Il Santo Rosario
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Questione 67

La permanenza delle virtù dopo questa vita

Rimane ora da considerare la permanenza delle virtù dopo questa vita.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se dopo questa vita rimangano le virtù morali; 2. Se rimangano le virtù intellettuali; 3. Se rimanga la fede; 4. Se rimanga la speranza; 5. Se resti qualche cosa della fede, o della speranza; 6. Se rimanga la carità.

ARTICOLO 1

Se dopo questa vita le virtù morali rimangano

SEMBRA che le virtù morali dopo questa vita non rimangano. Infatti:
1. Nello stato di gloria gli uomini saranno simili agli angeli, come disse il Signore. Ora, a dire di Aristotele, è ridicolo ammettere virtù morali negli angeli. Dunque le virtù morali non ci saranno neppure per gli uomini dopo questa vita.
2. Le virtù morali rendono perfetto l'uomo nella vita attiva. Ma la vita attiva non rimane dopo la vita presente; così infatti si esprime S. Gregorio: "Le opere della vita attiva passano col corpo". Perciò le virtù morali dopo questa vita non rimangono.
3. Temperanza e fortezza, che sono virtù morali, risiedono nella parte irrazionale, come insegna il Filosofo. Ma le parti irrazionali dell'anima, essendo atti di organi corporei, vengono distrutte con la distruzione del corpo. Dunque le virtù morali dopo questa vita non rimangono.

IN CONTRARIO: Sta scritto, che "la giustizia è perenne e immortale".

RISPONDO: Come riferisce S. Agostino, Cicerone riteneva che dopo questa vita le virtù cardinali non esistessero più; e che nell'altra vita gli uomini "sarebbero beati per la sola cognizione di quella natura, di cui niente può essere migliore o più amabile, e cioè di quella natura che ha creato tutte le nature", secondo l'espressione del Santo. Questi però in seguito dimostra, a suo modo, che le quattro virtù suddette esistono nella vita futura.
Per chiarire la cosa bisogna ricordare che in codeste virtù c'è un elemento formale, e un elemento materiale. L'elemento materiale è una certa inclinazione della parte appetitiva verso le passioni e le operazioni secondo una determinata misura. Siccome però questa misura è stabilita dalla ragione, l'elemento formale in tutte le virtù è l'ordine stesso della ragione.
Perciò si deve concludere che le virtù morali non rimangano nella vita futura, per il loro elemento materiale. Infatti nella vita futura non potranno esserci, né concupiscenze, né piaceri gastronomici o venerei; né timori, né audacie relativi a pericoli di morte; e neppure ripartizioni o comunicazioni di beni che servono alla vita presente. Invece codeste virtù dureranno perfettissimamente nei beati, dopo questa vita, nel loro elemento formale: poiché la ragione in ciascuno di essi sarà rettissima rispetto a quanto li riguarderà in quello stato; e la potenza appetitiva si muoverà in tutto secondo l'ordine della ragione. Perciò S. Agostino scrive, che "allora la prudenza sarà senza pericolo di errore; la fortezza senza la molestia dei mali da sopportare; la temperanza senza la resistenza delle passioni. Cosicché la prudenza avrà il compito di non preferire e di non equiparare a Dio nessun bene; la fortezza quello di aderire fermissimamente a lui; e la temperanza quello di non compiacersi di nessuna minorazione nociva". Per la giustizia è evidente l'atto che allora dovrà avere, e cioè "la sottomissione a Dio": poiché anche in questa vita spetta alla giustizia la sottomissione ai propri superiori.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nel passo citato il Filosofo parla delle virtù morali rispetto al loro elemento materiale; vale a dire: nella giustizia considera "le compravendite e i mutui"; nella fortezza "le cose temibili e i pericoli"; nella temperanza "le concupiscenze sregolate".
2. La risposta vale anche per la seconda difficoltà. Infatti le cose che costituiscono la vita attiva sono l'elemento materiale delle virtù.
3. Due sono gli stati che seguiranno questa vita: il primo, precedente la resurrezione, nel quale le anime saranno separate dal corpo; e l'altro dopo la resurrezione, nel quale le anime torneranno ad essere unite al loro corpo. Nello stato di resurrezione negli organi corporei ci saranno le potenze irrazionali, come ci sono adesso. E allora nell'irascibile potrà esserci la fortezza, e nel concupiscibile la temperanza: poiché le due facoltà saranno perfettamente disposte ad obbedire alla ragione. - Invece nello stato che precede la resurrezione le facoltà irrazionali non saranno attualmente nell'anima, ma solo radicalmente nella sua essenza, come abbiamo visto nella Prima Parte. Perciò anche le suddette virtù potranno esistere attualmente solo in radice, cioè nella ragione e nella volontà, nelle quali si trovano i germi di codeste virtù, secondo le spiegazioni date. La giustizia, invece, che risiede nella volontà rimane anche in atto. Ed ecco perché particolarmente di essa sta scritto che è "perenne e immortale": sia a motivo del subietto, poiché la volontà è incorruttibile; sia perché i suoi atti sempre si somigliano, come sopra abbiamo notato.

