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Questione
55
La virtù nella sua essenza
Veniamo ora a parlare degli abiti in particolare. E poiché essi
si distinguono, come abbiamo visto, in base all'opposizione tra bene
e male, prima tratteremo degli abiti buoni, ossia delle virtù e di
altre disposizioni affini, quali sono i doni, le beatitudini, e i frutti
(dello Spirito Santo); e poi degli abiti cattivi, cioè dei vizi e dei
peccati.
A proposito delle virtù si devono considerare cinque argomenti:
primo, l'essenza della virtù; secondo, la sede di essa; terzo, la
divisione delle virtù; quarto, la loro causa; quinto, alcune loro
proprietà.
Sul primo si pongono quattro problemi: 1. Se le virtù umane
siano abiti; 2. Se siano abiti operativi; 3. Se siano abiti buoni;
4. La definizione della virtù.
ARTICOLO
1
Se le virtù umane siano abiti
SEMBRA che le virtù umane non siano abiti. Infatti:
1. Come si esprime Aristotele, la virtù è
"l'ultimo termine della potenza". Ora, in ogni genere di cose l'ultima rientra nel genere
cui appartiene come ultima: il punto, p. es., rientra nel genere
della linea. Dunque le virtù rientrano nel genere delle potenze, e
non in quello degli abiti.
2. S. Agostino insegna, che
"la virtù è il buon uso del libero arbitrio". Ma l'uso del libero arbitrio è un atto. Perciò la virtù
non è un abito, ma un atto.
3. Si merita non con gli abiti, ma con gli atti: altrimenti un uomo
meriterebbe di continuo, anche quando dorme. Ora, noi meritiamo
con le virtù. Dunque le virtù non sono abiti, ma atti.
4. S. Agostino scrive, che
"la virtù è l'ordine dell'amore". E altrove
afferma, che "l'ordinamento che si dice virtù consiste nel
fruire di ciò che è degno di fruizione, e nell'usare di ciò che deve
essere usato". Ora, l'ordine, ovvero l'ordinamento, indica o un
atto o una relazione. Perciò la virtù non è un abito, ma un atto
o una relazione.
5. Come ci sono le virtù umane, ci sono pure le virtù naturali
o fisiche. Ora, le virtù naturali non sono abiti, ma potenze. Quindi
lo stesso vale per le virtù umane.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la scienza e la virtù sono abiti.
RISPONDO: Il termine virtù sta a indicare la perfezione di una
potenza. Ora, la perfezione di una cosa si concepisce principalmente
in ordine al fine di essa. Ma il fine di una potenza è il suo
atto. Dunque una potenza si dice perfetta in quanto viene determinata
dal proprio atto.
Ora, ci sono delle potenze che per se stesse sono determinate ai
loro atti, e cioè le potenze attive naturali. Perciò codeste potenze
naturali per se stesse sono denominate virtù. - Invece le potenze
razionali, che sono proprie dell'uomo, non sono determinate a una
sola cosa, ma sono indirizzate, in modo indeterminato, a molte:
esse vengono determinate ai loro atti dagli abiti, come abbiamo
dimostrato. Dunque le virtù umane sono abiti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talora si denomina virtù la cosa
cui essa è indirizzata, cioè l'oggetto o l'atto di essa: così col termine
fede viene indicato, ora ciò che si crede, ora l'atto del credere,
e ora l'abito col quale si crede. Perciò, nell'espressione, "la
virtù è l'ultimo termine della potenza", virtù sta per l'oggetto di
essa. Infatti l'ultimo oggetto che la potenza può raggiungere, è
come il termine che indica la virtù di un dato essere: se uno,
p. es., può portare fino a cento libbre soltanto, la sua virtù si dirà
che è per cento libbre, e non per sessanta. Invece l'obiezione pretendeva
che l'ultimo termine della potenza fosse l'essenza stessa della virtù.
2. Lo stesso vale per l'affermazione che identifica la virtù col
buon uso del libero arbitrio: poiché quest'ultimo è il termine o
l'atto cui la virtù è ordinata. Infatti l'atto della virtù non è che
il buon uso del libero arbitrio.
3. Quando si dice che si merita con qualche cosa, l'espressione
può intendersi in due modi. Primo, nel senso in cui diciamo che si
corre col correre: e così, soltanto con gli atti possiamo meritare.
Secondo, nel senso che quanto ci aiuta a meritare è un principio
del merito, cioè come diciamo che si corre mediante la facoltà di
moto: e in questo senso meritiamo con le virtù e con gli abiti.
