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Questione 6
Volontarietà e involontarietà degli atti
Posta la conclusione che sono necessari, per giungere alla beatitudine,
alcuni atti determinati, dovremo ora logicamente prendere
in esame gli atti umani, per distinguere quelli che servono a raggiungere
la beatitudine, da quelli che ostacolano il cammino verso
di essa. E siccome gli atti e le operazioni riguardano il singolare concreto,
qualsiasi scienza operativa (o pratica) deve completarsi nell'indagine del particolare.
Perciò la morale, che ha per oggetto gli atti umani, va esposta,
prima di tutto in generale (I-II), e quindi in particolare (II-II).
Per quanto riguarda l'indagine degli atti umani in genere, si presentano
alla nostra considerazione, prima gli atti umani in se stessi;
e in secondo luogo i loro principi. Tra gli atti umani poi
alcuni sono propri dell'uomo; altri sono comuni all'uomo e agli
animali irragionevoli. Essendo però la beatitudine bene esclusivo
dell'uomo, sono più vicini alla beatitudine gli atti propriamente
umani, che gli atti comuni all'uomo e agli altri animali. Quindi si
deve prima trattare delle azioni proprie dell'uomo; e in secondo
luogo di quelle comuni all'uomo e agli altri animali, cioè delle passioni.
Sul primo tema si presentano due argomenti: primo, la posizione degli atti umani;
secondo, la loro distinzione (o moralità). E poiché si dicono umani
in senso proprio gli atti volontari, essendo la volontà l'appetito razionale
proprio dell'uomo, è necessario considerare questi atti in quanto sono volontari.
Perciò bisogna trattare: primo, di ciò che è volontario o involontario in generale;
secondo, degli atti che sono volontari perché emessi dalla volontà ed esistenti
nella volontà; terzo, degli atti che sono volontari, perché imperati della volontà,
e che appartengono alla volontà mediante le altre potenze.
E poiché gli atti volontari hanno delle circostanze che li distinguono,
bisogna considerare prima di tutto la loro volontarietà e involontarietà;
e quindi le circostanze di questi medesimi atti.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se la volontarietà si trovi
negli atti umani; 2. Se si trovi negli animali bruti; 3. Se la volontarietà
possa prescindere da qualsiasi atto; 4. Se alla volontà si possa fare violenza;
5. Se la violenza possa causare atti involontari; 6. Se possa causarla il timore;
7. Se li possa causare la concupiscenza; 8. Oppure l'ignoranza.
ARTICOLO 1
Se negli atti umani vi sia volontarietà
SEMBRA che negli atti umani non vi sia volontarietà. Infatti:
1. Volontario
è "ciò che possiede in se stesso il proprio
principio";
come dimostrano S. Gregorio Nisseno, il Damasceno ed Aristotele.
Ora, il principio degli atti umani non è nell'uomo, ma fuori di esso:
infatti l'appetito dell'uomo viene mosso ad agire dall'oggetto appetibile esterno,
che, a dire di Aristotele, è come un "motore immobile".
Dunque negli atti umani non c'è volontarietà.
2. Il Filosofo dimostra che non c'è moto nuovo negli animali che
non sia preceduto da un moto dall'esterno. Ma tutti gli atti umani sono nuovi:
poiché nessun atto dell'uomo è eterno. Perciò il principio di tutti gli atti umani
viene dall'esterno. E quindi in essi non esiste volontarietà.
3. Chi agisce volontariamente può agire da se stesso. Ma l'uomo
non è in grado di farlo; poiché sta scritto: "Senza di me non potete far
nulla". Dunque negli atti umani non c'è volontarietà.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna che
"la volontarietà si concreta
in un atto che è un'operazione razionale". Ma tali sono gli atti umani.
Dunque negli atti umani c'è volontarietà.
