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Questione
58
Distinzione delle virtù morali da quelle intellettuali
Passiamo così a trattare delle virtù morali. Primo, della loro
distinzione dalle virtù intellettuali; secondo, della loro distinzione
reciproca in base alla materia di ciascuna; terzo, della distinzione
esistente tra le principali, o cardinali, e le altre virtù.
Sul primo argomento si pongono cinque problemi: 1. Se ogni
virtù sia una virtù morale; 2. Se una virtù morale sia distinta
dalle virtù intellettuali; 3. Se la divisione tra virtù intellettuali
e virtù morali sia adeguata; 4. Se possa esserci una virtù morale
senza quelle intellettuali; 5. Se possano esserci, al contrario, delle
virtù intellettuali senza le virtù morali.
ARTICOLO
1
Se ogni virtù sia una virtù morale
SEMBRA che ogni virtù sia una virtù morale.
Infatti:
1. La virtù morale prende la sua denominazione da mos (moris),
che significa consuetudine. Ora, noi possiamo rendere consueti gli
atti di tutte le virtù. Perciò tutte le virtù sono virtù morali.
2. Il Filosofo scrive, che
"la virtù morale è un abito elettivo
che tende a fissarsi nel giusto mezzo della ragione". Ma tutte le
virtù sono abiti elettivi: poiché possiamo compiere per elezione
l'atto di qualsiasi virtù. Inoltre ogni virtù tende in qualche modo,
come vedremo in seguito, a fissarsi nel giusto mezzo della ragione.
Dunque ogni virtù è una virtù morale.
3. Scrive Cicerone, che
"la virtù è un abito connaturato, consentaneo
alla ragione". Ora, le virtù umane, essendo ordinate al
bene dell'uomo, devono tutte consentire alla ragione: poiché, come
insegna Dionigi, il bene dell'uomo consiste "nell'essere conforme
alla ragione". Quindi ogni virtù è una virtù morale.
IN CONTRARIO: Il Filosofo ha scritto:
"Parlando della moralità,
noi non giudichiamo se uno è sapiente o intelligente; ma se è mite
o sobrio". Perciò la sapienza e l'intelletto non sono qualità morali.
E tuttavia sono virtù, come sopra abbiamo detto.
Dunque non tutte le virtù sono morali.
RISPONDO: Per chiarire il problema bisogna considerare che significa mos:
e allora potremo sapere che cosa sia una virtù morale. Mos (costume) ha due significati. Talora infatti sta a indicare una consuetudine;
in questo senso sta scritto negli Atti: "Se voi non siete circoncisi
secondo la consuetudine (morem) di Mosè, voi non vi potete salvare".
Altre volte invece significa una certa inclinazione naturale, o connaturale,
a compiere qualche cosa: cosicché si parla persino dei costumi (mores)
degli animali; in questo senso nel libro dei Maccabei
si dice: "Irrompendo (more leonum)
come leoni contro i nemici, li abbatterono". Sempre in tal
senso sta scritto nei Salmi: "(Dio) il quale dà un'abitazione a chi
ha costume di solitario". - Ora, questi due significati foneticamente
non si distinguono affatto in latino. Invece si distinguono
in greco: infatti ethos, che noi traduciamo mos, qualche volta ha
la prima sillaba lunga e si scrive con l'η; e altre volte ha la prima
sillaba breve e si scrive con l'ε
(ηθος ed εθος).
Ora, una virtù si dice morale da mos, in quanto questo termine
sta a indicare una certa inclinazione naturale a compiere qualche
cosa. E a codesto significato si avvicina anche l'altro, che vuole
indicare consuetudine: infatti la consuetudine in qualche modo
si cambia in natura, e dà un'inclinazione simile a quella naturale.
È evidente però, dalle spiegazioni date, che l'inclinazione
all'atto va attribuita a quella potenza appetitiva, che ha il compito
di muovere o d'agire su tutte le altre potenze. Perciò non tutte
le virtù possono dirsi morali, ma soltanto quelle che risiedono in
una facoltà appetitiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento è valido, se prendiamo
mos nel significato di consuetudine.
2. Ogni atto di virtù può essere compiuto per (libera) elezione:
ma la buona elezione viene compiuta soltanto dalle virtù che risiedono
nella parte appetitiva dell'anima; infatti abbiamo già dimostrato
che eleggere, o scegliere, è un atto della parte appetitiva.
Perciò abito elettivo, cioè principio di elezione, è soltanto quello
che rafforza una facoltà appetitiva: sebbene anche gli atti degli
altri abiti possano essere oggetto di elezione.
