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Questione
50
La sede degli abiti
Passiamo ora a considerare la sede degli abiti.
Sull'argomento
si pongono sei quesiti: 1. Se un abito possa risiedere nel corpo;
2. Se l'anima sia la sede degli abiti nella sua essenza, o nelle sue potenze;
3. Se un abito possa risiedere nelle potenze della parte sensitiva;
4. Se possa trovarsi direttamente nell'intelletto; 5. Se possa aver
sede nella volontà; 6. Se possa trovarsi nelle sostanze separate.
ARTICOLO
1
Se un abito possa risiedere nel corpo
SEMBRA che nel corpo non possa risiedere nessun abito. Infatti:
1. Come afferma Averroè,
"l'abito è un mezzo col quale uno agisce quando
vuole". Ma le operazioni materiali, essendo di ordine fisico, non obbediscono
alla volontà. Quindi nel corpo non può esserci nessun abito.
2. Tutte le disposizioni del corpo sono facili a perdersi. Invece
l'abito è una qualità difficile a perdersi. Dunque nessuna disposizione
del corpo può essere un abito.
3. Tutte le disposizioni corporee sottostanno all'alterazione. Ma
l'alterazione appartiene soltanto alla terza specie della qualità, che
esclude gli abiti. Dunque nessun abito risiede nel corpo.
IN CONTRARIO: Il Filosofo nei Predicamenti afferma che la salute e l'infermità
insanabile del corpo sono denominate abiti.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, l'abito è la disposizione
di un soggetto, che è in potenza a qualche forma, o a qualche operazione.
Ebbene, nessun abito, in quanto disposizione all'operare,
risiede principalmente nel corpo. Infatti ogni operazione del corpo,
o deriva dalle qualità fisiche di esso, o dall'anima che lo muove.
Ora, rispetto alle operazioni derivanti dalla natura, il corpo non
riceve disposizioni mediante gli abiti: poiché le potenze naturali
sono determinate a un unico atto; e sopra abbiamo detto che la
disposizione da parte dell'abito si richiede quando il soggetto è in
potenza a più cose. Invece le operazioni, compiute dal corpo sotto la
mozione dell'anima, principalmente appartengono all'anima stessa, e
secondariamente al corpo. Ora, gli abiti sono proporzionati alle operazioni:
e quindi "da determinati atti sono causati abiti consimili", come si esprime
Aristotele. Perciò le disposizioni a codesti atti sono principalmente
nell'anima. Ma nel corpo possono risiedere
in modo secondario: cioè in quanto il corpo stesso viene disposto
e abituato a servire prontamente alle operazioni dell'anima.
Se invece parliamo della disposizione del soggetto rispetto alla
forma, allora anche nel corpo, che sta all'anima come un subietto
alla sua forma, possono trovarsi disposizioni affini all'abito.
In questo senso si dicono disposizioni abitudinarie la salute, la bellezza
e altre cose del genere. Esse tuttavia non hanno perfettamente la
ragione di abiti: poiché le cause di esse per loro natura sono facilmente
trasmutabili.
Alessandro (di Afrodisia), come riferisce Simplicio, sosteneva addirittura
che l'abito, o disposizione della prima specie, in nessun
modo è nel corpo: e affermava che la prima specie della qualità
è soltanto nell'anima. E quando Aristotele nei Predicamenti parla
della salute e della malattia, non avrebbe inserito codeste cose nella
prima specie della qualità, ma se ne sarebbe servito solo per portare
un esempio; così da rendere questa idea: come la malattia
e la salute possono essere facili o difficili a perdersi, così possono
esserlo le qualità della prima specie, denominate abiti e disposizioni. - Ma
questo evidentemente è contro l'intenzione di Aristotele.
Sia perché questi si serve della stessa espressione nel portare l'esempio
della salute e della malattia, e quello della virtù e della scienza. Sia
perché nella Fisica mette espressamente tra gli abiti la bellezza e la salute.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento vale per gli abiti che
sono disposizioni all'operazione, e per gli atti del corpo che derivano
dalla natura: ma non vale per gli atti che derivano dall'anima,
e il cui principio è la volontà.
