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Questione 49
La natura degli abiti
Dopo gli atti e le passioni si devono considerare i principi degli
atti umani. Primo, i principi intrinseci. Principi intrinseci sono
le potenze e gli abiti; ma avendo noi già trattato delle potenze
nella Prima Parte, rimane ora da trattare degli abiti. Prima degli
abiti in generale; e quindi delle virtù e dei vizi e di tutti gli altri
abiti, che sono principi degli atti umani.
Sugli abiti in generale quattro sono le questioni da considerare:
primo, la natura degli abiti; secondo, la loro sede; terzo, le cause
del loro nascere, crescere ed estinguersi; quarto, le loro distinzioni.
Sul primo tema tratteremo quattro argomenti: 1. Se l'abito sia
una qualità; 2. Se sia una qualità specificamente distinta dalle altre;
3. Se l'abito dica ordine all'operazione; 4. La necessità degli abiti.
ARTICOLO
1
Se l'abito sia una qualità
SEMBRA che l'abito non sia una qualità. Infatti:
1. S. Agostino afferma che
"il termine abito deriva dal verbo avere".
Ora, il verbo avere non si usa solo per le qualità, ma anche
per gli altri generi: infatti diciamo di avere e la quantità, e il denaro,
e altro ancora. Dunque l'abito non è una qualità.
2. L'abito, come Aristotele insegna, è uno dei predicamenti. Ora,
un predicamento non può essere suddivisione di un altro. Quindi
l'abito non è una qualità.
3. Nei Predicamenti si legge, che
"ogni abito è una disposizione".
Ora, come si legge nella Metafisica, la disposizione è "l'ordine di
un essere dotato di parti". Ma questo è proprio del predicamento del sito.
Dunque l'abito non è una qualità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che l'abito è
"una qualità difficile
a togliersi".
RISPONDO: Il termine abito deriva da avere. Due però sono le fonti
di codesta derivazione: la prima nasce dal significato che ha il termine
avere quando si dice che un uomo, o altri esseri, hanno (o possiedono)
qualche cosa; la seconda si desume (dall'aversi intransitivo, cioè)
dal significato riflessivo, il quale indica la disposizione
che una cosa ha in se stessa, o in rapporto ad un'altra.
Nel primo senso, cioè in quanto avere si usa per indicare tutto
ciò che si possiede, il termine è comune a generi diversi. Perciò il
Filosofo enumera avere tra i postpredicamenti, i quali accompagnano
generi diversi di cose; come sono, p. es., gli opposti, il prima
e il dopo, e altre cose consimili. - Ma tra le cose che si possono avere
c'è questa differenza, che in alcune non c'è un'entità intermedia
tra chi ha e la cosa posseduta: non c'è niente d'intermedio, p. es.,
tra il soggetto e la qualità, o la quantità che possiede. In altre
invece tra chi ha e la cosa avuta c'è soltanto una relazione: come
quando si dice che uno ha un compagno o un amico. Ce ne sono
altre, poi, che ammettono un'entità intermedia, la quale non è
un'azione o una passione, ma un fatto che somiglia a un'azione
o a una passione, poiché da una parte c'è una cosa che veste e ricopre,
e dall'altra c'è un essere vestito o coperto: perciò il Filosofo scrive,
che "l'abito è come un'azione tra chi ha (o possiede),
e la cosa posseduta", come è di quegli oggetti di cui siamo circondati.
Questi perciò costituiscono uno speciale genere di cose, che
si denomina predicamento (o categoria) dell'abito: di cui il Filosofo scrive,
che "tra chi ha il vestito, e la veste indossata c'è di mezzo l'abito".
Se poi prendiamo avere in quanto sta a indicare la disposizione
che una cosa ha in se stessa, o in rapporto a un'altra, allora l'abito
è una qualità; poiché codesto modo di "aversi" è sempre secondo
una qualità. In proposito il Filosofo afferma, che "l'abito è una disposizione
secondo la quale uno è disposto bene o male, o in se stesso
o in rapporto ad altro, così come è un abito la salute". Ora noi parliamo
dell'abito in questo senso. Perciò concludiamo che l'abito è una qualità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'obiezione parte dal termine avere
nel suo significato più generico: in quel senso si usa per molti generi di cose,
come abbiamo spiegato.
2. L'argomento parte dall'abito inteso come entità intermedia tra
chi ha e la cosa posseduta: infatti solo in codesto senso, come abbiamo
visto, l'abito è un predicamento.
