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Questione
5
Il conseguimento della beatitudine
Rimane ora da esaminare il conseguimento della beatitudine.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se l'uomo possa
conseguire la beatitudine; 2. Se un beato possa essere più felice di un
altro; 3. Se uno possa essere beato in questa vita; 4. Se sia possibile perdere la beatitudine raggiunta; 5. Se l'uomo possa
acquistare la beatitudine con le sue forze naturali; 6. Se l'uomo possa
acquistare la beatitudine mediante l'azione di una creatura superiore; 7. Se, per ricevere da Dio la beatitudine, l'uomo abbia
bisogno di compiere qualche azione; 8. Se tutti gli uomini desiderino
la beatitudine.
ARTICOLO
1
Se l'uomo possa conseguire la beatitudine
SEMBRA che l'uomo non possa conseguire la beatitudine. Infatti:
1. Come la natura razionale sorpassa quella sensitiva, così la natura intellettuale sorpassa quella razionale, come più volte ripete
Dionigi. Ma gli animali bruti, forniti di sola natura sensitiva, non
possono raggiungere il fine della natura razionale. Perciò neppure
l'uomo, che è di natura razionale, non può conseguire il fine della
natura intellettuale, e cioè la beatitudine.
2. La vera beatitudine consiste nella visione di Dio, che è la verità
pura. Per l'uomo invece è connaturale percepire la verità nelle cose
materiali: difatti, come Aristotele insegna, "egli conosce le specie
intelligibili nei fantasmi". Dunque non è in grado di raggiungere
la beatitudine.
3. La beatitudine consiste nel conseguimento del bene supremo.
Ora, nessuno può raggiungere il bene supremo, senza superare i
gradi intermedi. Ma trovandosi, tra Dio e la natura umana, la natura angelica che l'uomo non è in grado di superare, è impossibile
che l'uomo possa conseguire la beatitudine.
IN CONTRARIO: Sta scritto nei Salmi:
"Beato è l'uomo che tu istruisci, o Signore".
RISPONDO: Il termine beatitudine sta a indicare il conseguimento
del bene perfetto. Perciò chiunque è capace del bene perfetto, è in
grado di raggiungere la beatitudine. Ora, che l'uomo sia capace del
bene perfetto lo dimostra il fatto che il suo intelletto è in grado di
apprendere il bene universale e perfetto, e la sua volontà è in grado
di desiderarlo. Quindi l'uomo può conseguire la beatitudine. - Ciò
risulta anche dal fatto che l'uomo è capace di vedere l'essenza divina, come abbiamo dimostrato nella Prima Parte;
nella quale
visione consiste la perfetta beatitudine dell'uomo, come abbiamo
detto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La distanza che separa la natura
razionale da quella sensitiva, è ben diversa da quella che separa la
natura intellettuale dalla natura razionale. Infatti questa supera
la natura sensitiva per l'oggetto della conoscenza: poiché i sensi
non possono conoscere affatto l'universale percepito dalla ragione.
Invece la natura intellettuale supera quella razionale, per il modo
di conoscere la medesima intelligibile verità: infatti la natura intellettuale apprende in maniera immediata quella verità che la natura razionale raggiunge attraverso l'indagine della ragione, come
è evidente da quanto si disse. Perciò la ragione raggiunge con
una specie di moto l'oggetto che l'intelletto ha per intuizione. Quindi
la natura razionale può conseguire la beatitudine, che è la perfezione della natura intellettuale; però non come gli angeli.
Infatti
mentre gli angeli la raggiunsero subito dopo la loro creazione; gli
uomini vi arrivano attraverso il tempo. Invece la natura sensitiva
non può raggiungere questo fine in nessuna maniera.
2. Nello stato della vita presente è connaturale per l'uomo conoscere la verità intelligibile mediante i fantasmi. Ma dopo lo stato di
questa vita sarà connaturale per l'uomo un altro modo (di conoscere), come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
3. L'uomo non può trascendere gli angeli nel grado di natura, così
da essere per natura superiore ad essi. Ma li può superare con
l'operazione intellettiva, nell'atto di capire l'esistenza di un oggetto
superiore agli angeli, che rende l'uomo beato; e quando lo avrà
raggiunto perfettamente, allora sarà perfettamente felice.
