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Questione 46
L'ira
Veniamo ora a trattare dell'ira. Primo, dell'ira in se stessa;
secondo, delle cause che la provocano, e dei suoi rimedi; terzo, dei suoi effetti.
Sul primo tema tratteremo otto argomenti: 1. Se l'ira sia una passione speciale;
2. Se oggetto dell'ira sia il bene o il male;
3. Se l'ira sia nel concupiscibile; 4. Se implichi la ragione; 5. Se sia più naturale
della concupiscenza; 6. Se l'ira sia più grave dell'odio;
7. Se l'ira sia rivolta solo contro coloro che hanno con noi rapporti di giustizia;
8. Le specie dell'ira.
ARTICOLO 1
Se l'ira sia una speciale passione
SEMBRA che l'ira non sia una speciale passione. Infatti:
1. Dall'ira viene denominata la potenza dell'irascibile. Ora, a
codesta potenza appartiene non una passione sola, ma molte.
Dunque l'ira non è una speciale passione.
2. Ogni passione speciale ha la sua contraria, come è evidente
per chi voglia enumerarle. L'ira invece non ha una passione contraria,
come abbiamo visto. Dunque l'ira non è una passione speciale.
3. Una passione speciale non include le altre. Invece l'ira include
molte passioni: infatti sta con la tristezza, col piacere e con la speranza,
come Aristotele dimostra. Perciò l'ira non è una passione speciale.
IN CONTRARIO: Il Damasceno considera l'ira come una passione speciale.
Lo stesso fa Cicerone.
RISPONDO: Una cosa può essere generale in due maniere. Primo,
per l'estensione della sua predicazione: animale, p. es., è generale
in questo senso rispetto a tutti gli animali. - Secondo, per i suoi
rapporti causali: come il sole, p. es., è causa generale di tutti gli
esseri generati sulla terra, secondo l'affermazione di Dionigi.
Infatti, come il genere contiene potenzialmente molte differenze, così
la causa agente contiene molti effetti in forza della sua potenza
attiva. - Ma può capitare che un effetto sia prodotto dal concorso
di molte cause: e poiché ogni causa in qualche modo perdura nell'effetto,
si può anche dire, in un terzo senso, che l'effetto prodotto
dalla convergenza di molte cause ha una certa generalità, in quanto
contiene in qualche modo attualmente molte cause.
Ebbene, l'ira non è una passione generale nel primo senso, ma
ha il suo posto distinto tra le altre passioni, come abbiamo già
visto. - E non lo è neppure nel secondo senso. Infatti non è causa
delle altre passioni: ma in questo senso può dirsi passione generale
l'amore, come S. Agostino dimostra; infatti, secondo le spiegazioni
date in precedenza, l'amore è la prima radice di tutte le
passioni. - Invece l'ira si può denominare passione generale nel
terzo senso, perché è causata dal concorso di molte passioni.
Infatti il moto dell'ira non nasce, senza essere provocato da un dolore
o tristezza, e senza il desiderio e la speranza di vendicarsi; poiché,
come dice il Filosofo, "chi è adirato ha speranza di punire; infatti
desidera, nei limiti del possibile, la vendetta". Perciò, come fa osservare
Avicenna, se la persona che ha inflitto il danno è troppo
superiore, non segue l'ira ma soltanto la tristezza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La facoltà dell'irascibile è denominata
dall'ira, non perché tutti i moti di codesta potenza si riducono all'ira;
ma perché l'ira è il loro termine; e tra tutti questo è il moto più evidente.
2. Per il fatto stesso che
l'ira è causata da passioni contrastanti,
cioè dalla speranza, avente per oggetto il bene, e dalla tristezza
che ha per oggetto il male, include in se stessa delle contrarietà:
e quindi non ha contrari fuori di sé. Così anche nei colori intermedi
non c'è altra contrarietà, che quella dei colori semplici da cui derivano.
3. L'ira include molte passioni, non come il genere include le
specie; ma piuttosto come un effetto include le sue cause.