RISPONDO: Negli atti umani deve esserci la volontarietà. E per
averne la dimostrazione bisogna considerare che alcuni atti o moti
hanno il loro principio, o causa nell'agente, cioè nel soggetto in
movimento; altri moti, od operazioni hanno una causa estrinseca:
infatti quando una pietra si muove verso l'alto, il principio del
suo movimento è esterno alla pietra; quando invece si muove verso
il basso, il principio del moto è nella pietra stessa. Ora, tra le cose,
che sono mosse da un principio intrinseco, alcune muovono se
stesse altre no: se è vero infatti, come abbiamo dimostrato, che
ogni agente muove o agisce per un fine, saranno mossi da un principio
intrinseco quelli che ottengono da quel principio, non solo di potersi muovere,
ma di potersi muovere verso il fine. Ma perché
un'azione sia fatta per un fine, si richiede una certa conoscenza
del fine; perciò l'essere che agisce, o che viene mosso da un principio
intrinseco, avendo una certa cognizione del fine, ha in se stesso
il principio della sua operazione, non solo per poter agire, ma per
agire in vista di un fine. L'essere invece che non ha nessuna cognizione del fine,
anche se in possesso del principio intrinseco del suo
agire o del suo movimento, non ha in se stesso il principio del suo
agire, e del suo moto verso il fine, ma quel principio è in un altro
dal quale deriva: cosicché codesti esseri non si dice che muovono
se stessi, ma che sono mossi da altri. Invece gli esseri che hanno
la cognizione del fine si dice che muovono se stessi, poiché si trova
in essi non soltanto il principio dell'agire, ma dell'agire per un
fine. Perciò, siccome le due cose, agire ed agire per un fine, dipendono
da un principio intrinseco, questi atti e questi moti si dicono volontari:
e la volontarietà importa precisamente che il moto, o l'agire dipenda
dalla propria inclinazione. Per questo, secondo la definizione di Aristotele,
di S. Gregorio Nisseno e del Damasceno, la volontarietà denomina una cosa
che deriva non solo da un principio intrinseco, ma con l'aggiunta
della conoscenza. - E poiché l'uomo specialmente conosce il fine del suo operare
e muove se stesso, soprattutto nei suoi atti deve trovarsi la volontarietà.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non ogni principio deve essere il primo principio;
perciò, sebbene la volontarietà richieda che il principio dell'atto sia intrinseco,
non è detto che tale principio non possa essere causato, o mosso da un principio
estrinseco: poiché non è essenziale per la volontarietà che il principio intrinseco
sia il primo principio. D'altra parte bisogna ricordare che un principio
di moto può essere primo nel suo genere, senza essere primo in senso assoluto:
nel genere, p. es., dei principi di alterazione il primo alterante è un corpo celeste,
che non è il primo motore in senso assoluto, ma è mosso di moto locale da
un movente superiore. Allo stesso modo i principi intrinseci dell'atto volontario,
che sono le facoltà conoscitive e appetitive, sono il primo principio
nel genere del moto appetitivo, sebbene siano mossi da cause estrinseche
secondo altre specie di moto.
2. Il moto dell'animale può essere preceduto da un moto esterno in due maniere.
Primo, perché un moto esterno può presentare al senso dell'animale un oggetto sensibile
la cui percezione muove l'appetito: il leone, p. es., vedendo il cervo
che si avvicina, comincia a muoversi verso di esso. Secondo, perché il moto esterno, p. es.,
il freddo o il caldo, può iniziare una mutazione naturale nel corpo dell'animale:
e una volta che il corpo è posto in movimento dal moto esterno,
indirettamente viene mosso anche l'appetito sensitivo, che è una facoltà di organi corporei;
un'alterazione del corpo, p. es., può spingere l'appetito a bramare qualche cosa.
Ma questo, come si è detto, non infirma la volontarietà: infatti codesti moti, dovuti
a cause estrinseche, sono di altro genere.
3. Dio muove l'uomo ad agire non solo presentando ai sensi l'oggetto, o trasmutando il corpo,
ma movendo la stessa volontà: poiché ogni moto, sia della volontà, che della natura,
da lui deriva come da primo motore. E come non distrugge la nozione di natura
il fatto che il moto naturale deriva da Dio come da primo motore, essendo la natura uno
strumento di Dio stesso; così non distrugge la nozione di atto volontario la sua derivazione da Dio,
essendo la volontà sotto la mozione di Dio; e tuttavia sia il moto naturale che quello volontario
hanno in comune la caratteristica di derivare da un principio intrinseco.
ARTICOLO 2
Se la volontarietà si trovi negli animali bruti
SEMBRA che la volontarietà non si trovi negli animali bruti. Infatti:
1. Volontarietà deriva da volontà; e la volontà trovandosi nella
ragione, come Aristotele dimostra, non può trovarsi negli animali
bruti. Dunque in questi non può esserci volontarietà.
2. Si dice che l'uomo è padrone dei suoi atti in quanto gli atti
umani sono volontari. Ma gli animali non hanno il dominio dei
propri atti; poiché essi, come dice il Damasceno, sono piuttosto azionati
che in azione. Dunque negli animali bruti non c'è volontarietà.