2. Le disposizioni del corpo per se stesse non sono mai durature,
data la mutabilità delle cause materiali. Tuttavia possono essere
durature rispetto a un determinato soggetto, e cioè perché non possono
perdersi perdurando quel dato soggetto: ovvero perché sono
strettamente connesse con altre disposizioni. Invece le qualità dell'anima
sono per se stesse durature, data l'immutabilità del soggetto.
Perciò Aristotele non dice che la salute durevole è senz'altro un abito:
ma che è "come un abito", secondo l'espressione del testo greco.
Invece le qualità dell'anima sono dette semplicemente abiti.
3. Secondo alcuni, le disposizioni corporee, appartenenti alla
prima specie della qualità, differiscono da quelle della terza specie,
per il fatto che le qualità della terza specie sono in moto o in divenire:
e perciò sono denominate passioni o qualità passibili.
Invece quando raggiungono la perfezione, e in qualche modo la loro specie,
allora rientrano nella prima specie della qualità. - Ma Simplicio respinge
codesta spiegazione, poiché nel caso il riscaldamento dovrebbe essere
nella terza specie, e il calore nella prima: mentre Aristotele mette
il calore nella terza.
Perciò Porfirio, come lo stesso Simplicio riferisce, afferma
che nei corpi le passioni, o qualità passibili, differiscono dalla disposizione
e dall'abito per la sola intensità. Cosicché quando una cosa
riceve il calore soltanto da esserne riscaldata, ma non da poter
riscaldare, allora si produce la sola passione, se è del tutto passeggera,
oppure la qualità passibile, se è duratura. E quando s'intensifica
al punto da poter riscaldare, allora si ha una disposizione;
e se si insiste al punto da rendere codesta qualità difficile
a togliersi, allora si ha un abito. Quindi la disposizione sarebbe
dovuta all'intensificarsi e al perfezionarsi di una passione, o di
una qualità passibile, e l'abito all'intensificarsi di una disposizione. - Ma
Simplicio disapprova questa spiegazione, poiché codesta
intensificazione non costituisce una diversità da parte della forma,
derivando soltanto da una diversa partecipazione di essa da parte del soggetto.
E quindi così non si arriverebbe a distinguere le varie specie della qualità.
Perciò bisogna rispondere diversamente, e cioè che il solo contemperarsi
delle qualità passibili in modo conforme alla natura è già una disposizione,
come abbiamo detto: e quindi l'alterazione delle qualità passibili, cioè
del caldo e del freddo, dell'umido e del secco, provoca di riflesso l'alterazione
del soggetto secondo la malattia o la salute. Però codesta alterazione
non si compie direttamente negli abiti e nelle disposizioni.
ARTICOLO
2
Se l'anima sia sede degli abiti nella sua essenza o nelle sue potenze
SEMBRA che gli abiti risiedano più nell'essenza dell'anima, che
nelle sue potenze. Infatti:
1. Le disposizioni e gli abiti vanno considerati in ordine alla natura,
come abbiamo detto. Ora, la natura si desume più dall'essenza
dell'anima che dalle sue potenze: poiché l'anima costituisce la natura
e la forma di un dato corpo in forza della sua essenza. Dunque gli abiti
risiedono nell'essenza e non nelle potenze dell'anima.
2. Nessun accidente può essere il soggetto di un altro accidente.
Ma l'abito è un accidente. Così pure le potenze dell'anima, come
si è visto nella Prima Parte, sono accidenti. Quindi l'ahito non
risiede nell'anima in forza delle potenze di questa.
3. Il soggetto deve precedere ciò che in esso risiede. Ora, dal momento
che l'abito appartiene alla prima specie della qualità, è prima
della potenza, che appartiene alla seconda. Perciò l'abito non risiede
nelle potenze dell'anima.
IN CONTRARIO: Il Filosofo colloca diversi abiti nelle diverse parti dell'anima.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, l'abito importa una disposizione
ordinata alla natura, o all'operazione. Se, dunque, si
prende l'abito in quanto è ordinato alla natura, allora esso non
può trovarsi nell'anima, restando però nell'ambito della natura umana:
poiché l'anima stessa è la forma che dà compimento all'umana natura;
e quindi in questo caso l'abito, o la disposizione,
deve trovarsi più nel corpo in ordine all'anima, che nell'anima in
ordine al corpo. Se invece parliamo di una natura superiore, che
l'uomo, a dire della Scrittura, può essere chiamato a partecipare, "affinché
diventiamo partecipi della natura divina": allora niente
impedisce che nell'essenza stessa dell'anima possa esserci un abito,
che è la grazia, come vedremo.
