Il Santo Rosario
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Questione 47

Le cause dell'ira

Passiamo a considerare le cause e i rimedi dell'ira.
In proposito tratteremo quattro argomenti: 1. Se il movente dell'ira sia sempre un'azione compiuta contro chi si adira; 2. Se possa esserlo solo la disistima, o disprezzo; 3. Le cause dell'ira da parte del soggetto; 4. Le cause dell'ira da parte dell'oggetto contro cui ci si adira.

ARTICOLO 1

Se il movente dell'ira sia sempre un'azione compiuta contro chi si adira

SEMBRA che non sempre uno si adiri per qualche cosa fatta contro di lui. Infatti:
1. L'uomo, peccando, non può far niente contro Dio; poiché sia scritto: "Se tu pecchi, che danno arrechi a lui?". E tuttavia, stando alla Scrittura, Dio si adira contro gli uomini per i loro peccati: "S'accese d'ira il Signore contro il suo popolo". Quindi non sempre uno s'adira per cose fatte contro di lui.
2. L'ira è il desiderio di vendicarsi. Ora, uno può volere la vendetta anche per offese contro altri. Dunque non sempre il movente dell'ira è un'azione compiuta contro di noi.
3. Il Filosofo scrive che gli uomini si adirano specialmente contro quelli, "che disprezzano le cose di cui essi si occupano di più: quelli, p. es., che studiano la filosofia si adirano contro coloro che la disprezzano"; lo stesso si dica delle altre cose. Ora, disprezzare la filosofia non è offendere chi la studia. Perciò non sempre ci si adira per cose fatte contro di noi.
4. Chi risponde col silenzio all'ingiuria provoca maggiormente all'ira, come nota il Crisostomo. Ma col tacere egli non fa nulla contro l'ingiuria. Dunque non sempre l'ira è provocata da un'azione compiuta contro chi si adira.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "l'ira riguarda sempre cose che interessano noi. L'inimicizia invece prescinde da esse: infatti noi odiamo una persona, perché la stimiamo in un dato modo".

RISPONDO: Come abbiamo detto, l'ira è il desiderio di nuocere a un altro per giusta vendetta. Ora, non si concepisce una vendetta, senza presupporre un'ingiustizia. Però non tutte le ingiustizie provocano la vendetta, ma solo quelle che toccano chi vuole vendicarsi: infatti ciascuno respinge per natura il proprio male, come per natura aspira al proprio bene. Ora, un'ingiustizia commessa da altri non c'interessa, se in qualche modo non ci colpisce. Perciò il movente dell'ira è sempre un'azione compiuta contro chi si adira.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che in Dio c'è l'ira, non come passione, ma come giusto giudizio, che mira a vendicare il peccato. Infatti il peccatore non può nuocere a Dio efficacemente: tuttavia per parte sua agisce in due modi contro Dio. Primo, perché ne disprezza le leggi. Secondo, perché nuoce ad altri o a se medesimo: e ciò interessa Dio, perché il danneggiato è sotto la provvidenza e la tutela di Dio.
2. Ci adiriamo contro chi nuoce ad altri, e desideriamo vendicarci di lui, perché i colpiti in qualche modo ci appartengono: o per una certa affinità, o per amicizia, o almeno per la comunanza di natura.
3. La cosa di cui più ci occupiamo la consideriamo come un nostro bene. Perciò quando viene disprezzata, pensiamo di essere disprezzati anche noi, e ci consideriamo offesi.
4. Chi risponde col silenzio provoca all'ira chi l'offende, quando mostra di tacere per disprezzo, non dando peso all'ira dell'altro. Ma la disistima è già un atto.

ARTICOLO 2

Se la disistima, o il disprezzo, sia l'unico movente dell'ira

SEMBRA che la disistima, o disprezzo, non sia l'unico movente dell'ira. Infatti:
1. Il Damasceno afferma, che "ci si adira perché si è subita un'ingiustizia, o si pensa di averla subita". Ora, si può subire un'ingiustizia senza disprezzo o disistima. Dunque la disistima non è il solo movente dell'ira.
2. Rattristarsi del disprezzo, equivale a desiderare di essere rispettati. Ma gli animali non cercano il rispetto. E quindi non si rattristano del disprezzo. Tuttavia "in essi l'ira non manca, provocata dalle lesioni", come nota il Filosofo. Perciò il disprezzo non è il solo movente dell'ira.
3. Il Filosofo indica molte altre cause dell'ira: e cioè "la dimenticanza, il gioire nelle altrui disgrazie, rinfacciare il male, ostacolare il conseguimento del proprio volere". Dunque il disprezzo non è l'unico movente dell'ira.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che l'ira è "una brama di punire, accompagnata da tristezza, a causa di una disistima che si pensa di non meritare".