3. Scrive il Damasceno che agli atti volontari sono connessi la
lode e il biasimo. Ora, gli atti dei bruti non meritano né lode, né
biasimo. Dunque in essi non c'è volontarietà.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che i bambini e gli animali bruti partecipano
della volontaríetà. Lo stesso dicono il Damasceno e S. Gregorio di Nissa.
RISPONDO: La volontarietà richiede che il principio dell'atto sia
interiore e accompagnato dalla conoscenza del fine. Ora, ci sono
due modi di conoscere il fine, e cioè perfettamente e imperfettamente.
La conoscenza del fine è perfetta, quando non solo viene
percepita la cosa che costituisce il fine, ma viene conosciuto anche
il suo aspetto di fine, e il rapporto di quanto è ordinato al fine col
fine medesimo: e tale conoscenza del fine appartiene soltanto all'essere
ragionevole. Invece è imperfetta quella conoscenza del fine che consiste
nella sola percezione del fine, senza conoscerne l'aspetto di fine,
e il rapporto dell'atto col fine: e tale conoscenza del fine si trova negli
animali bruti mediante il senso e l'estimativa (o istinto) naturale.
Perciò la volontarietà perfetta accompagna la perfetta conoscenza del fine;
cosicché uno, dopo la percezione del fine, è in grado di deliberare prima di tutto
sul fine e sui mezzi diretti al fine, e quindi di muoversi, o di non muoversi,
verso di esso. Invece la conoscenza imperfetta del fine è accompagnata da una volontarietà
imperfetta; cosicché l'essere che percepisce il fine non delibera,
ma subito si muove verso di esso. Quindi soltanto l'essere ragionevole possiede
la volontarietà perfetta; mentre gli animali bruti la possiedono imperfetta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La volontà sta a indicare l'appetito
razionale: perciò non può trovarsi negli esseri privi di ragione.
Invece la volontarietà deriva il suo nome dalla volontà, e può estendersi
alle cose che in qualche modo ne partecipano, per un rapporto con essa.
E agli animali bruti la volontarietà viene attribuita in questa maniera,
cioè in quanto muovono verso il fine mediante una certa conoscenza.
2. L'uomo è padrone dei suoi atti perché può deliberare su di
essi. E la volontà è indifferente verso più soluzioni, perché la ragione
può aver di mira gli opposti. Ma, come abbiamo spiegato, la volontarietà
non si trova negli animali bruti in questo modo.
3. La lode e il biasimo accompagnano l'atto volontario nella volontarietà perfetta,
che non si trova nei bruti.
ARTICOLO 3
Se possa esserci volontarietà senza un atto
SEMBRA che non possa esserci volontarietà senza un atto. Infatti:
1. Ciò che è volontario deriva dalla volontà. Ma niente può venire
dalla volontà se non mediante un atto, almeno della volontà stessa.
Dunque non può esserci volontarietà senza un atto.
2. Come si dice che uno vuole se c'è un atto di volontà, così si
dice che non vuole, se quest'atto viene a cessare. Ora, il non volere
causa l'involontarietà che è l'opposto della volontarietà.
Dunque non può esserci volontarietà, se manca un atto di volontà.
3. La conoscenza è essenziale alla volontarietà. Ma la conoscenza avviene
mediante un atto. Dunque non può esserci volontarietà senza qualche atto.
IN CONTRARIO: Si dice che è volontario ciò di cui siamo padroni. Ora noi siamo
padroni di agire e di non agire, di volere e di non volere. Perciò, come è volontario
l'agire e il volere, così lo è pure il non agire e il non volere.
RISPONDO: La volontarietà deriva dalla volontà. E si dice che una
cosa deriva da un'altra in due maniere. Primo, direttamente: cioè
come da causa agente, p. es., come il riscaldamento dal calore.
Secondo, indirettamente, cioè per il fatto che non agisce: l'affondamento
della nave, p. es., si dice che dipende dal pilota, perché cessa di pilotare.
Si ricordi però che non sempre il risultato di un'azione mancata può
attribuirsi alla causalità dell'agente, per il fatto che non agisce;
ma soltanto quando questo può e deve agire. Se infatti il pilota
non potesse più dirigere la nave, oppure non fosse stato
affidato a lui il comando di essa, non si potrebbe imputare a lui
l'affondamento della nave, che si verificasse per mancanza di pilota.