Se invece si prende in ordine all'operazione, allora l'abito risiede
principalmente nell'anima: poiché l'anima non è determinata a una sola
operazione, ma dice ordine a molte, come l'abito richiede, secondo le
spiegazioni date. E poiché l'anima è un principio operativo mediante le
sue potenze, gli abiti devono trovarsi nell'anima mediante le sue potenze.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'essenza dell'anima appartiene alla natura
umana, non come un soggetto da disporre a qualche altra cosa: ma come forma
e natura alla quale il resto deve disporsi.
2. Di suo un accidente non può essere soggetto di un altro accidente.
Ma essendoci un ordine tra gli stessi accidenti, un soggetto
in quanto sede di un dato accidente può essere considerato soggetto
di un secondo accidente. E in questo senso si può dire che un accidente è
il soggetto di un altro: come la superficie lo è del colore.
Ed è così che una potenza può essere il subietto di un abito.
3. Si dà all'abito una precedenza sulla facoltà in quanto dice disposizione
alla natura: invece la facoltà dice sempre ordine strettissimo all'operazione,
che è posteriore ad essa, essendo la natura il principio dell'operare.
Ma l'abito che risiede nella facoltà non dice ordine alla natura,
bensì all'operazione. E quindi è posteriore alla potenza. - Oppure
si può rispondere che l'abito precede le facoltà come il perfetto
il perfettibile, e l'atto la potenza. Infatti in ordine di natura
l'atto precede; sebbene la potenza sia prima in ordine di generazione
e di tempo, come spiega Aristotele.
ARTICOLO
3
Se qualche abito possa risiedere nelle potenze della parte sensitiva
SEMBRA che nelle potenze della parte sensitiva non possa risiedere
nessun abito. Infatti:
1. Le potenze sensitive sono irrazionali, come quelle nutritive.
Ma nelle potenze della parte nutritiva non si parla di abiti.
Dunque non se ne deve parlare neppure nelle potenze della parte sensitiva.
2. Le facoltà sensitive sono comuni a noi e agli animali bruti.
Ora, negli animali non ci sono abiti: poiché manca in essi la volontà,
che è inclusa nella definizione dell'abito, come abbiamo visto sopra.
Dunque non ci sono abiti nelle facoltà sensitive.
3. Gli abiti dell'anima sono le scienze e le virtù: e come la scienza
è legata alle potenze conoscitive, così la virtù è legata a quelle
appetitive. Ma nelle potenze sensitive non ci sono scienze: poiché
la scienza ha per oggetto gli universali, che le facoltà sensitive
non possono conoscere. Perciò nelle facoltà sensitive non possono
esserci neppure gli abiti delle virtù.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che
"alcune virtù", come la
temperanza e la fortezza, "appartengono alle parti irrazionali".
RISPONDO: Le potenze sensitive si possono considerare in due maniere:
primo, in quanto operano per istinto di natura; secondo,
in quanto operano sotto il comando della ragione. In quanto agiscono
per istinto di natura, sono preordinate a un'unica cosa, come
la natura. Perciò in questo senso nelle potenze sensitive non possono
esserci degli abiti, come non ci sono nelle potenze naturali. - Ma in
quanto agiscono sotto il comando della ragione, le potenze sensitive possono
essere ordinate a cose diverse. E in questo senso possono esserci in esse
degli abiti, i quali le predispongano bene o male a una data cosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le potenze nutritive non son fatte
per ubbidire al comando della ragione: perciò in esse non possono
esserci abiti. Ma le potenze sensitive son fatte per ubbidire al comando
della ragione: perciò vi si possono trovare degli abiti; infatti
in quanto ubbidiscono alla ragione in qualche modo si dicono razionali,
come Aristotele insegna.
