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Questione
56
La sede delle virtù
Passiamo a considerare la sede delle virtù.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se le virtù risiedano
nelle potenze dell'anima; 2. Se una virtù possa risiedere in più
di una potenza; 3. Se l'intelletto possa essere sede delle virtù;
4. Se possano esserlo l'irascibile e il concupiscibile; 5. Se possano
esserlo le potenze sensitive; 6. Se possa esserlo la volontà.
ARTICOLO
1
Se le virtù risiedano nelle potenze dell'anima
SEMBRA che le virtù non risiedano nelle potenze dell'anima.
Infatti:
1. S. Agostino afferma, che
"la virtù è una qualità con la quale
si vive rettamente". Ma si vive non con le potenze dell'anima,
bensì con l'essenza di essa. Perciò la virtù non risiede nelle potenze
dell'anima, ma nella sua essenza.
2. Il Filosofo scrive:
"La virtù rende buono chi la possiede, e buona
l'azione che egli compie". Ora, come un'azione deve il proprio essere
alla potenza, così chi possiede una virtù lo deve all'essenza della sua anima.
Dunque le virtù non appartengono alle potenze più che all'essenza dell'anima.
3. La potenza si trova nella seconda specie della qualità. Ma la virtù,
come sopra abbiamo detto, è una qualità. E d'altra parte una qualità
non può appartenere a un'altra qualità. Dunque la virtù non può aver sede
nelle potenze dell'anima.
IN CONTRARIO: Come dice Aristotele,
"la virtù è l'ultimo termine
della potenza". Ora il termine ultimo risiede nella cosa che esso termina.
Dunque le virtù risiedono nelle potenze dell'anima.
RISPONDO: Con tre argomenti si può dimostrare che la virtù risiede
nelle potenze dell'anima. Primo, partendo dalla stessa nozione di virtù,
che dice perfezione di una potenza: e una perfezione deve risiedere
nella cosa che essa perfeziona. - Secondo, dal fatto che la virtù è un abito
operativo, come sopra abbiamo detto: difatti ogni operazione
deriva dall'anima mediante qualche potenza. - Terzo,
dal fatto che è una disposizione all'ottimo. Ora, l'ottimo è il fine,
o l'operazione di una cosa, oppure qualche cosa
che deriva dalla potenza mediante l'operazione. Perciò le virtù
umane hanno la loro sede nelle potenze dell'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Vivere ha due significati. Talora
si dice vivere l'essere stesso di un vivente: e in questo caso appartiene
all'essenza dell'anima, che nel vivente è il principio dell'essere.
Altre volte per vivere s'intende l'operazione di un vivente:
e in questo caso si vive rettamente con la virtù, in quanto con
essa uno rettamente agisce.
2. La bontà o si attribuisce al fine, o a ciò che è ordinato al fine.
Perciò, siccome il bene di chi opera consiste nell'operare, anche
l'attitudine della virtù a rendere buono l'operante si riferisce all'operazione,
e quindi alla potenza.
3. Si può dire che un accidente è il subietto o la sede di un altro
accidente, non nel senso che possa sostentarlo: ma perché un accidente
può risiedere in una sostanza mediante un altro accidente
come il colore, il quale è nel corpo mediante la superficie; e quindi
la superficie si dice che è la sede o il subietto del colore. È così che
le potenze dell'anima sono sede delle virtù.
ARTICOLO
2
Se una virtù possa risiedere in più di una potenza
SEMBRA che una virtù possa risiedere in due potenze.
Infatti:
1. Gli abiti sono conosciuti mediante i loro
atti. Ora, un atto
può derivare diversamente da diverse potenze: il camminare, p. es.,
deriva dalla ragione che dirige, dalla volontà che muove e dalla
potenza locomotiva che lo esegue. Dunque un abito virtuoso può
risiedere in diverse potenze.
2. Il Filosofo insegna che per la virtù si richiedono tre cose, cioè
"sapere", "volere" e "operare con
fermezza". Ma sapere spetta
all'intelletto, volere invece alla volontà. Quindi una virtù può trovarsi
in più d'una potenza.