Ora, dato che la volontà col volere e con l'agire può eliminare
l'assenza del volere e dell'agire, e qualche volta è tenuta a farlo;
il fatto stesso di non volere e di non agire viene ad essa imputato,
come determinato da essa. E in questo caso può esserci la volontarietà
anche senza un atto: qualche volta senza un atto esterno, ma con un atto
interiore, come quando (positivamente) vuole non agire; altre volte persino
senza un atto interiore, p. es., quando si astiene dal volere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È volontario non solo quello che
deriva direttamente dalla volontà, perché essa agisce; ma anche
quello che da essa dipende indirettamente, perché non agisce.
2. L'espressione non volere si usa in due sensi. Primo, si prende
come un'unica dizione, cioè come se fosse l'infinito del verbo latino
nolo (non voglio). Perciò, come quando dico: Nolo legere, equivale a: Voglio
non leggere; così non voler leggere significa aver la volontà di non leggere.
E quindi il non volere in codesto senso determinerebbe un fatto involontario (se
la lettura fosse imposta con violenza). - Secondo, si può prendere come suona.
E allora viene negato ogni atto della volontà. E codesto non volere
non determina un fatto involontario.
3. L'atto del conoscere è richiesto per la volontarietà come l'atto del volere;
deve essere cioè in potere di uno considerare, volere ed agire.
Quindi, come è un fatto di volontarietà non volere e non agire nel tempo
debito, così lo è pure il non considerare.
ARTICOLO 4
Se si possa far violenza alla volontà
SEMBRA che si possa far violenza alla volontà. Infatti:
1. Qualsiasi cosa può essere costretta da chi è più potente di essa.
Ora, esiste un essere che è più potente della volontà umana, cioè Dio.
Dunque essa può essere costretta almeno da lui.
2. Ogni elemento passivo viene costretto dall'elemento attivo corrispondente,
sotto la mozione di esso. Ma la volontà è una potenza passiva,
infatti è "un motore mosso", come si esprime Aristotele.
E siccome più volte questa mozione avviene, è evidente che più
volte la volontà viene violentata.
3. Un moto contro natura è violento. Ora, il moto della volontà
qualche volta è contro natura; come è evidente nel moto della volontà
verso il peccato, che è, secondo l'espressione del Damasceno, contro natura.
Dunque il moto della volontà può essere violentato.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma che se una cosa avviene per volontà,
non avviene per necessità. Invece tutto ciò che è per coazione avviene per necessità.
Dunque quanto avviene per volontà non può essere coatto.
E quindi la volontà non può essere costretta ad agire.
RISPONDO: Due sono gli atti della volontà: il primo le appartiene
immediatamente, perché da essa promana, cioè il volere; il secondo
appartiene alla volontà, perché, da essa comandato, viene compiuto
da un'altra potenza, come camminare e parlare, che sono comandati
dalla volontà mediante la facoltà di movimento.
Perciò, rispetto agli atti da essa comandati la volontà può subire
violenza, perché con la violenza si può impedire che le membra eseguano
il comando della volontà. Ma all'atto proprio della volontà
non è possibile fare violenza.
E il motivo di ciò sta in questo, che l'atto della volontà non è
altro che una certa inclinazione originata da un principio interiore
di conoscenza: come l'appetito naturale è un'inclinazione originata
da un principio interiore privo però di conoscenza. Ora, la
coazione, o violenza, viene da un principio estrinseco. Perciò sarebbe
contro la nozione stessa di atto volontario, se questo fosse
coatto o violento: come del resto sarebbe contro la nozione di inclinazione
o di moto naturale. Infatti con la violenza una pietra può essere portata in alto, ma non può essere che codesto moto
violento derivi dalla sua inclinazione naturale. Allo stesso modo un
uomo può essere trascinato con la violenza: ma ripugna al concetto
di violenza che codesto fatto derivi dalla sua volontà.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio, il quale è più potente della
volontà umana, può certamente muoverla, come lo afferma la Scrittura: "Il cuore
del re è nelle mani di Dio; a tutto ciò che vuole egli lo piega".
Ma se questo avvenisse mediante una violenza, sarebbe incompatibile
con un atto di volontà, e non si avrebbe una mozione della volontà,
ma un fatto ad essa contrario.
2. Quando l'elemento passivo viene modificato da quello attivo
non sempre si produce un moto violento: ma solo quando la cosa
avviene contro l'inclinazione interiore dell'elemento passivo.
