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Questione
63
Le
cause delle virtù
Passiamo a considerare le cause delle virtù.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se le nostre virtù
siano innate; 2. Se qualche virtù sia causata in noi dalla ripetizione
degli atti; 3. Se alcune virtù morali provengano in noi per infusione; 4. Se
la virtù acquisita e quella infusa siano della stessa specie.
ARTICOLO
1
Se le nostre virtù siano innate
SEMBRA che le virtù siano originate in noi dalla natura. Infatti:
1. Il Damasceno scrive:
"Le virtù sono naturali, ed esistono
ugualmente in tutti". E S. Antonio diceva parlando ai suoi monaci: "Se
il volere contrasta la natura, si ha il peccato; se ne rispetta
la condizione, si ha la virtù". E la Glossa, spiegando quel
passo evangelico, "Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando...", osserva: "Insegna le
virtù naturali, cioè la castità, la giustizia, l'umiltà, che l'uomo per
natura possiede".
2. Il bene della virtù consiste nell'essere conforme alla ragione,
come abbiamo spiegato. Ma ciò che è conforme alla ragione è naturale
per l'uomo: poiché la ragione costituisce la natura umana.
Dunque la virtù è innata nell'uomo per natura.
3. Si dice che è naturale quello che si trova in noi dalla nascita.
Ora, in alcuni le virtù si trovano dalla nascita; infatti Giobbe
diceva: "Fin dalla mia infanzia crebbe insieme con me la compassione,
e dal seno di mia madre era uscita meco". Dunque le virtù
si trovano nell'uomo per natura.
IN CONTRARIO: Ciò che esiste nell'uomo per natura è comune a
tutti gli uomini, e non viene sottratto dal peccato: poiché, come si
esprime Dionigi, anche nei demoni rimangono i beni naturali. Invece
le virtù non si trovano in tutti gli uomini: e si perdono col
peccato. Dunque esse non si trovano nell'uomo per natura.
RISPONDO: A proposito delle forme corporee, alcuni affermarono
che sono totalmente dall'interno: così fecero i sostenitori delle
forme latenti. - Altri dissero che sono totalmente dall'esterno:
così fecero i sostenitori della loro derivazione dalle cause separate. - E altri
affermarono che sono in parte dall'interno, cioè in
quanto preesistono potenzialmente nella materia; e in parte dall'esterno,
in quanto sono rese attuali da una causa agente.
Allo stesso modo, anche a proposito della scienza e delle virtù
alcuni affermarono che esse sono totalmente dall'interno: cosicché
tutte le virtù e le scienze preesisterebbero naturalmente nell'anima;
e la disciplina e l'esercizio non farebbero che togliere gli ostacoli
della scienza e della virtù, procurati all'anima dal peso del corpo;
e cioè come la limatura serve a lustrare il ferro. E questa era
l'opinione di Platone. - Altri invece affermarono che le virtù sono
totalmente dall'esterno, e cioè dall'influsso dell'intelligenza agente: come
fa Avicenna. - Altri, finalmente, affermarono che le virtù e
le scienze provengono in noi dalla natura come attitudini, ma non
nel loro stato perfetto: così insegna il Filosofo. E questo è più
rispondente al vero.
Per averne l'evidenza, bisogna considerare che una cosa può
dirsi naturale per un uomo in due maniere: primo, in base alla
natura specifica; secondo, in base alla sua natura individuale.
E poiché ogni essere deve la specie alla sua forma e l'individuazione
alla materia; e forma dell'uomo è l'anima razionale, mentre
il corpo ne è la materia: ciò che appartiene all'uomo in forza
dell'anima razionale, è naturale per lui secondo la natura specifica;
e quello che gli è naturale in forza della determinata complessione
del corpo è per lui naturale secondo la natura individuale. Infatti
ciò che all'uomo è specificamente naturale per parte del corpo, in
qualche modo si riferisce all'anima: cioè è dovuto al fatto che tale
corpo è proporzionato a tale anima.
Ora, le virtù sono naturali per l'uomo in questi due modi, ma
allo stato di germi. Secondo la natura specifica, per il fatto che
nella sua ragione si trovano naturalmente conosciuti alcuni principi,
sia speculativi che pratici; principi che sono come i germi
delle virtù intellettuali e morali; e anche perché nella volontà si
trova un appetito naturale di quel bene che è conforme alla ragione.
