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Questione
60
Distinzione delle virtù morali tra loro
Ed eccoci a trattare della distinzione delle virtù morali tra loro.
Sull'argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se esista una virtù
morale soltanto; 2. Se ci sia distinzione tra le virtù morali che
riguardano le operazioni e quelle che riguardano le passioni; 3. Se
ci sia una sola virtù morale riguardante le operazioni; 4. Se ci
siano diverse virtù morali secondo le diverse passioni; 5. Se le
virtù morali si dividano secondo i diversi oggetti delle passioni.
ARTICOLO
1
Se esista una virtù morale soltanto
SEMBRA che esista una virtù morale soltanto.
Infatti:
1. Nelle azioni morali, come la direzione spetta alla ragione, che
è sede delle virtù intellettuali, così l'inclinazione spetta alla parte
appetitiva che è la sede delle virtù morali. Ma la virtù intellettuale
che dirige in tutte le azioni morali è una sola, cioè la prudenza.
Perciò deve essere una sola anche la virtù morale che in tutti
gli atti morali dà l'inclinazione.
2. Gli abiti non sono distinti secondo l'oggetto materiale, ma
secondo la ragione formale dell'oggetto. Ora, la ragione formale
di bene, cui è ordinata la virtù morale, è una sola, cioè la misura
data dalla ragione. Dunque la virtù morale è una soltanto.
3. Le entità di ordine morale ricevono la specie dal fine, come
si disse. Ma il fine comune di tutte le virtù morali è unico, cioè
la felicità; invece i fini immediati sono infiniti. Ora, le virtù morali
non sono infinite. Dunque è più logico che sia una soltanto.
IN CONTRARIO: Secondo le spiegazioni date, un abito non può risiedere
in diverse potenze. Ora, sede delle virtù morali è la parte
appetitiva dell'anima, la quale si suddivide in diverse potenze,
come si disse nella Prima Parte. Quindi le virtù morali non possono
ridursi a una soltanto.
RISPONDO: Le virtù morali sono abiti della parte appetitiva. Ora,
gli abiti differiscono specificamente secondo le differenze specifiche
dei loro oggetti, come abbiamo già dimostrato. E la specie dell'oggetto
appetibile, come di qualsiasi cosa, si desume dalla forma
specifica, che deriva dalla causa agente. Si deve però considerare
che la materia del subietto paziente può comportarsi in due modi
rispetto all'agente. Talora, infatti, ne riceve la forma secondo la
stessa natura esistente nella causa agente: come avviene in tutti
i casi di causalità univoca. In tal caso se l'agente è specificamente
unico, la materia dovrà necessariamente ricevere la forma di una
unica specie: dal fuoco, p. es., non viene generato univocamente
che un subietto costituito nella specie ignea (il fuoco). - Altre volte,
invece, la materia non riceve la forma dell'agente secondo la natura
stessa esistente in esso: ciò è evidente nei casi di generazione
non univoca (ma analogica), quando l'animale, p. es., viene generato dal sole.
In questi casi le forme che la materia riceve da
un medesimo agente non sono di un'unica specie, ma sono diverse
secondo la diversa disposizione della materia a ricevere l'influsso
della causa agente: vediamo, p. es., che da un unico influsso del
sole vengono generati dalla putredine animali di specie diversa,
secondo la diversa disposizione della materia.
Ora, è evidente che in campo morale chi muove e comanda è
la ragione; mentre le facoltà appetitive sono mosse e comandate.
L'appetito però non riceve l'impulso della ragione in maniera univoca:
poiché non diviene razionale per essenza, ma per partecipazione,
come afferma Aristotele. Ecco perché le cose appetibili
vengono a costituirsi nelle varie specie, secondo il loro diverso
rapporto con la ragione. Di qui nasce che le virtù morali sono
specificamente diverse e non una soltanto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oggetto della ragione è il vero.
Ora in tutte le entità di ordine morale, entità contingenti e operabili,
non c'è che un'unica ragione di vero. Perciò in esse non
c'è che un'unica virtù direttiva, che è la prudenza. - Invece oggetto
delle facoltà appetitive sono i beni appetibili, di cui abbiamo diverse
formalità, secondo il diverso rapporto con la ragione che regola l'appetito.