RISPONDO: Tutte le cause dell'ira si riducono alla disistima. Ci sono infatti tre specie di disistima, come insegna Aristotele, e cioè il disprezzo, l'επηρεασμος, cioè l'ostacolare l'adempimento del volere, e la contumelia: e a queste tre cose si riducono tutti i moventi dell'ira. E due sono le ragioni di questo fatto. Primo, perché l'ira cerca il danno di un altro come giusta vendetta: e quindi in tanto uno cerca la vendetta, in quanto gli sembra giusta. E non si può fare giusta vendetta che per un'ingiustizia: perciò il movente dell'ira è sempre qualche cosa d'ingiusto. Ecco perché il Filosofo scrive, che "se qualcuno pensa di aver subito un danno giustamente, non si adira: infatti l'ira non sorge contro ciò che è giusto". Ora, uno può procurare un danno in tre modi: per ignoranza, per passione, e per libera elezione. L'ingiustizia massima sta nel danneggiare deliberatamente, e con vera malizia, come nota Aristotele. E quindi ci adiriamo soprattutto contro coloro che, a nostro giudizio, ci han fatto del male apposta. Difatti, se riteniamo che qualcuno ci ha offesi per ignoranza, o per passione, o non c'irritiamo con lui, o lo facciamo in tono minore: poiché l'ignoranza e la passione diminuiscono l'offesa, e in qualche modo provocano alla misericordia e al perdono. Invece quelli che fanno del male deliberatamente mostrano di peccare per disprezzo: e quindi ci irritiamo specialmente contro di loro. Ecco perché il Filosofo scrive, che "contro coloro che commisero qualche cosa per ira, o non c'irritiamo, o c'irritiamo meno: mostrano infatti di non aver agito per disistima".
Secondo, perché la disistima si contrappone al prestigio personale: infatti, come dice Aristotele, "gli uomini disistimano ciò che non reputano buono a nulla". Ora, da tutti i nostri beni noi ci attendiamo un certo prestigio. Perciò qualsiasi offesa ci sia fatta, si riduce alla disistima o disprezzo, perché colpisce il nostro prestigio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Se uno patisce un torto, per qualsiasi altra causa diversa dal disprezzo, codesta causa diminuisce il torto medesimo. Invece solo il disprezzo, o disistima, accresce il movente dell'ira. E quindi è di per sé causa dell'ira.
2. Sebbene l'animale non brami l'onore come tale, tuttavia cerca una certa prestanza: e s'irrita contro le cose che la compromettono.
3. Tutte le cause suddette si riducono al disprezzo. La dimenticanza, p. es., è un segno evidente di disistima: infatti le cose che stimiamo importanti le imprimiamo di più nella memoria. Così deriva da disprezzo non temere di contristare qualcuno, rinfacciandogli cose dolorose. Anche chi nella disgrazia dà segni di contentezza, mostra di curarsi poco del bene o del male del prossimo. Così chi impedisce a un altro di attuare il suo proposito, senza un vantaggio personale, mostra di non preoccuparsi della sua amicizia. Perciò tutte codeste cose sono incentivi dell'ira, in quanto sono segni di disprezzo.

ARTICOLO 3

Se la prestanza di chi si adira sia causa del suo sdegno

SEMBRA che la prestanza non sia la causa per cui uno facilmente si adira. Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che "alcuni sono irritabili al massimo quando soffrono: così gli infermi, i poveri, e i delusi nei loro desideri". Ma tutte queste cose sono delle deficienze. Quindi rendono più inclini all'ira le deficienze che la prestanza.

2. Il Filosofo aggiunge, che "alcuni sono irritabili al massimo, quando si può sospettare che in essi non ci sia una perfezione, o che ci sia un difetto: invece quando possiedono in abbondanza le cose in cui vengono disprezzati, non se la prendono". Ora, codesto sospettare è dovuto a una deficienza. Dunque le deficienze sono, più della prestanza, causa dell'ira.
3. Le cose che contribuiscono alla propria prestanza sono quelle che rendono più affabili e fiduciosi. Ora, il Filosofo afferma, che "nel gioco, nel riso, nelle feste, nella prosperità, nella riuscita delle loro imprese, nei godimenti onesti e nella piena fiducia, gli uomini non si adirano". Perciò la prestanza non causa l'ira.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che gli uomini si adirano per la loro prestanza.

