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Questione
61
Le virtù cardinali
Passiamo a trattare delle virtù cardinali.
Sul tema indicato esamineremo cinque argomenti: 1. Se alcune
virtù morali debbano considerarsi cardinali, o principali; 2. Il loro
numero; 3. Quali siano; 4. Se differiscano tra loro nella specie; 5. Se
siano ben divise in virtù politiche, purificanti e dell'anima già purificata,
ed esemplari.
ARTICOLO
1
Se (certe) virtù morali debbano considerarsi cardinali, o principali
SEMBRA che (certe) virtù morali non debbano considerarsi cardinali, o principali.
Infatti:
1. Come Aristotele insegna,
"cose che si dividono per contrapposizione
sono a pari per natura": e quindi l'una non è più importante dell'altra.
Ora, tutte le virtù morali dividono per contrapposizione il genere virtù.
Perciò nessuna di esse deve dirsi principale.
2. Il fine è più importante dei mezzi. Ma le virtù teologali hanno
per oggetto il fine: mentre le virtù morali si limitano ai mezzi.
Dunque devono dirsi principali, o cardinali, non certe virtù morali,
ma piuttosto quelle teologiche.
3. Chi ha un attributo per essenza è prima di chi lo ha per partecipazione.
Ora, le virtù intellettuali appartengono a un subietto
razionale per essenza; mentre le virtù morali appartengono a
facoltà razionali per partecipazione, come abbiamo visto.
Dunque le virtù principali non saranno virtù morali, ma piuttosto intellettuali.
IN CONTRARIO: S. Ambrogio commentando quel passo evangelico,
"Beati i poveri in spirito", scrive: "Sappiamo che ci sono quattro
virtù cardinali, e cioè la temperanza, la giustizia, la prudenza
e la fortezza". Ma queste sono virtù morali. Dunque certe virtù morali
sono cardinali.
RISPONDO: Quando parliamo di virtù senza restrizioni intendiamo
parlare della virtù umana. Ora, stando alle spiegazioni date, virtù umana,
in tutto il rigore che implica codesta nozione, è la virtù
che richiede la rettitudine dell'appetito: infatti codesta virtù non
dà soltanto la capacità di agir bene, ma lo stesso esercizio del ben operare.
Invece la virtù che non richiede la rettitudine dell'appetito,
corrisponde a una nozione inadeguata della virtù: poiché dà
la sola capacità di agir bene, ma non causa l'esercizio del ben operare.
Ora, è chiaro che una cosa perfetta è principale rispetto a
quanto è imperfetto. Perciò le virtù che implicano la rettitudine
dell'appetito devono dirsi principali. Esse sono virtù morali; e tra
le intellettuali c'è la sola prudenza, che in qualche modo, cioè per
la materia di cui si occupa, è una virtù morale, come abbiamo spiegato sopra.
È quindi logico che si pongano tra le virtù morali quelle
che sono denominate principali o cardinali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si divide nelle sue specie
un genere univoco, allora le parti sono a pari rispetto alla natura
del genere; sebbene in realtà una specie sia più importante e più
perfetta dell'altra, come l'uomo, p. es., rispetto agli altri animali:
Ma quando si ha la divisione di un genere analogico, il quale si predica
di più cose secondo una graduatoria; allora niente impedisce
che uno (dei membri della suddivisione) sia più importante dell'altro
anche rispetto alla nozione che hanno in comune; la sostanza, p. es., è
più ente degli accidenti. Tale è la divisione della virtù nei
suoi vari generi: poiché il bene di ordine razionale non è in tutti
secondo il medesimo rapporto.
2. Le virtù teologali, come abbiamo già detto, trascendono l'uomo.
Esse perciò non possono chiamarsi umane, essendo sovrumane, cioè divine.
3. Eccettuata la prudenza, le altre virtù intellettuali non sono
principali rispetto alla nozione di virtù, la quale si ricollega al
bene che è oggetto dell'appetito; pur essendo esse più importanti
delle virtù morali per il subietto in cui risiedono.
