Il Santo Rosario
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Questione 65

La connessione delle virtù

Passiamo a studiare la connessione delle virtù.
Sull'argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se le virtù morali siano connesse tra loro; 2. Se le virtù morali possano esistere senza la carità; 3. Se la carità possa esistere senza di esse; 4. Se la fede e la speranza possano esistere senza la carità; 5. Se la carità possa esistere senza di esse.

ARTICOLO 1

Se le virtù morali siano connesse tra loro

SEMBRA che le virtù morali non siano necessariamente connesse. Infatti:
1. Talora le virtù morali vengono causate dalla ripetizione degli atti, come Aristotele dimostra. Ma un uomo può esercitarsi negli atti di una data virtù, senza esercitarsi nelle azioni di un'altra. Perciò si può possedere una virtù morale senza le altre.
2. La munificenza e la magnanimità sono virtù morali. Ora uno può avere le altre virtù morali senza avere la munificenza e la magnanimità: infatti il Filosofo scrive che "il povero non può essere munifico"; pur avendo altre virtù; e aggiunge che "chi è degno di piccole cose, e di esse si reputa degno, è temperato, ma non è magnanimo". Dunque le virtù morali non sono connesse.
3. Come le virtù morali affinano la parte appetitiva dell'anima le virtù intellettuali affinano quella intellettiva. Ma le virtù intellettuali non sono connesse: infatti uno può possedere una scienza senza le altre. Perciò anche le virtù morali non sono connesse.
4. Se le virtù morali fossero connesse, la loro connessione potrebbe avvenire solo nella prudenza. Ma ciò non basta per la connessione delle virtù morali. Infatti uno può essere prudente per le azioni appartenenti a una data virtù, senza esserlo per quelle che appartengono a un'altra: allo stesso modo che uno può avere l'arte rispetto a determinati manufatti, senza averla rispetto ad altri. E la prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere. Dunque non è necessario che le virtù morali siano connesse.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma: "Le virtù sono tra loro connesse e concatenate; cosicché chi ne possiede una, mostra di possederne molte". Per S. Agostino, "le virtù esistenti nell'animo umano in nessun modo si separano tra loro". E S. Gregorio insegna, che "una virtù senza le altre, o non esiste, o è imperfetta". Finalmente Cicerone scrive: "Se tu devi confessare di non avere una data virtù, è necessario che tu non ne abbia nessuna".

