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Questione
66
Uguaglianza delle virtù
Passiamo ora a studiare l'uguaglianza delle virtù.
Su questo tema tratteremo sei argomenti: 1. Se una virtù possa
essere maggiore o minore; 2. Se le virtù, esistenti contemporaneamente
nel medesimo soggetto, siano tutte uguali; 3. Confronto
tra virtù morali e intellettuali; 4. Confronto delle virtù morali tra
loro; 5. Confronto reciproco delle virtù intellettuali; 6. Confronto
reciproco tra le virtù teologali.
ARTICOLO
1
Se una virtù possa essere maggiore o minore
SEMBRA che una virtù non possa essere maggiore o minore. Infatti:
1. Nell'Apocalisse si dice che i lati della città di Gerusalemme
sono uguali. Ora, secondo la spiegazione della Glossa, questi lati
stanno a indicare le virtù. Perciò le virtù sono tutte uguali.
E quindi una virtù non può essere maggiore di un'altra.
2. Tutto ciò che consiste essenzialmente in un massimo non può
essere maggiore o minore. Ora la virtù consiste essenzialmente in
un massimo: è infatti "l'ultimo grado della potenza", a dire del
Filosofo; e S. Agostino insegna, che "le virtù sono i massimi beni,
dei quali nessuno può usare malamente". Dunque la virtù non
può essere né maggiore né minore.
3. La grandezza di un effetto si misura dalla potenza dell'agente.
Ma le virtù perfette, che sono le virtù infuse, vengono da Dio la
cui potenza è uniforme e infinita. Perciò non sembra che una
virtù possa essere maggiore di un'altra.
IN CONTRARIO: Dove è possibile l'aumento e la sovrabbondanza,
può esserci disuguaglianza. Ora, nelle virtù non manca sovrabbondanza e aumento; poiché nel Vangelo si legge: "Se la vostra
giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei
Farisei, non entrerete nel regno dei cieli"; e nei Proverbi: "In
sovrabbondante giustizia, è somma virtù". Dunque la virtù può
essere maggiore o minore.
RISPONDO: La questione se una virtù possa essere maggiore dell'altra
si può intendere in due modi. Primo, a proposito di virtù
specificamente diverse. E allora è evidente che una virtù è maggiore
dell'altra. Infatti una causa è sempre superiore ai suoi effetti: e tra
gli effetti più uno è prossimo alla causa, e più sovrasta.
Ora, è evidente, da quanto abbiamo detto, che causa e
radice del bene umano è la ragione. Perciò la prudenza, che affina
la ragione, sovrasta in bontà le altre virtù morali, che affinano
la parte appetitiva in quanto partecipe della ragione. E tra
queste tanto più una è superiore all'altra, quanto più si avvicina
alla ragione. E quindi la giustizia, che è nella volontà, è preferibile
alle altre virtù morali: e la fortezza che è nell'irascibile,
va preferita alla temperanza, la quale essendo nel concupiscibile,
partecipa meno della ragione, come nota Aristotele.
Secondo, la questione può essere intesa a proposito di virtù della
medesima specie. E allora, stando a quello che abbiamo detto sopra,
parlando dello sviluppo degli abiti, una virtù può dirsi maggiore o
minore sotto due aspetti: primo, per se stessa; secondo,
per parte del soggetto in cui si trova. Considerata per se stessa,
la grandezza di una virtù si misura dalle cose cui si estende. Ora,
chiunque abbia una virtù, mettiamo la temperanza, la possiede in
rapporto a tutte le cose cui la temperanza si estende. Il che non
avviene per le scienze e per le arti: non è detto, infatti, che ogni
grammatico sappia tutto ciò che appartiene alla grammatica. E in
questo dissero bene gli Stoici, come riferisce Simplicio, che la virtù
non ammette il più e il meno come la scienza e le arti; perché la
virtù consiste essenzialmente in un massimo.