RISPONDO: In due modi si può considerare la causa dell'ira da parte del soggetto. Primo, in base al rapporto col movente dell'ira. E allora la prestanza personale è la causa per cui uno facilmente si adira. Infatti il movente dell'ira è, come abbiamo detto, il disprezzo ingiusto. Ora, è evidente che quanto uno è più eccellente, più è ingiusto che venga disprezzato in ciò che lo distingue. Perciò quelli che hanno un certo pregio, si irritano al massimo, se vengono in esso disprezzati: così fa il ricco disprezzato nelle sue ricchezze, l'oratore disprezzato nell'oratoria, e così via.
Secondo, la causa dell'ira da parte del soggetto si può considerare in base alla disposizione lasciata in lui da tale movente. È chiaro, infatti, che l'unica cosa capace di muovere all'ira è un danno che rattrista. Ora, le cose più rattristanti si riducono a delle minorazioni: poiché quando gli uomini sono minorati si affliggono con più facilità. Ecco perché gli infermi e gli infelici sono più portati all'ira: perché si addolorano con più facilità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta anche la prima difficoltà.
2. Chi è disprezzato in cose per le quali ha una grande prestanza, non ritiene di subire nessun danno, e perciò non si rattrista: e da questo lato ha minor motivo d'adirarsi. Invece per l'altro lato ne avrebbe maggior motivo. A meno che egli non pensi di essere mal visto o deriso, non per disprezzo, ma per ignoranza, o per altre cose del genere.
3. Tutte le cose indicate impediscono l'ira, in quanto impediscono la tristezza. Ma d'altro lato sono fatte per provocare l'ira, perché rendono più irragionevole il disprezzo.

ARTICOLO 4

Se la causa per cui più facilmente c'irritiamo con qualcuno siano le sue minorazioni

SEMBRA che la causa per cui più facilmente c'irritiamo con qualcuno non siano le sue minorazioni. Infatti:
1. Scrive il Filosofo, che "non c'irritiamo, ma piuttosto ci calmiamo contro quelli che confessano, si pentono e si umiliano. Del resto anche i cani non mordono quelli che siedono". Ora, questi atti si riducono a minorazioni o privazioni. Dunque la meschinità del soggetto attenua la nostra ira contro chi ci fa inquietare.
2. Non c'è una minorazione più grave della morte. Ora, contro i morti l'ira finisce. Quindi non sono incentivi dell'ira le minorazioni di chi la provoca.
3. Nessuno considera minore una persona perché suo amico. Ora, con gli amici ci irritiamo di più, se ci offendono, o se non ci aiutano; infatti sta scritto nei Salmi: "Se un nemico m'avesse insultato, l'avrei sopportato". Perciò non sono causa di maggiore irritazione le minorazioni di chi ci fa inquietare.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "il ricco si adira contro il povero, se ne è disprezzato; e chi comanda contro il suddito".

RISPONDO: Abbiamo già detto che il disprezzo ingiusto è la causa che più provoca l'ira. Ora, la minorazione, ovvero la piccolezza di chi ci fa inquietare, accresce l'ira, perché accresce l'ingiustizia del disprezzo. Infatti, se è vero che più uno è superiore più ingiustamente viene disprezzato; è anche vero che più uno è inferiore, più ingiustamente disprezza. Perciò i nobili si irritano, se son disprezzati dal volgo, i sapienti se disprezzati dagli ignoranti, i padroni dai servi.
Se invece l'inferiorità, o la minorazione, diminuisce l'ingiusto disprezzo, allora l'inferiorità non accresce, ma diminuisce l'ira. Ecco perché quelli che si pentono delle offese fatte, confessano di aver fatto male, e si umiliano chiedendo perdono, calmano l'ira, secondo il detto della Scrittura: "Una risposta dolce calma l'ira"; e questo perché essi mostrano non disprezzo, ma stima, per coloro ai quali si umiliano.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta anche la prima difficoltà.
2. Duplice è il motivo per cui cessa l'ira verso i morti. Primo, perché non possono soffrire e sentire: ed è questo che più cerca chi è adirato in chi lo fa adirare. - Secondo, perché i morti sembrano aver raggiunto l'estremo dei mali. Infatti l'ira cessa verso chiunque sia gravemente colpito: poiché il loro male sorpassa la misura di una giusta vendetta.
3. Anche il disprezzo degli amici si presenta più ingiusto. Perciò, come contro gli inferiori, così contro di loro c'irritiamo di più, quando ci disprezzano col farci del male, o col negarci un aiuto.