ARTICOLO 2
Se l'oggetto dell'ira sia il bene o il male
SEMBRA che oggetto dell'ira sia il male. Infatti:
1. Scrive S. Gregorio Nisseno (ossia Nemesio), che l'ira è come
"l'armigero
della concupiscenza". E questo perché combatte ciò che ostacola la concupiscenza,
o desiderio. Ora, ogni ostacolo si presenta come un male.
Dunque l'ira ha per oggetto il male.
2. L'ira e l'odio concordano nell'effetto: infatti l'una e l'altro
mirano a danneggiare qualcuno. Ma l'odio ha come oggetto il male,
come abbiamo spiegato. Quindi anche l'ira.
3. L'ira è causata dalla tristezza: infatti il Filosofo afferma, che
"l'ira
si attua con tristezza". Ma oggetto della tristezza è il male.
Dunque anche quello dell'ira.
IN CONTRARIO: 1. S. Agostino ha scritto, che
"l'ira brama la vendetta".
Ora, bramare la vendetta è desiderare un bene: poiché vendicare
appartiene alla giustizia. Dunque oggetto dell'ira è il bene.
2. L'ira implica sempre la speranza: infatti produce un godimento,
come insegna il Filosofo. Ora, il godimento e la speranza
hanno per oggetto il bene. Dunque anche l'ira.
RISPONDO: Il moto della facoltà appetitiva segue l'atto delle facoltà conoscitive.
Ora, una facoltà conoscitiva può conoscere una cosa in due modi:
primo, quale oggetto semplice, come quando intendiamo l'essenza dell'uomo;
secondo, quale oggetto complesso, come quando intendiamo che in un uomo
c'è la bianchezza. Perciò le facoltà appetitive possono tendere verso il bene,
o verso il male sotto questi due aspetti. Sotto l'aspetto di cosa semplice e
priva di composizione, quando l'appetito mira o aderisce al bene,
oppure quando rifugge dal male. E codesti moti appetitivi corrispondono
al desiderio e alla speranza, al piacere e alla tristezza,
e così via. - Sotto l'aspetto di cosa complessa, come quando l'appetito
tende a far sì che il bene, o il male, si trovi o si produca in
un dato soggetto, oppure che sia eliminato da questo. Ciò è evidente
nel caso dell'amore e dell'odio: infatti amiamo qualcuno,
in quanto vogliamo che in lui si trovi un dato bene; e odiamo una
persona, in quanto le vogliamo qualche male. Lo stesso si dica
dell'ira: infatti chi si adira cerca di vendicarsi di qualcuno.
E così il moto dell'iracondo ha di mira due cose: la vendetta medesima,
bramata e sperata come un bene, e quindi goduta; e la persona di cui
si cerca vendicarsi, perché considerata contraria e dannosa,
e che riveste perciò l'aspetto di male.
Si devono però notare in questo due differenze dell'ira con l'odio e con l'amore.
La prima è il fatto che l'ira abbraccia sempre due oggetti:
invece l'amore e l'odio talora si limitano a un solo oggetto,
come quando uno ama o odia il vino, oppure altre cose consimili. - La seconda
sta nel fatto che i due oggetti dell'amore sono beni entrambi:
infatti chi ama vuole un bene a qualcuno, che egli considera a se stesso
vantaggioso. Mentre i due oggetti dell'odio hanno entrambi l'aspetto di male:
infatti chi odia vuole del male a qualcuno che egli considera nocivo.
Invece l'ira riguarda un oggetto, cioè la vendetta desiderata,
sotto l'aspetto di bene; e riguarda l'altro, cioè la persona nociva
di cui vuol vendicarsi, sotto l'aspetto di male.
Perciò è una passione composta in qualche modo da passioni contrarie.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO 3
Se l'ira sia nel concupiscibile
SEMBRA che l'ira sia nel concupiscibile. Infatti:
1. Cicerone afferma che l'ira è una specie di
"libidine".
Ora la libidine è nel concupiscibile. Dunque anche l'ira.
2. Dice S. Agostino, che
"l'ira col crescere diviene odio".
E Cicerone scrive che "l'odio è un'ira inveterata". Ma l'odio come
l'amore, è nel concupiscibile. Quindi l'ira è nel concupiscibile.
3. Il Damasceno e S. Gregorio Nisseno (cioè Nemesio) affermano,
che "l'ira è composta di tristezza e di desiderio". Ora, queste due
cose sono nel concupiscibile. Dunque l'ira è nel concupiscibile.