2. Le facoltà sensitive negli animali bruti non operano sotto il
comando della ragione; e se codesti animali sono lasciati a se
stessi, agiscono per istinto di natura. E quindi negli animali non
ci sono abiti in ordine all'operazione. Ci sono però in essi alcune
disposizioni in ordine alla natura, come la salute e la bellezza. - Ma
in essi si possono ammettere in qualche modo degli abiti, in
quanto codesti animali ricevono dalla ragione umana una disposizione
a compiere qualche cosa in questa o in quell'altra maniera
mediante l'assuefazione: infatti S. Agostino scrive, che "vediamo bestie
ferocissime astenersi dai più grandi piaceri per paura del
dolore, e quando questo modo di fare è diventato per esse un'abitudine,
si dicono domate e mansuete". Tuttavia per essere un vero
abito manca l'uso della volontà, poiché manca loro la potestà di
usare e non usare: che pure appartiene all'essenza dell'abito.
Perciò, propriamente parlando, in essi non possono esserci abiti.
3. Come insegna Aristotele, l'appetito sensitivo è fatto per subire il moto
dell'appetito razionale: invece le facoltà conoscitive della ragione son
fatte per ricevere (l'oggetto) da quelle sensitive. Perciò è
più naturale che gli abiti si trovino nelle facoltà sensitive di
ordine appetitivo, che in quelle di ordine conoscitivo: poiché nelle
facoltà appetitive del senso esistono gli abiti solo in quanto agiscono
sotto il comando della ragione. - Tuttavia si possono riscontrare
degli abiti anche nelle facoltà inferiori della conoscenza sensitiva,
in quanto un uomo in forza di essi può acquistare una buona
disposizione alla memoria, alla cogitativa, o all'immaginativa. Ecco
perché il Filosofo afferma, che "la consuetudine molto giova a ben
ricordare": e questo perché anche codeste facoltà sono poste in
esercizio dal comando della ragione. Invece le facoltà conoscitive
esterne, come la vista, l'udito e simili, non possono avere abiti,
ma sono ordinate ai loro atti, determinati in forza della loro disposizione
naturale, alla stregua delle membra del corpo; poiché gli
abiti non risiedono nelle membra, ma piuttosto nelle facoltà che
ne comandano i movimenti.
ARTICOLO
4
Se nell'intelletto stesso possa esserci qualche abito
SEMBRA che nell'intelletto non possano esserci abiti. Infatti:
1. Gli abiti, come abbiamo notato, devono essere conformi alle
loro operazioni. Ora, le operazioni dell'uomo sono insieme dell'anima
e del corpo, come insegna Aristotele. E quindi anche gli abiti.
Ma il medesimo insegna, che l'intelletto non è un atto del corpo.
Dunque nell'intelletto non ha sede nessun abito.
2. Ciò che risiede in un dato soggetto, deve trovarcisi secondo
il modo di essere di quest'ultimo. Ma un essere che è soltanto forma,
senza materia, è puro atto: invece l'essere composto di forma e di
materia ha insieme dell'atto e della potenza. Perciò una cosa che
sia insieme in potenza e in atto non può trovarsi in un essere che
è pura forma: ma soltanto in un soggetto composto di materia e
di forma. Ora, l'intelletto è forma senza materia. Quindi l'abito,
che è insieme potenza e atto, non può essere nell'intelletto; ma
soltanto nell'aggregato, cioè nel composto di anima e corpo.
3. L'abito è, a dire di Aristotele,
"una disposizione secondo la quale
uno è bene o mal disposto in rapporto a qualche cosa". Ma
l'essere bene o mal disposti all'atto intellettivo dipende da una disposizione
del corpo: poiché, come il medesimo filosofo scrive, "i soggetti
di carne delicata vediamo che sono pronti d'intelligenza".
Dunque gli abiti conoscitivi non possono trovarsi nell'intelletto,
che è separato; ma in qualche facoltà che è perfezione o atto
di una parte del corpo.
IN CONTRARIO: Il Filosofo colloca direttamente nella parte intellettiva
la scienza, la sapienza e l'intelletto, quale abito dei primi principi.
RISPONDO: Sul problema degli abiti conoscitivi ci sono state diverse opinioni.