Altrimenti le alterazioni e le generazioni dei corpi semplici sarebbero
tutte innaturali e violente. Invece sono naturali, per la naturale attitudine
interiore della materia o del subietto alla nuova disposizione.
Allo stesso modo, quando la volontà viene attratta dall'oggetto appetibile
secondo la propria inclinazione, non avviene un moto violento, ma volontario.
3. Sebbene l'oggetto, verso cui tende la volontà quando pecca, sia realmente
un male contrario alla ragione naturale, esso tuttavia viene considerato
come un bene conveniente alla propria natura, in quanto conviene all'uomo
secondo una passione del senso, o secondo un'abitudine perversa.
ARTICOLO 5
Se la violenza produca atti involontari
SEMBRA che la violenza non causi atti involontari. Infatti:
1. Volontarietà e involontarietà si desumono in rapporto alla volontà.
Ma alla volontà non si può fare violenza, come abbiamo dimostrato.
Dunque la violenza non può causare involontarietà.
2. Un fatto involontario è accompagnato da tristezza, come affermano
il Damasceno e il Filosofo. Ora in certi casi chi patisce violenza
non se ne rattrista. Dunque la violenza non provoca atti involontari.
3. Quello che è dovuto alla volontà non può essere involontario.
Ora, ci sono dei fatti violenti che sono dovuti alla volontà: p. es.,
quando uno sale in alto nonostante la gravità del suo corpo;
oppure quando piega le membra nel verso contrario alla loro flessibilità
naturale. Dunque la violenza non causa involontarietà.
IN CONTRARIO: Il Filosofo e il Damasceno affermano, che
"ci sono
dei fatti involontari dovuti alla violenza".
RISPONDO: La violenza si contrappone direttamente alla volontarietà
e alla spontaneità naturale. Infatti tanto il fatto volontario
come quello naturale derivano da un principio intrinseco: il fatto
violento invece deriva da un principio estrinseco. Perciò, come negli
esseri privi di cognizione la violenza produce qualche cosa contro natura;
così in quelli dotati di conoscenza determina qualche
cosa di contrario alla volontà. E mentre quello che è contro natura
si dice innaturale, quello che è contrario alla volontà si denomina
involontario. Perciò la violenza causa l'involontario.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'involontarietà si oppone alla volontarietà.
Ora, sopra abbiamo spiegato che si denomina volontario
non soltanto l'atto immediato della volontà, ma anche l'atto che
dalla volontà è comandato. E abbiamo già detto che, rispetto all'atto
immediato della volontà, questa non può subire violenza: cosicché
la violenza non può ridurre quell'atto a un atto involontario.
Invece la volontà può subire violenza rispettivamente agli atti imperati.
E la violenza determina l'involontarietà proprio rispetto a codesti atti.
2. Un fatto si denomina volontario, perché conforme all'inclinazione della volontà,
come si denomina naturale perché è conforme all'inclinazione della natura.
Ora, un fenomeno può dirsi naturaie per due motivi.
Primo, perché deriva dalla natura come da principio attivo:
riscaldare, p. es., è naturale per il fuoco. Secondo, in forza di un principio
passivo, e cioè perché nella natura c'è un'inclinazione a ricevere
l'azione da un principio estrinseco: il moto di un cielo, p. es., si dice che è naturale,
per l'attitudine naturale del corpo celeste a un tale moto,
sebbene il motore sia un essere dotato di volontà.
Allo stesso modo un fatto può dirsi volontario in due maniere:
primo, all'attivo, p. es., quando si vuol compiere una
data azione; secondo, al passivo, quando cioè la si vuol subire da
un altro. Perciò quando l'azione viene inflitta da un agente esterno,
mentre rimane in colui che la subisce la volontà di subirla, l'atto
non è violento assolutamente parlando: poiché sebbene colui che
subisce l'azione non vi contribuisca col suo agire, vi contribuisce
però col suo voler subire. E quindi l'atto non si può considerare involontario.
3. Come spiega il Filosofo, il movimento
col quale gli animali si
muovono talora contro l'inclinazione naturale dei corpi, sebbene
non sia naturale per il loro corpo, tuttavia è naturale in qualche
modo per gli animali, che sono fatti per muoversi seguendo l'appetito.
Perciò questo è un fenomeno violento non in senso assoluto, ma solo
relativo. - Lo stesso si dica del piegare le membra contro il loro
verso naturale. Questa infatti è un'azione violenta in senso relativo,
cioè rispetto a un membro in particolare: ma non in senso assoluto,
cioè in rapporto all'uomo come tale.