IN CONTRARIO: La facoltà dell'irascibile è diversa da quella del
concupiscibile. Se, dunque, l'ira fosse nel concupiscibile, la facoltà
dell'irascibile non potrebbe essere denominata da essa.
RISPONDO: Abbiamo già detto che le passioni dell'irascibile si
distinguono da quelle del concupiscibile, per il fatto che oggetto di
queste ultime è il bene e il male puro e semplice; mentre oggetto
delle passioni dell'irascibile è il bene e il male con una certa
preminenza o arduità. Ora, abbiamo anche visto che l'ira abbraccia
due oggetti: la vendetta desiderata, e la persona di cui cerchiamo
di vendicarci. E rispetto all'una e all'altra cosa, l'ira richiede una
certa arduità. Infatti il moto dell'ira non insorge, se le due cose
non hanno una qualche importanza; poiché, come dice il Filosofo, "non prendiamo in considerazione cose di nessun valore, o di valore
minimo".
Perciò è evidente che l'ira non è nel concupiscibile, bensì nell'irascibile.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cicerone chiama libidine il desiderio
di qualsiasi bene futuro, senza distinguere tra arduo e non arduo.
Per questo include anche l'ira nella libidine, in quanto è il desiderio di vendetta.
Intesa così la libidine abbraccia sia l'irascibile che il concupiscibile.
2. Si dice che l'ira crescendo diviene odio, non nel senso che la
medesima passione cessi di essere ira, per diventare poi odio, per
una specie di invecchiamento: ma lo diviene perché lo causa.
Infatti l'ira con la sua durata causa l'odio.
3. L'ira è composta di tristezza e di desiderio, non come si trattasse
di parti, ma perché causata da essi. Infatti abbiamo già detto,
che le passioni del concupiscibile causano le passioni dell'irascibile.
ARTICOLO 4
Se l'ira implichi la ragione
SEMBRA che l'ira non implichi la ragione. Infatti:
1. Essendo una passione, l'ira risiede nell'appetito sensitivo.
Ma l'appetito sensitivo non dipende dalla conoscenza razionale,
bensì da quella dei sensi. Dunque l'ira non implica la ragione.
2. Gli animali bruti son privi di ragione. E tuttavia in essi l'ira non manca.
Dunque l'ira è indipendente dalla ragione.
3. L'ubriachezza sospende l'uso della ragione. Eppure fomenta l'ira.
Dunque l'ira non implica la ragione.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"l'ira in una certa misura
segue la ragione".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, l'ira è la brama di vendetta.
E la vendetta implica un confronto tra la pena da infliggere e il
danno subito. Infatti il Filosofo insegna, che "chi deduce esser necessario
affrontare qualcuno, subito s'adira". Ora, confrontare e dedurre è proprio
della ragione. Dunque l'ira in qualche modo implica la ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il moto di una potenza appetitiva
può implicare la ragione in due maniere. Primo, può implicarla
come facoltà normativa: e in questo senso è solo nella volontà.
Infatti la volontà è denominata appetito razionale. Secondo, può implicare
la ragione come rivelatrice: e in questo senso è presente anche nell'ira.
Infatti il Filosofo scrive che "l'ira implica la ragione,
non come ragione direttiva, ma come rivelatrice dell'ingiuria".
Infatti l'appetito sensitivo non ubbidisce direttamente alla ragione,
bensì mediante la volontà.
2. Gli animali bruti hanno l'istinto naturale, inserito in essi dalla
ragione divina, mediante il quale esercitano dei moti esterni ed interni
simili ai moti della ragione, come già abbiamo notato.
3. A dire di Aristotele,
"l'ira ascolta la ragione in una certa misura",
cioè come rivelatrice dell'ingiuria subita: "ma non l'ascolta
perfettamente",
poiché non rispetta la regola della ragione nel ripagare con la vendetta.
Perciò l'ira richiede un atto della ragione, e implica un ostacolo per essa.
Ecco perché, come il Filosofo osserva, quelli che sono molto ubriachi, essendo
privi di ogni giudizio della ragione, non si adirano: si adirano invece quando
sono leggermente ubriachi, avendo il giudizio della ragione, ma vincolato.
