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Questione
48
Gli
effetti dell'ira
Eccoci a trattare degli effetti dell'ira.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'ira causi un godimento;
2. Se causi nel cuore il massimo di ardore; 3. Se sia il più
grave ostacolo per l'uso della ragione; 4. Se faccia ammutolire.
ARTICOLO 1
Se l'ira causi un godimento
SEMBRA che l'ira non causi godimento. Infatti:
1. La tristezza è incompatibile col godimento. Ma l'ira implica
sempre la tristezza: poiché, come dice Aristotele, "chi fa una cosa
per ira, la fa con tristezza". Dunque l'ira non causa un godimento.
2. Il Filosofo afferma, che
"la punizione ferma l'impeto dell'ira,
sostituendo il piacere alla tristezza": dal che si deduce che il piacere
deriva dalla punizione. La punizione, però, toglie l'ira. Perciò l'ira
è cessata, quando viene il piacere. Quindi non ne è un effetto immediato.
3. Nessun effetto è di ostacolo alla propria causa, essendo ad essa
conforme. Invece i piaceri impediscono l'ira, come nota Aristotele
nella Retorica. Dunque il piacere non è un effetto dell'ira.
IN CONTRARIO: Il Filosofo nel medesimo libro riferisce quel detto:
"L'ira molto
più dolce del miele che stilla, si diffonde nel petto degli uomini".
RISPONDO: Come nota il Filosofo, i piaceri, specialmente quelli sensibili
e materiali, sono come delle medicine contro il dolore: perciò
più grande è il dolore o l'angoscia, che è chiamato a lenire, e più si fa sentire
il godimento; più uno ha sete, p. es., e più gusta la bevanda.
Ora, è evidente, da quanto abbiamo detto, che il moto dell'ira
sorge da un'ingiuria che rattrista; e il cui rimedio è la vendetta.
Perciò all'atto della vendetta segue un godimento: e tanto maggiore,
quanto più grave era stato il dolore. - Quindi se la vendetta è già in
atto, si ha un godimento perfetto, che esclude del tutto la tristezza, e
acquieta il moto dell'ira. - Ma prima che la vendetta si attui nella
realtà, diviene presente a chi è adirato in due maniere. Primo, mediante la speranza:
poiché, come abbiamo visto, non ci si adira senza la speranza
di vendicarci. - Secondo, mediante un pensiero insistente.
Infatti chi ha un desiderio gode nel pensare a lungo ciò che desidera:
ecco perché sono piacevoli anche le immaginazioni dei sogni.
Perciò, quando chi è adirato insiste a pensare dentro di sé alla vendetta,
ne prova piacere. Tuttavia non è un godimento perfetto, che
escluda la tristezza e quindi l'ira.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi è adirato gode e si rattrista, ma
non di una stessa cosa: infatti si rattrista dell'offesa ricevuta, e gode
della vendetta pensata e sperata. Perciò il dolore sta all'ira come sua causa:
il godimento invece come effetto e termine di essa.
2. L'argomento vale per il godimento prodotto dalla reale attuazione
della vendetta, il quale elimina totalmente l'ira.
3. I piaceri antecedenti impediscono il prodursi della tristezza, e
quindi dell'ira. Ma il godimento della vendetta è successivo all'ira medesima.
ARTICOLO 2
Se l'ira accenda al massimo l'ardore del cuore
SEMBRA che l'ira
non accenda al massimo l'ardore del cuore. Infatti:
1. Abbiamo già detto che l'ardore è proprio dell'amore. Ma abbiamo
anche notato che l'amore è principio e causa di tutte le passioni.
Ora, essendo la causa maggiore dell'effetto, sembra che l'ira non
possa produrre il massimo ardore.
2. Le cose che di suo eccitano l'ardore aumentano col tempo:
così l'amore col prolungarsi aumenta. Invece l'ira con l'andar del
tempo si smorza: infatti il Filosofo nota, che "il tempo calma l'ira".
Dunque l'ira non è propriamente causa dell'ardore.
3. Un calore, aggiungendosi ad altro calore, lo rafforza. Invece,
come scrive il Filosofo, "col sopraggiungere di un'ira più grande, l'ira
ammansisce".
Perciò l'ira non causa calore.
IN CONTRARIO: Scrive il Damasceno, che
"l'ira è l'ardore del sangue
intorno al cuore, prodotto dall'evaporazione del fiele".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, l'alterazione fisiologica che
accompagna le passioni corrisponde al moto dell'appetito. Ora è
noto che qualsiasi appetito, anche quello naturale, tende con più
forza verso il suo contrario, quando è presente: infatti vediamo che
l'acqua calda si congela di più, perché allora il freddo agisce sul
caldo con più vigore. Ora, il moto appetitivo dell'ira è causato dall'ingiustizia
ricevuta, come dalla presenza di un elemento contrario.
Perciò l'appetito tende con tutte le sue forze a respingere l'ingiustizia
con la brama della vendetta: di qui la vivacità e la violenza del moto dell'ira.
