Il Santo Rosario
back

Questione 57

Le virtù intellettuali

Passiamo così a esaminare la divisione delle virtù. Primo, le virtù intellettuali; secondo, le virtù morali; terzo, le virtù teologali.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti: 1. Se gli abiti intellettivi d'ordine speculativo siano virtù; 2. Se essi siano tre, cioè sapienza, scienza e intelletto; 3. Se quell'abito intellettivo che è l'arte sia una virtù; 4. Se la prudenza sia una virtù distinta dall'arte; 5. Se la prudenza sia per l'uomo una virtù necessaria; 6. Se l'eubulia, la synesis e la gnome siano virtù annesse alla prudenza.

ARTICOLO 1

Se gli abiti intellettivi di ordine speculativo siano virtù

SEMBRA che gli abiti intellettivi di ordine speculativo non siano virtù. Infatti:
1. La virtù, come abbiamo visto, è un abito operativo. Ma gli abiti speculativi non sono operativi: infatti speculativo si contrappone a pratico, cioè a operativo. Dunque gli abiti speculativi dell'intelletto non sono virtù.
2. La virtù va attribuita a quelle cose per cui un uomo è reso felice, o beato: poiché, come dice Aristotele, "la felicità è il premio della virtù". Ora, gli abiti intellettivi più che degli atti e degli altri beni umani, che assicurano all'uomo la beatitudine, s'interessano della natura e di Dio. Perciò codesti abiti non si possono considerare virtù.
3. La scienza è un abito speculativo. Ma Aristotele dimostra che scienza e virtù sono distinte come due generi non subalternati. Quindi gli abiti speculativi non sono virtù.

IN CONTRARIO: Soltanto gli abiti speculativi considerano le cose necessarie, che sono immutabili. Ma il Filosofo pone delle virtù intellettive nella parte dell'anima che ha per oggetto le realtà necessarie e immutabili. Dunque gli abiti speculativi dell'intelletto sono virtù.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la virtù si definisce in rapporto al bene, e quindi un abito può dirsi virtù in due maniere: primo, perché conferisce una capacità di ben operare; secondo, perché con la capacità dà anche il buon uso di essa. Ma questo, come abbiamo detto, appartiene solo agli abiti della parte appetitiva: poiché spetta alla parte appetitiva dell'anima l'uso di tutte le potenze e degli abiti.
Perciò, siccome gli abiti intellettivi di ordine speculativo non affinano, e in nessun modo riguardano la parte appetitiva, ma la sola parte intellettiva; possono denominarsi virtù in quanto conferiscono la capacità di quella buona operazione, che è la considerazione (attuale) del vero (questo infatti è il ben operare dell'intelletto): tuttavia non sono virtù in quell'altro senso, cioè non conferiscono il buon uso della facoltà e dell'abito. Infatti chi ha l'abito di una scienza speculativa non ha per questo un'inclinazione ad usarne, bensì la sola capacità di scorgere la verità nelle cose di cui ha scienza: ma che faccia uso della sua scienza dipende dalla mozione della volontà. Perciò le virtù che ornano la volontà, come la carità e la giustizia, rendono moralmente buono l'uso di codeste scienze speculative. Ecco perché può esserci un merito anche nell'esercizio di codesti abiti, quando proviene dalla carità: anzi S. Gregorio afferma, che la vita "contemplativa è più meritoria di quella attiva".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'operazione è di due specie: esteriore e interiore. Perciò il pratico od operativo che si contrappone a speculativo si riferisce all'operazione esteriore, con la quale non ha rapporto l'abito speculativo. Questo però si riferisce all'operazione interiore dell'intelletto, cioè alla speculazione del vero. E in questo senso è un abito operativo.
2. In due maniere una virtù può riguardare una cosa. Primo, considerandola come suo oggetto. E in questo senso le virtù speculative non s'interessano di ciò per cui un uomo diviene beato; a meno che non si prenda il per come indicativo della causa efficiente o dell'oggetto della beatitudine perfetta, cioè di Dio, che è l'oggetto principale della speculazione. - Secondo, considerando una data cosa come atto (della virtù). In questo senso le virtù intellettuali s'interessano di ciò per cui un uomo diviene beato. Sia perché gli atti di codeste virtù possono essere meritori, secondo le spiegazioni date. Sia anche perché essi sono un preludio della perfetta beatitudine, la quale consiste, come abbiamo detto, nella contemplazione della verità.
3. La scienza si contraddistingue dalla virtù, se prendiamo quest'ultima nel secondo dei modi indicati, perché allora è propria delle potenze appetitive.

