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Questione
41
Il
timore in se stesso
Veniamo ora a trattare del timore e dell'audacia.
Intorno al timore dobbiamo considerare quattro cose: primo, il
timore in se stesso; secondo, il suo oggetto; terzo, le sue cause;
quarto, i suoi effetti.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se il timore
sia una passione dell'anima; 2. Se sia una passione speciale; 3. Se
esista un timore naturale; 4. Le varie specie di timore.
ARTICOLO 1
Se il timore sia
una passione dell'anima
SEMBRA che il timore non sia una passione dell'anima. Infatti:
1. Il Damasceno scrive, che
"il timore è una virtù caratterizzata
dalla sistole", cioè dalla contrazione (del cuore), "e desiderosa di
essere". Ora, nessuna virtù è una passione, come Aristotele dimostra.
Dunque il timore non è una passione.
2. Ogni passione è un effetto dovuto alla presenza di una causa agente.
Ma il timore, come insegna il Damasceno, non è di una cosa presente,
bensì futura. Dunque non è una passione.
3. Ogni passione dell'anima è un moto dell'appetito sensitivo, derivato
dalla conoscenza dei sensi. Ora, i sensi non conoscono il futuro,
ma il presente. Perciò il timore, avendo per oggetto il male futuro,
non è una passione dell'anima.
IN CONTRARIO: S. Agostino enumera il timore tra le altre passioni dell'anima.
RISPONDO: Tra tutti i moti dell'anima, dopo la tristezza il timore
è quello che più merita il nome di passione. Infatti, come sopra
abbiamo spiegato, per la nozione di passione si richiede: primo,
che si tratti del moto di una potenza passiva, l'oggetto della quale
si comporti con essa come principio attivo di moto: questo perché
la passione è effetto di un agente. E da questo lato anche la sensazione
e l'intellezione si dicono passioni. Secondo, con maggiore proprietà
si chiama passione il moto delle facolta appetitive; e ancora
più propriamente il moto di una facoltà appetitiva organica, che
è accompagnato da qualche alterazione fisiologica. E in modo rigorosissimo
si dicono passioni quei moti che implicano una certa menomazione.
Ora, è evidente che il timore, avendo per oggetto il male, appartiene
alle facoltà appetitive, che hanno di mira il bene e il male.
E appartiene all'appetito sensitivo: poiché è accompagnato da un'alterazione, cioè dalla contrazione (del cuore), come dice il Damasceno.
Implica inoltre una relazione col male, in quanto il male ha
un certo predominio sul bene. Perciò al timore va attribuito nel
senso più rigoroso il concetto di passione. - Però dopo la tristezza,
che ha per oggetto un male presente: infatti il timore ha per oggetto
un male futuro, che non influisce come quello presente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine virtù sta a indicare un
principio operativo: perciò si dicono virtù i moti interiori delle potenze
appetitive, in quanto sono principi degli atti esterni.
Invece qui il Filosofo intende negare che una passione possa essere una
virtù come abito.
2. Come la passione di un corpo fisico deriva dalla presenza materiale
dell'agente, così la passione psicologica deriva dalla presenza
psicologica dell'agente, prescindendo dalla presenza materiale e
reale: poiché anche un male, che nella realtà è futuro, è già presente
nella conoscenza dell'anima.
3. Il senso non conosce il futuro: ma da ciò che conosce come
presente, l'animale è mosso per istinto di natura a sperare un bene,
o a temere un male futuro.
ARTICOLO 2
Se il timore sia una passione speciale
SEMBRA che il timore non sia una passione speciale. Infatti:
1. S. Agostino afferma, che
"chi non si lascia scoraggiare dalla
paura non è debellato dalla cupidigia, né estenuato dall'infermità,
cioè dalla tristezza, né agitato dalla gioia vana". Da ciò si dimostra
che, eliminando il timore, si eliminano tutte le altre passioni.
Dunque il timore non è una passione speciale, ma generale.
2. Il Filosofo insegna, che
"la propensione e la fuga stanno all'appetito,
come l'affermazione e la negazione stanno all'intelletto".
Ora, la negazione e l'affermazione non sono niente di speciale nell'intelletto,
ma tipi di enunziati comuni a molte cose.
Dunque è comune anche la fuga nell'appetito. Ma il timore non è altro che
una fuga del male. Quindi il timore non è una passione speciale.
3. Se il timore fosse una passione speciale, sarebbe esclusivamente
nell'irascibile. Invece il timore è anche nel concupiscibile. Infatti il
Filosofo insegna, che "il timore è una certa tristezza"; e il Damasceno scrive,
che "il timore è una virtù desiderativa". Ora, la tristezza
e il desiderio sono nel concupiscibile, come abbiamo detto.
Dunque il timore non è una passione speciale, dal momento che appartiene
a facoltà distinte.
IN CONTRARIO: Il timore è una suddivisione delle passioni dell'anima,
come dice espressamente il Damasceno.