ARTICOLO 2

Se le virtù intellettuali rimangano dopo questa vita

SEMBRA che le virtù intellettuali non rimangano dopo questa vita. Infatti:
1. L'apostolo assicura, che "la scienza sarà distrutta": e questo perché "parzialmente conosciamo". Ora, come è parziale, cioè imperfetta, la cognizione della scienza; lo è pure quella delle altre virtù intellettuali, finché dura la vita presente. Perciò dopo questa vita cesseranno tutte le virtù intellettuali.
2. Il Filosofo insegna che la scienza, essendo un abito, è una qualità difficile a muoversi: infatti non si perde facilmente, ma questo può avvenire per una forte alterazione o malattia. Ora, nessuna alterazione del corpo umano è più grave di quella che segue la morte. Dunque la scienza e le altre virtù intellettuali non rimangono dopo questa vita.
3. Le virtù intellettuali affinano l'intelletto perché possa compiere bene il proprio atto. Ma dopo questa vita non pare che l'atto dell'intelletto possa ancora esistere: poiché, a dire di Aristotele, "niente l'anima intende senza fantasmi"; e d'altra parte i fantasmi non possono allora rimanere, trovandosi essi soltanto in organi corporei. Dunque le virtù intellettuali dopo questa vita non rimangono.

IN CONTRARIO: La conoscenza dell'universale e del necessario è più stabile di quella del singolare e del contingente. Ora, dopo questa vita rimane nell'uomo la conoscenza dei singolari contingenti, come sono, appunto, le cose che uno ha fatto o patito; e lo dimostra quel testo evangelico: "Ricordati che tu ricevesti la tua parte di beni durante la vita, mentre Lazzaro ebbe la sua parte di mali". Perciò a maggior ragione rimane la conoscenza delle cose universali e necessarie, che appartengono alla scienza e alle altre virtù intellettuali.

RISPONDO: Come abbiamo già visto nella Prima Parte, alcuni ritenevano che le specie intellegiblli rimanessero nell'intelletto possibile soltanto nell'atto del conoscere: e che, cessata l'intellezione attuale, non ci fosse una conservazione delle specie altro che nelle potenze sensitive, le quali sono atti di organi corporei, e cioè nell'immaginativa e nella memoria. Ma codeste facoltà vengono distrutte con la distruzione del corpo. Perciò, stando a questa teoria, in nessun modo può rimanere la scienza, e qualsiasi altra virtù intellettuale, dopo la distruzione del corpo.
Ma questa opinione è contro il pensiero di Aristotele, il quale nel De Anima afferma, che "l'intelletto possibile è in atto, quando, come conoscente, diviene le singole cose: tuttavia è anche in potenza a pensare attualmente". - Ed è inoltre contro la ragione: poiché le specie intelligibili sono ricevute stabilmente nell'intelletto possibile, secondo la natura del ricevente. Difatti l'intelletto possibile viene chiamato anche (da Aristotele) "luogo delle specie", come per dire che conserva le specie intelligibili.
Però i fantasmi, guardando i quali l'uomo intellettualmente conosce nella vita presente mediante l'aggiunta di specie intelligibili, come abbiamo spiegato nella Prima Parte, vengono distrutti con la distruzione del corpo. Perciò rispetto ai fantasmi che ne sono come l'elemento materiale, le virtù intellettuali vengono distrutte con la distruzione del corpo: ma rispetto alle specie intelligibili, che risiedono nell'intelletto possibile, codeste virtù rimangono. E tali specie sono come l'elemento formale nelle virtù intellettuali. Dunque le virtù intellettuali, come abbiamo già detto per quelle morali, dopo questa vita rimangono nel loro elemento formale, non già nel loro elemento materiale.