3. Come insegna Aristotele,
"la natura è il principio del moto".
Ora, muovere od agire è proprio della parte appetitiva.
Perciò cercare la somiglianza con la natura, col consentire alla ragione,
è proprio delle virtù che risiedono nella parte appetitiva.
ARTICOLO
2
Se le virtù morali siano distinte dalle virtù intellettuali
SEMBRA che le virtù morali non siano distinte dalle virtù intellettuali.
Infatti:
1. Scrive S. Agostino che
"la virtù è l'arte di ben vivere".
Ma l'arte è una virtù intellettuale. Dunque le virtù morali non sono
distinte dalle virtù intellettuali.
2. Molti parlano di scienza nel definire le virtù morali: alcuni, p. es.,
dicono che la perseveranza è "la scienza o l'abito di cose in cui si deve
o non si deve persistere"; e dicono che la santità è "la scienza che rende
fedeli e osservanti rispetto ai diritti di Dio".
Ora, la scienza è una virtù intellettuale. Perciò le virtù morali
non devono essere distinte da quelle intellettuali.
3. S. Agostino scrive che
"la virtù è la ragione retta e perfetta".
Ma questo è proprio delle virtù intellettuali, come Aristotele dimostra.
Dunque le virtù morali non sono distinte da quelle intellettuali.
4. Nessuna cosa è distinta da ciò che fa parte della sua definizione.
Ma le virtù intellettuali rientrano nella definizione delle
virtù morali: infatti il Filosofo insegna che "la virtù morale è un
abito che ha il compito di eleggere stando al giusto mezzo fissato
dalla ragione, secondo che l'uomo saggio avrà determinato". Ora
codesta retta ragione, che determina il giusto mezzo della virtù
morale, a detta del medesimo appartiene a una virtù intellettuale.
Quindi le virtù morali non si distinguono da quelle intellettuali.
IN CONTRARIO: Aristotele ha scritto:
"Le virtù si dividono secondo
questa differenza: alcune di esse si dicono intellettuali, ed altre morali".
RISPONDO: Il primo principio di tutto l'agire umano è la ragione:
e qualsiasi altro principio in qualche modo deve obbedire alla ragione:
però in maniera diversa. Infatti alcune potenze obbediscono pienamente
alla ragione, senza contraddire: così è per le membra del corpo,
purché si trovino nelle loro condizioni naturali; la mano e il piede subito
si muovono ad agire dietro il comando della ragione.
Per questo il Filosofo afferma, che "l'anima governa il corpo con un
dominio dispotico", cioè come uno schiavo, il quale non ha il diritto
di contraddire il suo padrone. Ora, ci furono alcuni i quali sostennero
che tutti i principi operativi dell'uomo si trovano in queste condizioni
rispetto alla ragione. Se ciò fosse vero, basterebbe, per agir bene,
che la ragione fosse perfetta. Perciò, essendo la virtù l'abito che ci rende
perfetti in ordine al ben operare, essa verrebbe a trovarsi nella sola ragione:
e così non esisterebbero altro che virtù intellettuali. Questa era l'opinione
di Socrate, il quale insegnava che "tutte le virtù sono saggezza",
come riferisce Aristotele. Ecco perché riteneva che un uomo, avendo
in sé la scienza, non avrebbe potuto peccare; ma chiunque pecchi
pecca per ignoranza.
Questo deriva da una falsa supposizione.
Infatti la parte appetitiva non obbedisce pienamente alla ragione,
ma con una certa opposizione: cosicché il Filosofo può scrivere che "la ragione
comanda la parte appetitiva con un dominio politico", come quello
sugli uomini liberi, i quali hanno il diritto di contraddire. E S. Agostino
nota, che "spesso l'intelletto precede, ma l'affetto si attarda
o non segue affatto": fino al punto che talora le passioni e le abitudini
della parte appetitiva ostacolano l'uso della ragione nel giudicare dei singolari.
E in questi casi è vero in qualche modo quanto Socrate diceva,
cioè che la presenza del sapere avrebbe impedito
il peccato: purché questo si estenda all'uso della ragione nell'atto
di eleggere un bene particolare.
Quindi, affinché uno possa agir bene non si richiede soltanto
che la ragione sia predisposta dagli abiti delle virtù intellettuali;
ma che anche le potenze appetitive siano ben disposte mediante
gli abiti delle virtù morali. Perciò, come l'appetito è distinto dalla
ragione, così le virtù morali sono distinte da quelle intellettuali.