2. Codesto oggetto formale ha un'unità di genere, basata sull'unità
della causa agente. Ma si suddivide in varie specie secondo
i diversi rapporti di ciò che ne riceve l'influsso, come abbiamo spiegato.
3. Le entità di ordine morale non ricevono la loro specie dal fine ultimo,
ma dai fini immediati: i quali, sebbene lo siano numericamente,
non sono però specificamente infiniti.
ARTICOLO
2
Se le virtù morali riguardanti le operazioni
siano distinte da quelle riguardanti le passioni
SEMBRA che le virtù morali non si distinguano, per il fatto che
alcune riguardano le operazioni, e altre le passioni.
Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che la virtù morale
"ha il compito di
operare il meglio in materia di piaceri e di tristezze". Ora, piacere
e tristezza sono passioni, come abbiamo visto. Dunque la virtù che
riguarda le passioni, riguarda anche le operazioni, essendo fatta per operare.
2. Le passioni sono
principi delle operazioni esterne. Ma se ci
sono delle virtù che rendono buone le passioni, dovranno necessariamente
rettificare anche le operazioni. E quindi le stesse virtù morali
riguardano le passioni e le operazioni.
3. Qualsiasi atto esterno dipende da un moto buono o cattivo
dell'appetito sensitivo. Ora, i moti dell'appetito sensitivo sono passioni.
Dunque le stesse virtù riguardanti le operazioni riguardano pure le passioni.
IN CONTRARIO: Il Filosofo alla giustizia assegna le operazioni;
invece alla fortezza e alla temperanza assegna alcune passioni.
RISPONDO: Le operazioni e le passioni si possono riferire alla
virtù in due maniere. Primo, come effetti. E in questo senso qualsiasi
virtù morale presenta delle buone operazioni, che essa ha il
compito di produrre; e presenta, come sopra abbiamo spiegato,
qualche piacere o tristezza che sono passioni.
Secondo, le operazioni si possono riferire alla virtù morale,
come la materia di cui quest'ultima si occupa. E in questo senso è necessario
che le virtù morali riguardanti le operazioni siano distinte
da quelle riguardanti le passioni. E la ragione si è che la bontà
o la malizia di certe operazioni si desume da queste medesime,
comunque l'uomo sia disposto nei loro riguardi: poiché la loro bontà
o malizia si misura in base al rapporto con altri.
E per codeste operazioni si richiede una virtù atta a dirigerle per
se stesse: è questo il caso del comprare e del vendere, e di tutte
le operazioni consimili, in cui va tenuto conto di ciò che è, o non
è dovuto, sia a se stessi che ad altri. Per questo la giustizia e le
sue parti riguardano propriamente come loro materia le operazioni. - Invece
per altre operazioni la bontà o la malizia si desume dalla loro convenienza
rispetto a chi le compie. Perciò in questo caso la bontà o la malizia
va misurata e considerata in base alla buona o alla cattiva disposizione del soggetto
nei loro riguardi. E quindi in questi casi le virtù dovranno
riguardare principalmente gli affetti interiori,
che sono appunto le passioni: come
è evidente nel caso della temperanza, della fortezza e di altre virtù consimili.
Però può anche capitare che nelle operazioni misurate dal rapporto
con altri si sacrifichi il bene della virtù per una passione
disordinata. E allora in quanto viene infranta la misura dell'operazione
esterna, si ha un'infrazione della giustizia: ma in quanto
viene infranto l'equilibrio delle passioni interiori, si ha l'infrazione
di qualche altra virtù. Quando uno, p. es., percuote un altro
per ira, quei colpi ingiustificati distruggono la giustizia; invece l'eccesso
di collera distrugge la mansuetudine. Lo stesso si dica delle altre virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: È così evidente la soluzione delle difficoltà.
Infatti la prima prende le operazioni come effetti delle virtù.
Le altre due argomentano dal fatto che operazione e passione concorrono
al medesimo effetto. Ma in alcuni casi le virtù riguardano
principalmente le operazioni, negli altri principalmente le passioni,
come abbiamo spiegato.
ARTICOLO
3
Se ci sia una sola virtù morale riguardante le opere esterne
SEMBRA che ci sia una sola virtù morale riguardante le operazioni.
