Il Santo Rosario
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Questione 62

Le virtù teologali

Passiamo a trattare delle virtù teologali.
Sul tema indicato studieremo quattro argomenti: 1. Se ci siano delle virtù teologali; 2. Se le virtù teologali siano distinte da quelle intellettuali e morali; 3. Quante e quali siano; 4. Il loro ordine.

ARTICOLO 1

Se ci siano delle virtù teologali

SEMBRA che non ci siano delle virtù teologali. Infatti:
1. Aristotele ha scritto, che "la virtù è la disposizione di un essere perfetto all'ottimo: e chiamo perfetto l'essere che è (ben) disposto secondo la sua natura". Ora, ciò che è divino è superiore alla natura umana. Dunque le virtù teologali non sono virtù umane.
2. Dire virtù teologali è come dire virtù divine. Ora, le virtù divine sono esemplari, come abbiamo spiegato: ed esse non sono in noi ma in Dio. Dunque le virtù teologali non sono virtù umane.
3. Si dicono teologali quelle virtù con le quali siamo ordinati a Dio, primo principio e ultimo fine delle cose. Ora, l'uomo è ordinato al primo principio e all'ultimo fine in forza della stessa natura della ragione e della volontà. Perciò non si richiedono gli abiti delle virtù teologali, per ordinare a Dio la ragione e la volontà.

IN CONTRARIO: I precetti della legge riguardano gli atti delle virtù. Ma nella legge di Dio si comandano atti di fede, di speranza e di carità: poiché sta scritto: "Voi che temete il Signore, credete in lui"; e ancora: "sperate in lui... amatelo". Dunque la fede, la speranza e la carità sono virtù che indirizzano a Dio. Quindi sono virtù teologali.

RISPONDO: La virtù, come abbiamo già spiegato, predispone l'uomo a quegli atti che lo indirizzano alla beatitudine. Ora, esistono per l'uomo due tipi di felicità, come si disse. La prima, proporzionata alla natura umana, l'uomo può raggiungerla mediante i principi della sua natura. La seconda, che sorpassa la natura umana, l'uomo può raggiungerla con la sola potenza di Dio, mediante una partecipazione della divinità; poiché, come dice S. Pietro, per Cristo siamo stati fatti "partecipi della divina natura". E poiché quest'ultima beatitudine sorpassa le proporzioni della natura umana, i principi naturali, di cui l'uomo si serve per ben operare secondo la sua capacità, non bastano a indirizzare l'uomo alla predetta beatitudine. Perciò è necessario che da parte di Dio all'uomo vengano elargiti altri principi, che lo indirizzino alla beatitudine soprannaturale, come dai principi naturali viene indirizzato, sia pure con l'aiuto di Dio, al fine connaturale. E codesti principi si dicono virtù teologali: sia perché hanno Dio per oggetto, essendo noi da essi indirizzati a Dio; sia perché sono infusi in noi da Dio soltanto; sia perché li conosciamo soltanto per rivelazione divina dalla Sacra Scrittura.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A un essere si può attribuire una natura in due maniere. Primo, in maniera essenziale: e in questo senso le suddette virtù teologali sorpassano la natura dell'uomo. Secondo, per partecipazione, cioè come il legno che brucia partecipa la natura del fuoco: e in questo senso l'uomo diviene partecipe della natura di Dio, come abbiamo detto. Ecco, quindi, che queste virtù si attribuiscono all'uomo secondo la natura da esso partecipata.
2. Queste virtù si dicono divine non perché esse rendono Dio virtuoso: ma perché noi col loro mezzo siamo resi virtuosi da Dio, e in ordine a Dio. Perciò esse non sono virtù esemplari, ma tratte dall'esemplare.
3. La ragione e la volontà sono naturalmente ordinate a Dio, in quanto egli è principio e fine della natura, però secondo la capacità di essa. Ma per loro natura non sono efficacemente ordinate a lui in quanto oggetto della beatitudine soprannaturale.

ARTICOLO 2

Se le virtù teologali siano distinte da quelle intellettuali e morali

SEMBRA che le virtù teologali non siano distinte da quelle morali e intellettuali. Infatti:
1. Se esistono nell'anima delle virtù teologali, bisogna che ne perfezionino o la parte intellettiva, o quella appetitiva. Ma le virtù che perfezionano la parte intellettiva si dicono intellettuali: e quelle che perfezionano la parte appetitiva sono virtù morali. Quindi le virtù teologall non si distinguono dalle virtù morali e intellettuali.
2. Si dicono teologali le virtù che ci indirizzano a Dio. Ora, tra le virtù intellettuali ce n'è una che ci indirizza a Dio; e cioè la sapienza, che ha per oggetto le cose divine, in quanto considera la causa suprema. Dunque le virtù teologali non si possono distinguere dalle virtù intellettuali.
3. S. Agostino dimostra che nelle quattro virtù cardinali si attua "l'ordine dell'amore". Ma l'amore non è che la virtù teologale della carità. Perciò le virtù morali non si distinguono dalle virtù teologali.

