Il Santo Rosario
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Questione 59

Rapporti tra le virtù morali e le passioni

Ed eccoci a studiare la distinzione delle virtù morali tra di loro. E poiché codeste virtù riguardanti le passioni si distinguono secondo la diversità delle passioni, bisogna considerare: primo, il rapporto delle virtù con le passioni; secondo, la distinzione delle virtù morali in base alle passioni.
Sul primo argomento si pongono cinque problemi: 1. Se la virtù morale sia una passione; 2. Se le virtù morali siano compatibili con le passioni; 3. Se siano compatibili con la tristezza; 4. Se tutte le virtù morali abbiano per oggetto le passioni; 5. Se possa esistere una virtù morale senza nessuna passione.

ARTICOLO 1

Se la virtù morale sia una passione

SEMBRA che la virtù morale sia una passione. Infatti:
1. Il mezzo di una cosa appartiene allo stesso genere dei suoi estremi. Ora, la virtù morale è il (giusto) mezzo tra due passioni. Dunque la virtù morale è una passione.
2. Virtù e vizio, essendo contrari, appartengono al medesimo genere. Ma certe passioni, come l'invidia e l'ira, sono denominate vizi. Quindi certe passioni saranno virtù.
3. La misericordia è una passione: infatti, come abbiamo visto, è la tristezza, o dolore, per il male altrui. Eppure, stando a quanto riferisce S. Agostino, "Cicerone, il celebre oratore, non esitò a chiamarla virtù". Dunque una passione può essere una virtù morale.

IN CONTRARIO: Aristotele insegna, che "le passioni non sono né virtù né vizi".

RISPONDO: La virtù morale non può essere una passione. Ciò si dimostra con tre argomenti. Primo, perché la passione è un moto dell'appetito sensitivo, come si è detto. Invece la virtù morale non è un moto; ma, essendo un abito, è piuttosto un principio del moto appetitivo. - Secondo, perché in se stesse le passioni non hanno natura di bene o di male. Infatti il bene e il male nell'uomo dipende dalla ragione: perciò, considerate in se stesse, le passioni possono essere indifferentemente buone o cattive, in quanto concordano o non concordano con la ragione. Invece la virtù non può avere questa indifferenza, essendo volta unicamente al bene, come abbiamo spiegato. - Terzo, anche ammettendo che una passione è volta, in qualche modo, unicamente al bene o al male, tuttavia il moto passionale, in quanto è una passione, ha il suo principio nell'appetito e il suo termine nella ragione, cui tende a conformarsi. Invece il moto virtuoso segue un ordine inverso, avendo il suo principio nella ragione e il suo termine nell'appetito. Infatti nella definizione aristotelica della virtù morale si dice, che è "un abito che ha il compito di eleggere stando al giusto mezzo fissato dalla ragione, secondo che l'uomo saggio avrà determinato".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù è il (giusto) mezzo tra le passioni non in base alla sua essenza, ma in base ai suoi effetti, cioè in quanto stabilisce il giusto mezzo tra (due) passioni.
2. Se per vizio s'intende l'abito col quale uno opera malamente, nessuna passione evidentemente può essere un vizio. Se invece s'intende il peccato, cioè l'atto vizioso, allora niente impedisce che una passione sia un vizio, oppure che concorra a un atto virtuoso, a seconda che la passione contrasta o segue l'atto della ragione.
3. Si dice che la misericordia è una virtù, cioè atto virtuoso, in quanto, come spiega S. Agostino, "codesto moto dell'animo sottostà alla ragione: cioè in quanto la misericordia viene concessa in modo da conservare la giustizia, sia nel beneficare l'indigente, che nel perdonare chi è pentito". Se poi per misericordia s'intende un abito dal quale uno viene predisposto a compassionare in maniera ragionevole, niente impedisce di affermare che codesta misericordia è una virtù. Lo stesso si dica di altre passioni consimili.

ARTICOLO 2

Se le virtù morali siano compatibili con le passioni

SEMBRA che le virtù morali non siano compatibili con le passioni. Infatti:
1. Scrive il Filosofo, che "è mite chi non sente la passione, è invece paziente chi la sente e non si lascia trasportare da essa". Lo stesso vale per tutte le virtù morali. Dunque tutte le virtù morali escludono le passioni.
2. La virtù, dice Aristotele, è una buona disposizione dell'anima, come la salute lo è del corpo: difatti, Cicerone scrive che "la virtù sembra essere la salute dell'anima". Invece egli chiama le passioni "infermità dell'anima". Ora, la salute è incompatibile con le infermità. Quindi anche le virtù sono incompatibili con le passioni.
3. Le virtù morali richiedono il perfetto uso della ragione anche nei singolari. Ma ciò viene impedito dalle passioni: infatti il Filosofo insegna, che "i piaceri distruggono il (concreto) giudizio della prudenza"; e Sallustio aggiunge, che "l'animo non percepisce facilmente il vero, quando intervengono quei sentimenti", cioè le passioni dell'animo. Dunque le virtù morali non sono compatibili con le passioni.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Se la volontà è cattiva, questi moti saranno cattivi", cioè i moti delle passioni; "se invece è buona, non solo saranno innocenti, ma addirittura lodevoli". Ora, nessun atto lodevole è incompatibile con le virtù morali. Dunque le virtù morali non escludono le passioni, ma possono coesistere con esse.