Cosicché, allo stesso modo che l'appetito è principio degli atti
umani in quanto partecipa della ragione, così gli abiti morali sono
virtù umane in quanto conformi alla ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino prende il termine arte
nel significato vago di retta norma. E allora nell'arte è inclusa
anche la prudenza, la quale è la retta norma delle azioni da compiere,
come l'arte è la retta norma delle cose da fare. E in questo
senso, l'affermazione che la virtù è l'arte di ben vivere essenzialmente
si riferisce alla prudenza: ma può estendersi a tutte le
altre virtù, in quanto sono regolate secondo la prudenza.
2. Codeste definizioni, da chiunque siano usate, derivano dall'opinione
di Socrate: e devono essere spiegate così come ora abbiamo fatto per l'arte.
3. Lo stesso valga per la terza difficoltà.
4. La retta ragione, che è legata alla prudenza, entra nella definizione
delle virtù morali non come parte essenziale, ma come un elemento integrativo
di tutte le virtù morali, in quanto la prudenza tutte le dirige.
ARTICOLO
3
Se la divisione delle virtù in morali e intellettuali sia adeguata
SEMBRA che la divisione delle umane virtù in morali e intellettuali
non sia adeguata. Infatti:
1. La prudenza pare che sia qualche cosa di
mezzo tra una virtù morale e una virtù intellettuale: tanto è vero che viene
enumerata da Aristotele tra le virtù intellettuali; e tuttavia da tutti è
contata tra le quattro cardinali, che sono virtù morali, come vedremo.
Dunque la divisione delle virtù in intellettuali e morali non è adeguata
come dev'esserlo la divisione immediata (di un genere).
2. La continenza, la perseveranza e la pazienza non vengono computate
tra le virtù intellettuali. E neppure sono virtù morali: poiché
non raggiungono il giusto mezzo delle passioni rispettive, ma
rimane con esse un eccesso di passionalità. Quindi le virtù non
sono divise adeguatamente in virtù morali e intellettuali.
3. Fede, speranza e carità sono virtù. Ma non sono virtù intellettuali:
essendo queste ultime, come si è detto, cinque soltanto,
e cioè la scienza, la sapienza, l'intelletto, la prudenza e l'arte.
E neppure sono virtù morali: poiché non riguardano le passioni,
su cui sono impegnate principalmente le virtù morali. Perciò la
divisione delle virtù in intellettuali e morali non è adeguata.
IN CONTRARIO: Secondo il Filosofo,
"le virtù si dividono in due
serie, alcune sono intellettuali, altre morali".
RISPONDO: Le virtù sono abiti che dispongono perfettamente l'uomo
a ben operare. Ora, in lui non ci sono che due principi degli atti
umani, e cioè l'intelletto, o ragione, e l'appetito: infatti, come si
esprime Aristotele, questi sono i due motori dell'uomo. Perciò ogni
umana virtù deve essere un perfezionamento di qualcuno di codesti principi.
E quindi se potenzia l'intelletto, o speculativo, o pratico
nel ben operare, sarà una virtù intellettuale: se invece rafforza
la parte appetitiva, sarà una virtù morale. Perciò rimane
stabilito che ogni umana virtù è, o intellettuale, o morale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza è essenzialmente una
virtù intellettuale. Ma per la materia di cui tratta è affine alle
virtù morali: infatti è la retta norma delle azioni da compiere, come sopra
abbiamo detto. E sotto quest'aspetto viene enumerata tra le virtù morali.
2. La continenza e la perseveranza non sono un perfezionamento
delle potenze sensitive. E ciò è evidente per il fatto che nel continente
e nel perseverante sovrabbondano le passioni disordinate:
il che non avverrebbe, se l'appetito sensitivo avesse raggiunto la
perfezione mediante un abito che lo armonizzasse con la ragione.
Invece la continenza, oppure la perseveranza, è un perfezionamento
della parte razionale, la quale contrasta le passioni per non
esserne trascinata. Ma non raggiunge il grado di virtù: perché la
virtù intellettiva che ha il compito di ben disporre la ragione rispetto
alle azioni morali, presuppone la rettitudine dell'appetito
rispetto al fine, per potersi adeguare ai principi, cioè ai fini, da
cui inizia il raziocinio; ed è quello che invece manca nel caso della
continenza e della perseveranza. - D'altra parte non può essere
perfetta un'operazione che promana da due facoltà, se entrambe
non siano rivestite dell'abito richiesto: come non può essere perfetta
l'azione di chi adopera uno strumento, se lo strumento non
è adatto, per quanto sia perfetto l'agente principale. Perciò, se
l'appetito sensitivo, mosso dalla parte razionale, non è perfetto;
sebbene la parte razionale sia perfetta, l'azione che ne deriva non
può essere perfetta. Quindi il principio di tale atto non sarà una
virtù. - Ecco perché la continenza dai piaceri, e la perseveranza
nei dolori non sono virtù, ma qualche cosa di meno della virtù,
come dice il Filosofo.