ARTICOLO 2

Se ci siano soltanto tre abiti intellettuali di ordine speculativo, cioè sapienza, scienza e intelletto

SEMBRA che non siano ben divise le virtù intellettuali di ordine speculativo in sapienza, scienza e intelletto. Infatti:
1. Un genere non può affiancarsi in una stessa suddivisione con una sua specie. Ora, la sapienza, a dire di Aristotele, è una specie di scienza. Dunque la scienza non deve affiancarsi alla sapienza nella enumerazione delle virtù intellettuali.
2. Nella distinzione delle potenze, degli abiti e degli atti, che si desume in base agli oggetti, principalmente si deve insistere sulla ragione formale degli oggetti. Perciò non si devono distinguere abiti diversi in base ai vari oggetti materiali; ma in base alla loro ragione formale. Ora, i principi dimostrativi sono la ragione della scienza delle conclusioni. Quindi l'intelletto dei principi non si deve considerare come abito o come virtù distinta dalla scienza delle conclusioni.
3. Si denomina virtù intellettuale quella che risiede nella facoltà (intellettiva) razionale per essenza. Ma la ragione, anche quella speculativa, svolge il raziocinio, sia con sillogismi dimostrativi, sia con sillogismi dialettici. Perciò, se la scienza, che è prodotta da un sillogismo dimostrativo, è una virtù intellettuale di ordine speculativo, lo deve essere anche l'opinione.

IN CONTRARIO: Il Filosofo enumera soltanto queste tre virtù intellettuali di ordine speculativo, cioè sapienza, scienza e intelletto.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, virtù intellettuali speculative sono quelle disposizioni che affinano l'intelletto speculativo nella considerazione del vero: costituendo questo il suo ben operare. Ora, il vero da considerare è di due specie: primo, noto per se stesso; secondo, conosciuto per mezzo di altre nozioni. Ma ciò che è per sé noto ha natura di principio; e viene percepito in maniera istantanea dall'intelletto. Perciò l'abito che predispone l'intelligenza alla considerazione di codeste verità si chiama intelletto, ed è l'abito dei (primi) principi.
Invece le verità conosciute mediante altre nozioni non sono percepite all'istante dall'intelletto, ma mediante una ricerca della ragione: ed hanno natura di termine. E un termine può essere di due tipi: ultimo di un dato genere; e ultimo in rapporto a tutta la conoscenza umana. E poiché, come si esprime il Filosofo, "le cose che noi conosciamo da ultimo sono le prime e le più note secondo natura", ciò che è ultimo rispetto a tutta la conoscenza umana è al primo posto come l'oggetto più conoscibile secondo natura. Di ciò si occupa precisamente la sapienza, la quale considera le cause supreme, come scrive Aristotele. E quindi