ARTICOLO 5
Se l'ira sia più naturale della concupiscenza, o desiderio
SEMBRA che l'ira non sia più naturale della concupiscenza. Infatti:
1. Si dice che per natura l'uomo è un animale mansueto. Ma
"la mansuetudine
si contrappone all'ira", come ricorda il Filosofo. Dunque l'ira non è più
naturale della concupiscenza, ma è del tutto contraria alla natura umana.
2. La ragione e la natura sono termini contrapposti: infatti agire
secondo ragione non equivale ad agire secondo la natura. Ora, a
detta di Aristotele, "l'ira implica la ragione, non così la concupiscenza".
Dunque la concupiscenza è più naturale dell'ira.
3. L'ira è la brama di vendicarsi: invece la concupiscenza
è soprattutto
brama dei piaceri del tatto, cioè dei piaceri venerei e della gola.
Ora, queste cose sono più naturali per l'uomo che la vendetta.
Dunque la concupiscenza è più naturale dell'ira.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"l'ira è più naturale della concupiscenza".
RISPONDO: Si considera naturale ciò che viene causato dalla natura,
come spiega Aristotele. Perciò per decidere se una passione è più o
meno naturale, non c'è che da considerare la sua causa.
Ora, stando alle cose già dette, la causa di una passione si può
considerare da due lati: primo, dal lato dell'oggetto; secondo, da
quello del soggetto. Se, dunque, si considera la causa dell'ira e
della concupiscenza dal lato dell'oggetto, allora la concupiscenza,
specialmente quella relativa al cibo e ai piaceri venerei, è più naturale
dell'ira: essendo queste cose più naturali della vendetta.
Se invece consideriamo la causa dell'ira dal lato del soggetto,
allora sotto un certo aspetto è più naturale l'ira, e sotto un altro
è più naturale la concupiscenza. Infatti la natura di un uomo si
può considerare, o nel suo genere, o nella sua specie, oppure nella
complessione particolare dell'individuo. Se si considera nel suo
genere, cioè se consideriamo quest'uomo come animale, allora la
concupiscenza è più naturale dell'ira: poiché l'uomo deve proprio
alla sua natura generica una certa inclinazione a desiderare quanto
giova alla conservazione della vita, sia della specie, che
dell'individuo. - Se invece si considera la natura di un uomo nella sua
specie, cioè in quanto è un essere ragionevole, allora l'ira è per
l'uomo più naturale della concupiscenza: poiché l'ira implica la
ragione più della concupiscenza. Perciò il Filosofo può affermare
che "è cosa più umana punire", atto proprio dell'ira, "che essere
mansueto": infatti ogni essere insorge naturalmente contro le cose
contrarie e nocive. - Se poi consideriamo la natura di questo individuo
nella sua particolare complessione, allora l'ira è più naturale
della concupiscenza: poiché l'ira, più della concupiscenza,
o di altre passioni, è portata a seguire l'eventuale tendenza all'iracondia,
dovuta alla complessione naturale. Infatti un uomo, se ha una complessione biliosa,
è predisposto all'iracondia: e la bile, tra tutti gli umori, è quello
che si muove più velocemente; essendo paragonata al fuoco.
Perciò è più facile che chi è predisposto all'ira dalla sua complessione
naturale si adiri; piuttosto che passi all'atto chi è predisposto
alla concupiscenza. Per questo il Filosofo afferma, che l'ira più
della concupiscenza si trasmette dai genitori ai figli.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'uomo si può considerare la
complessione naturale del corpo, che è equilibrata, e la ragione.
Secondo la complessione organica l'uomo per natura, cioè secondo
la sua specie, non ammette un predominio dell'ira né di altre passioni,
per l'equilibrio, appunto, della sua complessione. Invece gli altri animali,
in quanto si allontanano da questo equilibrio verso
complessioni unilaterali, sono naturalmente predisposti agli eccessi
di qualche passione: il leone, p. es., eccede nell'audacia, il cane
nell'ira, la lepre nel timore, e così via. - Al contrario, considerando
l'uomo dal lato della ragione, è per lui naturale adirarsi ed essere
mansueto: poiché la ragione sotto un certo aspetto provoca l'ira, perché
indica la causa dell'ira; e sotto un altro aspetto la
smorza, perché chi è adirato, come dice
Aristotele, "ascolta imperfettamente il comando della ragione".