SOLUZIONE DELLE DIFFiCOLTÀ: 1. Le parole dell'Apostolo vanno applicate all'elemento materiale della scienza, e al modo della conoscenza intellettiva: poiché dopo la distruzione del corpo cesseranno i fantasmi; e l'uso della scienza mediante il ricorso ai fantasmi.
2. La malattia può distruggere un abito scientifico nel suo elemento materiale, cioè rispetto ai fantasmi: non già rispetto alle specie intelligibili, che sono nell'intelletto possibile.
3. Dopo la morte, come abbiamo detto nella Prima Parte, l'anima separata ha un modo di conoscere diverso dall'attuale ricorso ai fantasmi. Perciò la scienza rimarrà, non però seguendo il medesimo procedimento: il che avverrà, come abbiamo detto, anche per le virtù morali.

ARTICOLO 3

Se la fede rimanga dopo questa vita

SEMBRA che la fede rimanga dopo questa vita. Infatti:
1. La fede è superiore alla scienza. Ma la scienza dopo questa vita rimane, come abbiamo detto. Dunque anche la fede.
2. S. Paolo afferma: "Nessuno può porre altro fondamento, diverso da quello che è stato posto, e che è Gesù Cristo", cioè la fede in Gesù Cristo. Ma tolto il fondamento non può rimanere quello che vi è edificato sopra. Perciò, se dopo questa vita non rimane la fede, non rimane nessun'altra virtù.
3. La conoscenza della fede e quella della gloria differiscono come una cosa imperfetta e la sua perfezione. Ora, la conoscenza imperfetta può coesistere con la conoscenza perfetta: nell'angelo, p. es., può esserci insieme la conoscenza vespertina e quella mattutina; e un uomo può avere a proposito di una data conclusione una conoscenza scientifica derivata da un sillogismo dimostrativo, e una opinione basata su un sillogismo dialettico. Perciò dopo questa vita la fede può anch'essa coesistere con la visione della gloria.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma: "Finché alberghiamo nel corpo peregriniamo lontani dal Signore: giacché per fede noi camminiamo, e non per visione". Ma quelli che sono nella gloria non peregrinano lontani dal Signore, bensì sono a lui presenti. Dunque la fede non rimane nella gloria dopo questa vita.

