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Questione
64
Il giusto mezzo delle virtù
Ed eccoci
a trattare delle proprietà delle virtù. Prima parleremo
del giusto mezzo delle virtù; secondo, della connessione delle virtù;
terzo, della loro uguaglianza; quarto, della loro durata.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se le virtù
morali consistano nel giusto mezzo; 2. Se il giusto mezzo delle virtù
morali sia reale o di ragione; 3. Se le virtù intellettuali abbiano un
giusto mezzo; 4. Se l'abbiano le virtù teologali.
ARTICOLO
1
Se le virtù morali consistano nel giusto mezzo
SEMBRA che la virtù morale non consista nel giusto mezzo. Infatti:
1. L'ultimo è
incompatibile con la nozione di mezzo. Ora, la nozione
di virtù implica l'idea di ultimo: infatti Aristotele afferma,
che "la virtù è l'ultimo della potenza". Perciò la virtù morale non
consiste nel giusto mezzo.
2. Ciò che è massimo non è mezzo, o intermedio. Ma certe virtù
morali tendono a un massimo: la magnanimità, p. es., ha per oggetto
i massimi onori, e la magnificenza riguarda le massime spese,
come dice Aristotele. Perciò non tutte le virtù morali consistono
nel giusto mezzo.
3. Se essere nel giusto mezzo rientra nella nozione della virtù
morale, la virtù morale necessariamente non verrà a perfezionarsi,
ma a corrompersi avvicinandosi a un estremo. Invece alcune virtù
morali toccano la loro perfezione col tendere verso certi estremi:
la verginità, p. es., astenendosi da ogni piacere venereo, tocca un
estremo, ed è la castità più perfetta. Così pure è perfettissima misericordia
o liberalità il dare ai poveri ogni cosa. Dunque non rientra
nella nozione della virtù morale il trovarsi nel giusto mezzo.
IN CONTRARIO. Il Filosofo insegna, che
"la virtù morale è un abito
elettivo che sta nel giusto mezzo".
RISPONDO: Com'è evidente dalle spiegazioni date, la virtù ha il
compito specifico di ordinare l'uomo al bene. E in particolare la
virtù morale ha quello di ben disporre la parte appetitiva dell'anima
rispetto a una determinata materia. Ora, misura e regola del
moto appetitivo verso l'oggetto è la ragione. Ma il bene per ogni
cosa misurata e regolata consiste nel conformarsi alla propria regola: p. es.,
il bene per i prodotti dell'arte consiste nell'essere a
regola d'arte. Perciò in queste cose il male consiste nel discordare
dalla regola o misura. E ciò avviene perché una cosa, o sorpassa
o è al di sotto della sua misura: il che è evidente in tutte le cose
sottoposte a una regola o misura. Perciò è evidente che il bene
delle virtù morali consiste nell'adeguarsi alla misura della ragione. - Ed è
anche chiaro che tra l'eccesso e il difetto il punto intermedio
segna l'adeguazione o conformità. Perciò è evidente che la
virtù morale consiste nel giusto mezzo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù morale deve la sua bontà
alla regola della ragione: invece ha per materia le passioni o le
operazioni. Perciò, se nel rapporto della virtù morale con la ragione,
guardiamo l'elemento razionale, vediamo che esso si presenta
come un estremo, cioè come conformità: mentre l'eccesso e il
difetto si presentano come l'estremo opposto, vale a dire come difformità.
Se invece si considera la virtù morale rispetto alla sua materia,
allora (per la concordanza con la ragione) si presenta come
giusto mezzo, in quanto la virtù riduce la passione alla regola
della ragione. Perciò il Filosofo scrive che "la virtù sta nel mezzo
per la sua natura", cioè in quanto applica la regola della virtù
alla materia propria: "invece rispetto all'ottimo e al bene è un estremo", cioè rispetto alla conformità con la ragione.
2. Negli atti e nelle passioni giusto mezzo ed estremi vanno determinati
secondo le diverse circostanze: perciò niente impedisce
che in una virtù si abbia un estremo rispetto a una data circostanza,
il quale tuttavia rimane giusto mezzo rispetto ad altre circostanze,
in forza della sua conformità con la ragione. Il che avviene
nella magnificenza e nella magnanimità. Se infatti si considera
la sola grandezza di ciò cui tende il munifico e il magnanimo,
bisogna dire che è qualche cosa di estremo e di massimo; ma se si
considera in rapporto alle altre circostanze, allora ha ragione di
termine intermedio; poiché a codesto termine tendono le suddette
virtù secondo la regola della ragione, e cioè dove, quando, e perché
si richiede. Invece avremmo un eccesso se si tendesse a quel massimo
quando e dove non si richiede, e per motivi che non lo richiedono;
e si avrebbe un difetto, se ad esso non si tendesse dove
e quando si richiede. È quanto dice il Filosofo, scrivendo che "il
magnanimo è estremo nella grandezza; ma essendolo là dove si
richiede, è moderato".