IN CONTRARIO: Ciò che sorpassa la natura umana è distinto da ciò che ad essa è conforme. Ora, le virtù teologali sorpassano la natura dell'uomo; al quale appartengono, in forza della sua natura, le virtù intellettuali e morali, com'è evidente da quanto abbiamo detto. Dunque codeste virtù sono distinte tra loro.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, gli abiti si distinguono specificamente secondo la differenza formale dei loro oggetti. Ora, oggetto delle virtù teologali è Dio stesso, fine ultimo delle cose, in quanto sorpassa la conoscenza della nostra ragione. Oggetto, invece, delle virtù intellettuali e morali è qualche cosa di comprensibile per la ragione umana. Perciò le virtù teologali sono specificamente distinte dalle virtù morali e intellettuali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù intellettuali e morali perfezionano l'intelletto e l'appetito dell'uomo in maniera proporzionata alla natura umana; quelle teologali, invece, li perfezionano in maniera soprannaturale.
2. La sapienza, che il Filosofo mette tra le virtù intellettuali, considera le cose divine in quanto sono conoscibili per la ragione umana. Invece le virtù teologali le considerano in quanto la sorpassano.
3. Sebbene la carità sia amore, non ogni amore è carità. Perciò, quando si dice che ogni virtù costituisce l'ordine dell'amore, si può intendere o dell'amore in generale; o dell'amore di carità. Se s'intende dell'amore in generale allora l'espressione significa che per qualsiasi virtù cardinale si richiede un affetto ben ordinato: e d'altra parte radice di ogni affetto è l'amore, come abbiamo spiegato. - Se invece s'intende dell'amore di carità, non significa che ogni altra virtù sia essenzialmente carità: ma che tutte le altre virtù dipendono in qualche modo dalla carità, come vedremo in seguito.

ARTICOLO 3

Se sia giusto porre come virtù teologali la fede, la speranza e la carità

SEMBRA che non sia giusto considerare come virtù teologali le tre virtù della fede, della speranza e della carità. Infatti:
1. Le virtù teologali sono ordinate alla beatitudine divina, come l'inclinazione della natura al fine connaturale. Ora, tra tutte le virtù ordinate al fine connaturale, troviamo una sola virtù naturale, cioè l'intelletto dei principi. Dunque non deve esserci più di una virtù teologale.
2. Le virtù teologali sono più perfette delle virtù intellettuali e morali. Ora, tra le virtù intellettuali non viene enumerata la fede; essendo questa qualche cosa d'inferiore alla virtù, perché cognizione imperfetta. Così pure tra le virtù morali non viene computata la speranza; la quale, essendo una passione, è al di sotto della virtù. Perciò a maggior ragione esse non devono computarsi tra le virtù teologali.
3. Le virtù teologali indirizzano l'anima dell'uomo verso Dio. Ora, l'anima umana può essere indirizzata verso Dio soltanto mediante la parte intellettiva, che abbraccia l'intelletto e la volontà. Dunque non devono esserci che due virtù teologali, una per l'intelletto e l'altra per la volontà.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "Ora perdurano la fede, la speranza e la carità, queste tre cose".