E poiché il moto dell'ira non è una fuga, cui corrisponde il freddo;
ma è piuttosto un'aggressione, cui corrisponde il calore,
il moto dell'ira provoca l'ardore del sangue e degli spiriti vitali
intorno al cuore, che è lo strumento delle passioni dell'anima.
Ecco perché soprattutto in chi si adira appaiono, per la grande agitazione del cuore,
certi segni nelle membra esterne.
Infatti, come scrive S. Gregorio, "acceso dall'impulso dell'ira, il
cuore palpita, il corpo trema, la lingua s'inceppa, la faccia s'infiamma,
gli occhi si stravolgono, e non si riconoscono più le persone:
con la bocca uno forma delle grida, ma non capisce più il senso di ciò che
dice".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come nota S. Agostino,
"anche
l'amore non si sente mai così forte, che quando lo rivela l'assenza" (di ciò che si ama).
Perciò, quando uno soffre, per l'offesa ricevuta,
la menomazione del prestigio personale che ama, sente di più codesto
amore; e quindi il cuore si accende maggiormente per rimuoverne gli ostacoli;
cosicché l'ira rende più forte e più sensibile l'ardore stesso dell'amore.
Tuttavia l'ardore che segue dal calore non appartiene allo stesso
modo all'amore e all'ira. Poiché l'ardore dell'amore è dolce e soave,
avendo per oggetto il bene amato. E quindi è paragonato al calore
dell'aria e del sangue: difatti i temperamenti sanguigni sono più
portati ad amare; e si dice che "il fegato forza ad amare", perché
in esso si riproduce il sangue. - Invece l'ardore dell'ira è amaro, e
tende alla consunzione: poiché tende a punire. Perciò è paragonato
al calore del fuoco e del fiele: ecco perché, a dire del Damasceno,
l'ira "deriva dall'evaporazione della bile, e si dice biliosa".
2. Quanto dipende da una causa, che si esaurisce col tempo, è necessariamente
soggetto a ridursi col tempo. Ora, è evidente che la
memoria diminuisce col passare del tempo: infatti le cose troppo
passate con facilità si dimenticano. E l'ira è causata dal ricordo di
un'offesa ricevuta. Perciò la causa dell'ira col tempo diminuisce,
finché non cessa totalmente. - Del resto un'offesa sembra più grave
da principio; e un po' per volta la sua gravità diminuisce, più ci
si allontana dalla prima impressione dell'offesa. - Lo stesso si dica
per l'amore, se la causa di esso rimane il solo ricordo: infatti il Filosofo
scrive, che "se l'assenza dell'amico è prolungata, produce la
dimenticanza dell'amicizia". Se invece l'amico è presente, viene sempre
a crescere la causa dell'amicizia. E lo stesso è per l'ira, se di
continuo se ne accresce la causa.
Tuttavia il fatto stesso che l'ira presto si consuma, ne mostra la
violenza dell'ardore. Infatti, come un gran fuoco, divorando il combustibile,
presto si estingue; così l'ira per la sua violenza presto si smorza.
3. Ogni energia divisa in più parti diminuisce. Perciò, quando chi
è adirato con uno si adira con un altro, per ciò stesso diminuisce
l'ira verso il primo. E specialmente se l'ira contro il secondo è più grave:
infatti in questo caso l'offesa, che ha provocato l'ira verso il primo,
sembra poco o nulla in confronto della seconda, ritenuta maggiore.
ARTICOLO 3
Se l'ira sia l'ostacolo massimo per l'uso della ragione
SEMBRA che l'ira non ostacoli l'uso della ragione. Infatti:
1. Ciò che implica la ragione sembra che non possa esserle di ostacolo.
Ora, come afferma Aristotele, "l'ira implica la ragione".
Dunque non può esserle di ostacolo.
2. Più si ostacola la ragione, più diminuisce la chiarezza. Ora,
il
Filosofo afferma, che "l'iracondo non è insidioso, ma aperto".
Perciò l'ira non impedisce l'uso della ragione al pari della concupiscenza,
che invece, com'egli aggiunge, è insidiosa.
3. Il giudizio della ragione diviene più evidente ravvicinando i
contrari: poiché i contrari posti l'uno accanto all'altro spiccano di
più. Ma anche l'ira cresce in questo modo: infatti il Filosofo scrive,
che "gli uomini si irritano di più per le contrarie situazioni precedenti,
quando, p. es., essendo in onore, vengono disonorati".
Dunque l'ira cresce con ciò che aiuta il giudizio della ragione.
Quindi l'ira non può ostacolarla.
IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma, che
"l'ira toglie la luce all'intelligenza,
confondendo la mente col turbamento".
RISPONDO: Sebbene la mente, o ragione, non si serva di un organo
corporeo nel proprio atto, tuttavia, avendo bisogno di alcune facoltà
sensitive, i cui atti vengono impediti se il corpo è alterato, necessariamente
le alterazioni fisiologiche vengono a ostacolare il giudizio
della ragione: la cosa è evidente nell'ubriachezza e nel sonno. Ora,
abbiamo detto che l'ira produce la massima alterazione fisiologica
intorno al cuore, che si ripercuote anche sulle membra esterne.