giustamente coordina e giudica di tutte le cose: poiché non si può dare un giudizio perfetto e universale, se non mediante un processo risolutivo fino alle prime cause. - Invece rispetto a ciò che è ultimo in questo o in quell'altro genere di conoscibili, l'intelletto ottiene il suo compimento dalla scienza. Perciò, ai diversi generi di conoscibili corrispondono abiti di scienze diverse: la sapienza invece non può essere che una.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La sapienza è una specie di scienza in quanto possiede ciò che è comune a tutte le scienze, cioè l'attitudine a dimostrare delle conclusioni dai principi. Avendo però qualche cosa di proprio al di sopra delle altre scienze, cioè l'attitudine a giudicare di tutto, non solo le conclusioni ma anche i principi, si presenta come una virtù più perfetta della scienza.
2. Quando la ragione formale di un oggetto è riferita alla potenza o all'abito in forza di un unico atto, allora gli abiti e le potenze non possono distinguersi fondandosi sulla distinzione tra oggetto formale e oggetto materiale: spetta, p. es., a un'unica potenza visiva vedere il colore e la luce, che è la ragione formale dell'atto visivo, il quale abbraccia il colore e la luce stessa. Invece i principi dimostrativi si possono considerare a parte, senza considerare le conclusioni. E si possono considerare uniti alle conclusioni, in quanto queste da essi derivano. Ebbene, considerare i principi in questa seconda maniera appartiene alla scienza, la quale si estende alle conclusioni; invece considerare i principi in se stessi, appartiene all'intelletto.
Perciò, se si vuol precisar bene la cosa, diremo che queste tre virtù non sono distinte tra loro con un criterio di uguaglianza, ma di subordinazione; il che avviene nella suddivisione di ogni tutto potenziale, in cui una parte è più perfetta dell'altra: l'anima razionale, p. es., è più perfetta di quella sensitiva, e quella sensitiva più di quella vegetativa. In codesto modo, ecco che la scienza riconosce la preminenza dell'intelletto da cui dipende. E l'una e l'altro dipendono dalla sapienza, che ha una preminenza assoluta, e abbraccia sotto di sé e l'intelletto e la scienza, in quanto giudica, sia le conclusioni delle scienze, sia i loro principi.
3. Abbiamo già detto che le virtù sono decisamente indirizzate al bene, e in nessun modo al male. Ora, il bene dell'intelletto è il vero, e il suo male è il falso. Perciò possono dirsi virtù intellettuali soltanto quegli abiti, con i quali si afferma sempre la verità, e mai la falsità. Invece opinione e congettura possono avere per oggetto e il vero e il falso. Quindi, come insegna Aristotele, esse non sono virtù intellettuali.