4. La virtù si dice che è ordine od ordinamento dell'amore, per
indicare lo scopo cui è indirizzata: infatti in noi l'amore è ordinato
dalla virtù.
5. Le potenze naturali per se stesse sono determinate a una sola
cosa: non così le potenze razionali. Perciò, come abbiamo spiegato,
il paragone non regge.
ARTICOLO
2
Se le virtù umane siano abiti operativi
SEMBRA che le virtù umane non siano essenzialmente operative.
Infatti:
1. Cicerone afferma che la virtù è per l'anima quello che la
salute e la bellezza sono per il corpo. Ma la salute e la bellezza non
sono abiti operativi. Dunque neppure la virtù.
2. Nelle cose di ordine fisico troviamo della virtù non solo in
ordine all'operare ma anche in ordine all'essere: ciò traspare dalle
parole del Filosofo il quale afferma che alcune cose hanno la virtù
di esistere sempre, altre non hanno la virtù di esistere sempre,
ma solo per un tempo determinato. Ora, come la virtù di ordine
fisico sta agli esseri corporei, così la virtù umana sta a quelli
razionali. Perciò anche la virtù umana, oltre che al campo operativo,
si estende a quello dell'essere.
3. Il Filosofo afferma che la virtù è
"una disposizione di ciò che
è perfetto all'ottimo". Ora, l'ottimo cui l'uomo deve disporsi anche
con la virtù è, come S. Agostino dimostra, Dio stesso, rispetto
al quale l'anima si predispone cercando di somigliare a Lui. Dunque
la virtù è da considerarsi una qualità dell'anima in ordine
a una somiglianza con Dio: e quindi non in ordine all'operazione.
Perciò essa non è un abito operativo.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"la virtù di ciascuna cosa
è ciò che rende buona la sua operazione".
RISPONDO: Virtù, come dice il nome stesso, importa una certa
perfezione della potenza, secondo le spiegazioni date. Ora, essendoci
due generi di potenze, e cioè all'essere e all'operazione, si
può denominare virtù la perfezione di entrambe le potenze. Mentre
però la potenza all'essere ha attinenza con la materia, che è
appunto un ente in potenza: la potenza ad operare ha attinenza
con la forma, che è principio di operazione, poiché ogni essere
opera in quanto è in atto.
Ora, nella compagine dell'uomo il corpo dà materia, e l'anima
dà forma. Inoltre rispettivamente al corpo l'uomo non si distingue
dagli altri animali; così pure rispetto a quelle virtù che appartengono
insieme all'anima e al corpo; invece le sole virtù che sono
proprie dell'anima, cioè quelle razionali, appartengono all'uomo
soltanto. Per questo le virtù umane, di cui ora parliamo, non possono
attribuirsi al corpo; ma esclusivamente a ciò che è proprio
dell'anima. Perciò le virtù umane non dicono ordine all'essere,
ma piuttosto all'operazione. E quindi codeste virtù sono essenzialmente
abiti operativi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La maniera d'operare deriva dalla
disposizione dell'agente: infatti quale è l'essere tale sarà l'operazione.
Perciò, essendo la virtù un principio dell'operare, è necessario
che in forza della virtù preesista in chi opera una disposizione
proporzionata. Ora, la virtù rende ordinata l'operazione.
Perciò la virtù stessa è nell'anima una disposizione ordinata: cioè
fa sì che le potenze dell'anima siano in qualche modo ordinate
tra loro, e rispetto agli oggetti esterni. Ecco perché la virtù, come
conveniente disposizione dell'anima, viene paragonata alla salute
e alla bellezza, che sono le dovute disposizioni del corpo. Ma ciò
non esclude che la virtù sia anche principio d'operazione.
2. Le virtù in ordine all'essere non sono proprie dell'uomo: ma
soltanto le virtù ordinate all'agire razionale, che è proprio dell'uomo.
3. In Dio l'essenza si identifica con l'operazione; perciò la massima
somiglianza che l'uomo può avere con Dio si ha mediante
un'operazione. Perciò, come sopra abbiamo spiegato, la felicità o
beatitudine, che rende l'uomo più simile a Dio, e che è il fine della
vita umana, consiste in un'operazione.
ARTICOLO
3
Se le virtù umane siano abiti buoni
SEMBRA che le virtù umane non siano essenzialmente abiti buoni.
Infatti:
1. Peccato si prende sempre in senso cattivo. Ma c'è una virtù
anche del peccato; secondo l'espressione di S. Paolo: "Virtù del
peccato è la legge". Dunque non sempre la virtù è un abito buono.