ARTICOLO 6
Se il timore possa causare atti involontari in senso assoluto
SEMBRA che il timore possa causare involontarietà in senso assoluto. Infatti:
1. Il timore sta al male futuro che ripugna alla volontà, come la
violenza sta a quanto dispiace alla volontà come cosa presente. Ora,
la violenza causa atti involontari in senso assoluto. Dunque anche
il timore causa involontarietà in senso assoluto.
2. Quello che di per sé ha una data qualità, rimane tale qualunque
cosa gli si attribuisca: p. es., ciò che di per sé è caldo rimane
sempre caldo, finché non cessa di esistere, anche messo a confronto
con qualsiasi altra cosa. Ora, un'azione compiuta per timore, assolutamente
presa è involontaria. Dunque rimane involontaria anche se interviene il timore.
3. Una cosa, che ha una data qualifica in forza di una condizione,
è tale sotto un certo aspetto (secundum quid); diversamente è tale assolutamente
parlando (simpliciter). Il necessario ipotetico, p. es., è necessario sotto
un certo aspetto; invece ciò che è essenzialmente necessario è tale assolutamente
parlando.
Ora, un'azione compiuta per timore è essenzialmente involontaria:
mentre è volontaria soltanto in forza di una condizione, cioè per
evitare il male che si teme. Dunque ciò che si compie per timore è
involontario assolutamente parlando.
IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno e il Filosofo insegnano che le
cose fatte per timore sono "più volontarie che involontarie".
RISPONDO: Come insegnano concordemente il Filosofo e S. Gregorio Nisseno,
le azioni compiute per timore "sono un misto di volontarietà
e di involontarietà". Infatti l'azione compiuta per timore,
considerata per se stessa, non è volontaria; ma diventa volontaria
nella contingenza particolare, e cioè per evitare il male che si teme.
Ma se si considerano attentamente, queste azioni sono più volontarie
che involontarie: poiché assolutamente parlando (simpliciter)
sono volontarie, e involontarie in senso relativo (secundum quid).
Infatti ogni cosa è quello che è in senso assoluto, in quanto è in atto;
invece per quello che è nella sola considerazione astratta, ha un essere
soltanto relativo. Ora un'azione compiuta per timore è in atto
nel modo che viene compiuta: e poiché gli atti consistono in fatti singolari,
e il singolare come tale è una cosa ben circostanziata;
l'azione che si compie è in atto in quanto è definita nelle
circostanze di tempo e di luogo, con tutte le altre condizioni individuanti.
Per questo l'azione compiuta per timore è volontaria, precisamente
in quanto è un fatto concreto, cioè in quanto nel caso
determinato è un rimedio a un male maggiore che si temeva: così gettare
la merce in mare diviene un atto volontario durante la tempesta,
per paura del pericolo. Quindi è evidente che assolutamente parlando è
un atto volontario. Dunque a una tale azione va attribuita
la volontarietà: poiché il suo principio è interiore. - Considerare invece
l'azione compiuta per timore, come avulsa dalle sue circostanze determinate,
è soltanto un'astrazione. Perciò è un fatto involontario in senso relativo,
cioè in quanto supposto esistente fuori delle circostanze concrete.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le azioni compiute per timore differiscono
da quelle dovute alla violenza, non soltanto in rapporto
a una cosa futura o presente, ma per il fatto che quanto si compie
sotto la violenza è del tutto contrario alla mozione della volontà;
mentre l'azione compiuta per timore diviene volontaria, perché la
volontà si muove verso di essa, sebbene non abbia di mira codesta
azione, ma un'altra cosa, cioè la fuga del male che si teme. Infatti
per avere la volontarietà, basta che una cosa sia voluta in vista
di un'altra: cosicché è volontaria non soltanto l'azione che vogliamo
per se stessa come fine, ma anche quella che vogliamo in vista del fine.
È perciò evidente che la volontà interiore non prende
parte affatto a ciò che si deve alla violenza: mentre ha la sua parte
nell'azione che si compie per timore. Perciò, come fa osservare
S. Gregorio Nisseno, per escludere dalla definizione del violento
le azioni compiute per timore, non si dice soltanto che, "la violenza è
una cosa che ha il suo principio all'esterno", ma si aggiunge, "senza nessuna
cooperazione del paziente"; proprio perché all'azione compiuta
per timore la volontà di chi teme in qualche modo coopera.