3. La stessa ragione invocata per la magnanimità, vale anche
per la verginità e per la povertà. Infatti la verginità si astiene da
tutti i piaceri venerei, e la povertà da tutte le ricchezze per giusti
motivi e nei modi richiesti; cioè secondo il comando di Dio, e per
la vita eterna. Invece se uno lo facesse ma non nel debito modo,
e cioè seguendo una superstizione illecita, o anche per vanagloria,
si avrebbe un eccesso. Se poi uno non lo facesse quando si richiede,
com'è evidente nel caso di chi trasgredisce il voto di verginità o
di povertà, allora si avrebbe un vizio per difetto.
ARTICOLO
2
Se il giusto mezzo delle virtù morali sia reale o di ragione
SEMBRA che il giusto mezzo delle virtù morali sia nelle cose e non
nella ragione. Infatti:
1. Il bene della virtù morale consiste nell'essere nel giusto mezzo.
Ma il bene, come dice Aristotele, è nelle cose stesse. Dunque il giusto
mezzo della virtù morale è nelle cose.
2. La ragione è una potenza conoscitiva. La virtù morale però
non consiste nel giusto mezzo degli atti conoscitivi; ma piuttosto nel
giusto mezzo riguardante operazioni e passioni. Quindi il giusto
mezzo delle virtù morali non è di ordine razionale, ma reale.
3. Il mezzo calcolato a guisa dei rapporti aritmetici o geometrici
è il mezzo di ordine reale. Ora, a dire di Aristotele, tale è il giusto
mezzo della giustizia. Dunque il giusto mezzo delle virtù morali è
reale e non di ragione.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"la virtù morale consiste
nel giusto mezzo rispetto a noi, definito dalla ragione".
RISPONDO: Il giusto mezzo di ragione si può intendere in due modi.
Primo, nel senso che il mezzo sia da ricercarsi nello stesso atto
della ragione, quasi riducendo l'atto stesso della ragione a qualche
cosa d'intermedio. In questo senso il giusto mezzo della virtù non
può essere giusto mezzo della ragione; poiché la virtù morale non
dà compimento all'atto della ragione, ma all'atto della virtù appetitiva. - Secondo,
può dirsi giusto mezzo di ragione quanto viene
determinato come tale dalla ragione in una data materia. E in questo
senso il giusto mezzo della virtù morale è sempre il giusto mezzo
della ragione: poiché, secondo le spiegazioni date, la virtù morale
consiste nel giusto mezzo in conformità con la retta ragione.
In qualche caso avviene però che il giusto mezzo di ragione coincida
col giusto mezzo imposto dalla realtà delle cose: e allora il
giusto mezzo della virtù morale s'identifica col giusto mezzo delle
cose, come avviene nel caso della giustizia. Invece altre volte il
giusto mezzo di ragione non è desunto dalla realtà, ma in rapporto
a noi: ed è questo il giusto mezzo in tutte le altre virtù morali.
Ciò si deve al fatto che la giustizia riguarda le operazioni
aventi di mira le cose esterne, in cui il giusto deve essere determinato
in assoluto e per se stesso, come abbiamo già notato: e
quindi il giusto mezzo di ragione nella giustizia s'identifica col
giusto mezzo delle cose, in quanto la giustizia dà a ciascuno ciò
che si deve, né più, né meno. Invece le altre virtù morali riguardano
le passioni interiori in cui non si può stabilire ciò che è giusto
sempre allo stesso modo, perché gli uomini sono diversamente
disposti rispetto alle passioni: e allora è necessario determinare la
rettitudine della ragione, avendo riguardo a noi che siamo sotto
l'influsso delle passioni.
Sono così evidenti le risposte alle difficoltà. Infatti le prime due
insistono sul giusto mezzo di ragione considerato nell'atto stesso
della ragione. - La terza è basata sul giusto mezzo proprio della giustizia.
