Il Santo Rosario
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Questione 42

L'oggetto del timore

Passiamo a considerare l'oggetto del timore.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se oggetto del timore sia il bene o il male; 2. Se il male fisico sia oggetto del timore; 3. Se il timore abbia per oggetto il male colpa; 4. Se si possa temere lo stesso timore; 5. Se si temano di più i mali improvvisi; 6. Se siano più temuti i mali irrimediabili.

ARTICOLO 1

Se oggetto del timore sia il bene o il male

SEMBRA che il bene sia oggetto del timore. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che "niente altro noi temiamo che di perdere o di non raggiungere ciò che amiamo". Ora, ciò che amiamo è un bene. Dunque il timore ha come suo oggetto proprio il bene.
2. Il Filosofo afferma, che "è da temere il dominio e la dipendenza nell'essere da altri". Ma codesto è un bene. Quindi il bene è oggetto del timore.
3. In Dio non può esserci il male. Ora, ci è comandato di temere Dio: "temete Dio, o voi tutti suoi fedeli". Dunque il timore ha per oggetto il bene.

IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna, che il timore ha per oggetto il male futuro.

RISPONDO: Il timore è un moto delle facoltà appetitive. E, secondo Aristotele, a codeste facoltà si deve la propensione e la fuga. Ora, la propensione è per il bene, e la fuga per il male. Perciò qualsiasi moto appetitivo che implichi propensione, ha per oggetto il bene; e qualsiasi moto implichi fuga, ha per oggetto il male. E poiché il timore implica fuga, di suo e in primo luogo esso ha come suo oggetto il male.
Tuttavia può aver di mira anche il bene, in quanto questo ha rapporto col male. E ciò può avvenire in due maniere. Primo, in quanto il male priva di un bene. Anzi il male si concepisce proprio come privazione di bene. Perciò quando si fugge il male perché male, si fugge perché priva di un bene, che l'amore ci fa perseguire. - E in questo senso S. Agostino dice non esserci altro motivo per temere, che la perdita del bene amato.
Secondo, il bene rispetto al male può avere un rapporto di causa: infatti un bene con la sua virtù può arrecare un danno a ciò che amiamo. Perciò, come la speranza, secondo le spiegazioni date, ha di mira due cose, cioè il bene cui tende, e colui mediante il quale spera di raggiungerlo; così il timore ha di mira e il male che intende fuggire, e il bene che con la sua virtù può infliggere un male. - È così che Dio è temuto dagli uomini, perché può infliggere una pena, o spirituale, o corporale. - Ed è così che è temuto il potere di un uomo, specialmente quando è stato osteggiato, o quando è ingiusto: poiché allora è disposto a colpire. Si teme pure "la dipendenza da altri nell'essere" cioè il doversi appoggiare a un altro, perché è in suo potere arrecarci un danno: così viene temuto il testimone di un delitto, per paura che lo riveli.
Sono così risolte anche le difficoltà.

ARTICOLO 2

Se il male fisico sia oggetto di timore

SEMBRA che il timore non abbia per oggetto il male fisico. Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che "il timore dispone al consiglio", o deliberazione. Ma egli dice pure che noi non deliberiamo su ciò che avviene per natura. Dunque il timore non ha per oggetto il male naturale, o fisico.
2. Le calamità naturali, la morte, p. es., incombono sempre sull'uomo. Se, dunque, il timore avesse per oggetto codesti mali, bisognerebbe che l'uomo fosse sempre nel timore.
3. La natura non muove verso cose contrarie. Ora, il male fisico deriva dalla natura. Dunque non deriva dalla natura che uno, col timore, fugga codesto male. Perciò il timore naturale, al quale dovrebbe appartenere, non può avere per oggetto il male fisico.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "tra tutti i mali il più terribile è la morte", che è un male fisico.

