scienza, sebbene essi abbiano la fede". Ora, la fede è sempre accompagnata da qualcuno dei doni, almeno dal dono del timore. Perciò i doni non sembrano necessariamente connessi in un solo e identico soggetto.
3. A dire di S. Gregorio, "minorata è la sapienza, se manchi d'intelletto; e assai inutile è l'intelletto, se la sapienza non lo sorregge. È spregevole il consiglio, cui manca il soccorso della fortezza; e la fortezza è molto debilitata, se non è sorretta dal consiglio. La scienza è nulla, senza l'utilità della pietà; ed è del tutto inutile la pietà, se le manca la discrezione della scienza. E il timore stesso, se non ha codeste virtù, non affronta nessuna fatica per un'opera buona". Dalle quali parole sembra che si possa avere un dono senza gli altri. Quindi i doni dello Spirito Santo non sono connessi.

IN CONTRARIO: S. Gregorio a codesto discorso premette questa affermazione: "In questo convito dei figli (di Giobbe) si deve considerare una cosa, che essi si alimentano a vicenda". Ora, nei figli di Giobbe, di cui si parla, sono indicati i doni dello Spirito Santo. Dunque codesti doni sono connessi, per il fatto che si alimentano reciprocamente.

RISPONDO: Da quanto abbiamo detto si può avere facilmente la soluzione di questo problema. Infatti sopra abbiamo spiegato che tutte le potenze dell'anima vengono predisposte dai doni nei confronti dello Spirito Santo che le muove, come le potenze appetitive sono predisposte dalle virtù morali nei confronti della ragione che le guida. Ora, come la nostra ragione ottiene la sua perfezione mediante la prudenza, così lo Spirito Santo abita in noi mediante la carità, secondo l'espressione di S. Paolo: "La carità di Dio s'è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato". Perciò, come le virtù morali sono tra loro connesse nella prudenza, così i doni dello Spirito Santo sono tra loro connessi nella carità: e quindi chi ha la carità possiede tutti i doni dello Spirito Santo: e senza di essa non se ne può avere nessuno.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sapienza e scienza si possono innanzi tutto considerare come grazie gratis datae: e cioè come capacità nella conoscenza delle cose divine ed umane per istruire i fedeli e per confutare gli avversari. E nel testo citato l'Apostolo parla di sapienza e di scienza in codesto senso: infatti di proposito parla della "parola di sapienza" e "di scienza". - In secondo luogo esse possono considerarsi come doni dello Spirito Santo. E allora sapienza e scienza non sono altro che perfezioni dell'anima umana, mediante le quali essa viene preparata ad assecondare le ispirazioni dello Spirito Santo nella conoscenza delle cose divine ed umane. Ed è evidente che codesti doni sono in tutti coloro che hanno la carità.
2. S. Agostino in quel testo parla della scienza spiegando il passo, ora ricordato, dell'Apostolo: perciò parla della scienza presa nel senso sopra indicato, cioè in quanto grazia gratis data. Il che è evidente da quanto egli aggiunge: "Altro è sapere soltanto quello che un uomo deve credere per raggiungere la vita beata, la quale non può essere che eterna; e altro è sapere in che modo questo possa giovare alle persone pie, e essere di difesa contro gli empi; il quale sapere sembra che l'Apostolo voglia denominare propriamente col termine scienza".
3. Come la connessione delle virtù cardinali, stando a quanto abbiamo detto, si dimostra dal fatto che l'una è in qualche modo completata dall'altra; così S. Gregorio vuol dimostrare alla stessa maniera la connessione dei doni, dal fatto che l'uno non può essere perfetto senza l'altro. Prima infatti aveva affermato: "Ciascuna di esse molto decade, se una virtù non viene soccorsa dall'altra". Perciò il passo non si può intendere nel senso che un dono possa esistere senza l'altro: ma che se l'intelletto fosse senza sapienza, non sarebbe un dono; come la temperanza non sarebbe una virtù, se fosse senza giustizia.