Se invece si considera la virtù dal lato del soggetto che ne partecipa,
allora essa può essere maggiore o minore, sia per la diversità
dei soggetti, sia rispetto alle varie epoche, se si tratta del
medesimo soggetto. Infatti, per raggiungere il giusto mezzo della
virtù, conforme alla retta ragione, uno può essere meglio disposto
di un altro: o per la maggiore pratica, o per una migliore disposizione
naturale, o per un giudizio più perspicace della ragione,
oppure per un maggior dono di grazia, il quale, a detta di S. Paolo,
viene elargito a ciascuno "secondo la misura della donazione di Cristo". - E in questo gli Stoici si ingannavano, pensando che
nessuno dovesse essere considerato virtuoso, se non fosse disposto
alla virtù nel modo più perfetto. Infatti per la nozione di virtù
non si richiede, come essi pensavano, che si raggiunga il giusto
mezzo della ragione in un punto indivisibile; ma basta tenersi
presso il mezzo, come dice Aristotele. Del resto anche un bersaglio
unico e indivisibile può essere raggiunto più o meno esattamente, e
più o meno presto: il che è evidente nel caso degli arcieri che si
esercitano al bersaglio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quella uguaglianza non è da intendersi
secondo una misura assoluta, ma secondo una certa proporzionalità: poiché
tutte le virtù crescono proporzionalmente nell'uomo, come vedremo.
2. L'ultimo grado attribuito alla virtù può aver natura di bene
maggiore o minore secondo i modi indicati: dal momento che non
è un punto indivisibile, come abbiamo già spiegato.
3. Dio non opera secondo una necessità di natura, ma secondo
l'ordine della sua sapienza: e seguendo quest'ultimo distribuisce
agli uomini una diversa misura di virtù, secondo le parole di
S. Paolo: "A ciascuno di voi è data la grazia secondo la misura
del dono di Cristo".
ARTICOLO
2
Se le virtù esistenti simultaneamente nel medesimo soggetto
siano tutte uguali
SEMBRA che le virtù esistenti in un identico soggetto non siano
tutte ugualmente intense. Infatti:
1. L'Apostolo scrive:
"Ciascuno ha il proprio dono da Dio, l'uno
così, l'altro in un altro modo". Ora, un dono non sarebbe per
uno più appropriato di un altro, se ciascuno possedesse ugualmente
tutte le virtù infuse per un dono di Dio. Perciò le virtù non
possono trovarsi tutte in modo uguale in un medesimo soggetto.
2. Se tutte le virtù fossero ugualmente intense in un dato soggetto,
ne seguirebbe che se uno superasse un altro in una data
virtù, sarebbe superiore a lui in tutte le altre. Ma questo è manifestamente
falso: poiché i vari santi vengono lodati particolarmente
per virtù differenti; vale a dire, Abramo per la fede, Mosè
per la mansuetudine, Giobbe per la pazienza. Cosicché di ciascun Confessore la Chiesa può cantare: "Non si è trovato uno
simile a lui, che osservasse la legge dell'Altissimo"; perché ciascuno
ebbe la prerogativa di qualche virtù. Dunque non tutte le
virtù sono uguali nel medesimo soggetto.
3. Più un abito è intenso, e più uno opera con piacere e prontezza
con esso. Ora, l'esperienza dimostra che uno compie con
maggior piacere e prontezza le azioni di una virtù che quelle di
un'altra. Quindi non tutte le virtù sono uguali in un identico
soggetto.
IN CONTRARIO: Per S. Agostino,
"quelli che sono uguali nella fortezza,
lo sono pure nella prudenza e nella temperanza"; e così
di seguito. Ma questo non potrebbe avvenire, se tutte le virtù di
un medesimo uomo non fossero uguali. Perciò le virtù di un dato
uomo sono tutte uguali.
RISPONDO: La grandezza delle virtù, come abbiamo spiegato, si
può considerare sotto due aspetti. Primo, rispettivamente alla loro
natura specifica. E allora non c'è dubbio che una virtù in un dato
individuo può essere maggiore di un'altra, tale è la carità rispetto
alla fede e alla speranza. - Secondo, si può considerare in rapporto
alla partecipazione del soggetto, e cioè in quanto cresce o
decresce in chi la possiede. E da questo lato tutte le virtù di un
dato individuo sono uguali per una certa uguaglianza di proporzionalità,
in quanto esse crescono in lui ugualmente: le dita di
una mano, p. es., sono disuguali in lunghezza, ma proporzionalmente
sono uguali, poiché crescono tutte proporzionalmente.