3. La disposizione implica sempre l'ordine di un essere composto
di parti: ma questo può avvenire in tre modi, come aggiunge subito il Filosofo,
e cioè "o secondo il luogo, o secondo la potenza, o secondo la specie".
"Nelle
quali parole", come dice Simplicio nel suo Commento, "abbraccia
tutte le disposizioni". Quelle corporali, nell'espressione, "secondo
il luogo": ed è la sfera del predicamento o categoria del sito, che indica
l'ordine delle parti nel luogo. "Nell'espressione, "secondo la potenza"
include le disposizioni non ancora perfette quali attitudini e capacità",
come la scienza e la virtù incipienti. "Nell'espressione "secondo
la specie" include le disposizioni perfette, che sono gli abiti",
come la scienza e la virtù allo stato perfetto.
ARTICOLO
2
Se l'abito sia una qualità specificamente distinta dalle altre
SEMBRA che l'abito non sia una qualità specificamente distinta dalle altre.
Infatti:
1. Come abbiamo spiegato, l'abito che è una qualità, è
"una disposizione
secondo la quale uno è disposto bene o male". Ma questo può accadere
per qualsiasi qualità: poiché anche per la figura una
cosa può essere disposta bene o male, così per il caldo e per il freddo,
e via dicendo. Dunque l'abito non è una determinata specie della qualità.
2. Il Filosofo afferma che il caldo e il freddo sono disposizioni
o abiti, come la malattia e la salute. Ma il caldo e il freddo sono
nella terza specie della qualità. Quindi l'abito e la disposizione non
si distinguono dalle altre specie di qualità.
3. Esser
"difficile a muoversi" non è una differenza che riguarda
il genere qualità, ma piuttosto il moto e la passione. Ora, nessun
genere può essere determinato a una data specie mediante differenze
appartenenti ad altri generi; ma è necessario, come insegna
il Filosofo, che le differenze per se stesse si riferiscano al loro genere.
Perciò, dal momento che l'abito è "una qualità difficile a muoversi", non può essere una specie determinata
della qualità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che
"l'abito e la disposizione sono
una specie della qualità".
RISPONDO: Il Filosofo tra le quattro specie della qualità mette al
primo posto "la disposizione e l'abito". Simplicio così parla delle
differenze di codeste specie: "Tra le qualità alcune sono naturali,
e son quelle che sono insite per natura e permanenti: altre sono
avventizie, vengono dall'esterno e si possono perdere. E queste",
cioè le avventizie, "sono gli abiti e le disposizioni, che differiscono
tra loro in quanto sono facili o difficili a perdersi. Tra le qualità
naturali alcune si desumono da elementi potenziali: e abbiamo così
la seconda specie della qualità (cioè potenza e impotenza). Altre si
desumono da elementi attuali, o in profondità, o in superficie. Se in
profondità abbiamo la terza specie della qualità (cioè passione e
qualità passibili): se in superficie abbiamo la quarta specie, cioè
la figura e la forma, che è la figura degli esseri animati". - Ma questo
modo di distinguere le specie della qualità non è accettabile.
Infatti molte figure e qualità passibili non sono naturali, ma avventizie;
e molte disposizioni non sono avventizie, ma naturali, come
la salute, la bellezza e così via. Inoltre codesta spiegazione inverte
l'ordine delle specie: mentre ciò che è più naturale deve rimanere
sempre al primo posto.
Perciò la distinzione delle disposizioni e degli abiti dalle altre
qualità si giustifica in un altro modo. Infatti la qualità è una modalità
della sostanza. E una modalità, come dice S. Agostino, è "delimitata
da una misura". Quindi, come ciò che determina la potenza della materia
nell'essere sostanziale costituisce la qualità che è la differenza sostanziale;
così ciò che determina la potenza di un soggetto nell'essere accidentale
costituisce la qualità accidentale, che è anch'essa una differenza, come spiega
il Filosofo.
Ora, le modalità o determinazioni di un soggetto nel suo essere
accidentale possono riguardare: o la natura del soggetto, o l'azione
e la passione che derivano dai principi di natura, cioè dalla materia e dalla forma,
oppure riguardano la quantità. Se riguardano la quantità del soggetto,
abbiamo la quarta specie della qualità.