RISPONDO: Una virtù morale può essere perfetta o imperfetta. La virtù morale imperfetta, temperanza o fortezza che sia, non è che una nostra inclinazione a compiere qualche atto buono: inclinazione che può essere innata, o dovuta all'esercizio. Prese in questo senso, le virtù morali non sono connesse: infatti vediamo che uno per naturale complessione, o per consuetudine è pronto agli atti della liberalità, senza esserlo agli atti della castità.
Invece la virtù morale perfetta è un abito che porta a compiere bene l'azione buona. E se prendiamo le virtù morali in questo senso, bisogna dire che sono connesse, come quasi tutti ritengono. A sostegno di ciò vengono portate due ragioni, in base al diverso modo di definire le virtù cardinali. Alcuni infatti, come abbiamo detto, le definiscono come generali condizioni delle virtù: cosicché la discrezione dovrebbe corrispondere alla prudenza, la rettitudine alla giustizia, la moderazione alla temperanza, e la fermezza d'animo alla fortezza in qualsiasi materia si vogliano considerare. E da questo punto di vista appare evidente il motivo della connessione: infatti la fermezza priva di moderazione, di rettitudine, o di discrezione, non potrebbe dirsi virtù; e lo stesso vale per le altre. Questo è il motivo della connessione proposto da S. Gregorio, quando scrive che "le virtù, se sono disgiunte, non possono essere perfette" come virtù: "poiché non è vera prudenza quella che non è giusta, temperante e forte"; e lo stesso si dica delle altre virtù. Anche S. Agostino assegna questa medesima ragione.
Invece altri definiscono le virtù cardinali secondo la materia. E in base a questo Aristotele stabilisce il motivo della loro connessione. Poiché, come abbiamo già spiegato, non può esserci virtù morale senza la prudenza: questo perché è proprio delle virtù morali dare rettitudine all'elezione, essendo esse degli abiti elettivi; ora, per la buona elezione non interviene soltanto l'inclinazione al debito fine, dovuta direttamente all'abito della virtù morale; ma anche l'immediata scelta dei mezzi, la quale vien fatta dalla prudenza, che consiglia, giudica e comanda i mezzi ordinati al fine. D'altra parte non può esserci la prudenza, senza il possesso delle virtù morali: poiché la prudenza, retta ragione delle azioni da compiere, parte, come da suo principio, dal fine delle azioni medesime, in rapporto al quale uno acquista la retta disposizione in forza delle virtù morali. Perciò, come non ci può essere una scienza speculativa senza l'intelletto dei primi principi; così non ci può essere la prudenza senza le virtù morali. Da ciò segue chiaramente che le virtù morali sono connesse.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Certe virtù morali perfezionano l'uomo per uno stato ordinario, o comune, cioè rispetto alle azioni che capita comunemente di dover compiere. Perciò è necessario che l'uomo si eserciti simultaneamente sulla materia di tutte le virtù morali. E se si esercita in tutte col ben operare, acquisterà gli abiti di tutte le virtù morali. Se invece si esercita ben operando rispetto a una data materia, rispetto all'ira, p. es., e non rispetto a un'altra, ossia rispetto alla concupiscenza, acquisterà un abito per tener a freno l'ira; ma sarà un abito che non può avere valore di virtù, mancando della prudenza, la quale viene distrutta nel campo della concupiscenza. Allo stesso modo, mancando la prudenza, non possono avere perfetta natura di virtù le inclinazioni naturali.
Ci sono invece altre virtù morali che perfezionano l'uomo per uno stato di particolare eminenza: tali sono la munificenza e la magnanimità. E poiché l'esercizio relativo alla materia di codeste virtù non capita comunemente a tutti, uno può possedere le altre virtù morali, acquisite, senza avere in atto l'abito di codeste virtù. Tuttavia, una volta acquistate le altre, uno si troverà ad avere in potenza prossima (anche) codeste virtù. Se uno, infatti, ha acquistato la liberalità nel fare spese e donativi modesti, quando gli capitasse abbondanza di danaro, con poco esercizio acquisterebbe l'abito della munificenza: come fa il geometra il quale con poco studio acquista la scienza di una conclusione, cui prima non aveva mai pensato. Ora, quello che è facilmente disponibile, si può dire che si possiede; secondo l'asserzione del Filosofo: "Quello che manca di poco, sembra che non manchi affatto".
2. Abbiamo così risposto anche alla seconda difficoltà.
3. Le virtù intellettuali riguardano materie diverse non ordinate tra loro: la cosa è evidente per le scienze e le arti. Perciò tra loro non c'è la connessione riscontrata tra le virtù morali, che riguardano passioni e operazioni chiaramente subordinate. Infatti tutte le passioni, derivando dalle prime, cioè dall'amore o dall'odio, sfociano nel piacere o nella tristezza. Parimente tutte le operazioni che sono materia delle virtù morali hanno un ordine tra loro, e anche rispetto alle passioni. Perciò tutta la materia delle virtù morali ricade sotto un'unica ragione che è quella della prudenza.
Però tutte le cose intelligibili hanno anch'esse un ordine ai primi principi. E da questo lato tutte le virtù intellettuali dipendono dall'intellectus principiorum, come la prudenza dipende dalle virtù morali, secondo le spiegazioni date. Ma i principi universali, oggetto dell'intellectus principiorum, non dipendono dalle conclusioni, oggetto delle altre virtù intellettuali; a differenza delle virtù morali cui è subordinata la prudenza; e questo perché, in qualche modo, l'appetito muove la ragione, e la ragione l'appetito, come sopra abbiamo dimostrato.
4. Le azioni umane, alle quali le virtù morali inclinano, stanno alla prudenza come principi di essa: invece le cose fattibili non stanno all'arte come principi, ma solo come materia. Ora, la ragione potrà anche essere retta per una materia e non retta per un'altra; ma è evidente che non potrà dirsi retta in nessun modo, se ha un difetto in qualcuno dei suoi principi. Se uno infatti sbagliasse in questo principio, "Il tutto è sempre maggiore della sua parte", non potrebbe avere la scienza della geometria: poiché sarebbe portato necessariamente ad allontanarsi molto dalla verità nelle conclusioni. - Inoltre le azioni da compiere sono ordinate tra loro; non così le cose fattibili, come abbiamo già notato. Perciò la mancanza di prudenza in una parte delle azioni da compiere, porterebbe a mancarne anche rispetto alle altre. Il che non avviene nelle cose fattibili.