La nozione di questa particolare uguaglianza deve essere definita
come quella della connessione (delle virtù): infatti l'uguaglianza
è come una particolare connessione delle virtù basata sulla loro
grandezza. Ma sopra abbiamo notato che la connessione delle virtù
può essere definita in due maniere. Primo, seguendo la teoria di
coloro che considerano le quattro virtù cardinali come quattro
condizioni generali delle virtù, ciascuna delle quali è riscontrabile
mescolata alle altre in qualsiasi materia. Perciò da questo punto
di vista in qualsiasi materia una virtù non può dirsi uguale (a
quella di un altro), se non ha ugualmente tutte queste condizioni.
S. Agostino nel sostenere questo concetto dell'uguaglianza delle
virtù, scrive: "Se tu dici che questi (due) sono uguali nella fortezza,
ma che il primo è superiore nella prudenza; ne segue che
la fortezza del secondo è meno prudente. E per questo non sono
uguali neppure nella fortezza, dal momento che la fortezza del
primo è più prudente. E così troverai che è delle altre virtù, se
provi a esaminarle tutte allo stesso modo".
Secondo, la connessione delle virtù può essere definita seguendo
la teoria di coloro i quali pensano che codeste virtù abbiano ciascuna
la sua materia determinata. E da questo punto di vista il
motivo della connessione delle virtù morali deriva dalla prudenza,
e per le virtù infuse deriva dalla carità: non deriva invece dall'inclinazione,
che è propria del soggetto, come sopra abbiamo
spiegato. Ecco perché anche la nozione dell'uguaglianza tra le
virtù si può desumere dalla prudenza, per quanto riguarda l'elemento
formale di tutte le virtù morali: infatti posto che la ragione
in un dato individuo sia perfetta, da essa sarà determinato proporzionalmente
il giusto mezzo in ciascuna materia di virtù.
Invece riguardo all'elemento materiale delle virtù morali, e cioè
rispetto all'inclinazione verso l'atto virtuoso, un individuo può
essere più portato all'atto di una virtù che a quello di un'altra,
dalla natura, dalle abitudini, o da un dono della grazia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le parole dell'Apostolo si possono
intendere delle grazie gratis datae, che non sono comuni a tutti, e
che non sono uguali in ciascuno. - Oppure si può rispondere che
codeste parole si riferiscono alla misura della grazia santificante,
secondo la quale in tutte le virtù uno è meglio fornito di un altro,
in base a una maggiore prudenza, o carità, che forma l'elemento
connettivo di tutte le virtù infuse.
2. I santi sono lodati particolarmente di una virtù, o di un'altra,
per la maggior prontezza nel compierne gli atti rispettivi.
3. È così evidente la risposta anche alla terza difficoltà.
ARTICOLO
3
Se le virtù morali siano superiori a quelle intellettuali
SEMBRA che le virtù morali siano superiori a quelle intellettuali.
Infatti:
1. È certo migliore ciò che è più
necessario e duraturo. Ora, le
virtù morali sono "più durature delle discipline", cioè delle virtù
intellettuali: e sono anche più necessarie alla vita umana. Esse
dunque sono da preferirsi alle virtù intellettuali.
2. Rientra nella definizione della virtù
"render buono chi la possiede".
Ma un uomo si dice buono per le virtù morali: non già
per quelle intellettuali, se si eccettui la prudenza. Perciò le virtù
morali sono migliori di quelle intellettuali.
3. Il fine è superiore ai mezzi ad esso ordinati. Ora, a detta di
Aristotele, "la virtù morale rettifica l'intenzione del fine;
la prudenza invece rettifica l'elezione dei mezzi". Dunque le virtù
morali sono superiori alla prudenza, che è la virtù intellettuale in
campo morale.
IN CONTRARIO: Le virtù morali, come nota Aristotele, sono in un
subietto che è razionale per partecipazione; invece le virtù
intellettuali risiedono in un subietto razionale per essenza. Ma la
facoltà razionale per essenza è superiore alle facoltà razionali per
partecipazione. Dunque le virtù intellettuali sono superiori alle
virtù morali.
RISPONDO: Una cosa può essere superiore o inferiore (a un'altra)
in due maniere: simpliciter e secundum quid. Infatti niente impedisce
che una cosa sia simpliciter, o di per sé, superiore a un'altra,
come "il filosofare rispetto all'arricchire", e tuttavia non lo
sia sotto un certo aspetto, ossia secundum quid, cioè "per chi è in
necessità". Ora, ogni cosa viene considerata per se stessa, ossia
simpliciter, quando è considerata nella sua natura specifica. D'altra
parte, abbiamo già visto che la virtù deriva la sua specie dall'oggetto.