3. La prudenza risiede nella ragione; essendo, come dice Aristotele,
"la retta
ragione dell'agire". Ma si trova pure nella volontà:
poiché, come nota il medesimo, essa è incompatibile con una volontà perversa.
Perciò una virtù può risiedere in due potenze.
IN CONTRARIO: La virtù ha come sede, o subietto, qualche potenza
dell'anima. Ora, il medesimo accidente non può risiedere in più subietti.
Dunque una virtù non può trovarsi in più di una potenza dell'anima.
RISPONDO: La presenza di una
qualità in due soggetti si può concepire
in due modi. Primo, a parità di condizioni nell'uno e nell'altro.
E allora è impossibile che una virtù si trovi in due potenze
in questo modo: poiché la distinzione delle potenze si desume dalle
differenze generiche degli oggetti, mentre la distinzione degli abiti
si desume da quelle specifiche; perciò se c'è una distinzione di
potenze ci sarà pure una distinzione di abiti, sebbene non viceversa.
Secondo, una qualità può trovarsi in due o più soggetti non a parità
di condizioni, ma secondo un certo ordine. E allora una virtù può appartenere
a più di una potenza, così da trovarsi in una di esse in maniera principale,
e nelle altre per estensione o come predisposizione; in base alla mozione che una
potenza esercita sull'altra, o al fatto che l'una riceve qualche cosa dall'altra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il medesimo atto non può appartenere
a potenze diverse a parità di condizioni: ma può loro appartenere
secondo ragioni diverse e secondo un ordine differente.
2. Il sapere è un prerequisito della virtù morale, in quanto una
virtù morale agisce secondo la retta ragione. Ma essenzialmente
la virtù morale consiste in un fatto appetitivo.
3. Sostanzialmente, come vedremo, la prudenza risiede nella ragione:
ma presuppone, quale suo principio, la rettitudine della volontà.
ARTICOLO
3
Se l'intelletto possa essere sede di virtù
SEMBRA che l'intelletto non sia sede di virtù.
Infatti:
1. S. Agostino insegna che ogni virtù è amore. Ora, l'amore non
risiede nell'intelletto, ma soltanto nelle potenze appetitive.
Dunque nessuna virtù risiede nell'intelletto.
2. La virtù, come abbiamo dimostrato, è ordinata al bene. Però
il bene non è oggetto dell'intelletto, ma delle potenze appetitive.
Quindi sede delle virtù non è l'intelletto, ma la potenza appetitiva.
3. A dire del Filosofo,
"la virtù rende buono chi la possiede".
Ora, l'abito che perfeziona l'intelletto non rende buono chi lo possiede:
infatti un uomo non si dice buono per la sua scienza o per
la sua arte. Dunque l'intelletto non è sede delle virtù.
IN CONTRARIO: Mente si dice in modo specialissimo dell'intelletto.
Ora, soggetto proprio delle virtù è la mente, com'è evidente dalla
definizione riportata sopra. Dunque l'intelletto è sede delle virtù.
RISPONDO: La virtù, come abbiamo detto, è un abito che serve
a ben operare. Ora, un abito può essere ordinato a ben operare
in due maniere. Primo, in quanto codesto abito conferisce a un
uomo la sola capacità di compiere bene degli atti: l'abito della
grammatica, p. es., dà a un uomo la capacità di parlare correttamente.
Ma la grammatica non fa sì che egli parli sempre correttamente:
infatti un grammatico può anche permettersi dei barbarismi o dei solecismi.
Lo stesso si dica delle altre scienze o arti. - Secondo, in quanto
un abito non solo dà la capacità di agire, ma anche quella di usare bene
di codesta capacità: la giustizia, p. es., non soltanto fa sì che un uomo
sia di pronta volontà nel compiere cose giuste,
ma fa sì che agisca secondo giustizia.