ARTICOLO
3
Se le virtù intellettuali consistano in un giusto mezzo
SEMBRA che le virtù intellettuali non consistano in un giusto mezzo. Infatti:
1. Le
virtù morali consistono nel giusto mezzo, in quanto devono
conformarsi alla regola della ragione. Ma le virtù intellettuali sono
nella ragione stessa; e quindi non si vede come possano avere una
regola superiore. Dunque le virtù intellettuali non consistono in
un giusto mezzo.
2. Il giusto mezzo delle virtù morali viene determinato da una
virtù intellettuale; poiché, come Aristotele ha scritto, "la virtù
consiste nel giusto mezzo dovuto alla ragione determinata secondo
la determinazione del savio". Ora, se a sua volta la virtù intellettuale
dovesse consistere in un giusto mezzo, bisognerebbe determinare
codesto mezzo mediante un'altra virtù. E così si procederebbe all'infinito
nella serie delle virtù.
3. Il giusto mezzo sta tra due contrari, come Aristotele dimostra.
Ma nell'intelletto non esiste alcuna contrarietà; poiché gli stessi
contrari in quanto sono nell'intelletto non sono contrari, ma vengono
conosciuti simultaneamente. Dunque non esiste un giusto
mezzo nelle virtù intellettuali.
IN CONTRARIO: Come insegna Aristotele, l'arte è una virtù intellettuale;
e tuttavia a suo parere esiste il giusto mezzo nell'arte. Perciò
anche le virtù intellettuali consistono in un giusto mezzo.
RISPONDO: Il bene di una cosa consiste nel giusto mezzo, in quanto è conforme
a una regola o misura che essa potrebbe sorpassare e
non raggiungere, come abbiamo detto. Ora, le virtù intellettuali
sono ordinate al bene come quelle morali, secondo le spiegazioni
date. Perciò il bene della virtù intellettuale come consiste nella misura,
così consiste nel giusto mezzo. Ora, il bene di una virtù intellettuale è il
vero: di una virtù speculativa il vero in assoluto,
come ricorda Aristotele nell'Etica; di una virtù pratica il vero basato
sulla conformità con la rettitudine dell'appetito.
Il vero del nostro intelletto considerato in assoluto è come misurato
dalle cose: poiché, come insegna Aristotele, le cose sono la
misura del nostro intelletto; infatti la verità è nel nostro pensiero
e nei nostri discorsi a seconda che le cose sono o non sono. Perciò
la bontà di una virtù intellettuale speculativa viene a costituirsi
nel giusto mezzo, mediante la conformità con la cosa stessa,
cioè mediante l'affermazione di ciò che è, e la negazione di ciò che
non è; il che costituisce l'essenza della verità. Si ha invece l'eccesso
con la falsa affermazione di ciò che non è; e il difetto con la negazione
falsa di ciò che è.
Ma nelle virtù intellettuali pratiche, rispetto alle cose il vero si
presenta ancora come commisurato ad esse. E da questo lato in
tali virtù il giusto mezzo si desume dalla conformità col reale,
come nelle virtù speculative. - Invece rispetto agli appetiti (il giusto
mezzo) ha funzione di regola o misura. Cosicché il giusto mezzo
delle virtù morali è quello stesso della prudenza, e cioè la retta
ragione: ma alla prudenza codesto mezzo appartiene come all'elemento
regolante e misurante; mentre appartiene alle virtù morali,
come a cose misurate e regolate. Parimente eccesso e difetto si
considerano diversamente nell'uno e nell'altro caso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo spiegato, anche le
virtù intellettuali hanno la loro misura: e in base alla loro conformità
con essa va determinato il loro giusto mezzo.
2. Non c'è il pericolo di procedere all'infinito nella serie delle
virtù: poiché la misura e la regola delle virtù intellettuali non è
un altro genere di virtù, ma la stessa realtà.
3. Le cose tra loro contrarie non hanno contrarietà nell'anima,
poiché l'una è il motivo per conoscere l'altra: tuttavia nell'intelletto
esiste la contrarietà tra affermazione e negazione, come nota
Aristotele verso la fine del Perì Hermeneias. Infatti sebbene essere
e non essere non siano contrari ma contraddittori, se si considerano
le cose significate come sono nella realtà, poiché l'uno è ente
e l'altro è puro non ente, tuttavia in rapporto alla conoscenza dell'anima,
l'uno e l'altro (come affermazione e negazione) pongono
qualche cosa. E quindi essere e non essere sono termini contraddittori:
ma il giudizio col quale opiniamo che il bene è bene, è
contrario a quello col quale opiniamo che il bene non è bene.