Infatti:
1. La rettitudine di tutte le operazioni esterne è da attribuirsi
alla giustizia. Ma la giustizia è una virtù particolare. Quindi unica
è la virtù riguardante le operazioni.
2. Le operazioni tra loro più differenti sembrano essere quelle
ordinate al bene di uno e quelle ordinate al bene di una collettività.
Ma questa diversità non diversifica le virtù morali: poiché,
come dice il Filosofo, la giustizia legale, che ordina gli atti di
molti uomini al bene comune è distinta solo per una distinzione
di ragione dalla virtù che ordina gli atti di un uomo al bene di
un solo individuo. Dunque la diversità delle operazioni non causa
una diversità di virtù morali.
3. Se esistessero diverse virtù morali riguardanti operazioni diverse,
bisognerebbe che ci fosse una diversità di virtù morali secondo
la diversità delle operazioni. Ora, questo è falso: infatti
alla (sola) giustizia appartiene applicare la retta norma nei diversi
generi di scambi e di distribuzioni, come spiega Aristotele.
Perciò non ci sono diverse virtù per le diverse operazioni.
IN CONTRARIO: La religione è una virtù distinta dalla pietà: eppure
esse riguardano entrambe delle operazioni.
RISPONDO: Tutte le virtù morali riguardanti le operazioni hanno
in comune un aspetto generico di giustizia, e cioè l'aspetto di cosa
dovuta ad altri: ma si distinguono tra loro secondo le ragioni
specifiche di essa. E questo perché, come abbiamo visto, nelle operazioni
esterne l'ordine della ragione non viene stabilito in base
al rapporto con gli affetti del soggetto, ma in base alla convenienza
della cosa in se stessa; secondo la quale convenienza viene determinata
la nozione di cosa dovuta, da cui deriva la nozione di giustizia:
infatti spetta evidentemente alla giustizia rendere ciò che è dovuto.
Perciò tutte le virtù morali riguardanti le operazioni
hanno in qualche modo un aspetto di giustizia. - Ma ciò che è dovuto
non ha una natura unica in tutti i casi: infatti è diverso ciò
che si deve agli uguali, ai superiori, e agli inferiori; così pure
è diverso ciò che si deve per un patto, per una promessa, o per
un beneficio ricevuto. E in base a codesti diversi aspetti di ciò che
è dovuto si hanno virtù diverse: la religione, p. es., ci fa rendere
a Dio ciò che a lui si deve; la pietà ci fa rendere quanto dobbiamo
ai genitori e alla patria; la gratitudine ci fa rendere quanto dobbiamo
ai benefattori; e così di seguito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia propriamente detta
è una virtù specifica, la quale ha per oggetto ciò che si deve,
in quanto può essere ricompensato con perfetta uguaglianza. Ma
col nome generico di giustizia si può intendere qualsiasi doveroso
compenso. E in questo senso essa non è una virtù specifica.
2. La giustizia ordinata al bene comune è una virtù distinta dalla
giustizia che è ordinata al bene privato di qualcuno: infatti anche il diritto
comune è distinto dal diritto privato; anzi Cicerone ammette
una speciale virtù, cioè la pietà, che ha il compito di indirizzare
al bene della patria. Ma la giustizia che ordina un uomo
al bene comune, è una virtù universale per il comando (che la distingue):
poiché ordina tutti gli atti delle virtù al proprio fine
che è il bene comune. E qualsiasi virtù in quanto comandata da
codesta giustizia può anche denominarsi giustizia. E in questo caso
codesta virtù differisce dalla giustizia legale (o generale) solo per
una differenza di ragione: cioè come chi opera per se stesso differisce
da se medesimo quando opera sotto il comando di un altro.
3. In tutte le operazioni che appartengono alla specifica virtù
della giustizia ciò che si deve è di un'identica natura. Perciò si
tratta di un'identica virtù di giustizia, specialmente trattandosi di scambi.
Ché forse la giustizia distributiva è una specie distinta
da quella commutativa. Ma questo lo vedremo in seguito.
ARTICOLO
4
Se ci siano diverse virtù morali per passioni diverse
SEMBRA che non ci siano diverse virtù morali per passioni diverse.