RISPONDO: La causa dell'incompatibilità di una cosa con un'altra è la loro opposizione: poiché tra gli opposti è sempre inclusa l'opposizione esistente tra affermazione e negazione. Ora, l'opposizione in certe cose è fondata su forme contrarie: così avviene nei colori tra il bianco e il nero. In altre invece è fondata sulla perfezione e l'imperfezione: nelle alterazioni, p. es., il più e il meno si prendono come contrari, come quando una cosa poco calda passa ad essere una cosa molto calda, secondo l'espressione di Aristotele. E poiché l'essere perfetto e quello imperfetto si contrappongono, è impossibile che simultaneamente e sotto il medesimo aspetto possano esistere la perfezione e l'imperfezione.
L'imperfezione però talora è nella natura di una cosa, e fa parte della sua specie: così il mancare di ragione rientra nella natura specifica del cavallo o del bue. E poiché l'identica cosa non può passare da una specie a un'altra, se si toglie codesta imperfezione, si distrugge la natura di essa: il bue, p. es., o il cavallo non esisterebbero più, se diventassero ragionevoli. - Altre volte l'imperfezione non appartiene alla natura specifica, ma capita a un dato soggetto per altri motivi: così a un uomo può capitare una deficienza di ragione, per il fatto che l'uso della ragione viene in lui ostacolato dal sonno, dall'ubriachezza, o da altre cose del genere. Ed è evidente che eliminando codeste imperfezioni, la sostanza della cosa rimane.
Ora, è noto che l'imperfezione del conoscere fa parte della natura della fede. Infatti rientra nella sua definizione: essendo essa, a dire di S. Paolo "realtà di cose sperate, e convincimento di cose che non si vedono". E S. Agostino scrive: "Che cos'è la fede? Credere quello che non si vede". Ora, conoscere senza vedere costituisce un'imperfezione per la conoscenza. E quindi l'imperfezione rientra nella natura della fede. Perciò è evidente che la fede non può diventare una conoscenza perfetta, rimanendo numericamente identica a se stessa.
Si deve inoltre considerare se possa coesistere con la conoscenza perfetta: infatti niente impedisce che una cognizione imperfetta possa talora coesistere con la cognizione perfetta. Perciò bisogna notare che una conoscenza può essere imperfetta in tre modi: primo, a motivo dell'oggetto; secondo, a motivo del mezzo conoscitivo; terzo, a motivo del soggetto. A motivo dell'oggetto di conoscenza differiscono come perfetta e imperfetta la cognizione mattutina e quella vespertina degli angeli: infatti la cognizione mattutina riguarda le cose in quanto hanno la loro esistenza nel Verbo; mentre la conoscenza vespertina riguarda le cose in quanto sussistono nella propria natura, esistenza imperfetta questa rispetto alla prima. - Per il mezzo conoscitlvo differiscono come perfetta e imperfetta la conoscenza di una conclusione raggiunta mediante un mezzo dimostrativo, e quella raggiunta mediante un termine medio probabile. - A motivo del soggetto differiscono tra loro come perfetta e imperfetta l'opinione, la fede e la scienza. Infatti nel concetto di opinione è implicita la scelta in un'alternativa col timore che sia vero il contrario: e quindi manca la ferma adesione. Invece nella nozione di scienza è implicita la ferma adesione accompagnata dalla visione intellettiva: essa infatti ha una certezza che deriva dall'intuizione dei primi principi. Invece la fede è a mezza strada: è superiore all'opinione, perché ha un'adesione ferma; ma è al di sotto della scienza perché non ha la visione.
Ora, è evidente che una cosa imperfetta e la sua perfezione non possono coesistere sotto il medesimo aspetto: mentre le due cose suddette possono coesistere in un dato subietto sotto aspetti comuni, pur essendo diverse quanto a perfezione. Perciò due conoscenze perfetta e imperfetta in rapporto all'oggetto, in nessun modo possono coesistere a proposito di un medesimo oggetto. Invece possono coincidere per l'identico termine medio dimostrativo, e per l'identità del soggetto: infatti niente impedisce che un uomo simultaneamente e mediante un unico medio dimostrativo abbia la conoscenza di due cose, di cui l'una è perfetta e l'altra imperfetta, della salute, p. es., e della malattia, del bene e del male. - Parimente è impossibile che due conoscenze, perfetta e imperfetta, in rapporto al termine medio di conoscenza possano coincidere e coesistere in un unico termine medio dimostrativo. Ma niente impedisce che possano coincidere nell'oggetto e nel soggetto: infatti un uomo può conoscere una medesima conclusione e con un termine medio probabile, e con un medio dimostrativo. - Così pure è impossibile che due conoscenze, perfetta e imperfetta in rapporto al soggetto, possano coesistere nel medesimo soggetto. Ora, la fede implica nel suo concetto un'imperfezione in rapporto al soggetto; implica, cioè, che il credente non veda ciò che crede: mentre la beatitudine, come abbiamo già visto, implica nel suo concetto la perfezione del conoscere rispettivamente al soggetto; implica, cioè, che il beato veda ciò da cui è reso beato. Perciò è evidente che è impossibile la coesistenza della fede con la beatitudine nel medesimo soggetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fede è superiore alla scienza nell'oggetto: poiché l'oggetto di essa è la prima verità. Ma la scienza ha un modo di conoscere più perfetto, il quale non ripugna alla perfezione della beatitudine, cioè alla visione, come invece vi ripugna la fede.
2. La fede è fondamento nella misura in cui fornisce una conoscenza. Perciò quando la conoscenza raggiungerà la sua perfezione, avremo un fondamento più perfetto.
3. La soluzione è evidente dopo quanto abbiamo detto.