ARTICOLO 6

Se i doni dello Spirito Santo rimangano in patria

SEMBRA che i doni dello Spirito Santo non rimangano in patria. Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che "lo Spirito Santo con i sette doni conforta l'anima contro le varie tentazioni". Ma nella patria (beata) non ci sarà tentazione alcuna; secondo le parole di Isaia: "Non nuoceranno e non uccideranno più su tutto il mio santo monte". Dunque i doni dello Spirito Santo in patria non ci saranno.
2. Come sopra abbiamo detto, i doni dello Spirito Santo sono abiti. Ora, inutilmente esisterebbero gli abiti, se non ci potessero essere degli atti. Ma in patria non possono esserci gli atti di certi doni: infatti S. Gregorio afferma, che "l'intelletto fa penetrare le cose udite, il consiglio impedisce la precipitazione, la fortezza fa non temere le cose avverse, e la pietà riempie le viscere del cuore con opere di misericordia": tutte cose incompatibili con le condizioni della patria beata. Perciò codesti doni non ci saranno nello stato di gloria.
3. Alcuni doni perfezionano l'uomo nella vita contemplativa, come la sapienza e l'intelletto; altri lo perfezionano nella vita attiva, come la pietà e la fortezza. Ma a dire di S. Gregorio, "la vita attiva termina con la vita presente". Quindi nello stato di gloria non ci saranno i doni dello Spirito Santo.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio insegna: "La città di Dio, la Gerusalemme celeste, non viene purificata dal corso di nessun fiume terrestre; ma il fiume che nasce dalla fonte di vita dello Spirito Santo, di cui noi gustiamo un piccolo sorso, scorrerà con sovrabbondanza tra quegli spiriti celesti, straripante col fuoco delle sue sette spirituali virtù".

RISPONDO: I doni li possiamo considerare sotto due aspetti. Primo, nella loro essenza: e da questo lato ci saranno, e perfettissimamente, in patria, com'è dimostrato dalle parole riportate di S. Ambrogio. E il motivo si è che i doni predispongono l'anima umana ad assecondare la mozione dello Spirito Santo: e questo avverrà specialmente in patria, quando Dio sarà, a dire di S. Paolo, "tutto in tutti", e l'uomo sarà totalmente sottomesso a Dio. - Secondo, si possono considerare rispetto alla materia intorno alla quale essi operano: e da questo lato al presente hanno un'operazione che non potranno avere nella patria beata. E in questo senso non potranno rimanere lassù; come sopra abbiamo detto a proposito delle virtù cardinali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio in quel passo parla dei doni come si addicono allo stato presente: adesso, infatti, i doni ci proteggono dalle tentazioni del male. Ma nello stato di gloria, venendo il male a cessare, i doni dello Spirito Santo ci stabiliranno nel bene.
2. S. Gregorio quasi per ciascun dono determina ciò che passa con lo stato presente, e ciò che rimane anche in quello futuro. Infatti egli insegna che "la sapienza nutre l'anima con la speranza e con la certezza delle cose eterne": e di queste due cose la speranza passa, mentre la certezza rimane. - Dell'intelletto afferma che "nell'atto in cui penetra le cose udite, mentre rinfranca il cuore, ne illumina le tenebre": anche qui l'ascoltare passa, poiché, a dire di Geremia, "nessuno dovrà ammaestrare il proprio fratello"; mentre l'illuminazione della mente rimarrà. - A proposito del consiglio dice che "impedisce la precipitazione", il che si richiede al presente: e quindi che "riempie l'animo con la ragione", e questo è necessario anche nel futuro. - Sulla fortezza dice che "non teme le avversità", e ciò è necessario al presente: e quindi che "ammannisce il cibo della fiducia"; il che rimane anche nel futuro. - A proposito della scienza indica una cosa soltanto, cioè che essa "toglie il digiuno dell'ignoranza", il che riguarda lo stato presente. Ma nominando poi "lo stomaco della mente" può far pensare in senso figurato alla pienezza di conoscenza che spetta allo stato futuro. - Invece a proposito della pietà afferma, che "riempie le viscere del cuore con opere di misericordia". Espressione questa che, così come suona, si riferisce allo stato presente. Ma l'intima tenerezza verso il prossimo, indicata nelle "viscere del cuore", appartiene anche allo stato futuro; nel quale la pietà non offrirà opere di misericordia, bensì un tributo di congratulazioni. - Del timore poi afferma, che "umilia l'anima, perché non s'insuperbisca delle cose presenti", e questo si riferisce allo stato attuale; e che quindi "la conforta col cibo della speranza per le cose future", e anche questo appartiene allo stato presente, quanto alla speranza. Ma può anche appartenere allo stato futuro, quanto al conforto che procurano le stesse realtà, qui sperate e là possedute.
3. L'argomento fa forza sulla materia dei doni. Infatti le opere della vita attiva non potranno più essere materia dei doni: ma questi avranno i loro atti per cose riguardanti la vita contemplativa, quale è la vita beata.