ARTICOLO
2
Se un beato possa essere più felice di un altro
SEMBRA che un beato non possa essere più felice di un altro. Infatti:
1. La beatitudine, come dice il Filosofo, è
"la ricompensa della virtù". Ma la ricompensa è uguale per tutte le opere di virtù, infatti sta scritto nel Vangelo che tutti gli operai della vigna
"ricevettero un denaro per ciascuno"; "poiché", come spiega S. Gregorio,
"ricevettero la stessa retribuzione della vita
eterna". Dunque uno
non può essere più beato di un altro.
2. La beatitudine è il bene supremo. Ma niente può essere superiore a ciò che è supremo. Dunque non ci può essere una beatitudine
superiore a quella di un beato qualsiasi.
3. La beatitudine quieta il desiderio dell'uomo, essendo
"un bene
perfetto ed esauriente". Ma il desiderio non si acquieta, se manca
di un bene ancora da conquistare. D'altra parte, se non manca di
niente, non potrà esserci un bene maggiore. Dunque, o uno non è
beato; oppure, se è beato, non ci può essere una beatitudine superiore alla sua.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel Vangelo:
"Nella casa del Padre mio
vi sono molte dimore"; le quali, al dire di S. Agostino, "stanno a
indicare diversi gradi di merito nella vita eterna". Ora, il grado di
vita eterna, assegnato per merito, è la beatitudine. Dunque non è
uguale per tutti la beatitudine, ma ci sono gradi diversi.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la beatitudine include due
cose: il fine ultimo in se stesso, che è il sommo bene; e il conseguimento o fruizione di tale bene. E quindi, per il bene stesso che è
oggetto e causa della beatitudine, non può esserci una beatitudine
maggiore di un'altra: poiché non esiste che un unico sommo bene,
cioè Dio, la cui fruizione rende gli uomini beati. - Ma per il conseguimento di codesto bene, ovvero per la fruizione, uno può essere
più beato di un altro; poiché quanto più si fruisce di quel bene,
tanto più si è felici. E avviene che uno possa fruire di Dio più perfettamente di un altro, per il fatto che è meglio disposto e ordinato
alla sua fruizione. E in questo modo uno può essere più felice di
un altro.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'unico denaro sta a indicare l'unicità della beatitudine rispettivamente all'oggetto. Mentre la diversità delle dimore indica
la diversità della beatitudine rispetto ai
gradi della fruizione.
2. Si dice che la beatitudine è il sommo bene, in quanto è la perfetta presa di possesso, o fruizione, del sommo bene.
3. A nessun beato manca un qualsiasi bene desiderabile: possedendo egli lo stesso bene infinito, che è
"il bene di ogni bene", come
si esprime S. Agostino. Ma si dice che uno è più beato di un altro
per la diversa partecipazione di codesto bene. Del resto l'aggiunta
di altri beni non accresce la beatitudine; infatti S. Agostino così
pregava: "Chi conosce te, e insieme conosce altre cose, non è beato
per codeste cose, ma soltanto per te".
ARTICOLO
3
Se uno possa essere felice in questa vita
SEMBRA che si possa avere la beatitudine in questa vita. Infatti:
1. Sta scritto nei Salmi:
"Beati quelli che sono senza macchia
nella (loro) via, e camminano secondo la legge del Signore". Ma
questo avviene nella vita presente. Dunque uno può essere beato in
questa vita.
2. La partecipazione meno perfetta del sommo bene non distrugge
la nozione di beatitudine: altrimenti uno non potrebbe essere più
beato di un altro. Ora, nella vita presente gli uomini possono partecipare, sia pure imperfettamente, il sommo bene con la conoscenza
e con l'amore. Dunque l'uomo può essere beato in questa vita.
3. Non può essere totalmente falso quello che è affermato dalla
maggior parte degli uomini: infatti quello che è più frequente si
presenta come naturale, e la natura non può mai sbagliare nel suo
complesso. Ora, i più ripongono la beatitudine in questa vita, come
si rileva da quel passo dei Salmi: "Beato dicono quel popolo che
possiede queste cose", cioè i beni della vita presente. Dunque uno
può essere beato in questa vita.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel libro di Giobbe:
"L'uomo generato
di donna, breve tempo vive, di molte miserie è ripieno". Ora, la beatitudine esclude la miseria. Dunque l'uomo non può essere beato in
questa vita.