Ora, è in forza di codesti abiti che uno opera il bene e che è
buono in senso assoluto, ossia giusto, temperante, ecc., poiché una
cosa si denomina ente o buona in senso assoluto non quando è
in potenza, ma quando è in atto. E poiché "la virtù è quella che
rende buono chi la possiede, e buone le azioni che egli compie",
a codesti abiti si applica perfettamente il termine di virtù: poiché
rendono attualmente buona un'azione, e rendono buono in senso
assoluto chi la possiede. - Invece gli abiti della prima serie non
sono virtù in senso assoluto; poiché rendono buona l'azione solo
rispetto a una data capacità; e neppure rendono buono in senso
assoluto chi li possiede. Infatti uno, perché scienziato, o artista,
non si dice che è senz'altro buono; ma si dice che è buono soltanto
in senso relativo: si dirà, mettiamo, un buon grammatico,
o un buon artigiano. Per questo d'ordinario le scienze e le arti
vengono contrapposte alle virtù: qualche volta, invece, come fa
Aristotele nel 6 Ethic., sono denominate virtù.
Perciò l'intelletto, non solo quello pratico, ma anche quello speculativo,
può esser sede di quegli abiti che sono virtù in senso
relativo senza nessuna subordinazione alla volontà: il Filosofo,
p. es., mette tra le virtù intellettive la scienza, la sapienza,
l'intelletto e persino le arti. - Invece per gli abiti che sono virtù in
senso assoluto l'unica sede è la volontà; oppure qualche altra potenza
sotto la mozione della volontà. Questo perché la volontà
muove ai loro atti tutte le altre potenze che in qualche modo sono
razionali, come sopra abbiamo spiegato: perciò il retto agire di
un uomo dipende dal fatto che egli ha buona la volontà. E quindi
la virtù che porta ad agire bene non solo per la capacità, ma per
l'atto che produce, deve trovarsi nella volontà medesima; oppure
in una potenza sotto la mozione di essa.
Ma l'intelletto può essere mosso dalla volontà come le altre potenze:
si può infatti pensare attualmente una cosa, perché si vuole.
Perciò, in quanto subordinato alla volontà, l'intelletto può
essere sede o subietto di virtù propriamente dette. In questo senso
l'intelletto speculativo, o ragione, è il subietto della fede: poiché
l'intelletto viene mosso a dare l'assenso alle cose di fede dal comando
della volontà; infatti "nessuno crede se non perché vuole". - Invece
l'intelletto pratico è il subietto della prudenza. Infatti, essendo
questa la retta ragione dell'agire umano, si richiede che
l'uomo prudente sia ben disposto rispetto ai principi dell'agire razionale,
e cioè rispetto ai fini di esso; e codesta buona disposizione
dipende dalla rettitudine della volontà, come la buona disposizione
rispetto ai principi speculativi dipende dal lume naturale dell'intelletto agente.
Quindi, come l'intelletto speculativo,
per la sua dipendenza dall'intelletto agente, è la sede o il subietto
della scienza, che è la retta ragione rispetto alle verità speculative;
così subietto della prudenza è l'intelletto pratico, per la sua
dipendenza dalla volontà retta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le parole di S. Agostino si devono
applicare alla virtù propriamente detta: non che ogni virtù del
genere sia amore in senso assoluto; ma perché dipende in qualche
modo dall'amore, in quanto dipende dalla volontà, il cui primo
moto è l'amore, come abbiamo spiegato.
2. Il bene di ciascun essere è il proprio fine: perciò, essendo
fine dell'intelletto il vero, conoscere il vero è l'atto buono dell'intelletto.
Quindi l'abito che dà perfezione all'intelletto con la conoscenza del vero,
sia in campo speculativo che in campo pratico, si dice virtù.
3. L'argomento è valido, se si tratta della virtù in senso assoluto.
ARTICOLO
4
Se l'irascibile e il concupiscibile possano essere sede di virtù
SEMBRA che l'irascibile e il concupiscibile non possano essere sede di virtù.
Infatti:
1. Codeste facoltà sono comuni a noi e ai bruti. Invece noi ora
parliamo delle virtù proprie dell'uomo, cioè delle virtù umane.
Perciò le virtù umane non possono risiedere nell'irascibile e nel
concupiscibile, che sono potenze dell'appetito sensitivo, secondo le
spiegazioni date nella Prima Parte.
2. L'appetito sensitivo è una facoltà organica. Ora, il bene della
virtù non può trovarsi nel corpo dell'uomo; infatti l'Apostolo afferma: "Io
so bene che non abita in me, cioè nella mia carne, il bene".
Dunque un appetito sensitivo non può essere sede o subietto di virtù.