ARTICOLO
2
Se le virtù cardinali siano quattro
SEMBRA che le virtù cardinali non siano quattro.
Infatti:
1. Più sopra abbiamo dimostrato che la prudenza ha il compito
di dirigere le altre virtù morali. Ma principale è proprio chi ha il
compito di dirigere. Dunque la sola prudenza è virtù principale.
2. Le virtù principali in qualche modo devono essere morali. Ora,
siamo portati a compiere azioni morali e dalla ragione pratica, e
dal retto appetito, come insegna Aristotele. Perciò le virtù cardinali
sono due soltanto.
3. Anche tra le altre virtù, l'una è più importante dell'altra.
Ma perché una virtù sia principale non si richiede che sia la più importante
di tutte: basta che lo sia di alcune. Quindi le virtù principali
saranno molto più (di quattro).
IN CONTRARIO: S. Gregorio ha scritto:
"tutto l'edificio del ben operare
si compone di quattro virtù".
RISPONDO: Il numero di certe cose si può desumere, o in base ai
principi formali, o in base ai subietti: e in tutti e due i modi si
riscontrano quattro virtù cardinali. Infatti il principio formale delle
virtù, delle quali ora parliamo, è il bene secondo ragione. E questo
può essere considerato sotto due aspetti. Primo, in quanto si
attua nell'esercizio medesimo della ragione. E allora abbiamo la
prima virtù principale, che è la prudenza. - Secondo, in quanto
l'ordine della ragione viene imposto ad altre cose. E allora, o si
tratta di operazioni, e così avremo la giustizia; o si tratta di passioni,
e in questo caso si richiedono due virtù. Infatti l'ordine della
ragione rispetto alle passioni va imposto in considerazione della
ripugnanza di queste ultime alla ragione. E questa può presentarsi
in due modi. Primo, in quanto la passione spinge verso cose contrarie
alla ragione: e allora è necessario reprimerla, e questo si
denomina temperanza. Secondo, in quanto la passione trattiene dal
compiere quello che la ragione comanda, come fa, p. es., il timore
dei pericoli e della fatica: e allora è necessario che uno venga fortificato
a non recedere dal bene di ordine razionale; e questo si denomina fortezza.
Anche in base ai subietti risulta il medesimo numero. Infatti per
le virtù di cui parliamo si possono riscontrare quattro sedi distinte;
un subietto razionale per essenza, il cui perfezionamento è affidato
alla prudenza; e un subietto razionale per partecipazione il quale
si suddivide in tre facoltà; e cioè: volontà, che è sede della giustizia;
concupiscibile, sede della temperanza; e irascibile sede della fortezza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza è senz'altro la principale fra tutte.
Ma le altre sono ciascuna principale nel proprio genere.
2. Il subietto razionale per partecipazione si suddivide in tre, come abbiamo visto.
3. Tutte le virtù che hanno una priorità rispetto alle altre si riducono
alle quattro virtù indicate, sia per il loro subietto, sia per
la loro ragione formale.
ARTICOLO
3
Se altre virtù debbano dirsi principali più di queste
SEMBRA che altre virtù debbano dirsi principali
più di queste.
Infatti:
1. In qualsiasi genere di cose quanto in esso c'è di più grande
sembra essere il principale. Ora, stando ad Aristotele, "la magnanimità
opera ciò che è grande in tutte le virtù". Dunque specialmente
la magnanimità deve dirsi virtù principale.
2. Virtù principale dev'essere specialmente quella che dona stabilità
alle altre. Ma tale è l'umiltà: infatti S. Gregorio fa osservare,
che "chi raduna le altre virtù senza l'umiltà, non fa che esporre
delle pagliuzze al vento". Dunque l'umiltà è una virtù quanto mai principale.
3. Principale è come dire la cosa più perfetta. Ora, questa qualifica
spetta alla pazienza; secondo l'espressione di S. Giacomo: "La pazienza
rende l'opera perfetta". Dunque la pazienza deve considerarsi come principale.
IN CONTRARIO: Cicerone riduce a queste quattro tutte le altre virtù.