ARTICOLO 2

Se le virtù morali possano esistere senza la carità

SEMBRA che le virtù morali possano esistere senza la carità. Infatti:
1. Nelle Sentenze di S. Prospero si legge, che "ogni virtù, eccetto la carità, può essere comune ai buoni e ai malvagi". Ma "la carità non può essere che nei buoni", come là si afferma. Dunque è possibile avere le altre virtù senza la carità.
2. Come insegna Aristotele, le virtù morali si possono acquistare con atti umani. Invece la carità si ha solo per infusione; secondo l'insegnamento di S. Paolo: "La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato". Perciò le altre virtù si possono avere senza la carità.
3. Le virtù morali sono connesse tra loro in quanto dipendono dalla prudenza. Ma la carità non dipende dalla prudenza; anzi la trascende, secondo l'espressione di S. Paolo: "L'amore di Cristo che sorpassa ogni scienza". Dunque le virtù morali non sono connesse con la carità, ma possono esistere senza di essa.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi non ama rimane nella morte". Ora, le virtù danno compimento alla vita spirituale: infatti sono esse "che fanno vivere rettamente", come si esprime S. Agostino. Dunque esse non possono esistere senza l'amore di carità.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, le virtù morali, in quanto si limitano a compiere il bene in ordine a un fine che non supera la capacità naturale dell'uomo, si possono acquistare per industria umana. E, così acquisite, possono esistere senza la carità: come si trovarono in molti pagani. - Ma solo in quanto son fatte per compiere il bene in ordine al fine ultimo soprannaturale, raggiungono perfettamente e realmente la natura di virtù; e quindi non possono acquistarsi con azioni umane, ma sono infuse da Dio. E codeste virtù morali non possono esistere senza la carità. Infatti sopra abbiamo dimostrato che le altre virtù morali non possono esistere prive di prudenza; e che la prudenza non può esistere senza le virtù morali, perché le virtù morali danno la buona predisposizione rispetto a determinati fini, dai quali ha inizio il procedimento della prudenza. Ora, per avere il retto procedere della prudenza è assai più richiesta la buona disposizione rispetto all'ultimo fine, prodotta dalla carità, che non la buona disposizione rispetto agli altri fini, prodotta dalle virtù morali: così in campo speculativo la retta ragione ha bisogno soprattutto del primo principio indimostrabile, e cioè che "le cose contraddittorie non possono essere simultaneamente vere". Perciò è evidente che non possono esistere senza la carità, né la prudenza infusa, né, di conseguenza, le altre virtù morali, incapaci di esistere senza la prudenza.
Da ciò risulta che le sole virtù infuse sono perfette, e da considerarsi virtù in senso assoluto: poiché esse (soltanto) ordinano l'uomo al fine propriamente ultimo. Invece le altre virtù, cioè quelle acquisite, sono virtù sotto un certo aspetto, ma non in senso assoluto: esse infatti dispongono bene l'uomo rispetto a dei fini che sono ultimi in un dato genere, ma non rispetto al fine che è assolutamente ultimo. Ecco perché la Glossa di S. Agostino, commentando quel passo di S. Paolo, "Tutto quello che non è secondo la fede è peccato", scrive: "Dove manca la conoscenza della verità, la virtù è falsa anche se corredata di ottimi costumi".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo si parla della virtù imperfetta. Altrimenti, se la virtù morale viene considerata nella sua perfetta ragione di virtù, "rende buono chi la possiede"; e quindi non può trovarsi nei malvagi.
2. L'argomento vale per le virtù morali acquisite.
3. Sebbene la carità trascenda la scienza e la prudenza, tuttavia, come abbiamo detto, la prudenza, e conseguentemente tutte le virtù morali infuse, dipendono dalla carità.