ARTICOLO 7

Se la dignità dei doni segua l'enumerazione di Isaia

SEMBRA che la dignità dei doni non coincida con l'enumerazione di Isaia. Infatti:
1. Il principale tra i doni dev'essere quello che Dio più richiede dall'uomo. Ora, Dio richiede dall'uomo soprattutto il timore; poiché sta scritto: "Ed ora, Israele, che cosa chiede da te il Signore Dio tuo, se non che tu tema il Signore Dio tuo?"; e altrove: "Se io sono il Signore, dov'è il timore a me dovuto?". Perciò il timore che è enumerato per ultimo non è l'infimo ma il primo dei doni.
2. La pietà si presenta come un bene universale: infatti l'Apostolo ha scritto che "la pietà è utile a tutto". Ora un bene universale va preferito ai beni particolari. Dunque la pietà, elencata al penultimo posto, è il più grande dei doni.
3. La scienza affina il giudizio dell'uomo; mentre il consiglio fa parte della ricerca. Ma il giudizio è superiore alla ricerca. Quindi la scienza è un dono superiore al consiglio: e invece è enumerata dopo di esso.
4. La fortezza spetta a una potenza appetitiva; la scienza, invece, alla ragione. Ma la ragione è più nobile delle potenze appetitive. Dunque la scienza è un dono superiore alla fortezza: che però è prima nell'enumerazione. Perciò la dignità dei doni non rispetta l'ordine della loro enumerazione.

IN CONTRARIO: S. Agostino, commentando il discorso della montagna, ha scritto: "A me sembra che la settiforme operazione dello Spirito Santo, di cui parla Isaia, corrisponda a questi gradi o aforismi" di cui si parla in S. Matteo; "ma si badi all'ordine. Infatti in Isaia l'enumerazione comincia dai gradi superiori: qui dagli inferiori".

RISPONDO: La dignità di un dono si può considerare sotto due aspetti: primo, assolutamente parlando (simpliciter), cioè in rapporto al proprio atto in quanto deriva dai suoi principi; secondo, in senso relativo (secundum quid), cioè in rapporto alla sua materia. Se parliamo della dignità dei doni in senso assoluto, troviamo che il criterio per un loro raffronto è identico a quello stabilito per le virtù: poiché i doni predispongono l'uomo a tutti gli atti delle facoltà psichiche, ai quali predispongono le virtù, come sopra abbiamo detto. Perciò, come le virtù intellettuali sono prima delle virtù morali: e tra le stesse virtù intellettuali quelle contemplative sono prima di quelle attive, ossia sapienza, intelletto e scienza prima della prudenza e dell'arte; in modo però che la sapienza preceda l'intelletto, e l'intelletto la scienza, come la prudenza e la synesis precedono l'eubulia; così anche tra i doni la sapienza e l'intelletto, la scienza e il consiglio vengono prima della pietà, della fortezza e del timore. E tra questi ultimi la pietà va preferita alla fortezza, e la fortezza al timore; come la giustizia va preferita alla fortezza, e la fortezza alla temperanza. Ma in rapporto alla materia, fortezza e consiglio vanno prima della scienza e della pietà: poiché fortezza e consiglio intervengono nelle cose ardue; mentre la pietà, e anche la scienza, nelle cose comuni. - Perciò la dignità dei doni corrisponde all'ordine dell'enumerazione, in parte secondo un ordine assoluto, in base al quale sapienza e intelletto sono prima di tutti; e in parte secondo un ordine di materia, in base al quale consiglio e fortezza vengono preferiti alla scienza e alla pietà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il timore è la cosa più richiesta, perché preludio alla perfezione dei doni, poiché "il timore di Dio è l'inizio della sapienza": non già perché superiore agli altri. Infatti in ordine genetico viene prima l'abbandono del male, determinato, a detta dei Proverbi, dal timore, che il compimento del bene, dovuto agli altri doni.
2. L'Apostolo non confronta la pietà a tutti i doni di Dio; ma al solo "esercizio del corpo", di cui afferma che "è utile a poco".
3. Sebbene la scienza sia preferibile al consiglio per il giudizio, tuttavia il consiglio va preferito per la materia che l'interessa: infatti il consiglio non si esercita che nelle cose ardue, come nota Aristotele; mentre il giudizio della scienza si esercita in tutte le cose.
4. I doni direttivi, che appartengono alla ragione, sono superiori ai doni esecutivi, se si considerano in quanto i loro atti promanano dalle potenze: infatti la ragione è superiore alle potenze appetitive, come chi comanda è superiore a chi è comandato. Ma rispetto alla materia il consiglio sta alla fortezza come elemento direttivo, e così la scienza alla pietà: questo perché consiglio e fortezza si esercitano solo in cose ardue, mentre la scienza e la pietà si esercitano anche in cose ordinarie. Perciò il consiglio, abbinato alla fortezza a motivo della materia, è enumerato prima della scienza e della pietà.