RISPONDO: Le passioni dell'anima ricevono la specie dal loro oggetto.
Perciò è speciale quella passione che ha uno speciale oggetto.
Ora, il timore ha un oggetto speciale, come la speranza.
Infatti come il bene futuro, arduo e raggiungibile è oggetto della speranza;
così il male futuro, scabroso e irresistibile è oggetto del timore.
Dunque il timore è una speciale passione dell'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le passioni derivano da un principio,
cioè dall'amore, nel quale sono reciprocamente connesse.
E in forza di codesta connessione, se si elimina il timore, si eliminano
tutte le altre passioni dell'anima: non già che il timore sia una passione generale.
2. Non qualsiasi fuga dell'appetito, ma la fuga da uno speciale
oggetto costituisce il timore, come abbiamo spiegato. Perciò, sebbene
la fuga sia qualche cosa di generico, il timore è una passione speciale.
3. Il timore in nessun modo è nel concupiscibile: infatti non ha
per oggetto un male ordinario, bensì il male scabroso o arduo, difficilmente
sopportabile. Ma al timore vengono attribuite certe proprietà
del concupiscibile, perché le passioni dell'irascibile nascono
e terminano nelle passioni del concupiscibile. Infatti si dice che il
timore è tristezza, in quanto l'oggetto del timore, se fosse presente,
darebbe tristezza: perciò nel medesimo testo il Filosofo afferma,
che il timore nasce "dall'immaginazione di un male futuro che
corrompe e rattrista". Così il Damasceno attribuisce il desiderio al
timore, perché come la speranza nasce dal desiderio di un bene,
così il timore nasce dalla fuga di un male; ma a sua volta la fuga
del male nasce dal desiderio di un bene, come abbiamo già spiegato.
ARTICOLO 3
Se esista un timore naturale
SEMBRA che esista un timore naturale. Infatti:
1. Il Damasceno afferma, che
"esiste un timore naturale, non volendo
l'anima separarsi dal corpo".
2. Il timore, come abbiamo detto, nasce dall'amore. Ora, a dire
di Dionigi, esiste un amore naturale. Perciò esiste anche un timore naturale.
3. Il timore si oppone alla speranza, come abbiamo visto. Ora,
esiste una speranza naturale; come è evidente in ciò che S. Paolo
dice a proposito di Abramo, il quale "credette contro la speranza" di natura,
"nella speranza" della grazia. Dunque esiste anche un timore naturale.
IN CONTRARIO: Le proprietà naturali si riscontrano, sia negli esseri
animati che in quelli inanimati. Ma il timore non si trova negli
esseri inanimati. Dunque non esiste il timore naturale.
RISPONDO: Si dice che un moto è naturale, perché verso di esso
inclina la natura. Ma questo può avvenire in due maniere. Primo,
nel senso che la natura ne è la causa totale, senza l'intervento di
una facoltà conoscitiva: sono moti naturali in codesto senso il moto
del fuoco verso l'alto, e la crescita degli animali e delle piante. - Secondo,
si dice che un moto è naturale nel senso che la natura
inclina verso di esso, sebbene venga compiuto solo mediante la conoscenza:
sopra infatti abbiamo detto che i moti delle facoltà conoscitive
e appetitive si riportano alla natura come a loro primo principio.
In questo senso anche gli atti delle facoltà conoscitive,
quali l'intellezione, la sensazione e il ricordo, nonché i moti
dell'appetito animale, talora sono detti naturali.
E in questo senso anche il timore può essere naturale.
E si distingue dal timore non naturale, in base a una diversità di oggetti.
Infatti, come dice il Filosofo, c'è un timore che ha per oggetto "il male
atto a distruggere", e la natura lo fugge per il naturale desiderio
di esistere: e codesto timore si dice naturale. C'è poi un
timore che ha per oggetto "un male atto a contristare", il quale
non si contrappone alla natura, ma al desiderio dell'appetito: e
questo timore non è naturale. Del resto sopra abbiamo distinto anche l'amore,
la concupiscenza e il piacere, in naturali e non naturali.
Stando invece alla prima accezione del termine naturale, si sappia
che certe passioni dell'anima, come l'amore, il desiderio e la
speranza, possono essere denominate naturali, a differenza delle
altre. Questo perché l'amore e l'odio, il desiderio e la fuga implicano
una certa inclinazione a perseguire il bene, o a fuggire il male;
e codesta inclinazione si riscontra anche nell'appetito naturale.
Perciò esiste un amore naturale, o fisico: e così negli esseri naturali
privi di conoscenza si può parlare in qualche modo di desiderio
e di speranza. - Invece le altre passioni dell'anima implicano
dei moti, per i quali è del tutto inadeguata l'inclinazione naturale.
O perché la natura di codeste passioni implica una sensazione o conoscenza,
come si è visto per il godimento e per il dolore;
cosicché gli esseri privi di cognizione non possono né godere né soffrire.