Infatti:
1. Cose che hanno in comune principio e fine devono avere un
unico abito: come è evidente per le scienze. Ora, tutte le passioni
hanno un unico principio, cioè l'amore; e tutte hanno un unico
termine conclusivo, cioè il piacere o la tristezza, secondo le spiegazioni
date in precedenza. Dunque per tutte le passioni non c'è che un'unica virtù morale.
2. Se per passioni diverse ci fossero diverse virtù morali, le virtù
morali verrebbero ad essere quante sono le passioni.
Ma ciò è falso in maniera evidente: poiché passioni contrarie hanno un'unica
e identica virtù morale; la fortezza, p. es., abbraccia timore e
audacia, così fa la temperanza per il piacere e la tristezza.
Perciò non si richiede che ci siano diverse virtù morali per passioni diverse.
3. Amore, concupiscenza e piacere sono passioni specificamente
distinte, come abbiamo visto. Ma per esse non c'è che un'unica
virtù, cioè la temperanza. Dunque le virtù morali non devono essere
diverse per passioni diverse.
IN CONTRARIO: Come insegna Aristotele, la fortezza ha per oggetto
timore e audacia; la temperanza le concupiscenze, o desideri;
la mansuetudine l'ira.
RISPONDO: Non è ammissibile che per tutte le passioni ci sia una
sola virtù morale: esse infatti appartengono a potenze distinte;
alcune appartengono all'irascibile, ed altre al concupiscibile,
secondo le spiegazioni date.
E tuttavia non è necessario che ogni diversità tra le passioni
basti a produrre una diversità tra le virtù morali. In primo luogo
perché certe passioni hanno tra loro un'opposizione di contrarietà:
tali sono gioia e tristezza, timore e audacia, e altre consimili.
E per codeste passioni contrarie è necessario che ci sia un'unica virtù.
Infatti, consistendo la virtù morale nel giusto mezzo, codesto
mezzo tra passioni contrarie viene determinato in base a un
criterio comune: del resto anche tra entità di ordine fisico, la qualità
intermedia tra due contrari, mettiamo tra il bianco e il nero, è identica.
Secondo, perché ci sono passioni distinte che si oppongono alla
ragione sotto il medesimo aspetto: o perché dipendono da un unico
impulso verso cose contrarie alla ragione; o perché parti di un'unica
ripugnanza verso cose conformi alla ragione. Ecco perché le diverse
passioni del concupiscibile non appartengono a virtù morali
distinte: proprio perché i loro impulsi si susseguono in un'unica
direzione, essendo ordinati a un unico oggetto, cioè a conseguire
un bene, o a fuggire un male; dall'amore, p. es., nasce la concupiscenza,
o desiderio, e dal desiderio si giunge al piacere.
Lo stesso vale per le passioni contrarie: poiché dall'odio segue la
fuga, o la ripulsa, e questa porta alla tristezza. - Invece le passioni
dell'irascibile non formano un'unica catena, ma sono indirizzate
a oggetti diversi: infatti audacia e timore hanno per oggetto un grave pericolo;
speranza e disperazione un bene arduo;
e l'ira spinge ad affrontare un essere contrario da cui si è ricevuto
un nocumento. Perciò si richiedono virtù diverse per codeste passioni:
e cioè la temperanza per le passioni del concupiscibile;
la fortezza per il timore e l'audacia; la magnanimità per la speranza
e la disperazione; la mansuetudine per l'ira.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le passioni hanno in comune un unico
principio e un unico fine: ma non si tratta di un principio e di un fine propri.
Perciò questo non basta per l'unità della virtù morale.
2. Nelle entità di ordine fisico è identico il principio, o la causa,
che permette l'abbandono di un termine e l'avvicinamento al suo
contrario; e in campo speculativo identica è la ragione, o nozione
dei contrari: perciò anche la virtù morale, che è consona alla ragione
come una seconda natura, è unica nel caso di passioni contrarie.
3. Le tre passioni indicate sono indirizzate in un certo ordine
a un medesimo oggetto, come abbiamo visto. Perciò appartengono
a un'unica virtù morale.
ARTICOLO
5
Se le virtù morali debbano distinguersi secondo i diversi oggetti delle passioni
SEMBRA che le virtù morali non debbano distinguersi tra loro secondo
gli oggetti delle passioni.