ARTICOLO 8

Se le virtù siano da preferirsi ai doni

SEMBRA che le virtù siano da preferirsi ai doni. Infatti:
1. S. Agostino così scrive, parlando della carità: "Niente è superiore a questo dono di Dio. Esso è il solo che divide i figli del regno eterno dai figli dell'eterna perdizione. Dallo Spirito Santo sono elargiti anche altri doni, ma senza la carità non giovano a nulla". Ma la carità è una virtù. Dunque le virtù valgono più dei doni dello Spirito Santo.
2. Le cose che precedono in ordine di natura sono anche superiori. Ora, le virtù precedono i doni: infatti S. Gregorio ha scritto che "il dono dello Spirito Santo nell'anima a lui soggetta forma innanzi tutto la giustizia, la prudenza, la fortezza e la temperanza: e quindi cura l'anima stessa con le sette virtù", o doni, "impiegando contro la stoltezza la sapienza; contro l'ottusità l'intelletto; contro la precipitazione il consiglio; contro il timore la fortezza; contro l'ignoranza la scienza; contro la durezza la pietà; e contro la superbia infondendo il timore". Perciò le virtù sono superiori ai doni.
3. A dire di S. Agostino, "nessuno può usare malamente delle virtù". Invece si può abusare dei doni: infatti, come si esprime S. Gregorio, "noi dobbiamo immolare la vittima della nostra preghiera perché la sapienza non si levi in superbia; perché l'intelletto, investigando sottilmente, non erri; perché il consiglio moltiplicandosi non confonda; e la fortezza nel dar fiducia non ci faccia cadere; perché la scienza non ci gonfi con una conoscenza senza amore; e la pietà non ci renda tortuosi deviando lontana dalla giustizia; e affinché il timore, facendoci temere più del giusto, non ci faccia cadere nella fossa della disperazione". Dunque le virtù sono più nobili dei doni dello Spirito Santo.

IN CONTRARIO: I doni sono dati in aiuto delle virtù contro i difetti, come è evidente dai passi ricordati di S. Gregorio; perciò sembra che essi possano compiere quello che non possono le virtù. Quindi i doni sono superiori alle virtù.

RISPONDO: È evidente da quanto abbiamo detto che le virtù si dividono in tre generi: virtù teologali, virtù intellettuali, e virtù morali. Le virtù teologali hanno la funzione di unire l'anima umana con Dio; le virtù intellettuali quella di affinare la ragione medesima; e le virtù morali quella di predisporre le potenze appetitive ad obbedire alla ragione. Invece i doni dello Spirito Santo hanno la funzione di predisporre tutte le potenze dell'anima ad assecondare la mozione divina.
Perciò è evidente che i doni stanno alle virtù teologali, le quali uniscono l'uomo allo Spirito Santo, motore di essi, come le virtù morali stanno alle virtù intellettuali, le quali affinano la ragione, motrice delle virtù morali. Quindi, come le virtù intellettuali precedono e regolano le virtù morali; così le virtù teologali precedono e regolano i doni dello Spirito Santo. Ecco perché S. Gregorio afferma, che "i sette figli", cioè i sette doni, "non possono raggiungere la perfezione del numero dieci, se tutto quel che fanno non lo compiono nella fede, nella speranza e nella carità".
Se invece confrontiamo i doni con le altre virtù intellettuali o morali, i doni precedono le virtù. Poiché i doni predispongono le potenze dell'anima alla mozione dello Spirito Santo: mentre codeste virtù predispongono o la ragione stessa o le altre facoltà in ordine alla ragione. Ora, è evidente che per un motore più alto si richiede che il soggetto mobile venga predisposto da una perfezione superiore. Dunque i doni sono più perfetti delle virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità è una virtù teologale; perciò concediamo che è superiore ai doni.
2. Una cosa può dirsi prima di un'altra in due maniere. Primo, in ordine di perfezione e di dignità: cioè come l'amore di Dio è prima dell'amore del prossimo. E in questo senso i doni sono prima delle virtù intellettuali e morali, e posteriori alle virtù teologali. - Secondo, in ordine di generazione e di predisposizione: cioè come l'amore del prossimo precede, nei suoi atti, l'amore di Dio. E in questo senso le virtù intellettuali e morali precedono i doni: poiché l'uomo con le buone disposizioni nei riguardi della propria ragione, si prepara ad essere ben disposto in ordine a Dio.
3. Sapienza, intelletto e simili sono doni dello Spirito Santo in quanto sono informati dalla carità; la quale, a dire di S Paolo, "non agisce invano". Perciò nessuno si serve malamente della sapienza, dell'intelletto, ecc., in quanto doni dello Spirito Santo. E affinché non si allontanino dalla perfezione della carità, l'uno è sostenuto dall'altro. E questo è quanto intende dire S. Gregorio.