|
Questione 4
Requisiti della beatitudine
Ed eccoci alla ricerca dei requisiti per la beatitudine o
felicità.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se il godimento sia un
requisito della beatitudine; 2. Se per la beatitudine sia più importante il godimento o la visione; 3. Se si richieda la comprensione;
4. Se sia richiesta la rettitudine della volontà; 5. Se la beatitudine
dell'uomo richieda anche il corpo; 6. Se esiga il benessere del corpo;
7. Se siano richiesti dei beni esteriori; 8. Se sia necessaria la compagnia degli amici.
ARTICOLO
1
Se il godimento sia un requisito della beatitudine
SEMBRA che il godimento non sia un requisito della beatitudine.
Infatti:
1. S. Agostino insegna che
"la visione è tutta la mercede della fede". Ora, come Aristotele dimostra, la
felicità è il premio, o mercede, della virtù. Dunque per la
felicità non si richiede altro che la
visione.
2. La
felicità è "un bene per se stesso
sufficientissimo", come si
esprime il Filosofo. Ora, ciò che ha bisogno di qualche cosa, di suo
non è sufficiente. E poiché l'essenza della beatitudine consiste nella
visione di Dio, come si è visto; è evidente che per la beatitudine non
si richiede il godimento.
3. È necessario, come dice Aristotele, che
"l'operazione della felicità", o beatitudine,
"non sia ostacolata". Ora il godimento
ostacola l'azione dell'intelletto; poiché "guasta il giudizio della
prudenza". Dunque il godimento non è richiesto per la beatitudine.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna che la beatitudine è
"il godimento della verità".
RISPONDO: Una cosa può essere richiesta per un'altra in quattro
modi. Primo, quale suo presupposto o prerequisito: come lo studio
per la scienza. Secondo, quale elemento perfettivo: come l'anima,
p. es., è richiesta per la vita del corpo. Terzo, quale aiuto estrinseco: p. es., sono richiesti dei compagni per compiere un'impresa.
Quarto, quale elemento concomitante: come se dicessimo che il calore è richiesto per il fuoco. E in quest'ultima maniera si richiede
il godimento nella beatitudine. Infatti il godimento nasce dal quietarsi dell'appetito sul bene raggiunto. E poiché la felicità non è
altro che il conseguimento del sommo bene, non può esserci la felicità senza il godimento che l'accompagna.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per il fatto stesso che viene corrisposta la mercede, la volontà di chi l'ha meritata si acquieta, e cioè
ne gode. Perciò il godimento è incluso nella nozione stessa della
retribuzione.
2. Il godimento è causato dalla visione stessa di Dio. Perciò chi
vede Dio non può esser privo di godimento.
3. La gioia che accompagna
l'operazione dell'intelletto non è di
impedimento a quest'ultima, anzi le dà vigore come Aristotele insegna: infatti noi compiamo con maggiore attenzione e perseveranza
le azioni piacevoli. Invece un godimento estraneo ostacola l'operazione: qualche volta perché distrae l'attenzione; poiché, le cose che
piacciono ci attirano di più, come si è detto; e mentre siamo attratti con forza verso una cosa l'attenzione è distolta dalle altre. Altre
volte invece perché si tratta di cose contrarie: un piacere sensibile,
p. es., contrario alla ragione, impedisce il giudizio della prudenza
più ancora che quello dell'intelletto speculativo.
ARTICOLO
2
Se nella beatitudine sia più importante la visione
che il godimento
SEMBRA che nella beatitudine sia più importante il godimento che
la visione. Infatti:
1.
"Il godimento è la perfezione dell'operare", come dice Aristotele. Ma la perfezione è superiore al perfettibile. Dunque il
godimento è più importante dell'operazione intellettiva che è la visione.
2. L'elemento che rende desiderabile una cosa, è ad essa superiore.
Ma le operazioni sono desiderabili per il piacere che
procurano: infatti la natura, per impedire che gli animali le
trascurassero, ha unito il piacere alle azioni necessarie per la conservazione
dell'individuo e della specie. Dunque nella beatitudine il godimento
è più importante dell'operazione intellettiva, cioè della visione.