E poiché la quantità è essenzialmente priva di moto e al di là del
bene e del male, nella quarta specie della qualità non si considera
il bene e il male, e neppure se è duraturo o passeggero. - Le modalità
o determinazioni del soggetto relative all'azione e alla passione
costituiscono la seconda e la terza specie di qualità. Perciò
nell'una e nell'altra si considera, se è facile o difficile a compiersi,
e se è cosa duratura o passeggera. Però in esse non si considera
l'aspetto di bene e di male: poiché i moti e le passioni non hanno
ragione di fine, mentre il bene e il male si concepiscono in rapporto
a un fine. - Invece le modalità o determinazioni del soggetto in
ordine alla natura di una cosa appartengono alla prima specie della
qualità, cioè all'abito e alla disposizione: infatti il Filosofo,
parlando degli abiti dell'anima e del corpo, afferma che sono "disposizioni
di un essere perfetto verso l'ottimo; e chiamo perfetto l'essere
che è disposto secondo natura". Perciò nella prima specie si considera
e il bene e il male; e anche il fatto se è facile o difficile
a perdersi, poiché, come dice Aristotele, la natura è il fine della
generazione e del moto. Ecco perché egli definisce l'abito "una disposizione
secondo la quale uno è bene o mal disposto". E altrove
afferma, che "gli abiti sono quei modi secondo i quali ci comportiamo
bene o male rispetto alle passioni". Infatti quando il modo conviene alla
natura di una cosa ha ragione di bene; e quando non conviene ha ragione di male.
E poiché la natura è il primo aspetto che va considerato in una cosa,
l'abito occupa il primo posto tra le specie della qualità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già detto, la disposizione
implica un certo ordine. Perciò quando si dice che uno è disposto a una data
qualità, s'intende in ordine a qualche cosa. E se si aggiunge "bene o male",
come nella definizione dell'abito, si deve intendere in ordine alla natura
che costituisce il fine. Perciò non si dice che uno è disposto bene o male
per il caldo o per il freddo, se non in ordine alla natura di una cosa,
in quanto queste cose sono o non sono proporzionate ad essa. Perciò anche la
figura e le qualità passibili, in quanto sono considerate proporzionate
o meno alla natura di un soggetto, appartengono all'abito o alla disposizione:
infatti la figura e il colore, in quanto sono conformi alla natura di una cosa,
rientrano nella bellezza; il caldo e il freddo, poi, in quanto proporzionati
alla natura di un essere, rientrano nella salute. In questo senso il Filosofo
pone il caldo e il freddo nella prima specie della qualità.
2. È così evidente la soluzione della seconda difficoltà. Sebbene
altri la risolvano diversamente, come apprendiamo da Simplicio.
3. Codesta differenza,
"esser difficile a muoversi", non distingue
l'abito dalle altre specie di qualità, ma dalla disposizione. Ora, la
disposizione si può considerare sotto due aspetti: primo, come il genere (immediato)
dell'abito, infatti Aristotele mette la disposizione nella definizione
dell'abito; secondo, come cosa distinta e contrapposta all'abito stesso.
E la disposizione propriamente detta si può contraddistinguere dall'abito
in due maniere. Primo, come nell'ambito di una medesima specie ciò che è imperfetto
si distingue da ciò che è perfetto: cosicché la stessa cosa sarebbe disposizione,
contentandosi del nome generico, quando è imperfettamente in un soggetto,
e in condizione di svanire facilmente; e sarebbe abito quando vi si
trova in modo perfetto, così da non potersi perdere facilmente. E in
tal senso la disposizione è fatta per diventare abito, come il bambino
per diventare uomo. - Secondo, disposizione e abito si possono distinguere
come specie diverse di un unico genere subalterno: e allora
si denominano disposizioni le qualità della prima specie, che
hanno come la malattia e la salute, la proprietà essenziale di svanire
facilmente, essendo legate a cause intermittenti: si denominano invece
abiti le qualità che hanno la proprietà essenziale di non svanire
facilmente, essendo legate a cause permanenti, come le scienze
e le virtù. Sotto questo aspetto la disposizione non può divenire
abito. E questa spiegazione sembra più consona all'intenzione di
Aristotele. Egli, infatti, a sostegno della distinzione porta l'uso comune
di parlare, secondo il quale vengono denominati abiti le qualità
che per loro natura sono facili a svanire, se per una combinazione
diventano difficili a togliersi: e il contrario avviene per le
qualità che per natura sono difficili a togliersi; infatti se uno possiede
imperfettamente la scienza, così da poterla perdere facilmente,
non si dice che ha la scienza, ma piuttosto che è disposto alla scienza.
È chiaro, quindi, che il termine abito implica una certa stabilità;
a differenza del termine disposizione.