RISPONDO:
In questa vita si può avere una certa partecipazione
della felicità; ma non la vera e perfetta beatitudine. E questo si
può confermare con due argomentazioni. Primo, partendo dalla nozione stessa universale di felicità. Infatti la beatitudine, essendo
"un
bene perfetto ed esauriente", esclude ogni male e appaga ogni desiderio. Invece in questa vita è impossibile escludere tutti i mali.
Infatti la vita presente soggiace a molti mali, che sono inevitabili:
all'ignoranza dell'intelletto, agli affetti disordinati dell'appetito, ai
molteplici malanni del corpo; come S. Agostino analizza con diligenza nel De Civitate Dei. Così pure nella vita presente non può essere saziato il desiderio del bene. Infatti per natura l'uomo desidera
il perdurare del bene che possiede. Invece i beni di questa vita sono
transitori: poiché è transitoria la vita stessa, che per natura desideriamo e che vorremmo far durare in perpetuo, avendo l'uomo
l'orrore istintivo della morte. Quindi è impossibile il possesso della
beatitudine nella vita presente.
Secondo, considerando il fatto in cui soprattutto consiste la beatitudine, cioè la visione dell'essenza divina, visione che l'uomo non
può conseguire in questa vita, come abbiamo dimostrato nella Prima
Parte. Da ciò risulta evidente che nessuno in questa vita può acquistare la vera e perfetta beatitudine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni ricevono in questa vita la
denominazione di beati, o per la loro speranza di acquistare la beatitudine nella vita futura, conforme a quelle parole di S. Paolo:
"Nella speranza siamo stati salvati"; oppure per una partecipazione della beatitudine, in forza di un possesso parziale del sommo
bene.
2. La partecipazione della beatitudine può essere imperfetta in
due maniere. Primo, rispettivamente all'oggetto stesso della beatitudine, quando questo non è visibile nella sua essenza. E tale imperfezione distrugge la nozione stessa della vera beatitudine. Secondo, può essere imperfetta rispettivamente al soggetto che ne
partecipa, quando questo raggiunge in se stesso l'oggetto della beatitudine, cioè Dio, ma imperfettamente in rapporto al modo col quale
Dio possiede se stesso. E tale imperfezione non elimina la nozione
della vera beatitudine: poiché, essendo la beatitudine un'operazione, come abbiamo detto, la nozione della vera beatitudine viene
determinata dall'oggetto che specifica l'atto, e non dal soggetto.
3. Gli uomini ritengono che esista in questa vita una qualche beatitudine, per una certa somiglianza con la vera beatitudine. E in
tal senso non sbagliano del tutto nei loro giudizi.
ARTICOLO 4
Se sia possibile perdere la beatitudine raggiunta
SEMBRA che la beatitudine si possa perdere. Infatti:
1. La beatitudine è una perfezione. Ma ogni perfezione si trova
nel soggetto perfettibile secondo la natura di questo. E siccome
l'uomo è mutevole per natura, sembra che la beatitudine sia partecipata dall'uomo come cosa mutevole. E quindi sembra che l'uomo
possa perdere la beatitudine.
2. La beatitudine consiste in un'operazione dell'intelletto, il quale
è soggetto alla volontà. Ora, la volontà può sempre determinarsi a
cose opposte. Sembra dunque che possa desistere dall'operazione che dà la beatitudine: e così l'uomo cessa di essere beato.
3. La fine deve corrispondere al principio. Ora, la beatitudine dell'uomo ha un principio: poiché l'uomo non sempre è stato felice.
Dunque la beatitudine deve avere una fine.
IN CONTRARIO: Il Vangelo assicura che i giusti
"andranno alla vita eterna"; la quale, come abbiamo spiegato, è la beatitudine dei
santi. Ora, quello che è eterno non può venir meno. Dunque la beatitudine non si può perdere.
RISPONDO: Se parliamo della beatitudine imperfetta, raggiungibile in questa vita, allora diciamo che è possibile perderla. E ciò è
evidente per la felicità della vita contemplativa, che si perde con la
dimenticanza; quando, p. es., viene meno la scienza in seguito a una malattia; oppure a causa di certe occupazioni che distraggono completamente dalla contemplazione.