3. S. Agostino dimostra che la virtù non è nel corpo, ma nell'anima,
dall'essere il corpo retto dall'anima: il fatto quindi che
uno usi bene del corpo va attribuito totalmente all'anima; "come
se un cocchiere conducesse sulla strada giusta i cavalli, seguendo
le mie indicazioni, tutto il merito sarebbe mio". Ora, come l'anima
dirige il corpo, così la ragione dirige l'appetito sensitivo. Perciò
la retta condotta dell'irascibile e del concupiscibile si deve interamente
alle potenze razionali. D'altra parte sopra abbiamo detto
che "la virtù è la disposizione per cui si vive rettamente". Quindi
la virtù non può trovarsi nell'irascibile e nel concupiscibile, ma
soltanto nella parte razionale.
4.
"L'atto principale di una virtù morale è
l'elezione", come
scrive Aristotele. Ma l'elezione, o deliberazione, non è un atto dell'irascibile
o del concupiscibile, bensì della ragione, secondo le spiegazioni date.
Dunque una virtù morale non può risiedere nell'irascibile o nel concupiscibile,
ma solo nella ragione.
IN CONTRARIO: Si è soliti collocare la fortezza nell'irascibile, e la
temperanza nel concupiscibile. Cosicché il Filosofo afferma, che "queste
virtù appartengono alle facoltà irrazionali".
RISPONDO: L'irascibile e il concupiscibile si possono considerare
sotto due punti di vista. Primo, in se stessi, come facoltà dell'appetito
sensitivo. E da questo lato non possono esser sede di virtù. - Secondo,
si possono considerare come facoltà partecipi della ragione,
in quanto sono fatte per obbedire alla ragione. E da questo lato
l'irascibile e il concupiscibile possono esser sede di virtù umane:
poiché sotto questo aspetto, in quanto partecipi della ragione,
sono principi degli atti umani. E a potenze di questo genere
non si possono non attribuire delle virtù.
Infatti è evidente che nell'irascibile e nel concupiscibile ci sono
delle virtù. Poiché l'atto, che promana da una potenza sotto la
mozione di un'altra, non può essere perfetto, se entrambe le potenze
non sono ben disposte all'operazione; così l'atto di un artefice
non può essere ben appropriato, se l'artefice e lo strumento
stesso non sono ben disposti all'operazione. Perciò nelle azioni,
compiute dall'irascibile e dal concupiscibile sotto la mozione della
ragione, è necessario che vi sia la rifinitura di qualche abito per
ben operare, non soltanto nella ragione, ma anche nell'irascibile
e nel concupiscibile. E poiché la buona disposizione di una potenza,
che muove perché mossa, si desume dalla conformità di essa
con la potenza motrice, la virtù che risiede nell'irascibile e nel
concupiscibile non è altro che una conformità abituale di codeste
potenze con la ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Considerate in se stesse, cioè in
quanto sono parti dell'appetito sensitivo, le facoltà dell'irascibile
e del concupiscibile, sono comuni a noi e alle bestie. Ma in quanto
sono razionali per partecipazione, perché sottomesse alla ragione sono proprie
dell'uomo. E sotto questo aspetto possono esser sede di virtù umane.
2. La carne di un uomo di suo non possiede il bene della virtù,
tuttavia diviene strumento di atti virtuosi, perché, sotto la mozione
della ragione, "offriamo le nostre membra per servire alla giustizia". Allo stesso modo anche l'irascibile e il concupiscibile
di suo non possiedono il bene della virtù, ma piuttosto l'infezione
del fomite; però il suddetto bene s'ingenera in essi in quanto si
conformano alla ragione.
3. Il modo con cui l'anima regge il corpo è diverso da quello
con cui la ragione regge l'irascibile e il concupiscibile. Infatti il
corpo obbedisce pienamente all'anima senza contrasti nelle cose
in cui naturalmente deve seguirne la mozione: e il Filosofo dice
perciò che "l'anima regge il corpo con un dominio dispotico",
cioè come un padrone fa col suo schiavo. Perciò il moto del corpo
si riferisce interamente all'anima. E per questo nel corpo non possono
esserci delle virtù, ma soltanto nell'anima. - Invece l'irascibile
e il concupiscibile non obbediscono pienamente alla ragione,
ma hanno dei moti peculiari, che talora contrastano con la ragione:
ecco perché il Filosofo aggiunge che la ragione regge l'irascibile
e il concupiscibile "con un dominio politico", cioè come
vengono governate persone libere, che in certe cose conservano la
propria volontà. Per questo è necessario che anche nell'irascibile
e nel concupiscibile ci siano delle virtù, per ben disporli ai loro atti.