Infatti alcuni, ritenendo che l'intelletto possibile fosse unico
per tutti gli uomini, furono costretti ad ammettere che
gli abiti conoscitivi non sono nell'intelletto stesso, ma nelle facoltà
conoscitive inferiori. Poiché era troppo evidente che gli uomini si
distinguono tra loro per gli abiti: e quindi gli abiti conoscitivi non
si possono collocare direttamente in un elemento che, essendo unico,
sarebbe comune a tutti gli uomini. Perciò, se esistesse un solo intelletto
possibile per tutti gli uomini, gli abiti delle varie scienze,
in cui gli uomini si distinguono tra loro, non potrebbero risiedere
nell'intelletto possibile: ma dovrebbero trovarsi nelle potenze sensitive
interiori, che rimangono diverse nei vari soggetti.
Ma questa tesi è, prima di tutto, contraria al pensiero di Aristotele.
Infatti, come egli nota, è evidente che le potenze sensitive
sono razionali non per essenza, ma solo per partecipazione. Invece
il Filosofo colloca le virtù intellettuali, sapienza, scienza e intelletto,
in ciò che è razionale per essenza. Perciò esse non sono nelle
potenze sensitive, ma nell'intelletto medesimo. - Inoltre egli dice
espressamente, che l'intelletto possibile, "allorché diviene (intenzionalmente)
le singole cose", cioè quando riceve l'atto delle singole cose
mediante le specie intelligibili, "in quel momento passa all'atto,
nel modo in cui si dice che è in atto chi ha una scienza,
il che avviene quando uno è in grado di operare da se stesso",
cioè di considerare attualmente quanto sa. "Però anche allora è
in qualche modo in potenza; ma non come prima di apprendere,
o di scoprire". Dunque l'intelletto medesimo è il soggetto in cui
si trova l'abito di scienza, mediante il quale si acquista il potere
di pensare, anche quando non si considera attualmente.
Secondo, questa tesi è contro la verità delle cose. Se è vero,
infatti, che si deve attribuire una facoltà a chi ne possiede l'operazione,
è anche vero che l'abito deve essere attribuito a chi ne compie
le operazioni. Ora, l'atto di intendere e di considerare è proprio
dell'intelletto. Perciò anche l'abito col quale si considera è propriamente
nell'intelletto medesimo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per il fatto che ogni operazione umana,
a dire del Filosofo, è in qualche modo del composto, alcuni pensarono,
come riferisce Simplicio, che nessun abito fosse nell'anima, ma solo nel composto.
E da ciò seguirebbe che nessun abito è nell'intelletto, essendo quest'ultimo separato:
secondo l'argomento da noi già esaminato. - Ma codesto argomento è privo di forza.
Infatti l'abito non è una disposizione dell'oggetto in ordine alla potenza,
ma è piuttosto una disposizione della potenza in ordine all'oggetto:
perciò l'abito deve trovarsi nella potenza che è il principio dell'atto,
e non in qualche cosa che sta alla potenza come suo oggetto.
Ora, l'intellezione si dice che appartiene all'anima e al corpo,
solo per i fantasmi, come Aristotele spiega. È perciò evidente
che i fantasmi in rapporto all'intelletto possibile sono da considerarsi
altrettanti oggetti, come afferma il medesimo Autore. Dunque
l'abito intellettivo appartiene principalmente all'intelletto stesso,
e non ai fantasmi che sono un dato comune all'anima e al corpo. Perciò si deve
concludere che l'intelletto possibile è sede di abiti: infatti esser sede
di abiti è proprio di quelle facoltà che sono in potenza a più cose;
e questo appartiene soprattutto all'intelletto possibile.
Dunque l'intelletto possibile è la sede degli abiti intellettivi.
2. Come la materia corporea è in potenza all'essere sensibile,
così l'intelletto possibile è in potenza all'essere intelligibile.
Perciò niente impedisce che nell'intelletto possibile ci sia un abito,
che è qualche cosa di mezzo tra la pura potenza e l'atto perfetto.
3. Le facoltà sensitive interiori preparano
all'intelletto possibile
il proprio oggetto; perciò dalla buona disposizione di esse, alla
quale contribuisce la buona disposizione del corpo, un uomo riceve
attitudine a intendere. Per questo gli abiti possono trovarsi in modo
secondario anche in codeste facoltà. Ma principalmente risiedono
nell'intelletto possibile.