2. La ragione stessa fa parte della natura umana. Perciò dal
fatto stesso che l'ira implica la ragione, segue in un certo senso
che essa è naturale per l'uomo.
3. L'argomento vale, se consideriamo l'ira e la concupiscenza
dal lato dell'oggetto.
ARTICOLO 6
Se l'ira sia più grave dell'odio
SEMBRA che l'ira sia più grave dell'odio. Infatti:
1. Sta scritto:
"L'ira non ha misericordia, né il furore impetuoso".
Invece l'odio talora ha misericordia. Dunque l'ira è più grave dell'odio.
2. È più grave subire un male e soffrirne, che subirlo soltanto.
Ora, chi odia si contenta che la persona odiata subisca un male:
mentre chi è adirato non si contenta; ma vuole che lo conosca e
che ne soffra, come nota il Filosofo. Quindi l'ira è più grave dell'odio.
3. Più sono le cause che concorrono a costituire una cosa, e più essa è stabile:
infatti un abito operativo è tanto più duraturo, quanto più numerosi
sono gli atti che l'hanno prodotto. Ma l'ira, si è visto, deriva,
a differenza dell'odio, dal concorso di molte passioni.
Dunque l'ira è più stabile e più grave dell'odio.
IN CONTRARIO: S. Agostino paragona l'odio a una trave, e l'ira a una pagliuzza.
RISPONDO: La specie e la natura di una passione si desumono dall'oggetto.
Ora, l'oggetto dell'ira e dell'odio è materialmente identico: infatti,
come chi odia vuole il male della persona odiata, così chi si adira vuole
il male per chi ha provocato lo sdegno. Ma non sotto lo stesso aspetto:
ché l'odio vuole il male del nemico in quanto male; invece l'ira vuole
il male di chi l'ha provocata non in quanto male, ma sotto l'aspetto di bene,
cioè in quanto si pensa che sia una giusta vendetta.
Del resto anche sopra abbiamo notato che l'odio è come un addossare
del male a un male; mentre l'ira è un addossare del bene a un male. - Ora,
è evidente che volere un male come atto di giustizia, è cosa meno cattiva
che volere semplicemente il male di qualcuno.
Infatti volere il male di uno come atto di giustizia, può anche coincidere
con la virtù della giustizia, se codesto volere sottostà al comando della
ragione: perciò il solo difetto dell'ira sta nel vendicarsi, senza seguire
la ragione. Dunque è evidente che l'odio è molto peggiore e più grave dell'ira.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'ira e nell'odio si possono distinguere
due cose: ciò che si desidera, e l'intensità del desiderio.
Ebbene, rispetto a ciò che si desidera l'ira ha più misericordia dell'odio.
Infatti l'odio non è saziato da nessun male, poiché vuole per se stesso
il male di un altro; e ciò che si vuole per se stesso si vuole,
a dire del Filosofo, senza misura, come l'avaro vuole le ricchezze.
Perciò sta scritto: "Il nemico se trova l'occasione, non sarà
mai sazio di sangue". - Invece l'ira desidera il male soltanto come
una giusta vendetta. Perciò, quando, a suo giudizio l'adirato vede
che il male supera la misura del giusto, allora si muove a pietà.
Perciò il Filosofo afferma, che "chi è adirato si placa per le molte
soddisfazioni; chi odia per nessuna".
Invece rispetto all'intensità del desiderio l'ira esclude la misericordia più
dell'odio: poiché il moto dell'ira è più impetuoso, per il divampare della bile.
Perciò la Scrittura aggiunge: "E chi potrà reggere all'impeto di uno spirito
concitato?".