È pure evidente per la felicità
della vita attiva: poiché la volontà dell'uomo può cambiare, passando dalla virtù, i cui atti principalmente costituiscono la
felicità,
al vizio. E anche se la virtù rimane integra, le vicende esterne possono turbare questa beatitudine, con l'impedire non poche azioni
virtuose: ma non possono allora totalmente distruggerla, perché rimane ancora l'esercizio della virtù, quando un uomo sopporta con
onore le avversità. - E proprio perché la felicità di questa vita è
precaria, e ciò contro la nozione stessa di beatitudine, il Filosofo
afferma che alcuni sono beati in questa vita, non già in senso assoluto, ma
"come uomini", la cui natura è soggetta al mutamento.
Se invece parliamo della beatitudine perfetta promessa dopo la
vita presente, va ricordato che Origene, seguendo l'errore di alcuni
platonici, ritenne che l'uomo può ricadere nella miseria dopo l'ultima beatitudine.
Ma si dimostra con evidenza che ciò è falso per due ragioni. Primo,
partendo dalla stessa nozione generica di felicità. Infatti,
essendo
la felicità "un bene perfetto ed esauriente", è necessario che sazi
il desiderio, ed escluda ogni male. Ora, per natura l'uomo desidera
di conservare il bene che possiede, e di ottenere la sicurezza di non
perderlo: altrimenti il timore, o la certezza di perderlo gli procurerà necessariamente una pena. Perciò per la vera beatitudine si
richiede che l'uomo abbia la convinzione certa di non dover mai
perdere il bene che possiede. E se questa convinzione è vera, è chiaro
che mai perderà la beatitudine. Se invece è falsa, già è un male,
avere codesta convinzione: infatti il falso è il male dell'intelletto, come il vero ne è il bene, al dire di Aristotele. Dunque non sarà
l'uomo perfettamente beato, se in lui si trova un male qualsiasi.
Secondo, la medesima conclusione nasce dall'analisi del
concetto specifico della beatitudine. Sopra infatti abbiamo spiegato che la
perfetta beatitudine dell'uomo consiste nella visione dell'essenza di
Dio. Ora, è impossibile che uno il quale vede l'essenza divina voglia non più vederla. Poiché il bene posseduto che uno
vuol perdere, o è
insufficiente, e se ne cerca uno al posto suo che sia più completo;
oppure è accompagnato da qualche inconveniente che lo rende fastidioso. Ma la visione dell'essenza divina riempie l'anima di ogni
bene, unendola alla fonte di ogni bontà; poiché sta scritto: "Mi sazierò della tua
gloria", e altrove: "Mi vennero poi con essa
tutti
i beni", cioè con la contemplazione della (divina) sapienza. E neppure è accompagnata da inconvenienti; poiché sta scritto a proposito della contemplazione della sapienza
(increata): "Non ha amarezza la sua conversazione, né tedio il convivere con
lei". Da ciò è
evidente che un beato non può di volontà propria abbandonare la
beatitudine. - Così non può perderla per sottrazione da parte di Dio.
Essendo infatti tale sottrazione una pena, è impossibile che essa
provenga da Dio, giusto giudice, senza una colpa; nella quale colpa
non può cadere chi vede l'essenza di Dio, poiché da questa visione
deriva necessariamente la rettitudine della volontà, come abbiamo
già spiegato. - E neppure la può rapire un'altra causa qualsiasi.
Poiché la mente che è unita a Dio viene elevata al di sopra di tutte
le altre cose; e quindi nessun'altra causa la può escludere da tale
unione. Perciò è insostenibile che attraverso le varie vicissitudini
del tempo l'uomo possa passare dalla beatitudine alla miseria, e
viceversa: poiché codeste vicissitudini possono alterare soltanto le
cose soggette al tempo e al moto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La beatitudine è la perfezione
assoluta, che esclude ogni difetto in chi la possiede. Perciò questi viene
a possederla, senza mutabilità alcuna, in forza della virtù divina,
che solleva l'uomo alla partecipazione dell'eternità al di sopra di
ogni mutamento.
2. La
volontà è indeterminata rispetto ai mezzi ordinati al fine;
ma in rapporto all'ultimo fine è determinata da una necessità naturale. E ciò è evidente dal fatto che l'uomo non può non desiderare
di essere felice.
3. Che la beatitudine abbia un principio dipende dalla
condizione
del soggetto che ne partecipa: che invece non abbia fine dipende
dalla condizione del bene la cui partecipazione rende beati. Perciò
l'inizio della beatitudine dipende da una causa, e la sua indefettibilità dipende da un'altra.