ARTICOLO 3

Se la carità possa esistere senza le altre virtù morali

SEMBRA che si possa avere la carità senza le altre virtù morali. Infatti:
1. Se per compiere una cosa basta un mezzo, non è giusto provvedervi con molti. Ora, la sola carità basta per compiere tutte le opere di virtù; il che è evidente da quelle parole di S. Paolo: "La carità è longanime, è benigna". Dunque per chi ha la carità le altre virtù sono superflue.
2. Chi possiede l'abito di una virtù, facilmente ne compie le opere, ed esse di per sé gli riescono piacevoli: cosicché, a dire di Aristotele, "il piacere che si produce nell'operare è segno dell'abito" raggiunto. Invece molti hanno la carità, trovandosi senza peccato mortale, ma provano difficoltà nelle opere di virtù: ed esse non riescono loro piacevoli per se stesse, ma solo in quanto si riferiscono alla carità. Dunque molti hanno la carità, senza avere le altre virtù.
3. La carità si trova in tutti i santi. Ora, ci sono dei santi che mancano di qualche virtù: infatti S. Beda afferma che i santi si umiliano di più per le virtù che non hanno, di quanto non si glorino per le virtù che possiedono. Perciò non è necessario che chi ha la carità, abbia tutte le virtù morali.

IN CONTRARIO: Con la carità, a dire di S. Paolo, si adempie tutta la legge: "Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge". Ma non si può osservare tutta la legge che mediante tutte le virtù morali: poiché le leggi son fatte per comandare tutti gli atti delle virtù, come nota Aristotele. Chi, dunque, ha la carità, ha tutte le virtù morali. - Anche S. Agostino insegna che la carità include in sé tutte le virtù cardinali.

RISPONDO: Con la carità vengono infuse tutte le virtù morali. E la ragione è questa, che Dio non può compiere le opere della grazia meno perfettamente di quelle della natura. Ora, in natura vediamo che non si trova in un essere il principio di determinate operazioni, sprovvisto di ciò che è necessario per compierle: negli animali, p. es., si riscontrano gli organi per poter compiere le operazioni che sono in potere della loro anima. Ora, è evidente che la carità, in quanto ordina l'uomo al fine ultimo, è il principio di tutte le operazioni ordinabili all'ultimo fine. E quindi è necessario che assieme alla carità vengano infuse tutte le virtù morali, che servono all'uomo per compiere ogni genere di opere buone.
È così dimostrato che tutte le virtù morali infuse non solo sono connesse in forza della prudenza, ma anche in forza della carità. E quindi chi perde la carità col peccato mortale, perde tutte le virtù morali infuse.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Perché l'atto di una facoltà inferiore sia perfetto, non soltanto si richiede la perfezione nelle facoltà superiori, ma anche in quelle inferiori: infatti, quando l'agente principale è debitamente disposto, non può seguirne un'azione perfetta, se poi manca la buona disposizione dello strumento. Ora, affinché l'uomo operi il bene rispetto alle cose ordinate al fine, non solo è necessario che abbia la virtù che lo dispone bene al fine stesso, ma anche le virtù atte a ben disporlo alle azioni ordinate al fine: poiché la virtù che ha per oggetto il fine, è come principale e movente rispetto a quelle che sono ordinate al fine. Perciò insieme alla carità è necessario avere anche le altre virtù morali.
2. Talora capita, per una difficoltà nata dall'esterno, che chi possiede un abito provi difficoltà nell'operare, e quindi non senta piacere e compiacimento nell'atto: è il caso di chi avendo l'abito della scienza, per la sonnolenza o per un'infermità, prova difficoltà nell'intendere. Allo stesso modo talora provano difficoltà nell'operare gli abiti delle virtù morali infuse, a causa delle disposizioni contrarie lasciate dagli atti precedenti. La quale difficoltà non capita ugualmente nelle virtù morali acquisite: poiché mediante l'esercizio degli atti, col quale vennero acquistate, furono tolte anche le disposizioni contrarie.
3. Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, per il motivo indicato sopra; sebbene essi abbiano l'abito di tutte le virtù.