RISPONDO: Come abbiamo già detto, le virtù teologali ordinano l'uomo alla beatitudine soprannaturale, come l'inclinazione naturale lo ordina al fine connaturale. Ora, questo avviene in due modi. Primo, rispettivamente alla ragione, o intelletto: cioè mediante il possesso dei primi principi universali, conosciuti da noi mediante il lume naturale dell'intelletto, dai quali la ragione prende ad esercitarsi, sia in campo speculativo, che in campo pratico. Secondo, mediante la rettitudine della volontà, la quale per natura tende verso il bene di ordine razionale.
Ma queste due cose sono al di sotto dell'ordine soprannaturale; poiché, come ricorda S. Paolo: "Ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né ascese al cuor dell'uomo, è ciò che Dio preparò a quelli che lo amano". Perciò era necessario che rispettivamente all'una e all'altra facoltà l'uomo ricevesse soprannaturalmente qualche cosa che lo indirizzasse al fine soprannaturale. Primo, rispetto all'intelligenza l'uomo riceve alcuni principi soprannaturali, conosciuti mediante la luce di Dio: sono questi i dogmi, oggetto della fede. - Secondo, la volontà viene ordinata al fine suddetto, sia per il moto dell'intenzione, che forma l'oggetto della speranza; sia per una certa unione spirituale, mediante la quale uno viene trasformato in qualche maniera rispetto a codesto fine, il che avviene in forza della carità. Infatti l'appetito di qualsiasi essere si muove e tende naturalmente verso il fine che gli è connaturale: e codesto moto dipende da una certa conformità di ogni essere col proprio fine.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'intelletto ha bisogno di specie intelligibili per intendere; perciò si richiede un abito naturale che completi la potenza. Mentre la natura stessa della volontà basta per stabilire l'ordine naturale verso il fine, sia rispetto all'intenzione del fine, sia rispetto alla conformità con esso. Al contrario in ordine alle cose soprannaturali la natura della potenza è del tutto inadeguata. Perciò si richiede il complemento di abiti soprannaturali rispetto all'una e all'altra potenza.
2. La fede e la speranza implicano una certa imperfezione: poiché la fede ha per oggetto cose che non si vedono, e la speranza cose che non si possiedono. Perciò aver fede e speranza per cose che cadono sotto il potere dell'uomo, non raggiunge il grado di virtù. Ma aver fede e speranza per cose che sorpassano le capacità della natura umana, sorpassa qualsiasi virtù umanamente limitata; secondo l'espressione di S. Paolo: "La debolezza di Dio è più forte degli uomini".
3. L'appetito richiede due cose, e cioè: il moto verso il fine, e il conformarsi dell'appetito al fine mediante l'amore. Ed è per questo che nell'appetito umano bisogna porre due virtù teologali, cioè la speranza e la carità.

ARTICOLO 4

Se la fede preceda la speranza, e la speranza la carità

SEMBRA che l'ordine delle virtù teologali non richieda la precedenza della fede sulla speranza, e della speranza sulla carità. Infatti:
1. La radice è prima di ciò che da essa deriva. Ora, la carità è radice di tutte le virtù; secondo l'espressione di S. Paolo: "radicati e fondati nella carità". Dunque la carità precede le altre.
2. Scrive S. Agostino: "Uno non può amare quello che non crede possa esistere. D'altronde se uno crede ed ama, operando il bene fa sì pure che speri". Perciò la fede precede la carità, e la carità la speranza.
3. L'amore è il principio di ogni affetto, come sopra abhiamo affermato. Ora, la speranza sta a indicare un affetto: abbiamo visto, infatti, che essa è una passione. Dunque la carità, che è amore, è prima della speranza.

IN CONTRARIO: L'Apostolo nomina le virtù suddette in questo ordine, dicendo: "Ora perdurano la fede, la speranza e la carità".

RISPONDO: Vi sono due tipi di ordine: ordine di generazione e ordine di perfezione. In ordine di generazione, in base al quale in un dato soggetto la materia è prima della forma, e l'essere imperfetto prima della sua perfezione, la fede precede la speranza, e la speranza la carità, rispetto agli atti (poiché gli abiti sono infusi tutti simultaneamente). Infatti un moto appetitivo non può tendere verso una cosa con la speranza o con l'amore, se prima non la conosce con i sensi o con l'intelligenza. Ora, l'intelletto conosce le cose che spera e che ama mediante la fede. Perciò in ordine di generazione la fede deve precedere la speranza e la carità. - Similmente l'uomo ama una cosa per il fatto che la conosce come suo bene. Ora, dal momento che uno spera di conseguire un bene da una persona, considera costei come un bene proprio. Perciò l'uomo passa ad amare una persona, perché spera da lei qualche cosa. E quindi in ordine di generazione, rispettivamente all'atto, la speranza precede la carità.
Invece in ordine di perfezione la carità precede la fede e la speranza: poiché sia l'una che l'altra vengono formate dalla carità, e da essa ricevono la perfezione come virtù. In questo senso infatti la carità è madre e radice di ogni virtù, poiché è la forma di tutte le virtù, come spiegheremo in seguito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta la prima difficoltà.
2. S. Agostino parla della speranza con la quale uno spera di raggiungere la beatitudine, per i meriti che già possiede: e questo è proprio della speranza formata, che segue la carità. Ma uno può sperare anche prima di possedere la carità, non in forza dei meriti che già possiede, ma in forza di quelli che spera di conseguire.
3. Parlando delle passioni, abbiamo detto che la speranza riguarda due cose. La prima, come oggetto principale: ed è il bene sperato. Rispetto ad esso l'amore precede sempre la speranza: infatti non si può sperare un bene, se questo non è desiderato e amato. - Ma la speranza riguarda anche colui dal quale si spera di poter conseguire il bene. E rispetto a questo da prima la speranza precede l'amore: sebbene in seguito dall'amore stesso la speranza riceva un incremento. Infatti dal momento che uno pensa di poter conseguire un bene mediante una persona, comincia ad amarla: e per il fatto che l'ama, dopo spera da lei con più forza.