Il fatto, poi, che
"l'esser facile" e "l'esser difficile a
rimuovere"
sono proprietà delle passioni e dei moti, e non appartengono al genere
della qualità, non impedisce loro di essere differenze specifiche.
Infatti, sebbene codeste differenze sembrino accidentali per la qualità,
tuttavia ne indicano le differenze essenziali. Allo stesso modo anche nel
genere della sostanza spesso si prendono le differenze accidentali al posto
di quelle sostanziali, in quanto servono a indicare i principi essenziali.
ARTICOLO
3
Se l'abito dica ordine all'operazione
SEMBRA che l'abito non dica ordine all'operazione. Infatti:
1. Ogni essere agisce in quanto è in atto. Ora, il Filosofo
insegna
che "quando uno ha acquistato un abito scientifico, anche allora è in potenza,
sebbene in maniera diversa da come lo era prima di apprendere". Dunque l'abito
non implica un rapporto causale rispetto all'operazione.
2. Ciò che fa parte della definizione di una cosa, conviene ad essa
in maniera essenziale. Ora, nella definizione delle facoltà si dice
che sono principi dell'operazione, come è chiaro in Aristotele.
Perciò appartiene essenzialmente alle potenze essere principi operativi.
Ma ciò che è per essenza è primo in ogni genere di cose. Se dunque anche
gli abiti sono principi operativi, devono esserlo dopo le potenze. E quindi
non saranno, insieme alle disposizioni, la prima specie della qualità.
3. Talora si dice abito anche la salute, così pure la macilenza
e la bellezza. Ma codeste cose non dicono ordine a un atto. Dunque
non è essenziale per l'abito essere principio di operazione.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive che
"l'abito è un mezzo col quale
si agisce, quando è necessario". E Averroè afferma, che "l'abito è
un mezzo col quale uno agisce quando vuole".
RISPONDO: Il rapporto all'operazione può appartenere all'abito,
e per la sua natura di abito, e per il soggetto in cui risiede. Per
la sua stessa natura a ogni abito appartiene una relazione con l'atto.
Infatti è essenziale per l'abito uno stretto rapporto con la
natura del soggetto, in quanto l'abito è o non è conveniente per essa.
Ma la natura di una cosa, che è il fine della generazione, a
sua volta è ordinata a un altro fine, il quale o è un'operazione,
o un suo prodotto. Perciò l'abito non implica soltanto un ordine
alla natura del soggetto, ma, di conseguenza, anche alla sua operazione,
in quanto questa è il fine della natura, o il mezzo che ad
esso conduce. Per questo Aristotele, nel definire l'abito, afferma
che è "una disposizione mediante la quale uno è bene o mal disposto,
o in se stesso", cioè secondo la propria natura, "o in rapporto ad
altro",
cioè in ordine al fine.
Ci sono poi alcuni abiti che per se stessi e in primo luogo dicono
ordine all'operazione, anche per il soggetto in cui risiedono.
Infatti, come abbiamo già spiegato, l'abito dice ordine strettissimo
ed essenziale alla natura del soggetto. Ora, se la natura del soggetto
in cui l'abito risiede si riduce a una propensione per l'atto,
ne segue che codesto abito implica un ordine all'operazione in maniera
particolare. Poiché nel caso è evidente che la natura, o ragione di una
facoltà è di essere essenzialmente un principio operativo.
Perciò tutti gli abiti che risiedono in qualche facoltà dicono
in modo eminente ordine all'operazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'abito è un atto in quanto è una
qualità: e in questo senso può essere un principio operativo. Ma
in rapporto all'operazione è in potenza. Infatti, come Aristotele
insegna, l'abito è "l'atto primo", e l'operazione "l'atto
secondo".
2. Nella ragione intima dell'abito non c'è un rapporto alla potenza, ma alla
natura. E poiché la natura precede l'atto, cui la potenza è ordinata; l'abito,
come specie della qualità, è prima della potenza.
3. La salute si chiama abito in rapporto alla natura, come abbiamo
già spiegato. Ma, essendo la natura un principio operativo,
indirettamente dice ordine a delle operazioni. Per questo il Filosofo
afferma, che l'uomo, o un membro è sano, "quando può compiere gli atti
di chi è sano". Lo stesso si dica delle altre cose ricordate.
ARTICOLO
4
Se gli abiti siano necessari
SEMBRA che gli abiti non siano necessari. Infatti:
1. Gli abiti, come abbiamo detto, sono qualità mediante le quali
un essere viene disposto bene o male in rapporto a un fine. Ora,
gli esseri sono disposti bene o male dalla loro forma: infatti in
forza della sua forma una cosa è bene ed è ente. Dunque non c'è
nessun bisogno di abiti.