E secondo la natura individuale, per il fatto che alcuni sono
disposti più o meno bene a certe virtù in base alle disposizioni del
corpo: e cioè per il fatto che le potenze sensitive sono perfezioni
di certe parti del corpo, dalle cui predisposizioni sono aiutate od
ostacolate nei loro atti, sia codeste potenze, che le potenze razionali,
cui devono servire. E in base a questo un uomo possiede un'attitudine
naturale alla scienza, un altro alla fortezza, un altro ancora
alla temperanza. E in questi (due) modi le virtù sia intellettuali
che morali provengono in noi dalla natura come predisposizioni e
attitudini. - Ma da questa non proviene il loro pieno sviluppo.
Poiché la natura è determinata in un modo soltanto: invece lo
sviluppo di queste virtù non procede secondo un unico modo di
agire, ma in modi molteplici, e secondo le diverse materie in cui
le virtù si esercitano, e secondo circostanze diverse.
È perciò evidente che in noi le virtù provengono dalla natura
come attitudini e predisposizioni, non già nella loro perfezione: eccetto le virtù teologali, che derivano totalmente dall'esterno.
È così evidente la risposta alle difficoltà. Infatti i primi due
argomenti valgono nel senso che i germi delle virtù provengono in
noi dalla natura, in quanto siamo esseri ragionevoli. - Il terzo può
dimostrare che dalle predisposizioni naturali del corpo, ricevute
dalla nascita, uno ha l'attitudine alla compassione, altri alla
temperanza o a qualche altra virtù.
ARTICOLO
2
Se una virtù possa essere causata in noi dalla ripetizione degli atti
SEMBRA che le virtù non possano essere causate in noi dalla ripetizione
degli atti. Infatti:
1. Commentando il detto paolino:
"Tutto quello che non è secondo
la fede è peccato", S. Agostino scrive: "Tutta la vita degli infedeli è
peccato; e niente è bene senza il sommo bene. Dove
manca la conoscenza della verità, è falsa la virtù anche nei
costumi più eccellenti". Ora, la fede non si può acquistare con le
opere, ma è causata in noi da Dio; secondo l'affermazione di
S. Paolo: "Per grazia siete stati salvati mediante la fede". Dunque
non possiamo acquistare nessuna virtù con l'esercizio delle opere.
2. Il peccato, essendo il contrario della virtù, è incompatibile con
essa. Ma l'uomo non può evitare il peccato senza la grazia di Dio;
poiché sta scritto: "Appresi che non avrei potuto essere continente,
se Dio non me lo concedeva". Perciò nessuna virtù può essere
causata in noi dalla ripetizione degli atti: ma soltanto da un dono di Dio.
3. Gli atti che tendono alla virtù non ne raggiungono la perfezione.
D'altra parte l'effetto non può essere più perfetto della sua
causa. Dunque la virtù non può essere prodotta dagli atti che la precedono.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che il bene è più potente del male.
Ora, gli atti cattivi causano gli abiti dei vizi. Dunque, a più forte
ragione atti buoni possono causare gli abiti delle virtù.
RISPONDO: Già sopra abbiamo trattato in generale della produzione
degli abiti dagli atti. Parlando, ora, in particolare delle
virtù, si deve considerare, come abbiamo già notato, che la virtù
perfeziona l'uomo nel bene. E poiché la nozione di bene abbraccia,
a dire di S. Agostino, "modo, specie e ordine"; ovvero, come dice
il libro della Sapienza, "numero, peso e misura": è necessario che
il bene venga misurato in base a una regola. E questa è duplice,
come abbiamo già detto, e cioè: la ragione umana, e la legge divina.
E poiché la legge divina è una regola superiore, ha un'estensione
più vasta: cosicché tutto ciò che è regolato dalla ragione
umana è regolato anche dalla legge divina, ma non viceversa.
Perciò le virtù dell'uomo, ordinate al bene che cade sotto la regola
della ragione, possono essere prodotte dagli atti umani: poiché
codesti atti derivano dalla ragione, sotto il cui potere e regola
è compreso tale bene. - Invece le virtù che ordinano l'uomo al bene
in quanto ricade sotto la legge divina, e non sotto la ragione
umana, non possono essere causate dagli atti umani, il cui principio è
la ragione: ma sono causate in noi dall'azione di Dio. Perciò
nel definire codeste virtù, S. Agostino così completa la definizione: "che Dio
opera in noi senza di noi".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prima difficoltà parla appunto
delle virtù di questo genere.