RISPONDO: Sull'argomento, come riferisce S. Agostino, Stoici e Peripatetici erano in disaccordo. Infatti gli Stoici ritenevano che le passioni non possano trovarsi nel sapiente, ossia nel virtuoso: invece i Peripatetici, la cui setta risale ad Aristotele, ammettevano che le virtù morali sono compatibili con le passioni moderate.
Però codesto contrasto, come nota lo stesso S. Agostino, era più di parole che di concetti. Infatti gli Stoici non distinguevano l'appetito intellettivo, che è la volontà, dall'appetito sensitivo, che si divide in irascibile e concupiscibile; e quindi non potevano distinguere le passioni dagli altri affetti dell'uomo che non sono passioni, fondandosi, come i Peripatetici, sulla distinzione dell'appetito sensitivo da quello intellettivo, cioè dalla volontà; ma solo basandosi sul fatto che chiamavano passioni gli affetti contrastanti con la ragione. E questi in quanto si devono a una deliberazione, non possono trovarsi in un uomo saggio o virtuoso. Ma in quanto nascono all'improvviso, possono capitare anche nella persona virtuosa: poiché, come diceva Aulo Gellio, stando alla citazione di S. Agostino, "non è in nostro potere che talora non turbino l'animo le apparizioni interiori che si dicono fantasie; e quando provengono da eventi temibili, è necessario che commuovano l'animo della persona saggia, così da essere alquanto spaventata dal timore, o rattristata dal dolore, sotto la spinta di passioni che in qualche modo prevengono l'ufficio della ragione, senza che ciò sia approvato o acconsentito".
Perciò, se denominiamo passioni gli affetti disordinati, questi non possono trovarsi nella persona virtuosa, come dicevano gli Stoici, nel senso che non si può consentire a codeste passioni dopo la deliberazione. Se invece denominiamo passione qualsiasi moto dell'appetito sensitivo, allora le passioni possono trovarsi nella persona virtuosa, in quanto sono subordinate alla ragione. Perciò Aristotele afferma, che "alcuni non si esprimono bene nel considerare le virtù come impassibilità e quieti, perché ne parlano in senso assoluto": mentre dovrebbero affermare che sono stati di quiete da quelle passioni che nascono "come non si deve, e quando non si deve".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo riporta codesto esempio, come molti altri nei suoi libri di logica, seguendo non l'opinione propria, ma quella altrui. Qui abbiamo l'opinione degli Stoici, per i quali le virtù sarebbero senza le passioni dell'anima. Opinione che il Filosofo esclude, affermando che le virtù non sono stati di impassibilità. - Tuttavia si potrebbe anche rispondere, che il mite non sente le passioni, nel senso di passioni disordinate.
2. L'argomento addotto, e tutti gli altri di Cicerone, valgono per le passioni in quanto stanno a indicare affetti disordinati.
3. Se nell'anima predomina con il consenso una passione antecedente, essa impedisce la deliberazione e il giudizio della ragione. Se invece la passione è conseguente, e quasi comandata dalla ragione, allora favorisce l'esecuzione di ciò che la ragione comanda.

ARTICOLO 3

Se le virtù morali siano compatibili con la tristezza

SEMBRA che le virtù (morali) non siano compatibili con la tristezza. Infatti:
1. Le virtù sono effetti della sapienza; poiché sta scritto che la sapienza "insegna la temperanza e la giustizia, la prudenza e la virtù". Ora la Scrittura aggiunge che "il convivere con la sapienza non ha amarezza". Quindi le virtù non sono compatibili con la tristezza.
2. Come Aristotele dimostra, la tristezza è di ostacolo all'operazione. Ma ogni ostacolo a ben operare è incompatibile con la virtù. Dunque la tristezza è incompatibile con la virtù.
3. La tristezza è un'infermità dell'anima, come si esprime Cicerone. Ma l'infermità dell'anima si contrappone alla virtù, che dell'anima è invece il benessere. Perciò la tristezza è il contrario della virtù, ed è incompatibile con essa.