3. La fede, la speranza e la carità sono al di sopra delle virtù
umane: infatti appartengono all'uomo in quanto partecipe della grazia divina.
ARTICOLO
4
Se possa esserci una virtù morale senza quelle
intellettuali
SEMBRA che possa esserci qualche virtù morale senza quelle intellettuali.
Infatti:
1. Come dice Cicerone, la virtù morale è
"un abito connaturato,
consentaneo alla ragione". Ma la natura pur essendo consentanea
a una ragione superiore che la muove, non esige che codesta ragione
si trovi con essa in un medesimo soggetto: come lo dimostrano
gli esseri naturali privi di conoscenza. Dunque può esserci
in un uomo una virtù morale connaturata, che inclina a consentire
alla ragione, sebbene la sua ragione non sia provvista di virtù intellettuali.
2. Le virtù intellettuali
danno all'uomo il perfetto uso della ragione.
Ora, sta il fatto che alcuni poco raffinati nell'uso della ragione
sono virtuosi e accetti a Dio. Quindi è chiaro che le virtù
morali possono fare a meno di quelle intellettuali.
3. Le virtù morali producono un'inclinazione a ben operare.
Ma alcuni hanno un'inclinazione naturale a operare il bene, anche a
prescindere dal giudizio della ragione. Perciò le virtù morali possono
esistere senza quelle intellettuali.
IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma, che
"le altre virtù, senza il
prudente comportamento di quelle appetitive, non possono essere virtù". Ma la prudenza, come abbiamo spiegato, è una virtù intellettuale.
Dunque non possono esserci delle virtù morali, senza quelle intellettuali.
RISPONDO: Le virtù morali possono esistere senza certe virtù intellettuali,
quali la sapienza, la scienza e l'arte: ma non senza l'intelletto e la prudenza.
Non possono esistere senza la prudenza, perché le virtù
morali sono abiti elettivi, cioè fatti per compiere una buona scelta.
Ma perché una scelta sia buona si richiedono due cose.
Primo, la retta intenzione del fine: e questo si ottiene mediante
le virtù morali, che inclinano le potenze appetitive al bene
consentaneo alla ragione, cioè al debito fine. Secondo, la debita
accettazione dei mezzi per conseguirlo: e questo non può ottenersi
che dalla ragione, in quanto essa rettamente consiglia, giudica e comanda;
il che è proprio della prudenza e delle virtù annesse,
come sopra abbiamo spiegato. Dunque non possono esserci delle
virtù morali, senza la prudenza.
E quindi neppure senza (l'abito del) l'intelletto. Infatti mediante
codesto abito conosciamo i primi principi per sé noti, sia in campo
speculativo che in campo pratico. Perciò, come in campo speculativo
la retta ragione, che argomenta da quei principi, presuppone
l'intellectus principiorum; così lo presuppone la prudenza, che è
la retta ragione nelle azioni da compiere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'inclinazione naturale degli esseri
irragionevoli è senza un'elezione, o scelta: perciò codesta inclinazione
non richiede la ragione. Invece le virtù morali sono
accompagnate da una scelta: e quindi richiedono per il loro compimento
che la ragione sia provvista di virtù intellettuali.
2. Non si richiede che nel virtuoso l'uso della ragione sia perfetto in tutto:
ma basta che lo sia rispetto alle azioni virtuose da compiere.
In questo senso l'uso della ragione è perfetto in tutte le persone virtuose.
Perciò anche quelli che sono giudicati semplici, perché privi delle astuzie mondane,
possono essere prudenti, secondo il comando evangelico: "Siate prudenti
come i serpenti, e semplici come le colombe".