4. Nell'elezione, a dire di Aristotele, si devono considerare due
cose: l'intenzione del fine, che spetta a una virtù morale, e la
scelta dei mezzi, che spetta alla prudenza. Ora, dipende proprio
dalla buona disposizione dell'irascibile e del concupiscibile avere
la retta intenzione del fine in materia di passioni. Perciò le virtù
morali riguardanti le passioni sono nell'irascibile e nel concupiscibile:
mentre la prudenza è nella ragione.
ARTICOLO
5
Se le potenze sensitive di ordine conoscitivo siano sede di virtù
SEMBRA che qualche virtù possa risiedere nelle potenze sensitive.
Infatti:
1. L'appetito sensitivo può essere sede di virtù in quanto obbedisce
alla ragione. Ma anche i sensi interni obbediscono alla ragione:
infatti l'immaginativa, la cogitativa e la memoria sottostanno
al comando della ragione. Dunque in codeste potenze possono trovarsi delle virtù.
2. Come l'appetito razionale, cioè la volontà, può essere ostacolato,
o agevolato dall'appetito sensitivo; così l'intelletto, ossia la
ragione, può essere ostacolato o agevolato dalle predette facoltà.
Dunque nelle facoltà sensitive di ordine conoscitivo può trovarsi
la virtù come in quelle appetitive.
3. La prudenza è una virtù, alla quale Cicerone assegna come
parte la memoria. Perciò anche nella facoltà della memoria può
esserci una virtù. E per lo stesso motivo in tutte le altre facoltà sensitive.
IN CONTRARIO: Tutte le virtù o sono intellettuali, o morali, come
insegna Aristotele. Ora, tutte le virtù morali sono nella parte appetitiva:
le intellettuali, invece, sono nell'intelletto, o nella ragione,
come egli dimostra. Dunque nessuna virtù può trovarsi nei sensi interni.
RISPONDO: Nei sensi interni bisogna ammettere l'esistenza di alcuni abiti.
Ciò è dimostrato specialmente da quanto fa notare il Filosofo, cioè dal fatto che "nel ricordare una cosa dopo l'altra,
influisce la consuetudine, che è come una seconda natura": ora,
codesto abito consuetudinario non è che l'abitudine acquisita mediante
la consuetudine, che opera come una seconda natura. Cicerone
quindi può affermare, che la virtù è "un abito che si uniforma
alla ragione in maniera quasi connaturale". Nell'uomo però
codesto fatto consuetudinario, acquisito dalla memoria e dalle altre
facoltà sensitive, non è un abito a sé stante; ma un elemento annesso
agli abiti della parte intellettiva, come abbiamo già ricordato.
Tuttavia anche se in codeste potenze ci sono degli abiti, non possono
considerarsi virtù. Infatti la virtù è un abito perfetto,
col quale non si può operare che il bene: perciò è necessario che la
virtù risieda in quella potenza che può compiere un atto buono.
Ora, la conoscenza della verità non ha compimento nelle facoltà sensitive;
ma codeste facoltà sono come preparatorie alla conoscenza intellettiva.
Perciò le virtù riguardanti la conoscenza del vero non sono in codeste facoltà,
ma piuttosto nell'intelletto, o nella ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'appetito sensitivo rispetto alla volontà,
che è l'appetito razionale, ha la funzione di strumento
che ne subisce il moto. Perciò l'operazione delle facoltà appetitive
ha il suo compimento nell'appetito sensitivo. Ed ecco perché
quest'ultimo è sede di virtù. - Invece le potenze sensitive di ordine
conoscitivo sono piuttosto moventi rispetto all'intelletto: poiché i
fantasmi stanno all'anima intellettiva, come i colori alla vista,
secondo l'espressione di Aristotele. Perciò l'operazione conoscitiva
termina nell'intelletto. E quindi le virtù d'ordine conoscitivo sono
nell'intelletto, o nella ragione.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà.