ARTICOLO 4

Se la speranza rimanga dopo la morte nello stato di gloria

SEMBRA che dopo la morte nello stato di gloria la speranza debba rimanere. Infatti:
1. La speranza nobilita l'appetito umano più delle virtù morali. Ora, le virtù morali, come S. Agostino dimostra, rimangono dopo questa vita. A maggior ragione, quindi, rimane la speranza.
2. La speranza si contrappone al timore. Ma il timore dopo questa vita rimane: nei beati come timore filiale, che dura eternamente; e nei dannati come timore delle pene. Dunque, per lo stesso motivo, può rimanere anche la speranza.
3. La speranza ha per oggetto un bene futuro, come il desiderio. Ora nei beati si trova il desiderio dei beni futuri: sia rispetto alla gloria del corpo, che le anime dei beati desiderano, come dice S. Agostino; sia rispetto alla gloria dell'anima, secondo gli accenni della Scrittura: "Quelli che mi mangiano, avranno ancora fame e quelli che mi bevono, avranno ancora sete"; e altrove: "Nelle quali cose gli stessi angeli desiderano penetrare con lo sguardo". Perciò è evidente che la speranza può trovarsi nei beati dopo questa vita.

IN CONTRARIO: L'Apostolo si domanda: "Chi già vede una cosa, che spera più?". Ma i beati vedono ciò che forma l'oggetto della speranza, cioè Dio. Dunque non sperano.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, ciò che implica nella sua nozione un'imperfezione del suo soggetto non può coesistere con un soggetto dotato della perfezione opposta. Il moto, p. es., implica nella sua nozione un'imperfezione del proprio soggetto, infatti è "l'atto di un essere in potenza, in quanto potenziale": cosicché quando codesta potenza passa all'atto, il moto cessa; infatti, quando una cosa è ormai bianca, l'imbiancatura finisce. Ora, la speranza implica un moto verso ciò che non si possiede, secondo le spiegazioni da noi date trattando della passione della speranza. Perciò quando avremo ciò che speriamo, cioè la fruizione di Dio, non potrà esserci più la speranza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La speranza è più nobile delle virtù morali per il suo oggetto, che è Dio. Ma gli atti delle virtù morali, salvo la loro materia che non sempre rimane, non ripugnano, come gli atti della speranza, alla perfezione della beatitudine. Infatti la virtù morale non nobilita l'appetito soltanto in ordine a cose non ancora possedute; ma anche in ordine a quelle che attualmente si possiedono.
2. Il timore, come vedremo, è di due specie: servile e filiale. Quello servile è il timore della pena: e questo non potrà esserci nella gloria, dove non esiste nessuna possibilità di pena. - Invece il timore filiale ha due atti, e cioè: riverenza verso Dio, e per codesto atto rimane; e paura di separarsi da lui, e per questo atto non rimane. Infatti separarsi da Dio ha natura di male; ma di nessun male allora si potrà temere come dice la Scrittura: "Sarà nell'abbondanza, scevro di timore del male". Ora, il timore, secondo le spiegazioni date, si oppone alla speranza in base all'antinomia tra bene e male: perciò il timore che rimane nella gloria non si contrappone alla speranza.
Invece è più comprensibile l'esistenza del timore della pena nei dannati, che nei beati la speranza nella gloria. Poiché nei dannati ci sarà un succedersi di pene, e quindi rimane salva la nozione di cosa futura, oggetto del timore: invece la gloria dei santi è senza successione, per una certa partecipazione dell'eternità, nella quale non esiste il passato e il futuro, ma solo il presente. - Tuttavia neppure il timore esiste propriamente nei dannati. Infatti il timore, come abbiamo visto sopra non esiste mai senza una qualche speranza di scampo: e questa nei dannati non ci può essere. E quindi non si può parlare di timore che in senso volgare, nel senso che si usa chiamare timore qualsiasi aspettativa di un male futuro.
3. Rispetto alla gloria dell'anima nei beati non può esserci il desiderio in quanto riguarda il futuro, per la ragione accennata. Ma si dice che vi sarà allora fame e sete, per escludere la nausea: e per lo stesso motivo si parla di desideri negli angeli. - Invece rispetto alla gloria del corpo nelle anime dei santi può esserci il desiderio ma non la speranza, per parlare con proprietà: né la speranza come virtù teologale, il cui oggetto è Dio e non un bene creato; né la speranza in senso ordinario. Poiché oggetto della speranza è il bene arduo, come sopra si disse: ora, un bene di cui possediamo già la causa indefettibile non si presenta più come cosa ardua. Cosicché quando uno possiede il denaro occorrente, non si dice che spera di possedere quello che subito potrebbe comprare. Parimente, non si può dire con proprietà di linguaggio che sperano la gloria del corpo coloro che hanno la gloria dell'anima; ma solo che la desiderano.