Infatti:
1. Le passioni hanno i loro oggetti come hanno i loro oggetti
le operazioni. Ora, le virtù morali riguardanti le operazioni non
si distinguono secondo gli oggetti delle operazioni: infatti a un'unica
virtù che è la giustizia appartiene la compravendita sia della casa
che del cavallo. Perciò neppure le virtù morali riguardanti le passioni
sono distinte secondo i vari oggetti delle passioni.
2. Le passioni sono atti o moti dell'appetito sensitivo. Ora, si
richiede maggior differenza per fondare una distinzione di abiti,
che una distinzione di atti. Perciò oggetti diversi incapaci di dare
una diversità specifica alle passioni, non potranno dare una diversità
specifica alle virtù morali. Cosicché per tutti i piaceri dovrà
esserci un'unica virtù morale: e così per il resto.
3. Una semplice gradazione non dà diversità di specie. Ora, alcuni oggetti
di piacere differiscono tra loro soltanto per una gradazione.
Quindi tutti codesti oggetti appartengono a un'unica specie di virtù.
Lo stesso si dica per tutte le cose temibili, e così via.
Dunque le virtù morali non possono distinguersi in base agli oggetti delle passioni.
4. Una virtù, come ha il compito di operare il bene, ha quello
di impedire il male. Ora, per i desideri delle cose buone ci sono
diverse virtù: e cioè la temperanza per il desiderio, o concupiscenza
dei piaceri del tatto, e l'eutrapelia per i piaceri del gioco.
Dunque anche per i timori di cose cattive devono esserci diverse virtù.
IN CONTRARIO: La castità riguarda quanto forma l'oggetto dei piaceri venerei;
l'astinenza riguarda le cose gustabili del mangiare;
e l'eutrapelia quelle divertenti del gioco.
RISPONDO: La virtù è una perfezione che dipende dalla ragione:
invece la passione è una perfezione che dipende dallo stesso appetito sensitivo.
Ecco perché le virtù si suddistinguono in rapporto alla ragione:
le passioni invece in ordine all'appetito.
Perciò gli oggetti delle passioni, in base alla diversità dei loro rapporti
con l'appetito sensitivo, producono specie diverse di passioni:
e in base ai loro rapporti con la ragione causano specie diverse di virtù.
Difatti il moto della ragione non si identifica col moto dell'appetito sensitivo.
E quindi niente impedisce che una differenza di oggetti
possa causare una diversità di passioni, senza causare una
diversità di virtù, come quando, nei casi già considerati, una sola
virtù riguarda un certo numero di passioni. E, al contrario, niente
impedisce che una differenza di oggetti possa causare una diversità di virtù,
senza causare una diversità di passioni, come quando
un'unica passione, mettiamo il piacere, interessa diverse virtù.
E poiché, come abbiamo già detto, le passioni che appartengono
a potenze diverse, appartengono sempre a virtù differenti; la diversità
degli oggetti, che incide sulla diversità delle potenze, la
distinzione, p. es., tra il semplice bene e il bene arduo, apporta
sempre una diversità specifica tra le virtù. - E siccome la ragione
governa le facoltà inferiori dell'uomo secondo una certa gradazione,
fino ad estendersi agli oggetti esterni, l'oggetto delle passioni può
avere con essa rapporti diversi, e incidere sulla diversità delle virtù,
anche per il fatto di essere conosciuto dal senso, dalla immaginativa
o dalla ragione; oppure dall'appartenere all'anima, al corpo
e ai beni esterni. Perciò un bene umano, oggetto di amore, di concupiscenza
e di piacere, può cadere sotto la considerazione del senso,
oppure sotto la considerazione interiore dell'anima. E questo vale
sia per il bene che è indirizzato a vantaggio del soggetto medesimo,
dell'anima o del corpo poco importa, sia per il bene che è
indirizzato a vantaggio di altri. E tutte codeste diversità, causano
distinzioni di virtù in forza del loro diverso rapporto con la ragione.
Perciò se prendiamo un bene il quale sia conosciuto dal senso
del tatto, e che cooperi alla conservazione della vita umana dell'individuo
o della specie, come sono i beni che costituiscono i piaceri venerei
e gastronomici, codesto bene dovrà appartenere alla
virtù della temperanza. Invece i piaceri degli altri sensi,
non essendo virulenti, non presentano difficoltà per la ragione: perciò
non esiste nessuna virtù che li riguardi, essendo la virtù, a dire
di Aristotele, "circa cose difficili, come anche l'arte".