2. Le virtù infuse da Dio, specialmente se considerate nella loro
perfezione, sono incompatibili con un peccato mortale. Invece le
virtù acquisite umanamente sono compatibili con qualche atto peccaminoso,
anche mortale: poiché l'uso degli abiti è soggetto alla
nostra volontà, come abbiamo detto; ma con un atto peccaminoso
non si distrugge l'abito di una virtù acquisita; infatti il diretto
contrario dell'abito non è l'atto, bensì un altro abito. Perciò, sebbene
senza la grazia un uomo non possa evitare il peccato mortale, così
da non peccare mai mortalmente; ciò non toglie che possa acquistare
un abito virtuoso, mediante il quale si astiene d'ordinario
dalle azioni cattive, specialmente da quelle che sono molto contrarie
alla ragione. - Ci sono poi dei peccati mortali che l'uomo non
può evitare assolutamente, senza la grazia; e sono quelli che direttamente
si oppongono alle virtù teologali, infuse in noi col dono
della grazia. Ma di questo tratteremo meglio in seguito.
3. Come abbiamo già visto, per natura preesistono in noi dei
germi, o principi delle virtù acquisite. I quali principi sono più
nobili delle virtù acquisite per mezzo di essi: così l'"intelletto dei
principi" in campo speculativo è più nobile che la scienza delle
conclusioni; e la rettitudine naturale della ragione è più nobile dell'affinamento
dell'appetito fatto mediante una partecipazione della
ragione, il quale affinamento si deve alle virtù morali. Ecco perché
gli atti umani, derivando da principi più alti, possono causare le
virtù acquisite dell'uomo.
ARTICOLO
3
Se alcune virtù morali si trovino in noi per infusione
SEMBRA che, oltre le virtù teologali, non siano infuse in noi da
Dio altre virtù. Infatti:
1. Le cose che possono essere prodotte dalle cause seconde non
sono prodotte immediatamente da Dio, salvo casi miracolosi: poiché,
come scrive Dionigi, "è legge della divinità raggiungere i termini
estremi servendosi di quelli intermedi". Ora, le virtù intellettuali
e morali possono essere causate in noi dai nostri atti, come
abbiamo detto. Dunque non sono prodotte in noi per infusione.
2. Nelle opere di Dio il superfluo è da escludersi più che in quelle
della natura. Ma per disporci al bene soprannaturale bastano le
virtù teologali. Perciò non c'è necessità di altre virtù di origine
soprannaturale, causate in noi da Dio.
3. La natura non impiega due mezzi quando ne basta uno solo:
e molto meno Dio. Ora, Dio ha inserito nell'anima nostra i semi
delle virtù, come dice la Glossa. Dunque non è necessario che causi
in noi per infusione altre virtù.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Essa (la Sapienza divina) insegna la
temperanza e la giustizia, la prudenza e la fortezza".
RISPONDO: È necessario
che effetti proporzionati corrispondano alle loro cause
e ai loro principi. Ora, tutte le virtù, sia intellettuali
che morali, acquisite mediante i nostri atti, derivano da
certi principi naturali preesistenti in noi, come sopra abbiamo
spiegato. Ma al posto di codesti principi Dio ci dona le virtù teologali,
che ci indirizzano al fine soprannaturale, secondo le spiegazioni date.
Perciò è necessario che anche a codeste virtù teologali
corrispondano altri abiti causati in noi da Dio, i quali stanno alle
virtù teologali come le virtù morali e intellettuali stanno ai loro
principi naturali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I nostri atti possono causare in
noi virtù intellettuali e morali. Queste però non sono adeguate alle
virtù teologali. Ecco perché è necessario che Dio causi direttamente
altre virtù a quelle proporzionate.
2. Le virtù teologali sono sufficienti a indirizzarci al fine soprannaturale,
come iniziazione, cioè rispetto a Dio medesimo. Ma l'anima
ha bisogno di essere dotata di altre virtù infuse rispetto alle
altre cose sempre però in ordine a Dio.