ARTICOLO 3

Se gli abiti intellettuali delle arti o mestieri siano virtù

SEMBRA che gli abiti intellettuali delle arti o mestieri non siano virtù. Infatti:
1. S. Agostino insegna che "della virtù nessuno usa malamente". Invece alcuni usano male l'arte loro: infatti un artigiano può lavorare malamente, rispetto ai principi della sua arte. Dunque le arti non sono virtù.
2. Non può esserci la virtù di una virtù. Invece, a dire del Filosofo, "c'è una certa virtù dell'arte". Dunque un'arte non è virtù.
3. Le arti liberali sono più nobili delle arti meccaniche. Ora, se le arti meccaniche sono pratiche, quelle liberali sono speculative. Se quindi l'arte fosse virtù intellettuale, dovrebbe aggiungersi alle virtù speculative.

IN CONTRARIO: Il Filosofo nell'Etica insegna che l'arte è una virtù; e tuttavia non la enumera tra le virtù speculative, la cui sede egli ripone nel potere scientifico dell'anima.

RISPONDO: L'arte non è che la retta norma nel compimento di determinate opere da fare. E il bene in questi casi non consiste nel fatto che il volere umano si comporta in una data maniera: ma nel fatto che è buona la stessa cosa prodotta. Infatti non torna a lode dell'artefice come tale l'intenzione con la quale compie l'opera sua: ma solo la qualità dell'opera che egli compie.
Perciò, propriamente parlando, l'arte è un abito operativo. E tuttavia in qualche cosa coincide con gli abiti speculativi: poiché anche gli abiti speculativi hanno di mira il comportamento delle cose conosciute, e non il comportamento della volontà umana nei loro riguardi. Infatti, purché il geometra faccia una dimostrazione vera, non importa affatto il suo stato d'animo, e cioè se è contento o adirato: e così non interessa per un artista o per un artigiano. Perciò le arti hanno natura di virtù, come gli abiti speculativi: nel senso che né le arti né gli abiti speculativi rendono buona l'opera rispetto all'uso di essa, poiché questo è il compito proprio delle virtù morali; ma solo danno la capacità di ben operare.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando chi possiede un mestiere compie un'opera difettosa, non fa un'opera degna, ma indegna della sua arte: come quando uno mente conoscendo la verità, il suo dire non è secondo la scienza, ma contrario al suo sapere. Perciò, come la scienza, anche l'arte è sempre legata al bene: e da questo lato si denomina virtù. Invece non raggiunge la perfetta natura di virtù, perché non rende buono anche l'uso, per il quale si richiede qualche altra cosa: sebbene non ci possa essere il buon uso (di una facoltà) senza l'arte.
2. Perché un uomo usi bene la sua arte, si richiede che abbia retta la volontà, e questa raggiunge la sua perfezione con la virtù morale; per questo il Filosofo parla di virtù, morale s'intende, dell'arte, perché il buon uso di essa richiede delle virtù morali. Infatti è chiaro che la giustizia, che dà rettitudine alla volontà, farà sì che un artigiano sia portato a compiere un'opera genuina.
3. Anche nell'attività speculativa ci sono degli esercizi che si presentano come opere: p. es., la costruzione di un sillogismo, di una buona proposizione, oppure le operazioni di aritmetica o di geometria. Perciò tutti gli abiti speculativi che sono ordinati a codeste opere dal raziocinio, per una certa somiglianza si dicono arti, però liberali; per distinguerle da quelle arti che sono ordinate ad opere da compiersi mediante il corpo, e che sono in qualche modo servili, in quanto il corpo è sottoposto all'anima come schiavo, mentre l'uomo in forza dell'anima è libero. Invece le scienze che non sono ordinate a nessun'opera, si dicono semplicemente scienze, non già arti. Ma per il fatto che le arti liberali sono più nobili, non è detto che ad esse convenga di più la natura di arti.

ARTICOLO 4

Se la prudenza sia una virtù distinta dall'arte

SEMBRA che la prudenza non sia una virtù distinta dall'arte. Infatti:
1. L'arte è la retta norma dell'operare. Ma la diversità dei generi delle opere da compiere non può far sì che una disposizione cessi di essere un'arte: esistono infatti arti diverse, per opere da compiere assai diverse. Perciò, essendo anche la prudenza una retta norma dell'operare, sembra che anch'essa debba considerarsi un'arte.
2. La prudenza è più affine all'arte degli abiti speculativi: infatti anch'essa, come dice Aristotele, "ha per oggetto i contingenti". Ora, alcuni abiti speculativi sono denominati arti. Quindi a maggior ragione deve dirsi arte la prudenza.
3. "Alla prudenza spetta la bontà del deliberare", secondo l'espressione del Filosofo. Ma egli nota pure che anche in alcune arti le deliberazioni non mancano: p. es., nell'arte militare, nell'arte di governo, e nell'arte medica. Dunque la prudenza non si distingue dall'arte.

IN CONTRARIO: Il Filosofo distingue la prudenza dall'arte.