RISPONDO: Abbiamo già visto che queste quattro virtù cardinali
si desumono dalle quattro ragioni formali della virtù morale. Queste
però si riscontrano principalmente in determinati atti e passioni.
Il bene, p. es., che si attua nell'esercizio medesimo della ragione,
si riscontra principalmente nel comando della ragione, come
abbiamo notato, e non nel consiglio, o nel giudizio. Così il bene di
ordine razionale, presente nelle operazioni sotto l'aspetto di cosa
retta o dovuta, si riscontra principalmente negli scambi o nelle ripartizioni
che indicano rapporti con altri su una base d'uguaglianza.
Invece il bene che consiste nel frenare le passioni si trova principalmente
nelle passioni che sono più difficili a reprimersi, cioè
nei piaceri del tatto. La bontà, poi, che consiste nel persistere nel
bene di ordine razionale contro l'impeto delle passioni, si riscontra
principalmente nei pericoli di morte, contro i quali è difficilissimo resistere.
Quindi possiamo considerare le quattro virtù suddette in due maniere.
Primo, sotto l'aspetto di ragioni formali universali. E in questo senso
si dicono principali, ossia generali rispetto a tutte le virtù;
e cioè: tutte le virtù, che attuano la bontà nell'esercizio della
ragione, si denominano prudenza; tutte le virtù che nelle operazioni (della
volontà) pongono in atto ciò che è retto e dovuto si denominano giustizia;
tutte quelle virtù che reprimono e moderano
le passioni si dicono temperanza; tutte quelle che danno fermezza
d'animo contro qualsiasi passione si denominano fortezza. E molti,
sia tra i Santi Dottori che tra i Filosofi, parlano in tal senso di queste virtù.
E in questo senso le altre virtù sono implicite in queste. - E quindi
cadono tutte le difficoltà.
Secondo, le suddette virtù si possono considerare in quanto sono
denominate da ciò che forma l'elemento principale nella materia
rispettiva. E allora sono virtù specifiche, contraddistinte dalle altre.
Tuttavia si dicono principali rispetto alle altre, per la priorità
della loro materia: denomineremo prudenza, p. es., la virtù che
ha per oggetto il comando; giustizia, quella che riguarda le azioni
dovute agli uguali; temperanza, quella che reprime le concupiscenze,
o desideri per i piaceri del tatto; fortezza, quella che dà la
costanza di fronte ai pericoli di morte. - E anche da questo lato cadono
le difficoltà: poiché le altre virtù possono avere preminenze di altro genere,
ma per la materia le principali sono queste, come abbiamo dimostrato.
ARTICOLO
4
Se le quattro virtù cardinali siano distinte tra loro
SEMBRA che le quattro suddette virtù non siano virtù diverse, distinte tra loro.
Infatti:
1. Scrive S. Gregorio:
"Non è vera la prudenza, se non è giusta,
temperante e forte; e non è perfetta la temperanza, se non è forte,
giusta e prudente; non è inviolata la fortezza, se non è prudente,
temperante e giusta; non è vera la giustizia, se non è prudente,
forte e temperante". Ora, così non sarebbe, se le quattro virtù indicate
fossero tra loro distinte: poiché le specie diverse di un dato
genere non possono denominarsi l'una con l'appellativo dell'altra.
Dunque le suddette virtù non sono distinte tra loro.
2. Quando le cose sono ben distinte tra loro, l'attributo dell'una
non può valere per l'altra. Ora, ciò che è proprio della temperanza
viene attribuito anche alla fortezza; scrive infatti S. Ambrogio: "Giustamente si deve parlare di fortezza, quando uno vince se
stesso, e non si lascia snervare e piegare da nessuna seduzione".
E a proposito della temperanza afferma, che "essa custodisce la
misura e l'ordine di tutte le cose che pensiamo di dover fare o di
dover dire". Perciò codeste virtù non sono distinte tra loro.