3. La virtù dei principi inseriti in noi per natura non si estende
oltre i limiti della natura. Perciò in ordine al fine soprannaturale
l'uomo ha bisogno di essere gratificato di altri principi.
ARTICOLO 4
Se una virtù acquisita si identifichi specificamente
con la corrispettiva virtù infusa
SEMBRA che le virtù infuse non siano differenti nella specie dalle
virtù acquisite. Infatti:
1. La virtù acquisita e quella infusa, stando alle cose già dette,
non differiscono che in ordine all'ultimo fine. Ma gli abiti e gli
atti umani sono specificati dal fine prossimo e non dall'ultimo fine.
Dunque le virtù infuse morali, o intellettuali, non differiscono
specificamente da quelle acquisite.
2. Gli abiti si conoscono dagli atti. Ora, l'atto della temperanza
infusa è identico a quello della temperanza acquisita, che è il
dominio sulle concupiscenze del tatto. Quindi codeste virtù non
differiscono specificamente.
3. La virtù infusa differisce da quella acquisita per il fatto che
l'una è prodotta immediatamente da Dio, l'altra dalla creatura.
Ma l'uomo creato da Dio e quello generato per via naturale non
differiscono specificamente: come non differiscono l'occhio che egli
diede al cieco nato, e quello prodotto dalla facoltà formativa o
plasmatrice. Perciò la virtù acquisita e quella infusa sono della
medesima specie.
IN CONTRARIO: Qualsiasi differenza che si trova nella definizione,
se viene tolta, dà una differenza specifica. Ora, come abbiamo visto,
nella definizione della virtù infusa troviamo le parole: "che Dio
produce in noi senza di noi". Dunque la virtù acquisita, alla quale
questo elemento non si addice, non si identifica specificamente con
la virtù infusa.
RISPONDO: Gli abiti si possono distinguere specificamente in due
maniere. Primo, in base alle ragioni formali e specifiche dei loro
oggetti, come abbiamo visto. Oggetto però di qualsiasi virtù è il
bene relativo alla materia propria di quella virtù: così oggetto della
temperanza è il bene relativo ai piaceri cui mirano le concupiscenze
o desideri del tatto. Il motivo formale di codesto oggetto dipende
dalla ragione, la quale stabilisce la regola in codeste concupiscenze:
mentre l'oggetto materiale sono le concupiscenze medesime.
Ora, è evidente che la regola imposta dalla ragione umana
in codeste concupiscenze è differente da quella imposta dalla legge
divina. Nel mangiare p. es., la ragione umana detta di non nuocere
alla salute del corpo, e di non creare ostacoli all'atto della
ragione: invece secondo le regole della legge divina si richiede che
l'uomo "maltratti il proprio corpo e lo renda schiavo", mediante
l'astinenza dal cibo, dalla bevanda e da altre cose consimili. Perciò è
evidente che la temperanza infusa differisce specificamente da
quella acquisita: e lo stesso si dica delle altre virtù.
Secondo, gli abiti si possono distinguere specificamente in base
ai diversi termini cui sono ordinati: infatti la guarigione dell'uomo
e quella del cavallo sono di specie diversa, per la diversità
delle nature cui sono ordinate. In questo senso il Filosofo scrive
che le virtù dei cittadini sono diverse, in base alle loro buone
disposizioni rispetto ai diversi sistemi di governo. E anche in questa
maniera differiscono specificamente le virtù morali infuse, le quali
fanno sì che gli uomini siano ben disposti come "concittadini dei
santi e familiari di Dio", dalle virtù acquisite, mediante le quali
l'uomo è ben disposto in ordine alle cose umane.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù infusa e quella acquisita
non differiscono soltanto per il loro rapporto con l'ultimo fine; ma
anche per il loro rapporto col proprio oggetto, come abbiamo spiegato.
2. Il principio regolatore delle concupiscenze relative ai piaceri
del tatto è diverso nella temperanza acquisita e in quella infusa
come si è detto. Perciò il loro atto non si identifica.
3. Dio produsse l'occhio del cieco nato per il medesimo atto per
cui la natura forma gli altri occhi: perciò quell'occhio era della
medesima specie. Lo stesso avverrebbe se Dio volesse produrre miracolosamente
nell'uomo le stesse virtù, quali vengono acquistate
con la ripetizione degli atti. Ma non è questo il caso nostro, come
abbiamo spiegato.
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