3. La visione corrisponde alla fede; il godimento invece, o fruizione, corrisponde alla carità. Ma la carità è superiore alla fede,
come insegna l'Apostolo. Dunque il godimento, o fruizione, è superiore alla visione.
IN CONTRARIO: La causa è superiore all'effetto. Ora, la visione è
causa del godimento. Dunque la visione è superiore al godimento.
RISPONDO: Il problema è impostato da Aristotele nel decimo libro
dell'Etica, lasciandolo però insoluto. Ma per chi consideri la cosa
con diligenza è evidente che l'operazione dell'intelletto, ossia la visione, deve essere superiore al godimento. Infatti la gioia consiste in
un acquietamento della volontà. Ma che la volontà si acquieti in una
data cosa, dipende solo dalla bontà della cosa stessa in cui si acquieta. Se, quindi, la volontà si acquieta in una data
operazione,
l'acquietarsi della volontà dipende dalla bontà di codesta operazione.
Né la volontà cerca il bene per codesto acquietamento: se così fosse
l'atto stesso della volontà sarebbe il suo fine, contro quello che abbiamo già dimostrato. Ma cerca di quietarsi nell'operazione, perché
l'operazione è il suo bene. È evidente perciò che è un bene più
grande l'operazione stessa in cui la volontà si acquieta, che l'acquietarsi della volontà in essa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Nel testo citato il Filosofo aggiunge,
che "il godimento rifinisce l'operare, come la beltà rifinisce la giovinezza"; e si tratta di una dote che accompagna la giovinezza.
Dunque il godimento è una perfezione concomitante, e non una perfezione che rende la visione perfetta nella sua specie.
2. La percezione sensitiva non raggiunge la nozione universale di
bene, ma solo un bene particolare, e cioè il piacere. Perciò l'appetito sensitivo, che si trova negli animali, cerca le operazioni per il
piacere. Ma l'intelletto conosce la nozione universale del bene, al cui
conseguimento segue la gioia. Quindi l'intelletto cerca più il bene
che il godimento. Ed è per questo che l'intelletto divino, ideatore
della natura, ha posto il piacere in vista delle operazioni. Ora, non
si deve giudicare le cose in assoluto secondo l'ordine dell'appetito
sensitivo, ma piuttosto secondo quello dell'appetito intellettivo.
3. La carità non cerca il bene che ama per il godimento; ma è
piuttosto una conseguenza della carità godere del bene raggiunto.
Perciò alla carità non corrisponde come fine il godimento, ma piuttosto la visione, la quale per prima rende il fine presente.
ARTICOLO
3
Se per la beatitudine si richieda la comprensione
SEMBRA che per la beatitudine non si richieda la comprensione.
Infatti:
1. S. Agostino scrive:
"Raggiungere Dio con la mente è una
grande felicità, comprenderlo è cosa impossibile". Dunque la beatitudine è senza la comprensione.
2. La felicità è la perfezione dell'uomo secondo la parte intellettiva la quale non abbraccia altre potenze che l'intelletto e la
volontà, come si disse nella Prima Parte. Ora, l'intelletto viene
totalmente perfezionato dalla visione di Dio, e la volontà dal godimento
di lui. Dunque non si richiede la comprensione come terzo elemento.
3. La beatitudine consiste in un'operazione. Ma le operazioni sono
determinate secondo gli oggetti. E gli oggetti generici sono due soltanto, il vero e il bene: il vero che corrisponde alla visione, e il bene
che corrisponde al godimento. Dunque non si richiede la comprensione come terzo elemento.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive:
"Correte in maniera da arrivare
a comprendere". Ora, la corsa spirituale termina nella beatitudine;
difatti egli dice: "Ho combattuto il buon combattimento, ho compiuto la mia corsa, ho conservato la fede; per quel che resta è
pronta per me la corona della giustizia". Perciò la comprensione è
richiesta per la beatitudine.