ARTICOLO 5

Se nella gloria resti qualche cosa della fede, o della speranza

SEMBRA che nella gloria resti qualche cosa della fede, o della speranza. Infatti:
1. Tolto ciò che è proprio, rimane l'elemento comune, come si esprime il De Causis: "Tolto il razionale rimane il vivente; e tolto il vivente, rimane l'ente". Ora, la fede ha qualche cosa di comune con la beatitudine, cioè la conoscenza; ed ha qualche cosa di proprio, cioè l'enigma; infatti essa è una conoscenza enigmatica. Perciò tolto l'enigma della fede, ne rimane la cognizione.
2. La fede è una luce spirituale dell'anima, secondo l'espressione di S. Paolo: "Siano illuminati gli occhi del vostro cuore nella conoscenza di Dio"; ma è una luce imperfetta rispetto alla luce della gloria, di cui sta scritto: "Nella tua luce vediamo la luce". Ora, una luce imperfetta, al giungere di quella perfetta non si estingue: infatti la chiarezza del sole non spegne la candela. Dunque anche la luce della fede rimane con la luce della gloria.
3. La sostanza di un abito non viene eliminata perché viene a mancare la materia: infatti uno può conservare l'abito della liberalità, anche dopo aver perduto le ricchezze; invece non ne può avere l'atto. Ora, l'oggetto della fede è la prima verità nella condizione di cosa non vista. Perciò tolta questa condizione con la visione della prima verità, può ancora rimanere l'abito della fede.

IN CONTRARIO: La fede è un abito semplice. Ora, una cosa semplice, o si elimina tutta, o tutta rimane. Siccome però la fede, stando alle conclusioni raggiunte, tutta intera non rimane, ma viene eliminata, deve essere interamente eliminata.