2. Le cose che sono tali in senso assoluto, come il colore e la
bianchezza, rimangono tali qualunque cosa ad esse sopravvenga,
ma le cose che sono tali solo in senso relativo cambiano se vengono
riferite a cose diverse; infatti una cosa che è grande in rapporto
a questo oggetto, è piccola se si paragona con un altro.
Ora, un fatto può essere volontario non solo per se stesso, quasi in senso
assoluto, ma anche in rapporto ad altri fatti, e cioè in senso relativo.
Perciò niente impedisce che un fatto il quale in rapporto a una data cosa
non è volontario, diventi volontario in rapporto ad un'altra.
3. L'atto compiuto per timore, prescindendo da ogni condizione,
cioè in quanto viene posto attualmente, è volontario: è invece involontario
in rapporto a una data condizione, cioè se non incombesse quel dato timore.
Perciò, stando a quell'argomento, bisognerebbe piuttosto concludere il contrario.
ARTICOLO 7
Se la concupiscenza possa causare atti involontari
SEMBRA che la concupiscenza possa causare atti involontari. Infatti:
1. La concupiscenza è una passione, come il timore. Ora, il timore a suo
modo causa atti involontari. Lo stesso dunque si dica della concupiscenza.
2. Allo stesso modo che il pauroso agisce per timore contro i suoi
intendimenti, così agisce pure l'incontinente mosso dalla concupiscenza.
Ma il timore in qualche modo causa atti involontari.
Dunque anche la concupiscenza.
3. Per la volontarietà si richiede
la cognizione. Ora, la concupiscenza
perverte la cognizione: infatti il Filosofo afferma che "il piacere", cioè
la concupiscenza del piacere, "perverte il giudizio prudenziale".
Dunque la concupiscenza causa involontarietà.
IN CONTRARIO: Il Damasceno scrive:
"L'atto involontario è degno
di misericordia o d'indulgenza, ed è compiuto con tristezza". Ora,
nessuna delle due cose spetta a quanto viene compiuto per concupiscenza.
Dunque la concupiscenza non causa atti involontari.
RISPONDO: La concupiscenza non causa atti involontari, ma piuttosto
ne provoca la volontarietà. Infatti un'azione si dice che è volontaria,
perché la volontà inclina verso di essa. Ora, la concupiscenza inclina
la volontà a volere cio che essa stessa appetisce.
Dunque la concupiscenza giova più a rendere volontaria un'azione che
a renderla involontaria.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Mentre il timore ha per oggetto il male,
la concupiscenza ha per oggetto il bene. Ora, il male di suo ripugna
alla volontà, il bene invece è consono ad essa. Perciò il timore è più disposto
della concupiscenza a causare degli atti involontari.
2. In chi agisce per timore rimane la ripugnanza della volontà
verso l'azione che viene compiuta, considerata per se stessa. Invece
in chi agisce per concupiscenza, p. es., nell'incontinente, non rimane
la volontà che in antecedenza ripudiava l'allettamento, ma
essa passa a volere quello che prima ripudiava. Perciò quello che
si compie per timore in qualche modo è involontario: ma non lo è
in nessun modo quello che si compie per concupiscenza. Difatti chi
non sa tenere a freno la concupiscenza agisce contro quello che
prima si proponeva, ma non contro quello che vuole adesso: invece
chi teme agisce contro quello che di per sé attualmente vorrebbe.
3. Se la concupiscenza togliesse completamente la cognizione,
come capita in coloro che a motivo di essa diventano pazzi, allora
essa distruggerebbe la volontarietà. Però neppure in questo caso si
avrebbe un fatto involontario; poiché negli esseri privi di ragione
non esistono né atti volontari né atti involontari. Ma spesso negli
atti compiuti per concupiscenza la cognizione non è assente totalmente,
poiché viene a mancare non la facoltà di conoscere, bensì
la considerazione attuale in un'azione particolare. Tuttavia anche
codesto atto è volontario, in quanto si ritiene volontario quanto ricade
sotto il potere della volontà, quindi anche il non agire e il non
volere, come pure il non considerare: infatti la volontà ha il potere
di resistere alla passione, come vedremo.
ARTICOLO 8
Se l'ignoranza possa causare atti involontari
SEMBRA che l'ignoranza non possa causare atti involontari. Infatti:
1.
"Un fatto involontario", come dice il Damasceno,
"merita perdono".