RISPONDO: Bisogna determinare i requisiti della beatitudine dai
rapporti che l'uomo ha con l'ultimo fine, poiché la beatitudine consiste nel raggiungimento di codesto fine. Ora, l'uomo è indirizzato
verso l'ultimo fine in parte per mezzo dell'intelletto e in parte mediante la volontà. Con l'intelletto, mediante una iniziale conoscenza
imperfetta del fine. Secondariamente con la volontà, sia mediante
l'amore, che è il suo primo moto verso l'oggetto, sia mediante le relazioni concrete esistenti tra chi ama e l'oggetto amato, le quali possono essere di tre specie. Talora infatti l'amato è presente a chi
ama: e in questo caso non è più cercato. Altre volte non è presente
ed è impossibile raggiungerlo: e anche in questo caso non si cerca.
Talora invece è possibile raggiungerlo, ma è al di sopra delle capacità di chi vuole
raggiungerlo, cosicché non è possibile possederlo
subito: e questa è la relazione esistente tra chi spera e l'oggetto
sperato, ed è l'unica relazione che determina la ricerca del fine.
Ora, ai tre suddetti atteggiamenti corrisponde qualche cosa nella
beatitudine stessa. Infatti alla conoscenza imperfetta del fine corrisponde quella perfetta; all'attesa della speranza corrisponde la
presenza del fine; e il godimento per il fine già presente è una
conseguenza dell'amore, come abbiamo già spiegato. Perciò per la
beatitudine è necessario il concorso di queste tre cose: della visione, che
è la conoscenza perfetta del fine di ordine intellettivo; della comprensione, che implica la presenza di questo fine; del godimento, o
fruizione, che implica l'acquietarsi di chi ama nell'oggetto amato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine comprensione ha due significati. Primo, sta a indicare l'inclusione dell'oggetto compreso in
colui che lo comprende: e così tutto ciò che è compreso da un essere
finito è cosa finita. E quindi in codesto senso Dio non può essere
compreso da nessun intelletto creato. Secondo, la comprensione non
indica nient'altro che la presa di possesso di una cosa già raggiunta e presente:
come si direbbe che un inseguitore comprende
la preda quando l'ha afferrata. Ed è così che la comprensione è richiesta nella beatitudine.
2. Come la speranza e l'amore appartengono entrambe alla volontà, perché amare un oggetto e tendere ad esso quando non si
possiede spetta a un'identica potenza; così spetta alla volontà e la
comprensione e il godimento, poiché possedere una cosa e quietarsi
in essa appartengono al medesimo soggetto.
3. La comprensione non è un'operazione diversa dalla visione: ma
indica relazione al fine come ormai raggiunto. Cosicché la visione
stessa, oppure l'oggetto della visione in quanto presente è oggetto
della comprensione.
ARTICOLO 4
Se la beatitudine richieda la rettitudine della volontà
SEMBRA che la beatitudine non richieda la rettitudine della volontà.
Infatti:
1. La felicità consiste essenzialmente in un'operazione dell'intelletto, come abbiamo spiegato. Ma per la perfezione dell'atto
intellettivo non si richiede la rettitudine della volontà, che rende gli
uomini puri (di cuore). Infatti nelle sue Ritrattazioni S. Agostino afferma:
"Non approvo quello che dissi in una preghiera: O Dio, che
hai voluto far conoscere la verità soltanto ai puri (di cuore). Si può
infatti replicare che molti impuri conoscono non poche verità".
Dunque per la felicità non si richiede che la volontà sia retta.
2. Ciò che precede non può dipendere da ciò che segue. Ora l'operazione dell'intelletto precede quella della volontà. Perciò
la beatitudine, che è la più perfetta operazione dell'intelletto, non può
dipendere dalla rettitudine della volontà.
3. Se una cosa è ordinata ad un'altra come mezzo per raggiungerla, essa non è più necessaria, una volta che il fine è raggiunto: la
nave, p. es., (non serve più) quando si è raggiunto il porto. Ora, la
rettitudine della volontà, attuata dalla virtù, ha per fine la beatitudine. Perciò, raggiunta la beatitudine, non è più necessaria la
rettitudine della volontà.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Beati i puri di cuore perché essi vedranno Dio". E altrove:
"Cercate sempre la pace con tutti e la
santità, senza la quale nessuno vedrà Dio".