ARTICOLO
5
Se nella volontà possa esserci qualche abito
SEMBRA che nella volontà non possa esserci nessun abito. Infatti:
1. L'abito esistente nell'intelletto è costituito dalle specie intelligibili,
mediante le quali l'intelletto conosce. Ma la volontà non agisce servendosi
di specie. Quindi la volontà non è sede di nessun abito.
2. A differenza dell'intelletto possibile, l'intelletto agente non
ammette abiti, perché è una potenza attiva. Ora, la volontà è la
più attiva delle potenze; poiché muove tutte le potenze ai loro atti,
come abbiamo visto in precedenza. Dunque in essa non ci sono abiti.
3. Nelle potenze naturali non ci sono abiti, perché per loro natura
sono già determinate a una data cosa. Ma la volontà per sua
natura è ordinata a tendere verso il bene conforme alla ragione.
Quindi nella volontà non c'è nessun abito.
IN CONTRARIO: La giustizia è un abito. Ora, la giustizia risiede
nella volontà: infatti la giustizia, come dice Aristotele, è "un abito
mediante il quale si vogliono e si compiono cose giuste".
Dunque la volontà è sede di qualche abito.
RISPONDO: Tutte le facoltà che possono essere in più modi ordinate ad agire,
hanno bisogno di un abito per essere ben disposte
al proprio atto. Ora, essendo la volontà una potenza razionale, in
più modi può essere ordinata all'operazione. Perciò è necessario
ammettere qualche abito nella volontà, che serva a ben disporla
al proprio atto. - Anzi, dalla stessa definizione dell'abito risulta
che esso ha un rapporto particolare con la volontà, in quanto l'abito
è "il mezzo di cui uno si serve quando vuole", come sopra abbiamo spiegato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come nell'intelletto c'è la specie (intenzionale)
che è un'immagine dell'oggetto, così nella volontà, e in qualsiasi altra
potenza appetitiva, deve esserci qualche cosa che serva
a inclinarla verso il proprio oggetto: poiché l'atto della
potenza appetitiva non è che un'inclinazione, come abbiamo già
spiegato. Perciò essa non ha bisogno di una qualità che la inclini,
quando si tratta di cose verso le quali è già efficacemente inclinata
dalla sua stessa natura. Ma essendo necessario, per raggiungere
il fine della vita umana, che la facoltà appetitiva venga inclinata
a una data cosa, verso la quale non viene determinata dalla
sua natura di potenza, aperta a cose molteplici e diverse; si richiede
che nella volontà, e nelle altre potenze appetitive, ci siano
delle qualità che diano questa inclinazione, vale a dire gli abiti.
2. L'intelletto agente è agente soltanto, e in nessun modo paziente.
Invece la volontà, e qualsiasi potenza appetitiva, è un motore mosso,
come si esprime Aristotele. Perciò il paragone non regge:
infatti la capacità di ricevere un abito è proprio di quella facoltà
che in qualche modo è in potenza.
3. La volontà è inclinata al bene di ordine razionale dalla sua stessa natura
di potenza. Ma proprio perché codesto bene ha tante diversità, è necessario che
la volontà riceva da qualche abito un'inclinazione verso un bene determinato,
perché con più prontezza compia le sue operazioni.
ARTICOLO
6
Se negli angeli possano esserci abiti
SEMBRA che negli angeli non possano esserci abiti. Infatti:
1. Scrive S. Massimo, commentatore di Dionigi:
"Non è da credere
che in queste divine intelligenze", cioè negli angeli, "ci siano
delle virtù intellettive", ossia spirituali, "sotto forma di accidenti,
come in noi, cioè come proprietà esistenti in un soggetto: poiché
da esse è escluso qualsiasi accidente". Ora, tutti gli abiti sono accidenti.
Dunque negli angeli non ci sono abiti.
2. Scrive Dionigi, che
"le sante disposizioni delle essenze celesti
partecipano più d'ogni altra cosa la bontà di Dio". Ora, tutto ciò
che è per se stesso (cioè sostanza), ha una priorità su ciò che è
mediante un altro. Dunque le essenze angeliche ricevono per se
stesse la perfetta conformità con Dio. E quindi non mediante qualche abito. - E
questo sembra l'argomento di S. Massimo il quale aggiunge: "Se ciò avvenisse,
l'essenza degli angeli non rimarrebbe in se stessa, e non le sarebbe concesso
di essere deificata per se stessa, nei limiti del possibile".