Perciò, tra tutte le altre passioni, l'ira è quella che più chiaramente
ostacola l'uso della ragione; secondo l'espressione
del Salmo: "Il mio occhio è turbato dall'ira".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ. 1. L'ira ha
come principio la ragione,
rispetto al moto appetitivo, che è la parte formale di essa. Ma la
passione dell'ira ostacola il perfetto giudizio dell'intelligenza,
poiché non ascolta perfettamente la ragione, a causa del divampare del calore,
che è la parte materiale dell'ira. Ed è per questo che impedisce l'uso della ragione.
2. Si dice che l'iracondo è aperto, non perché ha chiaro in se
stesso quello che deve fare: ma perché agisce apertamente, senza
nasconder nulla. E ciò in parte avviene perché la ragione è impedita,
non potendo essa distinguere quel che si deve nascondere, e quello che si deve mostrare,
e non potendo pensare al modo di nasconderlo.
In parte ciò si deve a quella dilatazione del cuore, propria della magnanimità
prodotta dall'ira: infatti il Filosofo scrive, che il magnanimo "è aperto nell'amore
e nell'odio, e apertamente parla ed opera". - Invece si dice che la concupiscenza è nascosta
e insidiosa, perché spesso le cose piacevoli che si desiderano, rivestono
una certa oscenità ed effeminatezza, che l'uomo cerca di nascondere.
Invece in ciò che sa di virile e di onorifico, ed è il caso della vendetta,
l'uomo cerca di mostrarsi.
3. Come abbiamo già detto, il moto dell'ira nasce dalla ragione:
perciò ravvicinare i contrari aiuta, per uno stesso motivo, il giudizio della ragione,
e accresce l'ira. Infatti se uno possiede onori e ricchezze e ne viene privato,
codesta disgrazia gli pare più grande:
sia per la vicinanza del suo contrario, sia perché imprevista.
Perciò produce una maggiore tristezza: come causa maggior piacere l'acquisto
improvviso di grandi beni. E in base all'aumento della tristezza
che la precede, cresce anche l'ira.
ARTICOLO 4
Se l'ira sia ciò che più fa ammutolire
SEMBRA che l'ira non faccia ammutolire. Infatti:
1. Il mutismo si oppone al parlare. Ora, l'intensificarsi dell'ira
spinge a parlare: ciò è evidente nei gradi dell'ira stabiliti dal Signore
con quelle parole: "Chiunque si adira con il suo fratello"; "Chi dirà al suo fratello,
Raca"; "Chi gli dirà, Stolto".
Dunque l'ira non fa ammutolire.
2. Venendo a mancare il controllo della ragione, l'uomo passa a
proferire parole disordinate; cioè, a dire della Scrittura: "Come
una città aperta e senza cinta di muro, tale è l'uomo che parlando
non può metter ritegno al suo spirito". Ma l'ira, come abbiamo
visto, ostacola al massimo il giudizio della ragione. Dunque è la
spinta più forte a proferir parole disordinate. Quindi non rende taciturni.
3. Sta scritto:
"La bocca parla dalla pienezza del cuore". Ma il
cuore viene turbato nel modo più grave dall'ira, secondo le spiegazioni date.
Dunque l'ira è la causa più irresistibile della locuzione.
E quindi non fa ammutolire.
IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma, che
"l'ira imprigionata dal silenzio
divampa con più forza dentro l'anima".
RISPONDO: Come abbiamo già notato, l'ira implica la ragione e ne è un ostacolo.
E per l'uno e l'altro verso può impedire di parlare.
Come associata alla ragione, quando il giudizio di questa, pur non
essendo sufficiente a inibire il desiderio disordinato della vendetta,
è così forte da trattenere la lingua dal proferire parole sconsiderate.
Perciò S. Gregorio afferma: "Talora l'ira impone il silenzio, con una
specie di giudizio, all'animo turbato". - Come impedimento della
ragione; poiché, stando a quello che abbiamo detto, il turbamento
dell'ira si ripercuote fino nelle membra esterne; e specialmente su
quelle in cui più chiaramente il cuore si manifesta, cioè negli occhi,
nella faccia e nella lingua; e quindi, come si è visto, "la lingua
s'inceppa, la faccia s'infiamma, gli occhi si stravolgono". Dunque
può essere così grave il turbamento dell'ira, da impedire del tutto
alla lingua di parlare. E allora si ammutolisce.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'aumento dell'ira qualche volta
giunge a impedire alla ragione di frenar la lingua. Altre volte invece
giunge perfino a impedire di muovere la lingua e le altre membra esterne.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà.
3. Il turbamento del cuore è talora così eccessivo da impedire i movimenti
delle membra esterne. E allora viene a mancare la parola, si ha l'immobilità
delle membra esterne, e qualche volta provoca persino la morte. - Se invece
il turbamento non è così grave, allora il turbamento del cuore spinge a parlare.
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