2. Virtù è sinonimo di potenza. Ora, la potenza non si riferisce
soltanto al bene, ma anche al male; secondo le parole di Isaia: "Guai a voi che siete potenti a bere il vino, e prodi a mescere e ad
ubriacarvi". Quindi virtù si applica, sia nel bene, che nel male.
3. Scrive l'Apostolo, che
"la virtù ha la sua perfezione nelle infermità". Ora, l'infermità è un male. Perciò la virtù non si riferisce
al bene soltanto, ma anche al male.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"Nessuno dubita che la virtù
rende ottima l'anima". E il Filosofo afferma, che "la virtù rende
buono chi la possiede, e buona l'azione che egli compie".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la virtù implica la perfezione
di una potenza: difatti la virtù di ciascuna cosa viene fissata all'ultimo
termine cui essa si estende, come nota Aristotele. Ora,
l'ultimo termine cui si estende una potenza deve essere il bene:
poiché il male implica sempre un difetto: cosicché ogni male è "una
debolezza", come si esprime Dionigi. Per questo è necessario
che la virtù di qualsiasi cosa sia indirizzata al bene. E quindi la
virtù umana, che è un abito operativo, deve essere un abito buono, e fatto
per compiere il bene.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Stando alle spiegazioni del Filosofo,
quando nelle cose cattive si parla di perfezione, il termine
è improprio, come quando si parla di bontà: in questo senso si
usa parlare del ladro o del brigante buono o perfetto. Lo stesso
si dica del termine virtù applicato al male. Ecco in che senso la
legge è chiamata "virtù del peccato", cioè in quanto essa occasionalmente
ha dato incremento al peccato, così da permettergli di
giungere al massimo della sua potenza.
2. Il male dell'ubriachezza e degli eccessi nel bere consiste in un
difetto nell'ordine della ragione. Ma una potenza inferiore può raggiungere
la perfezione nel suo genere, pur restando il difetto della
ragione. Però la perfezione di codesta potenza, essendo
accompagnata da un difetto della ragione, non può essere considerata una
virtù umana.
3. La ragione si rivela tanto più
perfetta, quanto è più capace
di vincere, ossia di sopportare, le infermità del corpo e delle facoltà inferiori.
Perciò la virtù umana, che va attribuita alla ragione, "ha la
sua perfezione nelle infermità", non della ragione,
bensì del corpo e delle potenze inferiori.
ARTICOLO 4
Se la virtù sia ben definita
SEMBRA che non sia buona la definizione che si è soliti dare della
virtù, e cioè: "La virtù è una qualità buona della mente umana,
con la quale rettamente si vive, e di cui nessuno malamente usa,
e che Dio produce in noi senza di noi". Infatti:
1. La virtù è la bontà di un uomo: poiché
"rende buono chi la possiede". Ora, la bontà non può dirsi buona; come la bianchezza
non è bianca. Dunque non sta bene l'affermazione che la virtù è "una
qualità buona".
2. Una differenza non può essere più estesa del suo genere: essendo
una suddivisione del genere. Ora, la bontà è più estesa della
qualità: infatti il bene coincide con l'ente. Dunque la bontà non
deve entrare nella definizione della virtù come differenza della qualità.
3. S. Agostino scrive:
"Quando troviamo che un elemento non
è comune a noi e alle bestie, esso appartiene all'anima". Ora, certe
virtù appartengono anche alle facoltà inferiori, come il Filosofo dimostra.
Perciò non tutte le virtù sono buone qualità "della mente".
4. La rettitudine fa parte della giustizia: difatti le stesse persone
si dicono insieme rette e giuste. Ma la giustizia è una specie
della virtù. Non è, dunque, a proposito mettere la rettitudine nella
definizione della virtù, nell'espressione "con la quale si vive rettamente".
5. Chiunque s'insuperbisce di una cosa, ne usa male. Ma sono
molti quelli che s'insuperbiscono della virtù: infatti S. Agostino
afferma, che "la superbia tende insidie anche alle opere buone, per
renderle vane". Quindi è falso che "della virtù nessuno malamente
usa".
6. L'uomo viene giustificato mediante la virtù. Infatti S. Agostino
afferma, spiegando quel passo evangelico, "ne farà anche di maggiori":
"Colui che ha creato te senza di te, non giustificherà
te senza di te". Perciò non è a proposito l'affermazione, che "Dio
produce in noi la virtù senza di noi".
IN CONTRARIO: Sta l'autorità di S. Agostino, dalle cui parole codesta
definizione è stata raccolta, e specialmente dal secondo libro
del De Libero Arbitrio.