2. Chi è adirato desidera il male di uno, come abbiamo detto,
in quanto è una giusta vendetta. E la vendetta consiste nell'irrogazione
di una pena. E la pena si concepisce come afflittiva, contraria alla volontà,
e inflitta per una colpa. Perciò chi è adirato vuole che la persona
colpita percepisca e soffra il castigo, e conosca che esso è dovuto all'ingiustizia
commessa. Invece chi odia non si cura di questo: poiché desidera il male
del suo nemico per se stesso. - Del resto non è vero che sia peggiore il male
di cui uno si rattrista: infatti, come nota il Filosofo, "l'ingiustizia e l'imprudenza,
pur essendo dei mali, non rattristano quelli che li hanno", perché sono voluti.
3. Allora soltanto è più stabile una cosa prodotta da un maggior
numero di cause, quando sono cause dello stesso grado: poiché basta una
sola causa per superarne molte altre. Ora, l'odio ha una causa più tenace dell'ira.
Infatti l'ira proviene da un turbamento dell'animo per un'offesa ricevuta:
invece l'odio deriva da una disposizione, che fa considerare a un uomo
come contrario e nocivo ciò che egli odia. Perciò, come una passione è più labile di una
disposizione o di un abito, così l'ira passa più facilmente dell'odio;
sebbene anche l'odio sia una passione derivante dalla disposizione suddetta.
Ecco perché il Filosofo scrive, che "l'odio è più insaziabile dell'ira".
ARTICOLO 7
Se l'ira si rivolga solo contro chi ha con noi rapporti di giustizia
SEMBRA che l'ira non si rivolga solo contro chi ha con noi rapporti
di giustizia. Infatti:
1. Non esistono rapporti di giustizia tra l'uomo e gli esseri irragionevoli.
E tuttavia l'uomo qualche volta s'adira con gli esseri irragionevoli:
così fa lo scrivano che adirato butta via la penna, e il cavaliere
che frusta il cavallo. Dunque l'ira non si rivolge soltanto a chi
ha con noi rapporti di giustizia.
2. Come dice Aristotele,
"l'uomo non ha legami di giustizia con
se medesimo, né con le cose sue". Ma talora l'uomo s'adira con se
stesso, come fa il penitente per i suoi peccati; infatti sta scritto nei
Salmi: "Sdegnatevi, ma non peccate". Dunque l'ira non si rivolge
soltanto contro chi ha con noi rapporti di giustizia.
3. Si può avere rapporti di giustizia e
di ingiustizia con tutto un
genere, o con una comunità intera: nel caso, p. es., che lo stato
danneggi qualcuno. Invece l'ira non riguarda mai un genere,
ma soltanto "qualche singolare", come si esprime il Filosofo nella Retorica.
Dunque l'ira non infierisce contro coloro che sono legati a noi
da rapporti di giustizia e di ingiustizia.
IN CONTRARIO:
Sta l'insegnamento del Filosofo.
RISPONDO: Abbiamo già detto che
l'ira vuole il male sotto l'aspetto
di giusta vendetta. Perciò l'ira si rivolge contro coloro ai quali ci
legano rapporti di giustizia e di ingiustizia. Infatti vendicare è proprio
della giustizia; mentre offendere è proprio dell'ingiustizia.
Quindi sia da parte della causa, cioè dell'offesa, sia da parte della
vendetta che l'adirato desidera, è evidente che l'ira si rivolge
contro chi ha con lui rapporti di giustizia e di ingiustizia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già detto, pur implicando
la ragione, l'ira può trovarsi anche negli animali privi di ragione,
perché essi dall'istinto naturale, e mediante l'immaginativa,
sono portati a compiere cose che somigliano agli atti della ragione.
Perciò, siccome nell'uomo c'è insieme la ragione e l'immaginativa,
i moti dell'ira possono insorgere in lui in due modi.
Primo, dalla presentazione del danno da parte della sola immaginativa.
E così può insorgere qualche scatto d'ira anche verso gli esseri
irragionevoli e inanimati, simile ai moti istintivi degli animali
contro le cose nocive. - Secondo, dalla presentazione del danno
da parte della ragione. E così, come dice il Filosofo, "in nessun modo
l'ira può rivolgersi contro le cose inanimate, né contro i morti".
E questo, sia perché manca la sofferenza, che chi è adirato soprattutto
tenta di infliggere a chi ha causato la sua collera. Sia perché contro
di loro non ci può essere vendetta, essendo incapaci di offendere.