3. Si dice che la memoria fa parte della prudenza, come si dice
che la specie fa parte del genere, prendendo la memoria come una virtù
a sé stante: siccome, però, tra le cose richieste per la prudenza
c'è la bontà della memoria, sotto questo aspetto la memoria ne è una
parte integrante.
ARTICOLO
6
Se la volontà possa esser sede di virtù
SEMBRA che la volontà non possa esser sede di nessuna virtù.
Infatti:
1. Non si richiede nessun abito per orientarsi verso ciò che si
conviene a una data facoltà in forza della sua natura. Ora, essendo
la volontà nella ragione, come afferma il Filosofo, in forza della
sua natura tende, come del resto tutte le virtù, verso ciò che è
conforme alla ragione, poiché ogni essere desidera per natura il
proprio bene: infatti, come scrive Cicerone, "la virtù è un abito connaturato,
che si conforma alla ragione". Dunque la volontà non è sede di virtù.
2. Qualsiasi virtù, o è intellettuale, o è morale, a dire di Aristotele.
Ora, le virtù intellettuali risiedono nell'intelletto e nella
ragione, ma non nella volontà: le virtù morali risiedono nell'irascibile
e nel concupiscibile, che sono potenze razionali per partecipazione.
Quindi nessuna virtù risiede nella volontà.
3. Tutti gli atti umani, ai quali le virtù sono ordinate, sono atti
volontari. Se dunque ci fosse una virtù nella volontà rispetto ad
alcuni atti umani, per lo stesso motivo bisognerebbe ammetterne per tutti.
Perciò, o si dovranno rifiutare a tutte le altre facoltà;
oppure al medesimo atto dovranno essere ordinate due virtù differenti;
il che evidentemente non è possibile. Dunque la volontà
non può essere sede o subietto di virtù.
IN CONTRARIO: Si richiede maggiore perfezione in chi muove che
in chi subisce la mozione. Ora, la volontà muove l'irascibile e il
concupiscibile. Dunque la virtù deve trovarsi nella volontà più che
nell'irascibile e nel concupiscibile.
RISPONDO: L'abito ha il compito di predisporre la potenza all'operazione;
perciò una potenza per ben operare ha bisogno di un abito,
e cioè di una virtù, quando a ciò non sia sufficiente la sua stessa natura.
Ora, la natura propria di ciascuna potenza si desume dall'oggetto.
Perciò, avendo noi già dimostrato che oggetto della volontà è il bene
di ordine razionale ad essa proporzionato, rispetto
a codesto bene la volontà non ha bisogno di essere predisposta da
una virtù. Ma se un uomo è tenuto a volere un bene che supera
le proporzioni del volente; o rispetto a tutta la specie umana, come
il bene divino, che trascende i limiti dell'umana natura; o rispetto
a un determinato individuo, come il bene del prossimo; allora la
volontà ha bisogno di virtù. Perciò le virtù, che ordinano l'affetto
dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, come la carità, la giustizia,
e simili, hanno la loro sede nella volontà.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento è valido per
le virtù che dispongono al bene proprio di chi vuole: quali sono
la temperanza e la fortezza, le quali, come si è visto, hanno per
oggetto le passioni umane, o altre cose del genere.
2. Razionale per partecipazione non è soltanto l'irascibile e il
concupiscibile; ma "tutto il genere appetitivo", come dice Aristotele.
E nell'appetito è compresa anche la volontà. Perciò ogni virtù,
che eventualmente ha sede nella volontà, è una virtù morale, a
meno che, come vedremo in seguito, non sia teologale.
3. Alcune virtù sono ordinate ad assicurare un bene che consiste
nella moderazione delle passioni, bene particolare e proprio di ciascuno:
e in rapporto ad esso non è necessario che vi siano delle virtù
nella volontà, poiché per questo basta la natura della potenza,
come abbiamo detto. Ma ciò è necessario per quelle virtù
che sono ordinate a un bene che sorpassa quei limiti.
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