RISPONDO: Aristotele insegna, che il timore proviene "dall'immaginazione di un male futuro che corrompe e rattrista". Ora, come il male che rattrista è in contrasto con la volontà; così quello che corrompe è in contrasto con la natura. E questo è il male fisico. Quindi può esserci il timore del male fisico, o naturale.
Si deve però considerare che il male fisico qualche volta deriva da cause naturali: e allora si chiama male naturale non solo perché priva di un bene naturale, ma anche perché effetto della natura; così è della morte naturale, e delle altre calamità del genere. Altre volte, invece, il male fisico proviene da cause non naturali: p. es., la morte violenta inflitta da un persecutore. E in tutti e due i casi il male fisico può essere temuto e non temuto. Infatti, derivando il timore, a dire del Filosofo, "dall'immaginazione di un male futuro", ciò che toglie l'immaginazione del futuro, toglie anche il timore. E questo può avvenire in due maniere. Primo, dal fatto che codesto male è remoto e lontano: e quindi, per la lontananza, immaginiamo che non debba mai capitare. Per questo non lo temiamo che poco o niente. È quanto dice il Filosofo, quando scrive che "le cose molto lontane non si temono: infatti tutti sanno di dover morire; ma perché la cosa non è imminente, non se ne curano". - Secondo, un male futuro cessa di essere considerato come tale per la sua ineluttabilità, che lo fa considerare come presente. In proposito il Filosofo fa osservare, che "coloro i quali sono per esser decapitati non temono", vedendo che la morte per essi è ineluttabile; "invece perché uno tema, bisogna che ci sia qualche speranza di salvezza".
Perciò il male naturale non è temuto, in quanto non è considerato come futuro. Se invece codesto male atto a distruggere è considerato come imminente, ma con qualche speranza di salvezza, allora è temuto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I mali fisici, come abbiamo visto, talora non provengono dalla natura. E anche in quanto provengono da essa, sebbene non si possano evitare del tutto, si possono però differire. E in forza di tale speranza, ci può essere una deliberazione per evitarli.
2. Sebbene il male fisico sovrasti sempre, tuttavia non sempre è imminente. Perciò non sempre è temuto.
3. La morte e le altre calamità naturali derivano dalla natura nella sua universalità; ma ad esse si oppone come può la natura particolare. Perciò dalla tendenza delle nature particolari derivano per codesti mali il dolore e la tristezza quando sono presenti, e il timore quando sovrastano nel futuro.

ARTICOLO 3

Se il timore abbia per oggetto il male colpa

SEMBRA che si possa avere il timore del male colpa. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che "per il timore casto l'uomo teme sempre di essere separato da Dio". Ma da Dio non ci separa che la colpa; come si legge in Isaia: "Le vostre iniquità hanno messo la divisione tra voi e il vostro Dio". Dunque il timore può avere per oggetto la colpa.
2. Cicerone ha scritto, che "noi temiamo di quelle cose future, che ci rattristano quando sono presenti". Ora, uno può dolersi e rattristarsi del male colpa. Dunque può anche temerlo.
3. La speranza si contrappone al timore. Ma la speranza può rivolgersi al bene della virtù, come Aristotele dimostra. E l'Apostolo scriveva ai Galati: "Io per voi ho fiducia nel Signore, che non sentirete diversamente". Dunque il timore può avere per oggetto il male della colpa.
4. La vergogna, come si è detto, è una specie del timore. Ma la vergogna ha per oggetto una cattiva azione, che è male colpa. Dunque anche il timore.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "non si temono tutti i mali: nessuno teme, p. es., di essere ingiusto, o stupido".

RISPONDO: Abbiamo già detto, che come oggetto della speranza è il bene futuro, arduo e raggiungibile; così è oggetto del timore il male futuro, arduo e difficile ad evitarsi. Da ciò risulta che non può considerarsi temibile quanto ricade completamente in nostro potere e sottostà al nostro volere: ma è temibile solo ciò che dipende da una causa esterna. Ora, il male colpa ha come causa propria la volontà umana. Perciò non si presenta come oggetto di timore.
Siccome, però, la volontà umana può essere inclinata a peccare da qualche causa esterna; se codesta causa ha una grande efficacia, ci potrà essere un timore della colpa, in quanto questa dipende da una causa esterna: ciò avviene, p. es., nel caso di colui che teme di trattenersi in compagnia di malvagi, per paura di essere indotto a peccare. Ma, propriamente parlando, in tale disposizione un uomo teme di più la seduzione che la colpa in se stessa, cioè in quanto è volontaria: infatti essa da codesto lato non è temibile.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La separazione da Dio è una pena che segue il peccato: e la pena dipende sempre in qualche modo da una causa esterna.
2. La tristezza e il timore in un punto convengono, cioè nell'avere per oggetto il male, e in due differiscono. Primo, perché la tristezza riguarda il male presente, invece il timore riguarda il male futuro. Secondo, perché la tristezza, appartenendo al concupiscibile, riguarda il male in genere, e quindi può esserci tristezza per qualsiasi male, sia piccolo che grande. Invece il timore, appartenendo all'irascibile, riguarda il male specificato dall'arduità o difficoltà: la quale scompare, se una cosa è sottoposta al nostro volere. Perciò non è vero che temiamo tutte le cose future che ci rattristano quando sono presenti, ma alcune soltanto, cioè quelle ardue.
3. La speranza ha per oggetto il bene che uno può raggiungere. Ora, uno può raggiungere il bene, o da se stesso, o per mezzo di altri: e quindi la speranza può riguardare anche l'atto virtuoso che è in nostro potere. Ma il timore ha per oggetto il male che non è in nostro potere: e quindi il male che si teme dipende da una cosa estrinseca. Invece il bene che si spera può dipendere e da una cosa intrinseca, e da una cosa estrinseca.
4. Come abbiamo già notato, la vergogna non è il timore dello stesso atto peccaminoso, ma dell'infamia che ne deriva: e questa ha una causa estrinseca.