3. Il Filosofo insegna che nella virtù si devono riscontrare le seguenti
cose: "primo, se uno conosce; secondo, se sceglie, scegliendo
per un fine; terzo, se è fermo ed immobile nelle disposizioni e nell'operare".
Ora, la prima di queste cose sembra appartenere alla
prudenza, retta ragione delle azioni da compiere; la seconda, cioè
la scelta, alla temperanza, in quanto che uno sceglie non per passione
ma per elezione, tenendo a freno le passioni; la terza, e cioè
il fatto che uno opera per il debito fine, implica una certa rettitudine,
che sembra appartenere alla giustizia; il resto, cioè la fermezza
e l'immobilità è proprio della fortezza. Perciò ognuna di
esse è generale rispetto a tutte le virtù. E quindi non si distinguono tra loro.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna, che
"la virtù si divide in quattro abiti,
come variazioni dell'atto di amore": e seguita parlando
di queste quattro virtù. Dunque esse sono distinte tra loro.
RISPONDO: Come abbiamo già accennato, codeste quattro virtù vengono spiegate
in due maniere differenti. Infatti alcuni le prendono come condizioni generali
dello spirito umano, presenti in tutte le virtù:
cosicché la prudenza non è altro che la rettitudine nel discriminare
tra i vari atti, o materie d'operazione; la giustizia è una
certa rettitudine dell'anima, in forza della quale un uomo compie
quello che deve in qualsiasi campo; la temperanza, poi, è una disposizione
di spirito che impone moderazione a tutte le passioni ed operazioni,
perché non vadano oltre il dovuto; e la fortezza è una
disposizione che rafforza lo spirito in quello che è secondo la ragione,
contro qualsiasi impulso delle passioni o delle difticoltà che
s'incontrano nelle operazioni. Ora, queste quattro cose, distinte
in tal modo, non implicano una diversità di abiti virtuosi per la giustizia,
la temperanza e la fortezza: Infatti qualsiasi virtù morale,
essendo un abito, deve avere una certa fermezza, per non essere
distolta dal suo contrario: e questo, come abbiamo detto, è proprio
della fortezza. E in quanto è una virtù dev'essere ordinata al bene,
il quale implica la nozione di cosa retta o dovuta: e abbiamo detto
che ciò appartiene alla giustizia. E in quanto è virtù morale, e
quindi razionale per partecipazione, deve rispettare in tutto la misura
della ragione, così da non varcarne i limiti: e questo si diceva
che appartiene alla temperanza. Soltanto la capacità di scegliere,
attribuita alla prudenza, appare distinta, così, dagli altri tre aspetti,
poiché essa appartiene essenzialmente alla ragione stessa, mentre
le altre implicano una certa partecipazione della ragione, come
applicazioni di essa a certe passioni od operazioni. Perciò, stando
a codeste spiegazioni, la prudenza sarebbe una virtù distinta dalle
altre: ma le altre tre non sarebbero virtù distinte tra loro; poiché
è chiaro che ognuna di esse è insieme abito, virtù e virtù morale.
Altri invece, con più ragione, prendono queste quattro virtù, in
quanto vengono determinate a speciali materie: ciascuna di esse
è ristretta a quella sola materia, in cui principalmente viene apprezzata
quella proprietà dalla quale è derivato il suo nome, come
sopra abbiamo spiegato. Stando a questo, è chiaro che codeste virtù
sono abiti diversi, distinti secondo la diversità degli oggetti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio parla delle virtù suddette
secondo la prima accezione. - Oppure si può rispondere che
queste quattro virtù si scambiano le denominazioni per una certa
ridondanza. Infatti quanto è proprio della prudenza ridonda sulle
altre virtù, in quanto queste sono da essa guidate. E delle rimanenti
ciascuna ridonda sulle altre in base al principio, che chi è
capace del più è capace anche del meno. E quindi chi può tenere
a freno la brama dei piaceri del tatto, entro i giusti limiti, che è
la cosa più difficile, con ciò diviene più adatto a contenere nei giusti
limiti l'audacia di fronte ai pericoli di morte, il che è molto più
facile; e in tal senso la fortezza potrà dirsi temperante. E la temperanza
può dirsi forte, per il ridondare in essa della fortezza: e
cioè in quanto chi per la fortezza ha l'animo fermo contro i pericoli di morte,
che è la cosa più difficile, è meglio disposto a conservare
una fermezza d'animo contro l'impulso dei piaceri; poiché,
come si esprime Cicerone, "non è probabile che si lasci vincere
dalla cupidigia chi non si piega al timore; o che si lasci vincere
dal piacere chi si è mostrato invincibile alla fatica".