ARTICOLO 4

Se la fede e la speranza possano trovarsi senza la carità

SEMBRA che la fede e la speranza non possano mai trovarsi senza la carità. Infatti:
1. Essendo esse virtù teologali, devono essere superiori alle stesse virtù morali infuse. Ora, le virtù morali infuse non possono essere senza la carità. Dunque neppure la fede e la speranza.
2. A dire di S. Agostino, "nessuno crede, se non perché vuole". Ma la carità, e l'abbiamo già visto, si trova nella volontà come perfezione di essa. Quindi non può esserci fede senza carità.

3. S. Agostino scrive, che "non può esserci speranza senza l'amore". Ora, la carità è amore: infatti egli parla proprio di questo amore. Perciò la speranza non può esistere senza la carità.

IN CONTRARIO: Nel commentare il Vangelo di S. Matteo, la Glossa afferma che "la fede genera la speranza, e la speranza la carità". Ora, chi genera è prima del generato, e può esistere senza di esso. Dunque la fede può esistere senza speranza; e la speranza senza carità.

RISPONDO: Come le virtù morali, la fede e la speranza si possono considerare sotto due punti di vista: primo, come virtù incipienti; secondo, come virtù perfette. Ora, una virtù, essendo ordinata a compiere azioni buone, si dirà che è perfetta per il fatto che è capace di un'azione perfettamente buona: il che avviene quando ciò che si compie non solo è un'opera buona, ma è compiuta bene. Altrimenti non sarebbe perfettamente buona: e l'abito che fosse principio di tale operazione non potrebbe possedere perfettamente natura di virtù. Se uno, p. es., facesse delle cose giuste, compirebbe un'opera buona; ma non sarebbe opera di una virtù perfetta, se non le compisse bene, cioè secondo una retta elezione, il che è proprio della prudenza: perciò una giustizia senza prudenza non può essere una virtù perfetta.
Allo stesso modo fede e speranza in qualche maniera possono esistere senza la carità; ma non possono avere senza di essa perfetta natura di virtù. Infatti, essendo atto proprio della fede credere in Dio; e non essendo il credere che dare l'assenso a qualcuno con la propria volontà; se uno non vuole nel debito modo, il suo atto di fede non potrà essere perfetto. Ma volere nel debito modo dipende dalla carità, la quale rettifica il volere: infatti, come nota S. Agostino, ogni moto retto della volontà deriva da un retto amore. Perciò la fede può anche trovarsi senza la carità, ma (allora) non è una virtù perfetta: appunto come la temperanza o la fortezza prive di prudenza. - Lo stesso si dica per la speranza. Infatti l'atto della speranza consiste nell'aspettare da Dio la futura beatitudine. Ora, codesto atto è perfetto, se parte dai meriti che uno possiede: il che non può avvenire senza la carità. Se invece uno l'aspetta dai meriti che ancora non ha, ma che si propone di acquistare in futuro, il suo atto sarà imperfetto: e questo soltanto può esistere senza la carità. - Perciò la fede e la speranza possono esistere senza la carità: ma, propriamente parlando, senza la carità esse non sono virtù; infatti per la virtù non si richiede soltanto che si faccia un'opera buona, ma che si faccia bene, come nota Aristotele.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù morali dipendono dalla prudenza: ora, la prudenza infusa non può conservare neppure la natura di prudenza, se manca di carità, in quanto viene a mancare la debita relazione col suo primo principio, cioè con l'ultimo fine. Invece la fede e la speranza, nella loro essenza non dipendono né dalla prudenza, né dalla carità. Esse perciò possono esistere senza la carità; sebbene, senza la carità, non siano virtù, come abbiamo spiegato.
2. L'argomento è valido per la fede che ha perfetta natura di virtù.
3. S. Agostino in quel passo parla della speranza, in forza della quale uno attende la futura beatitudine per i meriti che già possiede: e questo, certo, non può essere senza la carità.