ARTICOLO 5
Se l'uomo possa acquistare la beatitudine
con le sue capacità naturali
SEMBRA che l'uomo possa acquistare la beatitudine con le sue capacità naturali. Infatti:
1. La natura non può mancare nelle cose necessarie. Ora, niente
è più necessario all'uomo di quanto si richiede per raggiungere il
fine ultimo. Dunque alla natura umana questo non può mancare.
E quindi l'uomo può conseguire la beatitudine con le sue forze naturali.
2. L'uomo, essendo superiore alle creature irragionevoli, deve essere più completo. Ora, le creature irragionevoli mediante le loro
capacità naturali possono raggiungere i fini rispettivi. A maggior
ragione, perciò, l'uomo deve essere in grado di raggiungere la beatitudine con le sue
capacità naturali.
3. La beatitudine è
"un'operazione perfetta", secondo il Filosofo.
Ma, spetta al medesimo principio iniziare una cosa e condurla a
perfezione. E siccome l'operazione imperfetta, che è come l'inizio dell'agire umano, ricade sotto il potere naturale dell'uomo, in
quanto padrone dei propri atti, è evidente che questi può giungere
mediante il suo potere naturale all'operazione perfetta che è la beatitudine.
IN CONTRARIO: L'uomo è per natura principio dei suoi atti mediante
l'intelletto e la volontà. Ma l'ultima beatitudine preparata per i
Santi è al di sopra dell'intelletto e della volontà dell'uomo; infatti
l'Apostolo afferma: "Occhio non vide, né orecchio udì, né ascese al
cuore dell'uomo ciò che Dio preparò a quelli che lo amano". Dunque l'uomo non può raggiungere la beatitudine con le sue capacità
naturali.
RISPONDO: L'uomo può acquistare la beatitudine imperfetta,
raggiungibile nella vita presente, come può acquistare le virtù, negli
atti delle quali, lo vedremo in seguito, consiste tale beatitudine. Ma
la perfetta beatitudine dell'uomo consiste, e lo abbiamo già visto,
nella visione dell'essenza divina. Ora, vedere Dio per essenza non è
al di sopra soltanto della natura dell'uomo, ma di qualsiasi creatura, come già fu dimostrato nella Prima Parte. Infatti la conoscenza naturale di una qualsiasi creatura segue il modo della sua sostanza,
come il De Causis si esprime a proposito dell'Intelligenza
(angelica): "conosce le cose che sono al di sopra e quelle che sono
al di sotto di sé, secondo il modo della propria sostanza". Ora, qualsiasi cognizione che segua il modo di una sostanza creata, è inadeguata per la visione dell'essenza divina, che sorpassa all'infinito
ogni sostanza creata. Dunque né l'uomo, né un'altra creatura può
conseguire l'ultima beatitudine con le sue capacità naturali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La natura non ha manchevolezze
con l'uomo, per non averlo fornito di armi e di vesti come gli altri
animali, poiché gli ha concesso la ragione e le mani per acquistare codeste cose; allo stesso modo non è manchevole per non avergli
accordato un mezzo per raggiungere la beatitudine; perché questo
era impossibile. Ma gli ha donato il libero arbitrio con il quale
può volgersi a quel Dio, che lo farà beato. "Infatti", direbbe Aristotele,
"quello che possiamo mediante gli amici in qualche modo
lo possiamo da noi stessi".
2. Come il Filosofo insegna, una natura che può conseguire il bene
perfetto, sia pure con aiuti esterni, è sempre più nobile di quella
che raggiunge un bene imperfetto, senza aver bisogno di tali aiuti.
Colui, p. es., che è in grado di conseguire la perfetta guarigione, sia
pure con l'aiuto della medicina, è meglio disposto alla guarigione
di chi può raggiungere soltanto una guarigione parziale, senza tale
aiuto. Perciò la creatura ragionevole, che può conseguire il bene perfetto della beatitudine ricorrendo al divino aiuto, è
superiore
alla creatura irragionevole incapace di codesto bene, pur raggiungendo questa un bene imperfetto con le capacità della sua natura.
3. Quando il bene
perfetto e quello imperfetto sono della medesima
specie, possono derivare dallo stesso principio. Ma ciò non segue,
se sono di specie differente: infatti non tutte le cause che possono
produrre una disposizione della materia sono in grado di conferire
l'ultima perfezione. Ora, l'operazione imperfetta, che rientra nelle
capacità naturali dell'uomo, non è della medesima specie cui appartiene l'operazione perfetta che è la beatitudine umana: poiché
la specie dell'operazione dipende dall'oggetto. Perciò l'argomento
non regge.