ARTICOLO 4

Se si possa temere lo stesso timore

SEMBRA che il timore stesso non si possa temere. Infatti:
1. Tutto ciò che si teme, temendo si custodisce per non perderlo: così chi teme di perdere la salute, temendo la custodisce. Se dunque uno temesse il timore, col temere custodirebbe se stesso dal timore. Ma questo non è ammissibile.
2. Il timore è una specie di fuga. Ma niente fugge se stesso. Dunque il timore non teme il timore.
3. Il timore ha per oggetto il futuro. Ma chi teme ha già il timore. Dunque il timore non può temere il timore.

IN CONTRARIO: Un uomo può amare l'amore, e dolersi del dolore. Dunque, per lo stesso motivo, può temere il timore.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, è temibile soltanto quello che proviene da una causa esterna; non quello che proviene dalla nostra volontà. Ora, il timore in parte proviene da una causa esterna, poiché è una passione derivante dall'immaginazione di un male imminente. E da questo lato uno può temere il timore: temere cioè che gli sovrasti la necessità di temere, per lo scatenarsi di un male potente. - Ma in parte il timore sottostà al nostro volere, poiché l'appetito inferiore è sottoposto alla ragione: cosicché possiamo allontanare il timore. E da questo lato non è possibile temere il timore, come afferma S. Agostino. Ma poiché qualcuno potrebbe usare i suoi argomenti per dimostrare che il timore non è temuto in nessuna maniera, bisogna dar loro una risposta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I timori non sono tutti un identico timore: ma sono diversi secondo i diversi oggetti. Perciò niente impedisce che mediante un timore uno preservi se stesso da un altro timore, e così con quel timore custodisca se stesso dal timore.
2. Il timore col quale si teme un male imminente è diverso dal timore col quale si teme lo stesso timore del male imminente; perciò non ne segue che uno temendo fugga se stesso, o che una stessa cosa sia la fuga di se stessa.
3. Per la ricordata diversità dei vari timori, un uomo può temere, col suo timore presente, un timore futuro.

ARTICOLO 5

Se i mali improvvisi siano più temuti

SEMBRA che i mali insoliti e improvvisi non siano più terribili. Infatti:
1. Il timore sta al male, come la speranza sta al bene. Ora, nel bene l'esperienza accresce la speranza. Dunque nel male essa accresce il timore.
2. Il Filosofo afferma, che sono temuti di più, "non coloro che sono dotati d'ira violenta improvvisa, ma i calmi e gli astuti". Ora, è noto che i dotati d'ira violenta hanno dei moti improvvisi. Perciò le cose improvvise sono meno oggetto di timore.
3. Le cose improvvise si possono pensare di meno. Ma certe cose quanto più si pensano, tanto più si temono: difatti il Filosofo fa notare, che "alcuni sembrano coraggiosi per la loro incoscienza, ma appena si accorgono che una cosa è diversa da quello che immaginavano, si danno alla fuga". Dunque le cose improvvise sono meno temute.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Il timore paventa i casi insoliti e repentini che minacciano le cose dilette, e si preoccupa della sicurezza".