2. Così è risolta anche la seconda difficoltà. Infatti la temperanza
conserva la misura in ogni cosa, e la fortezza mantiene l'animo
inflessibile contro gli allettamenti del piacere, o in quanto queste
virtù indicano certe condizioni generali delle virtù, o per l'accennata ridondanza.
3. Le quattro condizioni generali delle virtù poste dal Filosofo
non sono esclusive per le virtù cardinali. Ma si possono loro appropriare,
nel modo sopra indicato.
ARTICOLO
5
Se le virtù cardinali siano ben ripartite in virtù politiche, purificanti,
proprie di un animo purificato, ed esemplari
SEMBRA che queste quattro virtù non siano ben ripartite in virtù
esemplari, proprie di un animo purificato, purificanti, e politiche.
Infatti:
1. Macrobio insegna, che
"sono esemplari quelle virtù che si trovano
nella mente stessa di Dio". Il Filosofo però osserva che "è
ridicolo attribuire a Dio la giustizia, la fortezza, la temperanza e la prudenza".
Dunque codeste virtù non possono essere esemplari.
2. Le virtù degne di un animo purificato sarebbero quelle senza
passioni: infatti Macrobio aggiunge che "appartiene alla temperanza
di un animo purificato non già reprimere, ma dimenticare
del tutto le terrene cupidigie; e alla fortezza allora appartiene non
già vincere ma ignorare le passioni". Ora, più sopra abbiamo detto
che codeste virtù non possono essere senza le passioni. Quindi non
possono esistere virtù proprie di un animo purificato.
3. Per Macrobio le virtù purificanti appartengono a coloro
"che
fuggendo le cose umane s'immergono nelle cose divine". Ma questo è
peccaminoso: infatti Cicerone scrive, che "coloro i quali dicono
di disprezzare il comando e le magistrature che i più ambiscono,
non solo non li considero degni di lode, ma li considero in colpa".
Perciò non ci sono virtù purificanti.
4. Per Macrobio le virtù politiche sarebbero
"quelle con le quali
gli uomini onesti provvedono allo stato, e difendono la città". Ora,
la sola giustizia legale è ordinata al bene comune, come il Filosofo
insegna. Dunque le altre virtù non si possono chiamare politiche.
IN CONTRARIO: Scrive Macrobio:
"Plotino, che con Platone tiene
il primato tra i filosofi, diceva: "Quattro sono i generi delle quattro
virtù. Le prime tra esse sono politiche; le seconde purificanti; le
terze proprie di un animo purificato; le quarte esemplari"".
RISPONDO: Come insegna S. Agostino,
"è necessario che l'anima
abbia un modello da seguire, per poter concepire una virtù: e questo è Dio,
seguendo il quale, viviamo bene". Perciò è necessario che
in Dio preesista l'esemplare delle umane virtù, come preesistono
in lui le ragioni di tutte le cose. Perciò le virtù si possono considerare
in quanto sono "esemplarmente" in Dio: e allora si dicono esemplari.
In questo senso, la prudenza in Dio sarà la stessa mente divina;
la temperanza sarà il volgersi dell'intenzione divina verso
Dio stesso, come in noi si dice temperanza il conformarsi del concupiscibile
alla ragione; la fortezza di Dio è la sua immutabilità;
la giustizia è la sua osservanza della legge eterna nel compimento
delle sue opere, come diceva Plotino.