Perciò, di per sé è superiore quella virtù che ha un oggetto
più alto. Ora è evidente che l'oggetto della ragione è più nobile di
quello dell'appetito: poiché la ragione conosce le cose nella loro
universalità; mentre l'appetito tende verso le cose nella loro esistenza
concreta e particolare. Perciò simpliciter le virtù intellettuali,
che danno compimento alla ragione, sono superiori alle virtù
morali che affinano l'appetito.
Se però si considerano le virtù in ordine all'atto, allora è superiore
la virtù morale che affina l'appetito, il quale ha il compito di
muovere le altre potenze all'atto, come abbiamo spiegato in precedenza. - E
poiché il termine virtù deriva dall'essere principio di
atti, essendo perfezione di una potenza; ne segue che la nozione
di virtù spetta maggiormente alle virtù morali che a quelle
intellettuali: sebbene assolutamente parlando (simpliciter) le virtù
intellettuali siano abiti superiori.
SOLUZlONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù morali sono più durature
di quelle intellettuali, perché si esercitano in cose riguardanti la
vita ordinaria. È chiaro, però, che l'oggetto delle scienze, formato
di principi necessari e immutabili, è più duraturo dell'oggetto
delle virtù morali, costituito da particolari azioni da compiere. - Il fatto
poi che le virtù morali sono più necessarie alla vita non
dimostra che sono superiori in senso assoluto, ma solo in questo
senso relativo. Anzi, per il fatto che le virtù intellettuali speculative
non sono ordinate ad altro, come mezzi al fine, dimostrano
d'essere superiori. Infatti ciò si verifica perché con esse in qualche
modo viene iniziata in noi la beatitudine, che consiste nella contemplazione
della verità, come abbiamo visto in precedenza.
2. Un uomo si dice buono in senso assoluto in forza delle virtù
morali e non in forza di quelle intellettuali; perché, come abbiamo
spiegato, si deve all'appetito la mozione delle altre potenze ai loro
atti. Perciò questo dimostra soltanto che le virtù morali sono superiori
sotto un certo aspetto.
3. La prudenza non soltanto guida le virtù morali con lo scegliere
i mezzi, ma anche col prestabilire il fine. Ora, il fine di ogni
virtù morale consiste nel raggiungere il giusto mezzo nella propria
materia: e questo giusto mezzo viene determinato secondo la retta
ragione della prudenza, come Aristotele insegna.
ARTICOLO 4
Se la giustizia sia la prima tra le virtù morali
SEMBRA che la giustizia non sia la prima tra le virtù morali.
Infatti:
1. È cosa più grande dare del proprio che rendere a qualcuno ciò
che gli è dovuto. Ora, la prima di queste cose spetta alia liberalità,
la seconda alla giustizia. Dunque la liberalità è una virtù superiore
alla giustizia.
2. In ogni genere di cose il massimo si mostra in quello che troviamo
in esso di più perfetto. Ora, sta scritto che "la pazienza ha
l'opera perfetta". Quindi la pazienza è superiore alla giustizia.
3. A dire di Aristotele,
"la magnanimità compie ciò che è grande
in tutte le virtù". Dunque rende grande anche la giustizia. Perciò
è superiore alla giustizia.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che
"la giustizia è la più splendida
delle virtù".
RISPONDO: Una virtù nella sua specie può dirsi sia maggiore che
minore, o in senso assoluto (simpliciter), o in senso relativo (secundum quid).
Si dice maggiore in senso assoluto per il fatto che
in essa riluce un bene maggiore di ordine razionale, come sopra
abbiamo detto. E da questo lato la giustizia sovrasta su tutte le
virtù morali, essendo la più vicina alla ragione. E ciò è evidente, e
per il subietto, e per l'oggetto. Per il subietto, dal momento che
risiede nella volontà: e la volontà è un appetito razionale, come
abbiamo dimostrato. Per l'oggetto, ossia per la materia, dal momento
che riguarda le operazioni, con le quali l'uomo non solo
viene ordinato in se stesso, ma anche in rapporto agli altri. Perciò,
come dice Aristotele, "la giustizia è la più splendida delle virtù". - E tra le altre virtù morali, che riguardano le passioni,
tanto in ciascuna più riluce il bene di ordine razionale, quanto
maggiori sono i beni in cui viene sottomesso alla ragione il moto
dell'appetito. Ora, il bene massimo che all'uomo appartiene è la
vita, dalla quale tutti gli altri dipendono. Perciò la fortezza, la
quale sottomette alla ragione i moti appetitivi riguardanti la morte
e la vita, tiene il primo posto tra le virtù morali aventi per oggetto
le passioni: tuttavia è dopo la giustizia. Ecco perché il Filosofo
scrive, che "le più grandi virtù sono necessariamente quelle, che
sono le più onorate dagli altri: poiché la virtù è un potere benefico.