Invece un bene che è conosciuto, non dai sensi, ma da una facoltà
interna, e che appartiene all'uomo in quanto tale, sarà come
il denaro o come gli onori; il primo dei quali è ordinabile ai beni
del corpo, mentre questi ultimi consistono in una percezione dell'anima.
E codesti beni possono essere considerati o in assoluto,
come oggetto del concupiscibile; oppure in quanto ardui, come oggetto
dell'irascibile. Questa distinzione però non interessa i beni
piacevoli del tatto: essendo questi dei beni meschini, che competono
all'uomo in quanto somiglia agli altri animali.
Perciò rispetto ai beni riducibili al denaro, in quanto oggetto di
concupiscenza, di piacere o di amore, abbiamo la liberalità; ma se hanno
l'aspetto di beni ardui, quale oggetto di speranza, avremo la magnificenza.
Rispetto ai beni riducibili all'onore, se presi in assoluto
in quanto sono oggetto di amore, avremo una virtù che è denominata filotimia,
cioè amore della propria dignità. Se invece si
considerano come beni ardui, quale oggetto della speranza, avremo la magnanimità.
Perciò liberalità e filotimia sono da assegnarsi al concupiscibile;
magnificenza, invece, e munificenza all'irascibile.
Il bene poi ordinato al vantaggio di altri non presenta l'aspetto
di bene arduo: ma è un bene in senso assoluto, come oggetto del concupiscibile.
E codesto bene può essere piacevole per un uomo in quanto
chi lo compie presenta se stesso ad altri, o nelle azioni serie,
cioè in quelle che dalla ragione sono indirizzate al debito fine;
oppure nel gioco, cioè nelle azioni ordinate soltanto al piacere,
e che non hanno con la ragione il rapporto suddetto.
Ora, nelle azioni serie uno presenta se stesso a un altro in due maniere.
Primo, dimostrandosi una persona piacevole con parole e
con atti convenienti: e ciò appartiene a una virtù che Aristotele
chiama "amicizia", e che possiamo denominare affabilità. Secondo,
mostrandosi ad altri aperto e sincero, con le parole e con i fatti:
è questo proprio di una virtù che Aristotele chiama "verità" (o veracità).
Questo perché alla ragione si avvicinano di più le cose serie
che quelle giocose, più la sincerità che il godimento. Perciò per
quanto riguarda i giochi c'è un'altra virtù, che il Filosofo chiama "eutrapelia".
È perciò evidente, secondo Aristotele, che esistono dieci virtù
morali riguardanti le passioni, e cioè: fortezza, temperanza, liberalità,
magnificenza, magnanimità, filotimia, mansuetudine, amicizia,
verità ed eutrapelia. Esse si distinguono o secondo la materia,
o secondo la diversità delle passioni, oppure secondo la diversità
degli oggetti. Aggiungendo la giustizia, che ha per oggetto le operazioni,
in tutto saranno undici.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutti gli oggetti di una medesima
specifica operazione hanno con la ragione il medesimo rapporto;
non così gli oggetti di una medesima specifica passione: poiché le azioni esterne
non offrono alla ragione motivi speciali di contrasto come le passioni.
2. Le passioni e le virtù sono distinte, come abbiamo spiegato, con criteri diversi.
3. Una gradazione non dà diversità di specie, se non incide sul
rapporto (dell'oggetto) con la ragione.
4. Il bene (anche come oggetto di passione) è più energico del
male nel muovere; poiché il male, come si esprime Dionigi,
agisce solo in forza del bene. Perciò il male, se non è straordinario,
o arduo, non presenta difficoltà particolari per la ragione, da richiedere
una virtù: e il male arduo è unico per ciascun genere di passioni.
Ecco perché a occuparsi dei moti dell'ira c'è la sola virtù della mansuetudine:
e a occuparsi dei moti dell'audacia c'è la sola fortezza. - Invece il bene
implica difficoltà che richiedono le virtù,
anche senza essere arduo in quel genere di passioni.
Ecco perché per i moti della concupiscenza, o desiderio, si richiedono
diverse virtù morali, come abbiamo notato.
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