3. L'abito, come insegna Aristotele, è una disposizione. Ma la disposizione
è "l'ordine di un essere dotato di parti". E siccome gli angeli sono sostanze
semplici, sembra che in essi non ci siano disposizioni e abiti.
IN CONTRARIO: Dionigi afferma, che gli angeli della prima gerarchia
"sono
denominati Brucianti, Troni ed Effusioni di sapienza, come manifestazione
deiforme dei loro abiti".
RISPONDO: Alcuni hanno pensato che negli angeli non ci sono abiti;
ma che tutti i loro attributi appartengono alla loro essenza. Infatti
S. Massimo, dopo le parole da noi riferite, scrive: "Gli abiti e le
virtù che sono in essi, sono essenziali, per la loro immaterialità".
La stessa cosa è ripetuta da Simplicio: "La sapienza esistente nell'anima è
un abito: invece quella che è nell'intelletto è sostanza.
Infatti tutte le cose che sono divine, sono per se stesse autosufficienti,
ed esistenti in se medesime".
Ora, codesta tesi in parte è vera, e in parte è falsa. È chiaro,
infatti, da quanto si è detto, che soggetto dell'abito è soltanto un
essere in potenza. Perciò, considerando i suddetti commentatori,
che gli angeli sono sostanze immateriali, prive della potenza della
materia; esclusero da essi l'abito e qualsiasi altro accidente. Ma
poiché negli angeli, pur mancando la potenza della materia, si
trova ancora una certa potenzialità (infatti è solo di Dio essere
atto puro); in essi possono esserci gli abiti, nella misura in cui
c'è in essi la potenza. Però, siccome la potenza della materia e
quella di ordine intellettivo non sono della stessa natura, neppure
gli abiti rispettivi sono della stessa natura. Simplicio infatti
afferma, che "gli abiti delle sostanze intellettive non sono simili agli
abiti di quaggiù; ma sono piuttosto simili alle semplici specie immateriali
che contengono in se medesime".
Tuttavia rispetto a codesti abiti l'intelletto angelico si trova in
condizioni diverse dall'intelletto umano. Poiché l'intelletto umano,
essendo l'ultimo tra gli esseri intellettivi, come la materia prima
rispetto alle forme sensibili, ha sempre bisogno di qualche abito
per qualsiasi conoscenza. Invece l'intelletto angelico non è pura
potenza tra gli esseri di ordine intellettuale, ma è un determinato atto;
non che sia atto puro (essendo questo proprio di Dio soltanto),
ma combinato con una certa potenzialità; e quanto più è superiore,
tanto minore è la sua potenzialità. Perciò nella Prima Parte
abbiamo detto che, in quanto è in potenza, ha bisogno di essere
predisposto alla sua operazione mediante determinate specie con
funzioni di abiti: ma in quanto è in atto può intendere le cose
mediante la propria essenza; per lo meno può intendere se stesso,
e altro ancora secondo il grado della sua sostanza, come si esprime
il De Causis: e tanto più perfettamente quanto più è perfetto.
E poiché nessun angelo può raggiungere la perfezione di Dio, ma
ne dista infinitamente, perché possa raggiungere Dio con l'intelletto
e la volontà, l'angelo ha bisogno di determinati abiti, essendo in potenza
rispetto a quell'atto così puro. Perciò Dionigi insegna, che gli abiti
degli angeli sono "deiformi", atti cioè a renderli conformi a Dio.
Invece negli angeli manca qualsiasi abito che sia una disposizione
al loro essere naturale, essendo essi immateriali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le affermazioni di S. Massimo valgono
per gli abiti e gli accidenti materiali.
2. In quello che loro appartiene in forza della loro essenza, gli
angeli non hanno bisogno di abiti. Ma poiché non sono enti per
se stessi, così da non dover partecipare della sapienza e della bontà divina;
è necessario ammettere in essi degli abiti, nella misura
in cui hanno bisogno di partecipare qualche altra cosa.
3. Negli angeli l'essenza non ha parti: ma le parti non mancano nelle loro
facoltà, poiché il loro intelletto raggiunge la sua perfezione per una pluralità
di specie intenzionali, e la loro volontà tende verso oggetti molteplici.
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