Invece certe azioni compiute per ignoranza non meritano perdono;
perché sta scritto: "Chi ignora sarà ignorato".
Dunque l'ignoranza non causa atti involontari.
2. Ogni peccato è accompagnato dall'ignoranza: infatti sta scritto:
"Errano
coloro che operano il male". Ma se l'ignoranza
dovesse causare atti involontari, tutti i peccati sarebbero involontari.
E ciò contro l'affermazione di S. Agostino: "ogni peccato è volontario".
3. Come dice il Damasceno,
"l'atto involontario è accompagnato da tristezza".
Invece certe azioni sono fatte per ignoranza, ma senza tristezza:
quando uno, p. es., uccide il nemico che voleva uccidere,
credendo di uccidere un cervo. Dunque l'ignoranza non causa atti involontari.
IN CONTRARIO: Il Damasceno e il Filosofo affermano, che
"ci sono degli
atti involontari per ignoranza".
RISPONDO: L'ignoranza è in grado di causare atti involontari nella
misura che sottrae la cognizione necessaria, come si è detto, all'atto
volontario. Tuttavia codesta cognizione non viene sottratta da qualsiasi
ignoranza. Si deve perciò considerare che l'ignoranza può avere
tre rapporti con l'atto della volontà: primo, di concomitanza;
secondo, di conseguenza (effetto); terzo, di antecedenza (causa).
Di concomitanza, quando l'ignoranza riguarda un'azione,
che si compirebbe ugualmente anche se non mancasse la conoscenza.
Allora infatti l'ignoranza non è una spinta a volere che
l'azione si compia, ma per caso questa viene compiuta essendo
ignorata: come quando, nell'esempio riportato, uno il quale desidera
di uccidere il suo nemico, l'uccide senza saperlo, credendo di
uccidere un cervo. Tale ignoranza non produce un atto involontario,
come dice il Filosofo, poiché non causa un'azione che ripugna
alla volontà: ma produce un atto non volontario, poiché non può
essere oggetto di volontà ciò che si ignora.
Ma l'ignoranza può avere con la volontà un rapporto di conseguenza,
in quanto la stessa ignoranza può essere volontaria. E ciò avviene nei due
modi già ricordati dell'atto volontario. Nel primo,
quando l'atto della volontà ha per oggetto l'ignoranza: è il caso
di chi vuole ignorare, per avere una scusa del peccato, o per non
essere distolto dal peccato, conforme al detto della Scrittura: "Non vogliamo
la conoscenza delle tue vie". Questa ignoranza si dice
affettata. - Si dice poi che l'ignoranza è volontaria nella seconda maniera,
quando riguarda cose che uno può ed è tenuto a fare: non agire,
o non volere in questo caso è un atto volontario, come abbiamo spiegato
in precedenza. Si parla d'ignoranza in questo senso, sia nel caso di chi
non considera attualmente quello che può ed è tenuto a considerare:
e questa è l'ignoranza (di inconsiderazione) implicita nella cattiva scelta,
e che proviene, o dalla passione, o dall'abitudine; sia nel caso di uno
che non si cura di acquistare le nozioni che è tenuto a possedere: e in questo
caso l'ignoranza dei principi più comuni della legge, che ciascuno è tenuto
a conoscere, si dice che è volontaria, perché nasce dalla negligenza. - Ora,
essendo l'ignoranza stessa volontaria in qualcuno dei modi suddetti,
non può causare un atto involontario in senso assoluto.
Tuttavia può causarlo in senso relativo, in quanto precede il moto della
volontà nel compimento di un'azione, che non avverrebbe, se non mancasse
la conoscenza.
Infine l'ignoranza antecede la volontà, quando non è volontaria,
e tuttavia porta a volere una cosa, che uno altrimenti non vorrebbe. È il caso
di chi, ignorando una circostanza che non era tenuto a conoscere,
compie quello che non avrebbe fatto se l'avesse conosciuta: se uno, p. es., prese
le debite cautele, ignorando che un uomo è per la strada, lancia una freccia
e uccide il viandante. Tale ignoranza causa un fatto assolutamente involontario.
E in questo modo sono evidenti le risposte alle difficoltà.
Infatti il primo argomento ha valore per le cose che uno è tenuto a conoscere. Il secondo
vale per l'ignoranza implicita nell'elezione, che a suo modo è volontaria, come abbiamo
spiegato. Il terzo è valido per l'ignoranza che è solo concomitante alla volontà.
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