Ora, la virtù intellettuale segna appunto il giusto mezzo tra contrari
di questo genere.
ARTICOLO 4
Se le virtù teologali consistano in un giusto mezzo
SEMBRA che le virtù teologali consistano in un giusto mezzo. Infatti:
1. La bontà
delle altre virtù consiste nel giusto mezzo. Ma le virtù
teologali sorpassano in bontà le altre virtù. Quindi a maggior ragione
dovranno consistere in un giusto mezzo.
2. Il giusto mezzo per le virtù morali consiste nel regolamento
dell'appetito da parte della ragione; e per le virtù intellettuali nel
commisurarsi del nostro intelletto alle cose. Ora, le virtù teologali
arricchiscono sia l'intelletto che l'appetito, come abbiamo visto.
Dunque le virtù teologali consistono anch'esse in un giusto mezzo.
3. La virtù teologale della speranza è il giusto mezzo tra la disperazione
e la presunzione. Parimente la fede passa in mezzo fra
eresie contrarie, come nota Boezio: infatti l'affermazione che in
Cristo c'è una sola persona e due nature sta tra l'eresia di
Nestorio, il quale sostiene che ci sono in lui due persone e due nature, e
l'eresia di Eutiche, il quale parla di una sola persona e di una sola
natura. Dunque le virtù teologali consistono in un giusto mezzo.
IN CONTRARIO: In tutte le cose, la cui perfezione consiste in un
giusto mezzo, si può peccare per eccesso come per difetto. Invece
rispetto a Dio, oggetto delle virtù teologali non si può peccare per
eccesso; poiché sta scritto: "Benedicendo il Signore, esaltatelo
quanto potete: perché è maggiore di ogni lode". Perciò le virtù
teologali non consistono in un giusto mezzo.
RISPONDO: Il giusto mezzo della virtù viene stabilito in base al
suo adeguarsi con la regola o misura, che uno potrebbe sorpassare
o non raggiungere. Ora, le virtù teologali possono avere due tipi
di misura. La prima si desume dalla ragione formale di codeste
virtù. E da questo lato misura e regola delle virtù teologali è Dio
stesso: infatti la nostra fede è regolata secondo la verità di Dio,
la carità secondo la bontà divina, e la speranza secondo la grandezza
della sua onnipotenza e misericordia. E questa è una misura
che sorpassa ogni capacità umana: cosicché l'uomo non potrà mai,
né amare Dio quanto è tenuto ad amarlo, né credere o sperare in
lui quanto è necessario. A maggior ragione non potranno in questo
esserci degli eccessi. E quindi da questo lato la perfezione di codeste
virtù non potrà consistere in un giusto mezzo: ma quanto più
si avvicina al sommo tanto più sarà eccellente.
La seconda regola o misura delle virtù teologali si desume da
parte nostra (di noi che le possediamo): poiché, sebbene non si
possa amare Dio quanto si deve, tuttavia dobbiamo avvicinarci a
lui, credendo, sperando e amando, secondo la misura della nostra
condizione. Perciò rispetto a noi si può indirettamente determinare
un giusto mezzo nelle virtù teologali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La bontà o perfezione delle virtù
intellettuali e morali consiste in un giusto mezzo per il loro adeguamento
a una regola o misura, che è possibile sorpassare. Ma
questo di per sé, come abbiamo spiegato, non può avvenire nelle
virtù teologali.
2. Le virtù morali e intellettuali
arricchiscono l'intelletto e l'appetito
in ordine a una misura o regola creata: invece le virtù teologali
li arricchiscono in ordine a una misura o regola increata.
Perciò il confronto non regge.
3. La speranza è un giusto mezzo tra la presunzione e la disperazione
solo rispetto a noi: e cioè, o perché uno spera da Dio un
bene superiore alla propria condizione; o perché non spera quanto
potrebbe sperare nella propria condizione. Ma non ci può essere
un eccesso di speranza rispetto a Dio, la cui bontà è infinita. - Parimente
la fede è il giusto mezzo tra eresie contrarie, non in
rapporto all'oggetto, cioè a Dio, al quale nessuno può mai credere
troppo: ma in quanto l'opinione umana in se stessa può essere un
giusto mezzo tra opinioni contrarie, come abbiamo visto in precedenza.
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