RISPONDO: Dove si riscontrano ragioni diverse di virtù, è necessario che le virtù siano distinte. Ora, abbiamo detto sopra che alcuni abiti si presentano come virtù per il solo fatto che conferiscono la capacità di compiere bene un'opera: altri invece per il fatto che non solo danno codesta capacità, ma anche il buon uso di essa. Ebbene, l'arte conferisce la sola capacità di compiere bene un'opera: poiché non interessa l'appetito (o volontà). Invece la prudenza non dà soltanto la capacità di ben operare, ma ne dona anche il buon uso: infatti essa interessa l'appetito, poiché presuppone la rettitudine di esso.
E il motivo di ciò sta nel fatto che l'arte è "la retta ragione nelle cose da farsi", mentre la prudenza è "la retta ragione nelle azioni da compiersi". Come Aristotele ricorda, c'è differenza tra fare ed agire, poiché il fare è un atto (transitivo) che passa su oggetti esterni, come fabbricare, segare, e così via; mentre l'agire è un atto (intransitivo) che rimane nell'agente medesimo, come vedere, volere e simili. Perciò la prudenza sta alle azioni umane suddette, che costituiscono l'uso delle potenze e degli abiti, come l'arte sta alle operazioni esterne: poiché l'una e l'altra sono la perfetta ragione rispetto alle cose cui si riferiscono. Ora, la perfezione o rettitudine della ragione in campo speculativo dipende dai principi dai quali la ragione argomenta: infatti abbiamo notato che la scienza presuppone l'intelletto, cioè l'abito dei (primi) principi, e da esso dipende. Ma le funzioni che i principi svolgono in campo speculativo, nell'agire umano spettano ai fini, come nota Aristotele. Perciò la prudenza, che è la retta ragione nelle azioni da compiersi, richiede che l'uomo sia ben disposto rispetto ai suoi fini: e questo si ottiene mediante la rettitudine della sua volontà. Ecco quindi che la prudenza presuppone le virtù morali che rendono buona la volontà. Invece nelle opere dell'arte la bontà non appartiene affatto alla volontà umana, ma alle stesse opere dell'arte: e quindi l'arte non presuppone una volontà retta. Ed ecco perché è più apprezzato l'artefice il quale sbaglia volontariamente, che l'artefice il quale sbaglia senza volere; poiché la bontà del volere è essenziale alla prudenza, e non lo è affatto per l'arte. - Da ciò risulta che la prudenza è una virtù distinta dall'arte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I vari generi dei prodotti dell'arte sono tutti esterni all'uomo: essi perciò non costituiscono una differenza nella nozione di virtù. Invece la prudenza è la retta norma degli stessi atti umani: e quindi implica una variazione nell'ambito della virtù, come abbiamo spiegato.
2. La prudenza è affine all'arte più degli abiti speculativi, e per il subietto, e per la materia di cui si occupa: infatti l'una e l'altra risiedono nella parte opinativa dell'anima, e si occupano di fatti contingenti. Ma quanto alla nozione di virtù l'arte è più affine agli abiti speculativi che alla prudenza, come è evidente dalle spiegazioni date.
3. La prudenza porta a ben deliberare intorno a ciò che interessa tutta la vita di un uomo, e l'ultimo fine della vita umana. Invece in alcune arti interviene la deliberazione in ordine a cose riguardanti i fini particolari di codeste arti. Difatti alcuni, in quanto sono adatti a ben deliberare in cose di guerra o di navigazione, si dicono prudenti come capitani e piloti, non già prudenti in senso assoluto: tali sono invece coloro che sono atti a ben deliberare in cose che interessano tutta la vita.

ARTICOLO 5

Se la prudenza sia una virtù necessaria per l'uomo

SEMBRA che la prudenza non sia una virtù necessaria a ben vivere. Infatti:
1. Come l'arte sta alle opere da farsi, di cui è la retta ragione; così la prudenza sta alle azioni da compiersi, e dalle quali si giudica la vita umana: infatti la prudenza è la retta ragione di codeste azioni, come insegna Aristotele. Ora, l'arte è necessaria per le opere da farsi solo fino a che siano compiute. Dunque anche la prudenza non è necessaria all'uomo per ben vivere quando è già virtuoso; ma caso mai soltanto per diventarlo.
2. Scrive Aristotele che "la prudenza è fatta per ben consigliarsi" nel deliberare. Ma uno può agire anche dietro un buon consiglio di altri. Perciò non è necessario che uno per ben vivere abbia egli stesso la prudenza; ma basta che segua i consigli di persone prudenti.
3. Una virtù intellettuale fa sì che si dica sempre la verità e mai il falso. Ma questo non può accadere per la prudenza: infatti non è umano che nel deliberare su azioni da compiere non si sbagli mai; essendo le azioni umane cose contingenti. Perciò sta scritto: "Timidi sono i ragionamenti dei mortali e malsicuri i nostri divisamenti". Dunque la prudenza non deve enumerarsi tra le virtù intellettuali.

IN CONTRARIO: Nella sacra Scrittura la prudenza è ricordata tra le virtù necessarie alla vita umana, là dove si dice della divina sapienza: "Insegna la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla c'è di più utile in vita agli uomini".