2. Come osserva il Filosofo,
"esiste una certa giustizia o ingiustizia
metaforica dell'uomo verso se stesso", in quanto alla ragione spetta
il dominio sull'irascibile e sul concupiscibile. E in questo
senso si può dire che uno si vendica, o si adira con se stesso.
Ma propriamente parlando nessuno può adirarsi con se stesso.
3. Nel libro citato il Filosofo porta
questa sola differenza tra
l'odio e l'ira, che "l'odio può riguardare tutto un genere: si odia,
p. es., tutto il genere dei briganti; mentre l'ira si rivolge solo contro
il singolo". Il motivo sta nel fatto, che l'odio è prodotto dal considerare
la qualità di una data cosa come contraria alla nostra disposizione:
e questa considerazione può essere universale, o particolare.
Invece l'ira è prodotta dall'offesa compiuta da qualcuno col proprio atto.
Ora, gli atti sono tutti individuali. Perciò l'ira si rivolge sempre al
singolare concreto. - Se poi è tutto uno stato che ci offende,
allora lo stato intero è considerato come un ente singolo.
ARTICOLO 8
Se siano ben determinate le specie dell'ira
SEMBRA che il Damasceno non abbia determinato convenientemente
tre specie d'ira, cioè la bile, la mania e il furore. Infatti:
1. Le specie non suddividono mai un genere in base a un accidente.
Ora, queste tre cose si distinguono in base a un accidente:
infatti "l'inizio del moto dell'ira si chiama bile; l'ira che perdura
si dice mania; il furore poi è l'ira che prende tempo per vendicarsi".
Dunque non sono specie diverse dell'ira.
2. Scrive Cicerone, che
"l'escandescenza in greco si
dice θυμωσις; ed è un'ira
che presto nasce e presto si smorza". Invece secondo il Damasceno
la θυμωσις s'identifica col furore.
Quindi non è vero che il furore prende tempo per vendicarsi, ma col tempo si smorza.
3. S. Gregorio stabilisce tre gradi nell'ira, e cioè
"l'ira senza voce", "l'ira
con voce", e "l'ira con parole espresse"; e ciò in base all'ammonimento
del Signore: "Chiunque si adira con il suo fratello",
dove egli riscontra "l'ira senza voce". Nelle parole: "Chi dirà al suo fratello,
Raca",
trova un accenno all'"ira con voce, ma senza vere parole espresse".
Nell'espressione poi: "Chi gli dirà, Stolto", trova che "la voce prende
forma e perfezione di parola". Perciò la divisione del Damasceno è insufficiente,
poiché non tiene conto della voce.
IN CONTRARIO: Bastano i testi del Damasceno e di S. Gregorio Nisseno (ovvero di Nemesio).
RISPONDO: Le tre specie dell'ira, determinate dal Damasceno e dal
Nisseno (ossia, da Nemesio), sono desunte dagli elementi che danno
all'ira il suo vigore. Ora questo può dipendere da tre cose.
Primo, dalla facilità del suo moto: ed ecco l'ira che si denoinina bile,
per la facilità con cui si accende. Secondo, dalla tristezza, che causa
un'ira perdurante nella memoria: ed ecco la mania, termine desunto
da manere (rimanere). Terzo, da ciò che l'adirato desidera,
cioè dalla vendetta: ed ecco il furore, il quale non si acquieta finché
non punisce. Perciò il Filosofo, parlando degli adirati, alcuni li chiama acuti,
perché pronti all'ira; altri amari, perché la ritengono a lungo;
e altri difficili, perché non si acquietano finché non si son vendicati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le cose da cui l'ira riceve un perfezionamento
non sono del tutto accidentali per essa. Perciò niente impedisce
che le specie dell'ira siano desunte da esse.
2. L'escandescenza, di cui parla Cicerone, sembra appartenere più alla prima specie
dell'ira, desunta dalla facilità dell'ira medesima, che al furore. Però niente impedisce
che il greco θυμωσις implichi
e la facilità dell'adirarsi, e la fermezza nel proposito di vendicarsi.
3. I tre gradi ricordati sono distinti tra loro in base agli effetti dell'ira:
ma non in base alla diversa perfezione del moto stesso della passione.
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