IN CONTRARIO: Il Cristo era perfetto nella virtù. Eppure in lui ci fu la tristezza; poiché egli disse: "L'anima mia è triste fino alla morte". Dunque la tristezza è compatibile con la virtù.

RISPONDO: Come riferisce S. Agostino, "gli Stoici vollero sostituire con tre eupatie", cioè con tre buone passioni "tre turbamenti nell'animo del savio: al posto della concupiscenza misero la volontà; del godimento, la gioia; del timore, la cautela. Ma al posto della tristezza affermavano che non si poteva sostituire nulla nell'animo del sapiente", e questo per due motivi. Primo, perché la tristezza, o dolore, ha per oggetto un male già accaduto. Ora, essi pensavano che all'uomo saggio non potesse accadere nessun male: infatti credevano che i beni del corpo non siano beni per l'uomo, essendo la virtù l'unico suo bene; e quindi l'unico male per l'uomo sarebbe la disonestà, che non può trovarsi nell'uomo virtuoso.
Ma questo non è ragionevole. Infatti essendo l'uomo composto di anima e corpo, quanto giova alla conservazione della vita fisica, è un bene per l'uomo: non è però il suo bene supremo, poiché l'uomo può usarne male. E quindi, potendosi ritrovare nell'uomo saggio il male contrario a codesto bene, può trovarsi in lui una moderata tristezza. - Inoltre, sebbene l'uomo virtuoso possa stare senza gravi peccati, tuttavia non si trova nessuno che viva senza peccati leggeri, secondo l'affermazione di S. Giovanni: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". - In terzo luogo perché anche se la persona virtuosa ora non ha peccati, probabilmente li ha avuti in passato. E di ciò può giustamente dolersi, come nota S. Paolo: "Il dolore secondo Dio produce un ravvedimento che conduce alla salvezza". - Infine perché può giustamente addolorarsi dei peccati altrui. - Perciò come le virtù morali sono compatibili con le altre passioni moderate dalla ragione, così sono compatibili con la tristezza.
Secondo, gli Stoici insistevano sul fatto che la tristezza ha per oggetto un male presente, il timore invece un male futuro: parallelamente al piacere che ha per oggetto il bene presente, e al desiderio che si riferisce a un bene futuro. Ora, si può ammettere che la virtù porti a fruire di un bene che si possiede, a desiderare il bene che manca, o a scansare un male futuro. Ma sembra del tutto contrario alla ragione che l'animo dell'uomo si lasci dominare dal male presente con la tristezza: perciò la tristezza è incompatibile con la virtù.
Ma anche questo argomentare non è ragionevole. Infatti certi mali possono realmente trovarsi nella persona virtuosa, come abbiamo visto. E la ragione li detesta. Perciò quando l'appetito sensitivo se ne rattrista, non fa che seguire l'impulso della ragione: purché la tristezza sia moderata, secondo il giudizio della ragione. Ora, il conformarsi dell'appetito sensitivo alla ragione spetta alla virtù, come abbiamo detto. Dunque spetta alla virtù che uno si rattristi moderatamente di ciò che esige dolore, o tristezza: come lo stesso Filosofo insegna. - Anzi questo serve anche a fuggire il male. Infatti come per il piacere si cerca il bene con maggior prontezza, così per il dolore si fugge il male con più forza.
Perciò si deve concludere che addolorarsi di quanto alla virtù si addice non è compatibile con la virtù: poiché la virtù prende gusto a quanto le appartiene. Ma la virtù deve moderatamente rattristarsi per quanto ad essa in qualsiasi modo ripugna.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Da quel testo si deve dedurre che il saggio non può rattristarsi della sapienza. Egli però può rattristarsi di ciò che ostacola la sapienza. Perciò nei beati, in cui la sapienza non può trovare nessun ostacolo, non può esserci tristezza.
2. La tristezza ostacola l'operazione che ci rattrista: giova invece a compiere con maggior prontezza quanto serve a fuggirla.
3. La tristezza esagerata è un'infermità dell'anima: ma una tristezza moderata nello stato della vita presente fa parte del benessere dell'anima.

ARTICOLO 4

Se tutte le virtù morali riguardino le passioni

SEMBRA che tutte le virtù morali riguardino le passioni. Infatti:
1. Il Filosofo insegna, che "la virtù morale riguarda piaceri e tristezze". Ora il piacere e la tristezza, come abbiamo visto, sono passioni. Quindi tutte le virtù morali riguardano le passioni.
2. Aristotele ricorda che il subietto delle virtù morali sono le potenze razionali per partecipazione. Ora, tale è la parte dell'anima in cui risiedono le passioni. Dunque tutte le virtù morali riguardano le passioni.
3. In tutte le virtù morali è possibile riscontrare una passione. Perciò, o tutte riguardano le passioni, o non le riguarda nessuna. Ma alcune, come la fortezza e la temperanza, riguardano certamente le passioni, come nota Aristotele. Quindi tutte le virtù morali riguardano le passioni.