È per questo che la gente onora al sommo i forti ed i giusti:
poiché l'una", cioè la fortezza, "è utile in guerra; e l'altra",
cioè la giustizia, "lo è in guerra ed in pace". - Dopo la fortezza
viene la temperanza, la quale sottomette l'appetito alla ragione
rispetto a quei beni che sono ordinati immediatamente, o alla vita
dell'individuo, o a quella della specie, cioè rispetto al cibo e ai
piaceri venerei. - Ed ecco perché queste tre virtù, assieme alla prudenza,
anche in dignità sono denominate principali.
Invece diciamo che una virtù è superiore o maggiore in senso
relativo (secundum quid), in quanto offre alla virtù principale una
rifinitura o un ornamento. Per portare un esempio: la sostanza
di suo (simpliciter) è superiore all'accidente; tuttavia qualche accidente
sotto un certo aspetto (secundum quid) è superiore alla sostanza,
in quanto rifinisce la sostanza in un modo di essere accidentale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'atto della liberalità deve fondarsi
sull'atto della giustizia: infatti, come nota Aristotele, "non
sarebbe una donazione liberale, se uno non desse del proprio".
Perciò la liberalità non potrebbe esistere senza la giustizia, la
quale stabilisce ciò che appartiene a ciascuno. Invece la giustizia
può esistere anche senza liberalità. Quindi la giustizia di per sé è
superiore alla liberalità, perché più comune e fondamento di essa:
tuttavia la liberalità è superiore secundum quid, essendo come una
rifinitura della giustizia, e un complemento di essa.
2. Si dice che la pazienza ha
"l'opera perfetta" per la sopportazione
dei mali: poiché in rapporto ad essi esclude non solo le ingiuste
vendette, come fa la giustizia; non solo l'odio, come fa la
carità; non soltanto l'ira, come la mansuetudine; ma esclude persino
l'eccessiva tristezza, che è la radice dei difetti accennati. Perciò è
più perfetta e superiore, proprio perché in questo campo
estirpa il male alla radice. - Ma essa non è superiore simpliciter
a tutte le altre virtù. Poiché la fortezza non solo sopporta i malanni
senza turbamento, come fa la pazienza: ma quando è necessario,
ne va in cerca. Cosicché chi è forte è anche paziente, ma non
viceversa: infatti la pazienza è solo una parte della fortezza.
3. Come insegna Aristotele, la magnanimità si fonda sulla preesistenza
delle altre virtù. Infatti essa ne è come una rifinitura. Perciò
in un certo senso è superiore a tutte le altre: ma non lo è in
senso assoluto.
ARTICOLO
5
Se la sapienza sia la più grande delle virtù intellettuali
SEMBRA che la sapienza
non sia la più grande delle virtù intellettuali.
Infatti:
1. Chi comanda è superiore a chi è comandato. Ora, sembra che
la prudenza comandi alla sapienza poiché a dire di Aristotele, la
politica, che è parte della prudenza, "preordina quali siano le discipline
da stabilirsi nelle città, e quali di esse ciascuno debba apprendere,
e fino a qual punto". Ora, dal momento che tra le discipline
c'è anche la sapienza, sembra che la prudenza sia superiore ad essa.
2. Per definiziòne la virtù è fatta per ordinare l'uomo alla felicità: infatti
la virtù è "la disposizione di un essere perfetto all'ottimo",
come dice Aristotele. Ma la prudenza è la retta ragione
delle azioni da compiere, mediante le quali l'uomo arriva alla
felicità: mentre la sapienza non considera gli atti umani che portano
alla beatitudine. Dunque la prudenza è una virtù superiore alla sapienza.