E poiché l'uomo è un animale politico, codeste virtù, in quanto
si trovano nell'uomo in conformità di codesta sua natura, si dicono
politiche: perché l'uomo in forza di esse ottiene la disposizione atta
a compiere funzioni umane. E finora noi ci siamo limitati a parlare
di queste virtù su questo piano.
Siccome, però, l'uomo ha il compito di adeguarsi per quanto è
possibile alle cose divine, come nota anche il Filosofo; e questo ci
viene più volte raccomandato dalla Sacra Scrittura, come in quel
testo: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli";
è necessario ammettere delle virtù intermedie tra quelle politiche,
che sono virtù umane, e quelle esemplari che sono virtù
divine. E codeste virtù dovranno suddividersi in base alla distinzione
esistente tra il moto e il suo termine. Le une, cioè, sono proprie
di coloro che camminano verso la somiglianza con Dio: e queste
si dicono purificanti. E allora la prudenza ha il compito di disprezzare
tutte le cose mondane per la contemplazione delle cose
di Dio, e di indirizzare tutti i pensieri dell'anima soltanto verso
queste ultime; la temperanza ha quello di abbandonare, per quanto
è possibile alla natura, ciò che il corpo richiede; la fortezza fa sì
che l'anima non si spaventi per l'abbandono del corpo e per la
conquista dei beni superiori; la giustizia finalmente fa sì che tutta
l'anima consenta a percorrere la via di codesto proposito. - Le
altre, invece, sono proprie di coloro che hanno già raggiunto la
somiglianza con Dio: e queste si dicono proprie di un animo già
purificato. E allora la prudenza si riduce alla contemplazione delle
sole cose divine; la temperanza al misconoscimento delle terrene
cupidigie; la fortezza all'imperturbabilità di fronte alle passioni; e
la giustizia a una alleanza perpetua con la volontà di Dio, mediante
l'imitazione di essa. E codeste virtù le possiamo attribuire ai beati,
e in questa vita a pochi perfettissimi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo parla di queste virtù
in quanto limitate alle cose umane: p. es., della giustizia limitata
alla compravendita; della fortezza limitata ai timori, e della temperanza
limitata ai desideri, o concupiscenze. In tal senso sarebbe
ridicolo attribuire a Dio queste virtù.
2. Le virtù umane, cioè le virtù degli uomini esistenti in questo mondo,
riguardano sempre le passioni. Ma le virtù di coloro
che hanno raggiunto la perfetta beatitudine sono senza passioni.
Infatti Plotino osserva che "le virtù politiche addolciscono le passioni",
e cioè le riducono al giusto mezzo; mentre "le seconde",
ossia quelle purificanti, "le eliminano"; "le terze", cioè quelle
degne di un animo purificato, "le dimenticano"; "nelle quarte"
poi, cioè nelle esemplari, "è peccato solo nominarle". - Ma si potrebbe
anche rispondere che Macrobio parla delle passioni nel senso di moti disordinati.
3. Abbandonare le cose umane quando una necessità le impone
è riprovevole: altrimenti è cosa virtuosa. Infatti Cicerone aveva
detto: "Forse dobbiamo concedere che han fatto bene a non assumere
responsabilità politiche quelli che con ingegno eccellente si
dedicarono allo studio; e anche quelli che ne furono impediti, o dalla
mal ferma salute, o da una causa più grave; sebbene apprezzassero
quelli che accettavano le cariche". E questo concorda con
quanto scrive S. Agostino: "La carità della verità richiede una
santa tranquillità; e il dovere della carità ci fa assumere un incarico giusto.
Se nessuno c'impone codesto peso, si deve attendere
alla contemplazione della verità: se invece ci viene imposto, si deve
accettare per un dovere di carità".
4. La sola giustizia legale riguarda direttamente il bene comune:
ma essa convoglia verso codesto bene tutte le altre col suo comando,
come insegna il Filosofo. Si deve infatti osservare che alle virtù
politiche, secondo il significato che qui viene loro riconosciuto,
non appartiene soltanto il ben operare a favore della collettività, ma anche
a favore delle sue parti, cioè di una famiglia o di una persona particolare.
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