RISPONDO: Questa definizione abbraccia perfettamente tutto ciò
che è essenziale alla virtù. Infatti la perfetta nozione di una cosa
si desume dalle cause di essa. Ora, la suddetta definizione abbraccia
tutte le cause della virtù. E poiché la causa formale della virtù,
come di qualsiasi altra cosa, si desume dal genere e dalla differenza
di essa, nell'espressione: "qualità buona", troviamo il genere
della virtù nella qualità, e la differenza nella bontà. Tuttavia la
definizione sarebbe più appropriata se al posto di qualità si mettesse
abito, che è il genere prossimo.
Si noti però che la virtù, come qualsiasi accidente, non ha una
materia da cui deriva (ex qua): ha solo una materia che la interessa (circa
quam, oggetto), e una materia in cui risiede (in qua),
vale a dire il subietto. Ora, la materia che la riguarda è l'oggetto
della virtù; e non era possibile indicarlo nella suddetta definizione,
perché l'oggetto serve a determinare la specie della virtù; qui invece
si tratta di definire la virtù in generale. Perciò come causa
materiale viene indicato il subietto, quando si afferma che la virtù
è una buona qualità "della mente".
Fine poi della virtù, che è un abito operativo, è l'operazione
stessa. Si osservi, però, che tra gli abiti operativi alcuni sono sempre
volti al male, cioè gli abiti viziosi; e altri sono indifferenti al
bene e al male, come l'opinione, che può essere sia vera che falsa;
la virtù invece è sempre ordinata al bene. Perciò per distinguere
la virtù dagli abiti che sono sempre cattivi, si dice che "con essa
si vive rettamente": e per distinguerla da quelli che possono essere
sia buoni che cattivi, si dice che "di essa nessuno malamente usa".
Finalmente la causa efficiente della virtù infusa, che qui viene
definita, è Dio. Ecco perché si dice, che "Dio la produce in noi
senza di noi". Ma se togliamo quest'ultima parte. il resto della
definizione è comune a tutte le virtù, sia acquisite che infuse.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prima nozione che viene appresa
dall'intelletto è l'ente: difatti di ciascun essere diciamo che è un
ente; e per conseguenza diciamo che è uno e che è bene, nozioni
queste che coincidono con l'ente. Per questo possiamo affermare
che l'essenza come l'unità e la bontà, è ente, è una ed è buona.
Ma questo non avviene per le forme particolari, quali sono la bianchezza
e la salute: infatti non tutto ciò che conosciamo, lo conosciamo
sotto l'aspetto di bianco e di sano. - Si deve però notare
che gli accidenti e le forme prive di sussistenza non si dicono enti
perché hanno l'essere in se stessi, ma perché alcune cose l'hanno
in forza di essi; e allo stesso modo si attribuisce loro la bontà e
l'unità, in forza della bontà o dell'unità stessa con la quale rendono
buono o uno l'essere in cui si trovano. Ed è in questo senso
che si dice buona la virtù, poiché in forza di essa un essere è buono.
2. La bontà che è posta nella definizione della virtù non è il bene
in generale, che coincide con l'ente, e che è più esteso della qualità:
ma è il bene di ordine razionale, di cui Dionigi afferma, che "il bene dell'anima è d'essere secondo la
ragione".
3. La virtù non può trovarsi nelle parti irrazionali dell'anima,
se non in quanto partecipano della ragione, come nota Aristotele.
Perciò la ragione, o mente, è il soggetto proprio delle virtù umane.
4. La rettitudine propria della giustizia si riferisce alle cose
esterne deputate all'uso dell'uomo, e che costituiscono la materia
specifica della giustizia, come vedremo. Ma la rettitudine che dice
ordine al debito fine e alla legge divina, la quale, secondo le spiegazioni
già date, forma la regola della volontà umana, è una qualità
comune a tutte le virtù.
5. Si può fare un cattivo uso della virtù come oggetto, cioè nel
senso che uno può non stimarla, odiarla, oppure insuperbirsi di
essa: ma se si considera come principio operativo, nessuno può
farne cattivo uso, nel senso di rendere cattivo l'atto stesso della
virtù.
6. Le virtù infuse vengono causate in noi da Dio, senza la nostra
opera, però non senza il nostro consenso. È così che vanno intese
le parole: "che Dio produce in noi senza di noi". Invece le
operazioni che compiamo noi, Dio le causa in noi, non senza l'opera
nostra: poiché egli agisce in ogni volere come in tutta la natura.
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