3. Più una conoscenza è perfetta, più è superiore. Ora, noi possiamo
avere una conoscenza più perfetta delle cose umane, oggetto
della scienza, che delle cose divine, oggetto della sapienza, secondo
la distinzione di S. Agostino: poiché le cose divine sono incomprensibili,
come dice la Scrittura: "Ecco, Dio è grande, vince la
nostra scienza". Quindi la scienza è una virtù superiore alla sapienza.
4. La conoscenza dei prlncipi è superiore alla conoscenza delle
conclusioni. Ma la sapienza, come le altre scienze, tira le sue
conclusioni da principi indimostrabili, che appartengono all'intelletto.
Dunque l'intelletto è una virtù superiore alla sapienza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la sapienza è
"come il capo" tra le virtù intellettuali.
RISPONDO: Abbiamo già detto che la grandezza specifica di una
virtù si desume dal suo oggetto. Ora, l'oggetto della sapienza sorpassa
l'oggetto di tutte le virtù intellettuali: essa infatti, come Aristotele
insegna, considera la causa suprema che è Dio. E poiché
mediante la causa si giudicano gli effetti, e mediante la causa superiore
le cause inferiori; ecco che alla sapienza spetta il giudizio
di tutte le altre virtù intellettuali, l'ordinamento di esse, ed ha
quasi una funzione architettonica su tutte.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È impossibile che la prudenza sia
una virtù più grande della sapienza, dal momento che la prudenza
ha per oggetto le cose umane, e la sapienza la causa suprema; "a
meno che l'uomo", come nota Aristotele, "non sia la cosa più
grande esistente nell'universo". Perciò bisogna convenire con
lui che la prudenza non comanda anche alla sapienza, ma si verifica
piuttosto il contrario: poiché, a dire di S. Paolo, "l'uomo
spirituale giudica tutto, ed egli non è giudicato da nessuno". Infatti
la prudenza non ha il compito di trattare le cose supreme,
oggetto della sapienza: ma comanda quanto è preordinato alla sapienza,
e cioè le vie per cui l'uomo deve raggiungere la sapienza.
Perciò in questo troviamo che la prudenza, o la politica, è a servizio
della sapienza: infatti introduce ad essa preparandole la via,
come l'usciere fa col suo re.
2. La prudenza considera i mezzi per raggiungere la felicità: invece
la sapienza considera l'oggetto stesso della felicità, e cioè
l'intelligibile supremo. E se la considerazione della sapienza rispetto
al proprio oggetto fosse perfetta, in quest'atto della sapienza
avremmo la perfetta felicità. Ma siccome l'atto della sapienza
nella vita presente è imperfetto in rapporto all'oggetto principale,
che è Dio, l'atto della sapienza è (solo) un'anticipazione, ovvero
una partecipazione della futura felicità. E quindi la sapienza è più
prossima alla felicità che la prudenza.
3. Il Filosofo nota che
"una conoscenza è preferibile a un'altra,
o perché riguarda cose più nobili, o per la sua certezza". Perciò,
se gli oggetti rispettivi sono uguali in bontà e nobiltà, tra due virtù
sarà superiore quella che è più certa. Ma la conoscenza anche
meno certa di cose più alte e più grandi è da preferirsi a quella
più certa di cose inferiori. Difatti il Filosofo insegna che è cosa
grande poter conoscere qualche cosa, sia pure con ragioni deboli e
dialettiche, dei fenomeni celesti. E scrive che "è preferibile conoscer
poco di cose più nobili, che conoscer molto di cose meno
nobili". - Ora, la sapienza alla quale spetta la conoscenza di Dio,
nello stato della vita presente non può appartenere all'uomo come
un vero possesso; ché "questo è solo di Dio", a dire di Aristotele.
Tuttavia quella poca conoscenza di Dio che la sapienza può procurare,
è da preferire a ogni altra cognizione.
4. La verità e la conoscenza dei principi indimostrabili dipende
dalla nozione dei termini: infatti una volta conosciuto che cosa è
il tutto e che cosa è la parte, subito si conosce che il tutto è maggiore
della sua parte. Ma conoscere la nozione di ente e di non
ente, di tutto e di parte e degli attributi immediati dell'ente, con
cui vengono costituiti i primi principi indimostrabili, spetta alla
sapienza: poiché l'ente nella sua universalità è l'effetto proprio
della causa suprema, cioè di Dio. E quindi la sapienza non solo
si serve, come le altre scienze, dei principi indimostrabili, oggetto
dell'intelletto, per trarre le sue conclusioni; ma anche per giudicarne,
e per disputare contro chi li nega. Perciò la sapienza è una
virtù superiore all'intelletto.