RISPONDO: Alcuni hanno affermato che la speranza viene eliminata totalmente: mentre la fede in parte sarebbe tolta, cioè quanto all'enigma, e in parte rimarrebbe, cioè quanto alla sostanza della cognizione. E questo, se s'intende nel senso che non rimane nella sua identità numerica, ma soltanto nel suo genere, è verissimo: poiché la fede coincide nel genere, che è la conoscenza, con la visione della patria. Invece la speranza non ha nessuna affinità generica con la beatitudine: infatti la speranza sta alla fruizione della beatitudine, come il moto sta alla quiete nel suo termine.
Se invece s'intende nel senso che la cognizione della fede rimane numericamente identica nella patria, allora la tesi è del tutto impossibile. Infatti eliminando la differenza di una specie, non può rimanere in concreto l'identica sostanza del genere: togliendo, p. es., la differenza costitutiva della bianchezza, non può rimanere numericamente identica la sostanza del colore, così da permettere all'identico colore di essere alternativamente bianco e nero. Infatti il genere non sta alla differenza come la materia alla forma, per dar modo alla sostanza del genere di rimanere dopo l'eliminazione della differenza; cioè come rimane numericamente identica la sostanza della materia, dopo aver perduto la forma. Questo perché il genere e la differenza non sono le parti integranti della specie: altrimenti non potrebbero predicarsi di essa. Ma come il tutto, cioè il composto di materia e forma per gli esseri corporei, è indicato dalla specie, così è indicato anche dalla differenza e dal genere: il genere però denomina il tutto da un aspetto che si presenta come materia; la differenza da un aspetto che si presenta come forma; e la specie da entrambi. Nell'uomo, p. es., la natura sensitiva è un dato materiale rispetto a quella intellettiva: e quindi animale indica (nell'uomo) un essere dotato di natura sensitiva; razionale un essere dotato di natura intellettiva; e uomo un essere dotato di entrambe. Quindi il medesimo tutto viene indicato da queste tre cose, non però sotto il medesimo aspetto.
Perciò è evidente che non può rimanere la medesima sostanza del genere, se viene eliminata la differenza, poiché la differenza non è altro che una specificazione del genere: infatti l'animalità non rimane la stessa, se l'animale viene costituito da un'altra anima. Dunque è impossibile che una conoscenza numericamente identica, la quale prima era conoscenza enigmatica, diventi in seguito aperta visione. Ecco quindi dimostrato che in patria la fede non può affatto rimanere identica nel numero e nella specie; ma soltanto nel genere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tolto il razionale, il vivente che rimane non è identico nel numero, ma solo nel genere, come abbiamo dimostrato.
2. L'imperfezione della luce di una candela non si contrappone alla perfezione della luce solare: poiché esse non risiedono nel medesimo soggetto. Invece l'imperfezione della fede e la perfezione della gloria si contrappongono, e riguardano il medesimo soggetto. Quindi sono incompatibili, come sono incompatibili la luminosità dell'aria e la sua oscurità.
3. Chi perde le ricchezze non perde la possibilità di averne ancora: perciò giustamente rimane l'abito della liberalità. Ma nello stato di gloria l'oggetto della fede, formato di cose non viste, non solo viene tolto di fatto; ma anche come possibilità, data la durata perpetua della beatitudine. Perciò codesto abito rimarrebbe inutilmente.

ARTICOLO 6

Se nella gloria, dopo questa vita, rimanga la carità

SEMBRA che nella gloria, dopo questa vita, la carità non rimanga. Infatti:
1. Sta scritto: "Quando verrà ciò che è perfetto, finirà il parzialmente", ossia ciò che è imperfetto. Ma la carità dei viatori è imperfetta. Dunque finirà quando verrà la perfezione della patria.
2. Gli abiti e gli atti sono distinti secondo gli oggetti: ma oggetto dell'amore è il bene conosciuto. Perciò, essendo la conoscenza della vita presente diversa da quella della vita futura; sembra che la carità non possa essere identica nei due casi.
3. Trattandosi di due cose di un'unica natura, quella imperfetta può raggiungere la stessa perfezione di quella perfetta mediante un continuo aumento. Invece la carità dei viatori, per quanto aumenti, non potrà mai raggiungere l'uguaglianza con la carità della patria. Perciò è evidente che la carità dei viatori non rimarrà in patria.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma: "La carità non verrà mai meno".

RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, quando l'imperfezione di una cosa non rientra nella sua natura specifica, niente impedisce che un'entità numericamente identica, la quale prima era imperfetta, diventi in seguito perfetta: l'uomo, p. es., giunge alla perfezione col suo sviluppo, e la bianchezza mediante la sua intensificazione. Ora, la carità è amore, nella cui nozione non si trova imperfezione alcuna: infatti l'amore può avere per oggetto il bene, sia posseduto che non posseduto, sia visto che non visto. Perciò la carità non verrà eliminata dalla perfezione della gloria, ma resterà sempre numericamente identica.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'imperfezione è solo accidentale per la carità: poiché nella nozione dell'amore non rientra imperfezione alcuna. Ora, eliminando ciò che è accidentale, di una cosa rimane pur sempre la sostanza. Perciò, togliendo l'imperfezione della carità, non verrà eliminata la carità medesima.
2. La carità non ha per oggetto la cognizione stessa: che allora non potrebbe essere identica in via e in patria. Ma ha per oggetto la stessa cosa conosciuta, cioè Dio, la quale rimane identica.
3. La carità dei viatori aumentando non può giungere a uguagliare la carità della patria beata, per la diversità della causa che interviene: infatti, come nota Aristotele, la visione è una delle cause dell'amore. Ora, quanto più Dio è perfettamente conosciuto, tanto più perfettamente è amato.