RISPONDO: La prudenza è una virtù sommamente necessaria per la vita umana. Infatti il ben vivere consiste nel ben operare. Ma perché uno operi bene non si deve considerare solo quello che compie, ma in che modo lo compie; e cioè si richiede che agisca non per un impeto di passione, ma seguendo un'opzione retta. E poiché l'opzione, o elezione, ha per oggetto i mezzi indirizzati a un fine, la rettitudine dell'opzione richiede due cose: il debito fine, e i mezzi ad esso proporzionati. Ora, un uomo viene ben orientato al debito fine da quelle virtù che ornano la parte appetitiva dell'anima, la quale ha per oggetto il bene e il fine. Invece la buona predisposizione di un uomo rispetto ai mezzi richiede il diretto intervento di un abito della ragione: poiché deliberare e scegliere, atti aventi per oggetto i mezzi, appartengono alla ragione. Perciò è necessario che nella ragione vi sia una virtù intellettuale, che le conferisca una predisposizione retta nei riguardì dei mezzi ordinati al fine. E codesta virtù è la prudenza. Dunque la prudenza è una virtù necessaria a ben vivere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La bontà nel campo delle arti non risiede nell'artefice, ma nei suoi prodotti, essendo l'arte la retta norma delle cose da farsi: infatti il facimento, essendo un'azione transitiva, non è perfezione di chi produce, ma del prodotto, come il moto è l'atto del soggetto posto in movimento; e l'arte ha per oggetto le cose fattibili. Ma il bene della prudenza appartiene all'agente medesimo, che ottiene la sua perfezione proprio nell'agire: infatti la prudenza è la retta norma delle azioni da compiere, come abbiamo detto. Perciò nell'arte non si richiede il ben operare dell'artefice, ma la sola bontà del suo prodotto. Piuttosto si richiederebbe il ben operare del prodotto medesimo, e cioè che il coltello tagliasse bene, o che la sega segasse bene; se invece di essere cose da adoperare, mancando loro il dominio dei propri atti, fossero capaci di adoperarsi. Quindi l'arte non è richiesta al ben vivere dell'artigiano medesimo; ma solo per costruire e per conservare un buon prodotto. Invece la prudenza è necessaria all'uomo per viver bene, e non soltanto per diventar buono.
2. Quando un uomo compie il bene mosso dall'altrui consiglio, e non dal proprio, la sua operazione non è del tutto perfetta, rispetto alla ragione e all'appetito chiamati a dirigerlo e a muoverlo. Perciò anche se opera il bene, non l'opera proprio bene in modo assoluto, come richiederebbe il ben vivere.
3. La verità dell'intelletto pratico si deve giudicare diversamente dalla verità dell'intelletto speculativo, come nota Aristotele. Infatti la verità dell'intelletto speculativo si misura dalla conformità dell'intelletto con la realtà. E poiché l'intelletto non può conformarsi con esattezza alla realtà in cose contingenti, ma soltanto in quelle necessarie, nessun abito speculativo che s'interessi del contingente può essere una virtù intellettuale, ma solo quegli abiti che riguardano il necessario. - Invece la verità dell'intelletto pratico si desume dalla conformità col retto volere. La quale conformità non esiste nel campo del necessario, il quale non dipende dalla volontà umana; ma solo nel campo dei contingenti, i quali possono essere compiuti da noi, siano essi azioni da compiersi o opere esterne da farsi. Ecco perché la virtù dell'intelletto pratico si limita ai soli contingenti: virtù che rispetto alle cose fattibili è arte; e rispetto alle azioni da compiere è prudenza.