IN CONTRARIO: Come scrive Aristotele, la giustizia, che è una virtù morale, non riguarda le passioni.

RISPONDO: Le virtù morali affinano la parte appetitiva dell'anima ordinandola al bene di natura razionale. Ora, il bene di ordine razionale è il bene moderato e guidato dalla ragione. Perciò la virtù morale esiste là dove c'è da guidare e da moderare qualche cosa. La ragione però non ordina soltanto le passioni dell'appetito sensitivo, ma anche le operazioni di quello intellettivo, cioè della volontà, la quale, come abbiamo spiegato, non è sede di passioni. Dunque non tutte le virtù morali riguardano le passioni; ma alcune riguardano le operazioni (della volontà).

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le virtù morali riguardano piacere e tristezza non quale propria materia, ma quali conseguenze del proprio atto. Infatti ogni persona virtuosa prova piacere nell'atto di virtù, e tristezza nel suo contrario. Ecco perché il Filosofo, dopo le parole riportate, aggiunge che "se le virtù riguardano gli atti e le passioni, e da ogni atto e da ogni passione deriva piacere e tristezza, le virtù dovranno riguardare piaceri e tristezze"; cioè come qualche cosa che ne consegue.
2. Razionale per partecipazione non è soltanto l'appetito sensitivo, sede o subietto delle passioni; ma anche la volontà in cui le passioni non esistono, come abbiamo ricordato.
3. In alcune virtù le passioni costituiscono la materia propria, non così in altre. Perciò lo stesso argomento non vale per tutte, come vedremo.

ARTICOLO 5

Se possa esistere una virtù morale senza alcuna passione

SEMBRA che possa esserci una virtù morale senza alcuna passione. Infatti:
1. Quanto più una virtù morale è perfetta, tanto più vince le passioni. Perciò giunta alla sua perfezione dev'essere priva affatto di passioni.
2. Una cosa è perfetta quando è lontana dal suo contrario, ed è priva di ciò che la inclina verso di esso. Ora, le passioni inclinano al peccato, che è il contrario della virtù: infatti S. Paolo le chiama "passioni peccaminose". Dunque le virtù perfette escludono del tutto le passioni.
3. Mediante la virtù, a dire di S. Agostino, ci rendiamo conformi a Dio. Ma Dio compie tutto senza passione. Dunque una virtù perfettissima è incompatibile con qualsiasi passione.

IN CONTRARIO: Aristotele nota che "non c'è un uomo giusto il quale non goda di un'azione giusta". Ma la gioia è una passione. Perciò la giustizia non può esistere senza una passione. E molto meno le altre virtù.

RISPONDO: Se chiamiamo passioni gli affetti disordinati, come facevano gli Stoici, allora è chiaro che la virtù perfetta dev'essere senza passioni. - Ma se chiamiamo passioni tutti i moti dell'appetito sensitivo, allora è evidente che le virtù morali, aventi nelle passioni la loro materia, non possono esistere senza di esse. E la ragione si è che altrimenti la virtù morale renderebbe l'appetito sensitivo del tutto inerte. Ora, non è compito delle virtù privare dei loro atti le potenze sottoposte alla ragione: ma esse hanno piuttosto il compito di promuoverne l'esercizio per eseguire il comando della ragione. Perciò, come la virtù ordina le membra del corpo agli atti esterni dovuti, così ordina l'appetito sensitivo ai moti rispettivi ben ordinati.
Invece le virtù morali che non riguardano le passioni, ma le operazioni (della volontà), possono anche essere senza passioni (tale è, p. es., la virtù della giustizia): poiché esse applicano la volontà al proprio atto, che non è una passione. Tuttavia l'atto della giustizia è seguito da una gioia, nella volontà almeno, che non è una passione. Ma se questa gioia aumenta, per un perfezionamento della giustizia, si avrà una ridondanza di gioia fino all'appetito sensitivo; in base alla dipendenza del moto delle facoltà inferiori da quello delle facoltà superiori, di cui abbiamo già parlato. E per codesta ridondanza, quanto più una virtù è perfetta, tanto più causa la passione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù vince le passioni disordinate: ma produce quelle ben regolate.
2. Le passioni portano al peccato se sono disordinate: non già se sono ben ordinate.
3. In ogni essere il bene va considerato secondo la condizione di quella data natura. Ora, in Dio e negli angeli non esiste, come nell'uomo, l'appetito sensitivo. Perciò il ben operare di Dio e degli angeli è del tutto senza passione, come è senza il concorso del corpo: invece il ben operare dell'uomo ha la compagnia delle passioni, come ha l'aiuto del corpo.