3. La buona inclinazione naturale alla virtù è una virtù iniziale,
ma non è una virtù perfetta. Infatti codesta inclinazione,
può essere tanto più pericolosa, quanto è più forte, senza l'intervento
della retta ragione, la quale rende buona la scelta dei mezzi adatti
per il debito fine. Un cavallo che corra, p. es., se è cieco, inciampa
e si ferisce quanto più corre. Perciò, sebbene le virtù morali non
siano la retta ragione, come diceva Socrate, tuttavia non sono
soltanto "secondo la retta ragione", perché inclinano a ciò che ad
essa è conforme, come volevano i Platonici; ma si richiede che "siano
accompagnate dalla retta ragione", come insegna Aristotele.
ARTICOLO
5
Se possa esserci una virtù
intellettuale senza le virtù morali
SEMBRA che possano esserci delle virtù
intellettuali senza le virtù morali.
Infatti:
1. La perfezione di ciò che precede non dipende dalla perfezione
di ciò che segue. Ora, la ragione precede e muove l'appetito sensitivo.
Dunque le virtù intellettuali, che affinano la ragione, non
dipendono dalle virtù morali che affinano la parte appetitiva.
Quindi possono esistere senza di esse.
2. Le virtù e le azioni morali sono materia della prudenza, come
le cose fattibili sono materia dell'arte. Ma un'arte può esistere anche
senza la propria materia: può esserci, p. es., un fabbro senza
il ferro. Perciò la prudenza, pur essendo la virtù intellettuale più
connessa con le virtù morali, può esistere senza di esse.
3. Per Aristotele,
"la prudenza è la virtù che dispone a ben
consigliare".
Ora, molti, pur essendo sprovvisti di virtù morali, consiglian bene.
Dunque la prudenza può esistere senza virtù morali.
IN CONTRARIO: La volontà di agir male si oppone direttamente alle
virtù morali; ma non si oppone a ciò che può esistere senza virtù
morali. Ora, come Aristotele nota, il fatto "che uno pecchi volendo peccare" si oppone alla prudenza. Dunque la prudenza non può
sussistere, senza le virtù morali.
RISPONDO: Le altre virtù intellettuali possono esistere anche senza
le virtù morali: non così la prudenza. E il motivo si è che la prudenza è
la retta ragione delle azioni da compiere; e non soltanto
in astratto, ma in concreto, cioè nel campo in cui le azioni si svolgono.
Ora, la retta ragione richiede innanzi tutto i principi da cui dedurre.
Trattandosi però di cose particolari e concrete, la ragione
è costretta a dedurre non soltanto dai principi universali,
ma anche dai principi particolari. Per i principi universali dell'operare
l'uomo è ben disposto mediante l'abito naturale dell'intellectus principiorum,
dal quale conosce che nessun male è da farsi; oppure da una scienza pratica.
Ma questo non basta per una buona
deduzione intorno ai singolari. Poiché codesti principi universali,
conosciuti attraverso l'intelletto o la scienza, vengono compromessi
nel caso particolare da qualche passione: così a chi è dominato
dalla concupiscenza sembra cosa buona quello che desidera, sebbene
sia contraria al principio universale della ragione. Perciò,
come uno viene predisposto a comportarsi bene rispetto ai principi
universali dall'abito naturale dell'intelletto, o da quello di
una scienza; così per essere ben disposto rispetto ai principi particolari
dell'agire, e cioè ai fini, è necessario l'acquisto di alcuni
abiti, in forza dei quali diviene come connaturale per lui giudicare
rettamente del fine. È questo il compito delle virtù morali:
infatti il virtuoso giudica rettamente della virtuosità del fine, poiché,
come si esprime Aristotele, "quale ciascuno è, tale è il fine
che a lui si presenta". Dunque per avere la retta ragione nelle
azioni da compiere, vale a dire la prudenza, si richiede che uno
possieda le virtù morali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione precede nella conoscenza
del fine la volizione di esso: ma la volizione del fine precede
la ragione nell'atto in cui essa col raziocinio prepara l'elezione
dei mezzi per raggiungerlo, il che è proprio della prudenza.
Così come in campo speculativo l'intellectus principiorum è il principio
della ragione raziocinante.
2. I
principi delle opere dell'arte non sono giudicati da noi buoni
o cattivi in base alla disposizione del nostro appetito, come invece
avviene per i fini, che sono i principi nell'ordine morale: ma soltanto
in base alla ragione. Perciò l'arte non richiede una virtù
che disponga bene l'appetito.
3. La prudenza non dispone soltanto a ben consigliare, o deliberare,
ma anche a giudicar bene, e a ben comandare. Il che non
può avvenire senza rimuovere l'impedimento delle passioni, che
compromettono il giudizio e il comando della prudenza; e ciò si
ottiene mediante le virtù morali.
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