ARTICOLO 6
Se l'uomo acquisti la beatitudine mediante l'influsso
di una creatura superiore
SEMBRA che l'uomo possa acquistare la beatitudine per l'influsso
di una creatura superiore, cioè di un angelo. Infatti:
1. Vi è un duplice ordine nell'universo: il primo è l'ordine delle
varie parti tra di loro, l'altro è l'ordine di tutto l'universo al bene
che è fuori di esso. Il primo però è ordinato al secondo, al dire di
Aristotele, come a suo fine. L'ordine (interno) delle parti di un esercito, p. es., è subordinato all'ordine di tutto l'esercito al proprio
comandante supremo. Ora, l'ordine reciproco delle parti dell'universo consiste nel fatto che le creature superiori influiscono su quelle
inferiori, come è stato spiegato nella Prima Parte. D'altra parte la
beatitudine consiste nell'ordine dell'uomo al bene che è fuori dell'universo. Dunque l'uomo diventa beato mediante l'influsso di una
creatura superiore, cioè di un angelo.
2. Ciò che è qualificabile tale, solo in potenza, può diventarlo in
atto mediante un essere già tale in atto: p. es., un corpo che è caldo
in potenza diviene attualmente caldo, mediante un corpo già caldo
in atto. Ora, l'uomo è beato in potenza. Dunque può diventare beato
in atto, mediante un angelo attualmente già beato.
3. La beatitudine consiste, come si è detto, in un'operazione dell'intelletto. Ma l'angelo, e si vide nella Prima Parte, può illuminare
l'intelletto dell'uomo. Dunque l'angelo può rendere l'uomo beato.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel libro dei Salmi:
"La grazia e la
gloria le dà il Signore".
RISPONDO:
È impossibile che si compia per virtù di una qualsiasi
creatura quanto sorpassa la natura creata; perché ogni creatura è soggetta alle leggi della natura con le sue capacità e i suoi influssi
limitati. Se quindi si tratta di compiere qualche cosa che è al di sopra della natura, ciò dipende immediatamente da Dio; come la
resurrezione di un morto, il ridare la vista a un cieco, e altre simili
cose. Ora, abbiamo dimostrato che la beatitudine è un bene che
sorpassa la natura creata. Perciò è impossibile che derivi dall'operazione di una creatura: ma l'uomo, se parliamo della beatitudine
perfetta, diviene beato soltanto per opera di Dio. - Se invece parliamo della beatitudine imperfetta, allora si dirà di essa quello che
si dice della virtù, nell'esercizio della quale essa consiste.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tra potenze attive subordinate, per
lo più tocca alla facoltà suprema di condurre all'ultimo fine, mentre quelle inferiori
collaborano, disponendo (il soggetto) al
conseguimento di quel fine: spetta, p. es., all'arte nautica, che presiede
all'arte di costruire le navi, l'uso della nave, per il quale la nave
viene costruita. Allo stesso modo, nell'ordine dell'universo l'uomo
può essere aiutato dagli angeli a conseguire l'ultimo fine, per certi
atti preparatori, che dispongono al raggiungimento di esso; ma
l'ultimo fine lo raggiunge solo mediante il primo agente, che è Dio.
2. Quando una forma si trova attualmente in un soggetto secondo
il suo essere perfetto e naturale, può esercitare un influsso causale
su altri soggetti; una cosa calda, p. es., mediante il suo calore riscalda. Ma se una forma si trova in un soggetto solo imperfettamente, e non secondo il suo essere naturale, non può essere principio della sua comunicazione ad altri:
così, l'immagine del colore
che è nella pupilla non può colorare un oggetto; e neppure sono in
grado di illuminare e di riscaldare tutte le cose illuminate o riscaldate; perché allora l'illuminazione e il riscaldamento si propagherebbero all'infinito. Ora, la luce della gloria, che serve per vedere
Dio, si trova in Dio perfettamente nel suo essere naturale; ma in
qualsiasi creatura si trova solo imperfettamente, per somiglianza o
per partecipazione. Perciò nessuna creatura beata può comunicare
ad altri la propria beatitudine.