RISPONDO: La rettitudine della
volontà è richiesta per la beatitudine, sia come antecedente che come concomitante. Come
antecedente, poiché la rettitudine della volontà consiste nel debito ordine
verso l'ultimo fine. E il fine sta al soggetto che tende a conseguirlo,
come la forma sta alla materia. Perciò, come la materia non può
conseguire la forma, senza la dovuta predisposizione a riceverla, così nessuna cosa può conseguire il fine, senza il debito ordine verso
di esso. Quindi nessuno può raggiungere la beatitudine, senza la
rettitudine della volontà.
Si richiede ancora come concomitante, poiché l'ultima beatitudine, l'abbiamo visto, consiste nella visione dell'essenza divina che
è l'essenza stessa della bontà. Cosicché la volontà di chi vede l'essenza di Dio, ama necessariamente in ordine a Dio tutto ciò che
ama; come la volontà di chi non vede l'essenza divina ama necessariamente tutto ciò che ama sotto la ragione universale di bene
che egli conosce. Ed è questo che costituisce la rettitudine della volontà. È perciò evidente che non può esserci beatitudine senza
rettitudine di volontà.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino
(in quel passo) parla
della conoscenza di quella verità che non costituisce l'essenza stessa
della bontà.
2. Ogni atto della volontà è preceduto da un atto dell'intelletto;
tuttavia certi atti della volontà precedono alcuni atti dell'intelletto.
Infatti la volontà prende di mira l'atto ultimo dell'intelletto, che è
la beatitudine. Perciò la retta inclinazione della volontà è un prerequisito della beatitudine, come la traiettoria esatta lo è per il
raggiungimento del bersaglio.
3. Raggiunto il fine non viene a cessare tutto ciò che era ordinato
al fine; ma soltanto quello che implica un'imperfezione, come sarebbe il moto. Perciò una volta raggiunto
il fine tutto quello che
è a servizio del moto non è più necessario; ma l'ordine debito verso
il fine rimane sempre necessario.
ARTICOLO 5
Se per la beatitudine dell'uomo si richieda anche il corpo
SEMBRA che per la beatitudine dell'uomo
si richieda anche il corpo.
Infatti:
1. La perfezione della grazia presuppone la perfezione della natura. Ma la beatitudine è
la perfezione della virtù e della grazia.
D'altra parte l'anima senza il corpo non ha la perfezione di natura,
poiché ogni parte è imperfetta se separata dal suo tutto. Dunque
l'anima senza il corpo non può essere beata.
2. La beatitudine, come si è spiegato, è un'operazione perfetta. Ma
l'operazione perfetta accompagna l'essere perfetto: poiché niente
può operare se non in quanto è un ente in atto. E siccome l'anima
quando è separata dal corpo non possiede un essere perfetto, come
non lo possiede una parte separata dal tutto, è chiaro che l'anima
senza il corpo non può essere beata.
3. La beatitudine è la perfezione dell'uomo. Ma l'anima separata
dal corpo non è l'uomo. Dunque la beatitudine non può trovarsi
nell'anima senza il corpo.
4. Il Filosofo afferma che
"l'operazione della felicità", nella quale
consiste la beatitudine, è "senza impedimenti". Invece l'operazione
dell'anima separata è impedita: poiché, come scrive S. Agostino, "vi è nell'anima una tendenza naturale a governare il corpo, la
quale in certo modo le impedisce di slanciarsi interamente verso il
cielo supremo", cioè verso la visione dell'essenza divina. Dunque
l'anima senza il corpo non può essere beata.
5. La beatitudine è un bene esauriente, che quieta il desiderio. Ma
ciò non si verifica per l'anima separata: poiché questa desidera ancora l'unione col corpo, come insegna S. Agostino. Perciò l'anima
separata dal corpo non è beata.
6. L'uomo nella beatitudine è equiparato agli angeli. Ma l'anima
senza il corpo non è alla pari degli angeli, al dire di S. Agostino.
Dunque non è beata.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Beati i morti che muoiono nel Signore".