ARTICOLO 5

Se la carità possa esistere senza la fede e la speranza

SEMBRA che la carità possa esistere senza la fede e la speranza. Infatti:
1. La carità non è che l'amore di Dio. Ma Dio può essere amato da noi naturalmente, anche prescindendo dalla fede e dalla speranza nella futura beatitudine. Dunque la carità può esistere senza la fede e la speranza.
2. A dire di S. Paolo, la carità è radice di tutte le virtù: "radicati e fondati nella carità". Ma la radice può anche trovarsi senza i rami. Dunque la carità può trovarsi talora senza la fede, la speranza e le altre virtù.
3. In Cristo la carità era perfetta. Eppure egli non aveva la fede e la speranza: poiché era un perfetto comprensore, come spiegheremo in seguito. Perciò può trovarsi la carità senza la fede e la speranza.

IN CONTRARIO: L'Apostolo ha scritto: "Senza fede non è possibile piacere a Dio"; ma è chiaro che ciò si verifica specialmente con la carità, secondo il detto dei Proverbi: "Io amo chi mi ama". La speranza poi, come sopra abbiamo dimostrato, serve a introdurre la carità. Dunque non si può avere la carità senza la fede e la speranza.

RISPONDO: La carità non dice soltanto amore di Dio, ma una certa amicizia verso di lui; amicizia che aggiunge all'amare un riamarsi scambievole, con una comunicazione reciproca, come spiega Aristotele. E che tale proprietà appartiene alla carità è evidente da quel testo di S. Giovanni: "Chi sta nella carità sta in Dio, e Dio è in lui". E S. Paolo afferma: "Fedele è Dio, per opera del quale siete stati chiamati alla società del Figlio suo". Ora, questa società dell'uomo con Dio, che è un commercio familiare con lui, viene iniziata qui nella vita presente mediante la grazia, e avrà compimento in futuro mediante la gloria: e queste due cose noi ora le possediamo in forza della fede e della speranza. Perciò, come non è possibile avere amicizia con qualcuno, se non si crede e non si spera di poter avere con lui società o commercio familiare; così non si può avere amicizia con Dio, ossia la carità, senza avere la fede per credere in codesta società e commercio dell'uomo con Dio, e senza avere la speranza di appartenere a codesta società. Ecco quindi che in nessun modo la carità può sussistere senza la fede e la speranza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità non è un qualsiasi amor di Dio: ma è l'amore col quale si ama Dio quale oggetto della beatitudine, e verso di esso siamo indirizzati (solo) dalla fede e dalla speranza.
2. La carità è radice della fede e della speranza, in quanto fornisce ad esse la perfezione di virtù. Ma la fede e la speranza per la loro formalità propria sono i presupposti della carità, come abbiamo spiegato. Perciò la carità non può esistere senza di esse.
3. In Cristo mancavano la fede e la speranza, perché in esse c'è qualche cosa d'imperfetto. Ma in luogo della fede egli aveva l'aperta visione; e in luogo della speranza il pieno possesso. E in tal modo poteva esserci in lui la perfetta carità.