3. L'angelo beato illumina l'intelletto dell'uomo, o anche degli
angeli inferiori, rispetto a determinate opere di Dio; non già rispetto alla visione dell'essenza divina, come abbiamo spiegato nella
Prima Parte. Poiché per tale visione tutti sono illuminati immediatamente da Dio.
ARTICOLO
7
Se siano richieste delle opere buone perché l'uomo
ottenga da Dio la beatitudine
SEMBRA che non si richiedano opere umane per ottenere da Dio la
beatitudine. Infatti:
1. Dio, essendo un agente di potenza infinita, non richiede la materia o le disposizioni della materia per agire, ma può produrre
tutto in un istante. D'altra parte le opere dell'uomo, non essendo
richieste come causa efficiente per la beatitudine, possono servire
solo come disposizioni. Perciò Dio, il quale non ha bisogno di predisposizioni per agire, assegna la beatitudine senza opere precedenti.
2. Dio è caùsa immediata della beatitudine, come è stato causa
immediata della natura. Ora, nella creazione della natura Dio produsse le creature, senza presupposto di disposizioni o di operazioni
della creatura; ma immediatamente costituì ogni essere perfetto
nella sua specie. Dunque egli conferisce la beatitudine all'uomo,
senza presupporre operazione alcuna.
3. L'Apostolo proclama che la beatitudine si deve all'uomo,
"al
quale Dio imputa la giustizia senza le opere". Dunque per conseguire la beatitudine non si richiedono delle opere umane.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Se voi sapete queste cose, sarete beati
se le metterete in pratica". Dunque si raggiunge la beatitudine mediante le opere.
RISPONDO: Per la beatitudine si richiede, come già si è detto, la rettitudine della volontà, consistente nel debito ordine del volere rispetto all'ultimo fine; e si richiede per il conseguimento dell'ultimo
fine, come la buona disposizione della materia per la recezione della
forma. Ma questo non basta a dimostrare che la beatitudine dell'uomo deve essere preceduta da una sua operazione: infatti Dio potrebbe produrre una volontà che tende al fine e che simultaneamente
lo raggiunge; come agisce talora quando simultaneamente dispone
la materia e dà la forma. Ma l'ordine della divina sapienza esige che
così non avvenga; perché, come osserva Aristotele, "tra gli esseri
che sono capaci di possedere il bene perfetto, alcuni lo possiedono
senza moto, altri con un moto solo, e altri con molti". Ora, possedere il bene perfetto senza moto appartiene a colui che lo possiede
per natura. E possedere per natura la beatitudine è soltanto di Dio.
Perciò è proprio soltanto di Dio non muoversi verso la beatitudine, con un'operazione che la preceda. Ma nessuna pura creatura raggiunge la beatitudine in maniera conveniente, senza un moto operativo col quale tenda a raggiungerla. L'angelo però, che in ordine
di natura è superiore all'uomo, l'ha raggiunta, secondo l'ordine
della sapienza divina, con un solo moto del suo agire meritorio,
come fu spiegato nella Prima Parte. Invece gli uomini la raggiungono con i moti molteplici delle loro operazioni, cioè con i meriti.
Cosicché la beatitudine, come si esprime il Filosofo, è anche un
premio delle azioni virtuose.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'azione umana non è richiesta al
conseguimento della beatitudine, per l'insufficienza della virtù divina a rendere beati; ma per rispettare l'ordine nelle cose.
2. Dio produsse subito le prime creature nella loro perfezione,
senza presupporre disposizioni od operazioni del creato, perché si
trattava di formare i primi individui delle specie, dai quali la natura si sarebbe propagata nei
posteri. Allo stesso modo per il fatto
che da lui, uomo Dio, doveva derivare ad altri la beatitudine, secondo l'espressione dell'Apostolo,
"molti figli doveva condurre alla
gloria", fin dal principio del suo concepimento, senza nessun'azione
meritoria precedente, l'anima del Cristo fu subito beata. Ma questa
è una condizione singolare per lui: infatti nel caso dei bambini
battezzati interviene il merito di Cristo per il conseguimento della
beatitudine, sebbene manchino i meriti personali; poiché col battesimo essi sono diventati membra di Cristo.
3. L'Apostolo
parla della beatitudine della speranza, che si ha
mediante la grazia della giustificazione, la quale non è concessa per
le opere precedenti. Questa infatti non ha il carattere di termine di
un moto, come la beatitudine; ma è piuttosto principio del moto
col quale si tende alla beatitudine.