O perché codesti moti sono contrari alla tendenza delle
inclinazioni naturali: infatti la disperazione distoglie da un bene
per qualche difficoltà, e il timore rifugge dall'impugnare il male
contrario; mentre l'inclinazione naturale spingerebbe in quella direzione.
Perciò codeste passioni in nessun modo vengono attribuite agli esseri inanimati.
E così anche le difficoltà sono risolte.
ARTICOLO 4
Se siano bene enumerate le specie del timore
SEMBRA che il Damasceno non abbia enumerato convenientemente
sei specie di timore, e cioè: "pigrizia, pudore, vergogna, meraviglia,
stupore, agonia". Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che
"il timore ha per oggetto un male che rattrista".
Dunque le specie del timore devono corrispondere a quelle della tristezza.
Ora, le specie della tristezza, come abbiamo visto, sono quattro.
Perciò devono essere quattro soltanto le specie corrispondenti del timore.
2. Quello che si riduce al nostro atto, è in nostro potere.
Invece il timore ha per oggetto il male che supera, come abbiamo detto,
il nostro potere. Dunque la pigrizia, il pudore e la vergogna, che riguardano
le nostre operazioni, non sono da considerarsi come specie del timore.
3. Si è detto che il timore ha per oggetto il futuro. Ora,
"la vergogna è di un
atto turpe già commesso", come scrive S. Gregorio Nisseno (ovvero Nemesio).
Dunque la vergogna non è una specie del timore.
4. Non si ha timore che del male. Ora, la meraviglia e lo stupore hanno per oggetto
il grandioso e lo straordinario, buono o cattivo che sia.
Dunque meraviglia e stupore non sono specie del timore.
5. I Filosofi sono mossi a cercare la verità
dalla meraviglia, come
nota Aristotele. Ma il timore non spinge a cercare, bensì a fuggire.
Dunque la meraviglia non è una specie del timore.
IN CONTRARIO: Bastano i testi del Damasceno e di S. Gregorio Nisseno (ossia di Nemesio).
RISPONDO: Come abbiamo visto, il timore ha per oggetto il male futuro,
che supera le forze di chi teme, così da non poter resistere.
Ora, il bene e il male di un uomo si può trovare, o nelle sue operazioni,
o nelle cose esterne. Ebbene, nelle operazioni dell'uomo
stesso si possono temere due specie di mali. Primo il lavoro che
affatica la natura. E allora si produce la pigrizia: cioè quando uno
si rifiuta di lavorare, per timore di una fatica eccessiva. - Secondo,
l'infamia che compromette la reputazione. E allora, se si teme l'infamia
per un atto da compiere, si ha il pudore; se invece si teme per un atto
già commesso, si ha la vergogna.
Il male, poi, che si riscontra nelle cose esterne, può eccedere per
tre motivi la capacità di un uomo a resistere. Primo, a motivo
della sua grandezza cioè nel caso in cui uno considera un male così
grande, da non poterne vedere la fine. E allora abbiamo la meraviglia. - Secondo,
a motivo del suo carattere insolito: cioè nel caso che venga offerto
alla nostra considerazione un male inconsueto, e quindi grande, a nostro modo di vedere.
In questo caso abbiamo lo stupore, che è prodotto da una percezione insolita. - Terzo,
a motivo del suo carattere improvviso: cioè perché non è possibile prevederlo;
così si temono le future disgrazie. E codesto timore è detto agonia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le specie della tristezza indicate
non sono desunte dalla diversità degli oggetti, ma da quella degli
effetti, e da particolari punti di vista. Perciò non è necessario che
esse corrispondano alle specie del timore, che sono desunte dalla
divisione propria dell'oggetto del timore medesimo.
2. L'operazione è in potere di chi la compie, in quanto costui già
la esegue. Ma in essa può esserci qualche cosa che supera la facoltà
di chi dovrebbe compierla, e fa sì che egli si rifiuti di agire.
E sotto tale aspetto, pigrizia, pudore e vergogna sono elencati tra
le specie del timore.
3. Da un atto commesso si può temere un rimprovero o un'infamia nel futuro.
Ecco perché la vergogna è una specie di timore.
4. Non qualsiasi meraviglia e stupore sono tra le specie del timore;
ma la meraviglia di un male tremendo, e lo stupore di un male insolito. - Oppure
possiamo rispondere che, come la pigrizia tende a scansare la fatica
di un'operazione esterna, così la meraviglia e lo stupore tendono a scansare
la difficoltà di investigare una cosa grande e straordinaria, buona o cattiva
che sia: cosicché la meraviglia e lo stupore stanno all'attività intellettiva,
come la pigrizia sta all'atto esterno.
5. Chi è meravigliato rifugge al presente dal dare un giudizio di
quanto lo meraviglia, temendo di sbagliare, ma in seguito ricerca.
Invece chi è stupefatto teme di giudicare al presente e di ricercare
in futuro. Perciò la meraviglia è il principio della ricerca scientifica: mentre
lo stupore ne è un ostacolo.
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