ARTICOLO 6

Se l'eubulia, la synesis e la gnome siano virtù annesse alla prudenza

SEMBRA che alla prudenza non siano state aggiunte a proposito l'eubulia, la synesis e la gnome. Infatti:
1. L'eubulia, come scrive Aristotele, è "un abito mediante il quale deliberiamo bene". Ma egli dice pure che "il ben deliberare spetta alla prudenza". Dunque l'eubulia non è una virtù aggiunta, ma la stessa prudenza.
2. Spetta al superiore giudicare degli inferiori. Perciò si presenta come suprema quella virtù che si esercita nel giudizio. Ora la synesis è fatta per ben giudicare. Quindi la synesis non è una virtù aggiunta alla prudenza, ma è virtù principale.
3. Le cose da giudicare sono diverse, come diverse sono quelle su cui si deve deliberare. Ma per tutte le cose da deliberare viene indicata una sola virtù, cioè l'eubulia. Perciò a ben giudicare sulle azioni da compiere non è necessario stabilire una seconda virtù oltre la synesis, cioè la gnome.
4. Cicerone enumera tre altre parti della prudenza, e cioè: "la memoria del passato, l'intelligenza del presente", e "la previdenza per il futuro". Anche Macrobio aggiunge altre parti alla prudenza: "la cautela, la docilità", e altre cose del genere. Dunque le virtù ricordate non sono le uniche da aggiungere alla prudenza.

IN CONTRARIO: Valga l'autorità del Filosofo, il quale presenta le tre virtù suddette come aggiunte alla prudenza.

RISPONDO: Tra potenze subordinate la principale è quella che è ordinata all'atto più importante. Ora, rispetto alle azioni umane troviamo tre atti della ragione: il primo di essi è deliberare, il secondo giudicare, il terzo comandare. I primi due corrispondono agli atti dell'intelletto speculativo che sono la ricerca e il giudizio: infatti la deliberazione, o consiglio, è una specie di ricerca. Invece il terzo è proprio dell'intelletto pratico, in quanto operativo: infatti la ragione non ha il compito di comandare le cose che uno non può fare. Ora, è evidente che tra tutte le cose che uno compie l'atto principale è il comandare, cui gli altri atti sono subordinati. Perciò alla virtù, la quale ha il compito di ben comandare, cioè alla prudenza, vanno aggiunte come virtù secondarie l'eubulia, che ha il compito di ben deliberare, nonché la synesis e la gnome che hanno quello di giudicare; e della cui distinzione parleremo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza inclina a ben deliberare, non nel senso che la buona deliberazione è l'atto di essa; ma perché compie codesto atto mediante una virtù subalterna che è l'eubulia.
2. In campo operativo il giudizio è ordinato a qualche altra cosa: infatti uno può giudicare bene sull'atto da compiere, e tuttavia eseguirlo malamente. Invece l'ultima rifinitura si ha quando la ragione passa a comandare bene sull'azione da compiere.
3. Il giudizio di una cosa si compie mediante i principi propri di essa. Invece l'inquisizione o ricerca non può ancora fondarsi su codesti principi: poiché se si possedessero non ci sarebbe più bisogno di inquisizione, ma la verità sarebbe già trovata. Ed ecco perché si richiede una sola virtù per ben deliberare, e due per ben giudicare: poiché la distinzione non si compie tra i principi comuni, ma tra quelli propri. Difatti in campo speculativo una sola dialettica serve per la ricerca in tutti i campi: invece le scienze dimostrative, che hanno il compito di giudicare, sono diverse secondo la diversità delle cose. - Ora, la synesis e la gnome si distinguono in base alla diversità delle norme da cui giudicano: infatti la synesis ha il compito di giudicare delle azioni da compiere in base alla legge comune; la gnome invece si spinge a giudicare, in base alla ragione naturale, cose a cui la legge comune non arriva; come meglio vedremo in seguito.
4. La memoria, l'intelligenza e la previdenza, come anche la cautela, la docilità, e simili, non sono virtù diverse dalla prudenza: ma in qualche modo sono rispetto ad essa come parti integrali, in quanto tutte si richiedono per la perfezione di essa. Ci sono poi anche le parti subiettive, cioè le specie della prudenza: come la prudenza economica, quella politica, ecc. Ma le tre virtù sopra indicate sono quasi parti potenziali della prudenza: poiché sono ordinate ad essa come elementi secondari al principale. E anche di questo parleremo in seguito.