ARTICOLO
8
Se ogni uomo desideri la beatitudine
SEMBRA che non tutti desiderino la beatitudine. Infatti:
1. Nessuno può considerare quello che non conosce: poiché come
insegna Aristotele, oggetto dell'appetito è il bene conosciuto. Ora,
molti non conoscono che cosa sia la beatitudine: e ciò è evidente
dal fatto che, come osserva S. Agostino, "alcuni collocarono la beatitudine nei piaceri del corpo, altri nelle virtù dell'animo ed altri
in altre cose ancora". Dunque non tutti desiderano la beatitudine.
2. L'essenza della beatitudine consiste nella visione dell'essenza
divina, come abbiamo già spiegato. Ma alcuni ritengono che sia
impossibile per l'uomo vedere Dio per essenza: e quindi non lo desiderano. Dunque non tutti gli uomini desiderano la beatitudine.
3. S. Agostino scrive che
"beato è colui il quale possiede tutto ciò
che vuole, e che niente vuol male". Ma non tutti hanno questo
volere: infatti alcuni vogliono male certe cose, e tuttavia sono decisi a volerle. Dunque non tutti vogliono la beatitudine.
IN
CONTRARIO: S. Agostino fa osservare: "Se quel mimo avesse
detto: "Tutti volete essere felici e non volete essere infelici", avrebbe
detto una cosa che nessuno avrebbe mancato di scorgere nella propria volontà".
Dunque ognuno desidera di essere felice.
RISPONDO: La beatitudine può essere considerata in due maniere.
Primo, partendo dalla nozione universale di felicità. E in questo
senso è necessario che ciascun uomo desideri la beatitudine. Infatti
la felicità in genere consiste nel bene perfetto, come abbiamo spiegato. Ed essendo il bene l'oggetto della volontà, quel bene che totalmente sazia la volontà di un uomo è per lui il bene perfetto. Perciò
desiderare la beatitudine non è altro che desiderare l'appagamento
della volontà. E questo tutti lo vogliono.
Secondo, possiamo parlare della beatitudine considerando la sua
nozione specifica, in rapporto all'oggetto in cui essa consiste. E allora non tutti conoscono la beatitudine: perché non sanno a quale
oggetto si applichi la nozione universale di felicità. Di conseguenza,
in questo senso non tutti la desiderano.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. E
così è evidente la risposta alla
prima difficoltà.
2. La volontà segue la conoscenza dell'intelletto o della ragione;
perciò come può capitare che una cosa identica nella realtà presenti
aspetti diversi all'analisi della ragione; così capita che un oggetto
in realtà identico sia desiderato per un verso e non desiderato per un altro. Ora, la beatitudine può essere considerata sotto l'aspetto
di bene finale e perfetto che s'identifica con la nozione universale di
felicità; e allora per natura e per necessità la volontà tende ad essa
come abbiamo spiegato. E può essere considerata sotto altri aspetti
più particolari, o in rapporto all'operazione, o in rapporto alla potenza operativa, oppure in rapporto all'oggetto: e allora la volontà
non tende necessariamente ad essa.
3. Codesta definizione della beatitudine, adottata da qualcuno:
"Il Beato è colui il quale possiede tutto ciò che
vuole", oppure, "colui
del quale tutti i desideri si compiono", intesa in un certo senso è
buona ed esauriente; in un altro senso, invece, è inadeguata. Se infatti s'intende in modo assoluto di tutte le cose che l'uomo può desiderare per appetito di natura, allora è vero che è felice colui il
quale possiede tutto ciò che vuole: poiché soltanto il bene perfetto,
che è la beatitudine, sazia l'appetito naturale dell'uomo. Ma se s'intende di quelle cose che un uomo vuole seguendo la sola conoscenza
della sua ragione, allora possedere ciò che l'uomo vuole non giova
alla beatitudine, ma piuttosto all'infelicità, poiché il possesso di
codesti beni impedisce all'uomo di raggiungere pienamente le cose
desiderate dalla sua natura: allo stesso modo si comporta talora la
ragione, prendendo per vere delle opinioni che impediscono di conoscere la verità.
Per questo motivo S. Agostino aggiunge alla definizione della perfetta beatitudine l'espressione:
"niente vuol male".
Sebbene la prima, "beato è colui che possiede tutto ciò che vuole",
possa bastare da sola, se intesa rettamente.
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