2. L'abito dice ordine all'operazione. Ora, la potenza indica già
a sufficienza un principio operativo: infatti le potenze naturali,
sprovviste di abiti, sono principi dei loro atti. Dunque non è necessario
che ci siano gli abiti.
3. L'abito è per il bene e per il male come la potenza; e, come
la potenza, non sempre agisce. Perciò dal momento che ci sono
le potenze, è superfluo ammettere l'esistenza di abiti.
IN CONTRARIO: Come insegna Aristotele, gli abiti sono delle perfezioni.
Ma la perfezione è la cosa più necessaria, avendo essa natura di fine.
Dunque è necessario che esistano gli abiti.
RISPONDO: Come abbiamo già notato, l'abito implica una disposizione
buona o cattiva in ordine alla natura di un dato essere, e
alla sua operazione o al suo fine. Ora, perché una cosa richieda
di essere predisposta in rapporto a un'altra, si richiedono tre condizioni.
Primo, che la cosa la quale riceve la disposizione sia diversa
da quella a cui viene disposta; e quindi si trovi ad avere con essa
il rapporto che c'è tra la potenza e l'atto. Perciò se esiste
un essere la cui natura non sia composta di potenza e di atto, e la
cui essenza si identifichi con la sua operazione, e che sia fine a
se stesso, non può esserci in esso un abito o una disposizione; il che
è evidente nel caso di Dio.
Secondo, si richiede che quanto è in potenza
rispetto all'altro termine possa essere determinato in più modi, e in rapporto
a termini diversi. Perciò se la potenza di una cosa è ristretta a un unico
termine, non potrà aver luogo in essa la disposizione o l'abito:
poiché codesto soggetto ha dalla natura il debito orientamento verso
tale atto. Ecco perché un corpo celeste, pur essendo composto di materia
e forma, dal momento che codesta materia non è in potenza ad altre forme,
come abbiamo visto nella Prima Parte, non ammette una disposizione o un
abito rispetto ad altre forme, oppure ad altre operazioni;
poiché la natura del corpo celeste è in potenza soltanto a un moto determinato.
Terzo, si richiede che concorrano più elementi a disporre il soggetto
verso uno dei termini ai quali è in potenza, e che questi possano
contemperarsi in diverse maniere, così da disporlo bene o
male rispetto alla forma o all'operazione. Perciò le qualità primordiali
degli elementi, che appartengono in una sola maniera determinata
alla loro natura, non si possono denominare disposizioni
o abiti, ma qualità semplici: invece denominiamo disposizioni o
abiti la salute, la bellezza, e altre cose consimili, che implicano
una proporzione di più elementi, i quali si possono contemperare
in vari modi. Ecco perché il Filosofo scrive, che "l'abito è una
disposizione", e la disposizione è "l'ordine di un essere composto di parti,
o secondo il luogo, o secondo la potenza, o secondo la specie";
come sopra abbiamo spiegato.
Ora, essendo molti gli esseri la cui natura
ed operazione esigono il concorso di molti elementi, che in più modi possono
contemperarsi, bisogna ammettere la necessità degli abiti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La natura di una cosa deve la sua
perfezione alla forma: ma è necessario che mediante una disposizione
il soggetto sia predisposto in ordine a codesta forma. - Del
resto la forma stessa a sua volta viene ordinata all'operazione,
che ne è il fine, o il mezzo al fine. E se la forma non ha che un'unica
operazione determinata, non si richiede altra disposizione per operare
all'infuori della forma. Ma se si tratta di una forma, la quale,
come l'anima, può operare in più modi, è necessario che riceva
dagli abiti una disposizione ad operare mediante certi abiti.
2. Talora la potenza dice ordine a più cose: e quindi è necessario
che venga determinata in un dato modo. Se invece prendiamo
una potenza che non dice ordine a più cose, essa non ha bisogno
di un abito che la determini, come abbiamo già detto. Per questo
le potenze naturali non compiono le loro operazioni con l'aiuto
degli abiti: poiché per se stesse sono determinate a un unico atto.
3. Come vedremo in seguito, l'abito che ha per oggetto il bene
non è identico a quello che ha per oggetto il male. Invece è identica
la potenza per il bene e per il male. Perciò sono necessari gli
abiti, per determinare al bene le potenze.
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