ARTICOLO
6
Se la carità sia la più alta tra le
virtù teologali
SEMBRA che la carità non sia la più alta tra le virtù teologali. Infatti:
1. La
fede risiede nell'intelletto, la speranza invece e la carità
risiedono nell'appetito, come sopra abbiamo detto; perciò sembra
che la fede stia alla speranza e alla carità come le virtù intellettuali
stanno alle virtù morali. Ma le virtù intellettuali sono superiori
a quelle morali. Dunque la fede è superiore alla speranza e alla carità.
2. Ciò che si comporta come aggiunta rispetto a una cosa, sembra
essere maggiore di essa. Ora, la speranza, così sembra, è come
un'aggiunta alla carità: infatti la speranza, a dire di S. Agostino,
presuppone l'amore; e vi aggiunge un moto di propensione verso
la cosa amata. Perciò la speranza è superiore alla carità.
3. La causa è al di sopra del suo effetto. Ma la fede e la speranza
sono causa della carità: la Glossa infatti spiega che "la
fede genera la speranza, e la speranza la carità". Quindi la fede
e la speranza sono superiori alla carità.
IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna:
"Ora queste tre cose perdurano,
fede, speranza e carità; ma la più grande di tutte è la carità".
RISPONDO: La grandezza specifica di una virtù si misura dall'oggetto,
come abbiamo spiegato. Siccome, però, tutte e tre le virtù
teologali riguardano Dio come proprio oggetto, l'una non può
dirsi maggiore dell'altra per la superiorità dell'oggetto; ma per il
fatto che una lo tocca più da vicino. E in questo modo la carità
è superiore alle altre. Infatti le altre implicano nella loro nozione
una distanza dall'oggetto: la fede è di cose che non si vedono, e
la speranza è di cose che non si possiedono. Invece l'amore di
carità ha per oggetto una realtà già posseduta: poiché l'amato
in qualche modo è già in chi l'ama; e chi ama, mediante l'affetto,
raggiunge l'unione con l'amato; perciò sta scritto: "Chi sta nella
carità sta in Dio, e Dio è in lui".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fede e la speranza non stanno
affatto alla carità come la prudenza alle virtù morali. E questo
per due motivi. Primo, perché le virtù teologali hanno un oggetto
che trascende l'anima umana: invece la prudenza e le virtù morali
riguardano cose inferiori all'uomo. Ora, nelle cose che sono
al di sopra dell'uomo l'amore è superiore alla conoscenza. Infatti
la cognizione avviene mediante la presenza dell'oggetto nel conoscente: l'amore
invece mediante l'attrazione di chi ama verso
la cosa amata. Ora, ciò che ci trascende è più nobile in se stesso
che nell'uomo: poiché ogni cosa può trovarsi in un'altra subendone
il modo di essere. Capita invece il contrario per le cose che sono
al di sotto dell'uomo. - Secondo, perché la prudenza modera i moti
appetitivi appartenenti alle virtù morali: la fede invece non modera
affatto l'appetito tendente verso Dio, proprio delle virtù teologali;
ma si limita a mostrare loro l'oggetto. Anzi, questo moto
appetitivo verso l'oggetto trascende la conoscenza umana; secondo
l'espressione di S. Paolo, il quale parla dell'"amore di Cristo che
sorpassa ogni scienza".
2. La speranza presuppone l'amore di ciò che spera di raggiungere,
e cioè un amore di concupiscenza: col quale amore chi desidera
il bene ama più se stesso, che qualsiasi altra cosa. Invece
la carità importa un amore di amicizia, alla quale si giunge, secondo
le spiegazioni date, mediante la speranza.
3. La causa principale è certo superiore al suo effetto: non già
la causa dispositiva. Infatti, se così fosse, il calore del fuoco sarebbe
superiore all'anima, di cui prepara la recezione disponendo
la materia: il che è falso in maniera evidente. Ma è così che la
fede genera la speranza, e la speranza la carità: cioè in quanto
l'una dispone a (ricevere) l'altra.
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