RISPONDO: Abbiamo già visto che oggetto del timore è il male imminente, che è difficile impedire. E questa difficoltà nasce da due cose: dalla gravità del male, e dalla debolezza di chi teme. Ora, ciò che è insolito e improvviso contribuisce, sia all'una che all'altra cosa. Primo, contribuisce a far apparire più grande il male che sovrasta. Infatti tutte le cose materiali, sia buone che cattive, più si pensano e più appaiono minori. Perciò, come la lunga durata mitiga il dolore di un male presente, secondo l'osservazione di Cicerone; così il prevedere diminuisce il timore di un male futuro. - Secondo, ciò che è insolito e improvviso contribuisce ad accrescere la debolezza di chi teme: poiché un male che capita all'improvviso toglie i rimedi che uno potrebbe predisporre, per impedire il male che sta per succedere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oggetto della speranza è il bene che uno può raggiungere. Perciò quanto serve ad accrescere il nostro potere, è fatto per accrescere la speranza; ma per lo stesso motivo è fatto per diminuire il timore, poiché il timore ha per oggetto il male che è difficile impedire. Quindi dal momento che l'esperienza rende l'uomo più forte nell'operare, come accresce la speranza, così diminuisce il timore.
2. Coloro che hanno l'ira violenta non la nascondono: perciò le offese che essi infliggono non sono così improvvise da non potersi prevedere. Invece gli uomini calmi e astuti nascondono l'ira: perciò l'offesa che essi preparano non si può prevedere, e capita all'improvviso. Ecco perché il Filosofo afferma che costoro sono più temuti.
3. Di suo i beni e i mali di ordine materiale in principio appaiono più grandi. E la ragione sta nel fatto che ogni cosa prende risalto vicina al suo contrario. Perciò, quando uno dalla povertà passa improvvisamente alla ricchezza, stima di più quest'ultima, per la povertà precedente: e al contrario i ricchi improvvisamente caduti in miseria, aborriscono maggiormente la povertà. Per questo si teme di più un male improvviso, perché appare di più come un male. - Ma può capitare che resti nascosta la gravità di un male: quando, p. es., il nemico si nasconde a tradimento. Allora è vero che una diligente considerazione rende un male più temibile.

ARTICOLO 6

Se i mali irrimediabili siano più temuti

SEMBRA che i mali irrimediabili non siano più temibili. Infatti:
1. Per il timore si richiede che rimanga qualche speranza di salvezza, come sopra abbiamo detto. Ma nei mali irrimediabili non rimane nessuna speranza di salvezza. Dunque codesti mali non sono affatto oggetto di timore.
2. Al male della morte non c'è rimedio: infatti per natura non ci può essere un ritorno dalla morte alla vita. E tuttavia la morte, come scrive il Filosofo, non è la cosa più temuta. Perciò non è vero che sono più temuti i mali irrimediabili.
3. Il Filosofo insegna, che "un bene più duraturo non è un bene superiore a quello di un giorno: né quello che dura in perpetuo è superiore a quello che non dura". Lo stesso ragionamento vale anche per il male. Ora, i mali irrimediabili non differiscono dagli altri mali che per la durata, o per la loro perpetuità. Dunque per questo non sono peggiori, o più temibili.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "tra tutte le cose temibili le più tremende sono quelle che è impossibile correggere dopo averle sbagliate; o quelle che non hanno rimedio; o l'hanno difficilmente".

RISPONDO: Oggetto del timore è il male; perciò quanto serve ad accrescere il male contribuisce ad accrescere il timore. Ora, il male viene accresciuto non solo secondo la sua specie, ma anche secondo le circostanze, come sopra abbiamo spiegato. E tra le altre circostanze la durata e la perpetuità sono quelle che più contribuiscono ad accrescerlo. Infatti le cose poste nel tempo in qualche modo sono misurate dalla durata del tempo: cosicché, se patire per un dato tempo è un male, patire la stessa cosa per il doppio di tempo si considera come un male doppio. E quindi patire la stessa pena per un tempo infinito, cioè patirla per sempre, in qualche modo equivale ad accrescerla all'infinito. Ora, i mali che una volta capitati sono irrimediabili, o quasi, si considerano come perpetui, o duraturi. Perciò diventano massimamente temibili.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La rimediabilità di un male può essere di due tipi. Il primo consiste nella possibilità d'impedire il male futuro, perché non avvenga. E tolta tale possibilità è eliminata la speranza, e per conseguenza il timore. Ma per il momento non è questo che vogliamo escludere. - Il secondo rimedio consiste nella possibilità di rimediare al male una volta capitato. Ed ora parliamo di codesta rimediabilità.
2. Sebbene la morte sia un male irrimediabile; tuttavia, non essendo imminente, non si teme, come abbiamo già notato.
3. In quel testo il Filosofo parla del bene in se stesso, che è un bene in forza della sua specie. In quel senso una cosa non diventa più buona per la sua durata o per la sua perpetuità, ma per la natura del bene.