RISPONDO: Ci sono due sorta di beatitudini: la prima imperfetta,
possibile nella vita presente; la seconda perfetta, che consiste nella
visione di Dio. Ora, è evidente che per la felicità di questa vita si
richiede necessariamente il corpo. Infatti questa felicità è un'operazione dell'intelletto, sia speculativo che pratico. Ma nella vita
presente non è possibile un'operazione dell'intelletto senza i fantasmi,
i quali non possono prescindere da un organo corporeo, come abbiamo visto nella Prima Parte. Cosicché la beatitudine possibile in
questa vita dipende in qualche modo dal corpo.
Intorno alla beatitudine perfetta, che consiste nella visione di Dio,
alcuni hanno pensato che non possa essere attribuita a un'anima
separata dal corpo; e affermano che le anime dei Santi separate
dai corpi non raggiungono quella perfetta beatitudine prima del
giorno del Giudizio, quando riprenderanno i loro corpi. - Ma si dimostra la falsità di questa tesi, sia con argomenti di autorità che
di ragione. Per l'autorità, ecco l'Apostolo che afferma: "Finché alberghiamo nel corpo peregriniamo lontani dal
Signore"; e per
mostrare di che natura sia codesta peregrinazione,
aggiunge:
"giacché
per fede noi camminiamo, non per (diretto) intuito". Dalle quali
parole si rileva che fino a quando uno cammina per fede e non per
intuito, privo della visione dell'essenza divina, non è giunto ancora
alla presenza di Dio. Invece le anime dei Santi separate dai corpi,
sempre secondo l'Apostolo, sono presenti a Dio: "Siamo pieni di
fiducia e teniamo in maggior conto peregrinare via dal corpo, per
essere presenti al Signore". Perciò è evidente che le anime dei
Santi, separate dai corpi, camminano per intuito, contemplando l'essenza di Dio, ciò che costituisce la vera beatitudine.
Tale conclusione s'impone anche per argomenti di ragione. Infatti
l'intelletto ha bisogno del corpo nella propria operazione solo per
i fantasmi nei quali scorge la verità di ordine intelligibile, come
abbiamo spiegato nella Prima Parte. Ora, è evidente che l'essenza
divina non si può vedere mediante i fantasmi, come già fu dimostrato. E quindi, siccome la perfetta beatitudine dell'uomo consiste
nella visione dell'essenza divina, la perfetta beatitudine umana non
dipende dal corpo. Perciò l'anima può essere beata senza il corpo.
Bisogna però ricordare che una cosa può appartenere alla perfezione di un dato essere in due maniere. Primo, come costitutivo della
sua essenza: l'anima umana, p. es:, è così richiesta alla perfezione
dell'uomo. Secondo, come elemento integrativo, cioè come appartengono alla perfezione dell'uomo la bellezza del corpo e la
prontezza dell'ingegno. Sebbene, dunque, il corpo non appartenga alla
perfezione della beatitudine umana nella prima maniera, vi appartiene però nella seconda. Difatti, poiché l'operazione dipende dalla
natura di una cosa, l'anima avrà tanto più perfettamente la sua operazione in cui consiste la beatitudine, quanto più perfetta sarà nella
sua natura. Perciò S. Agostino, essendosi posto la questione, "Se gli
spiriti dei defunti possano fruire senza il corpo della suprema beatitudine", risponde che
"non sono in grado di vedere la sostanza
incommutabile, come la vedono gli angeli, sia per qualche altra
ragione più nascosta, sia perché c'è in essi un desiderio naturale di
governare un corpo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La beatitudine è perfezione dell'anima non in quanto questa è forma naturale del corpo, ma in
ordine all'intelletto, per il quale essa trascende gli organi corporei.
Perciò le anime separate possiedono la loro perfezione naturale in
rapporto a ciò che costituisce la beatitudine, sebbene non la possiedano come forme dei corpi.
2. L'anima ha con l'essere un rapporto ben diverso da quello delle
altre parti. Infatti l'essere del tutto non è l'essere di nessuna delle
sue parti: cosicché, dopo la distruzione del tutto, o le parti cessano
addirittura di esistere, come le parti di un animale dopo la distruzione dell'animale; oppure, se rimangono, hanno un essere attuale
diverso, come la parte di una linea ha un essere diverso dalla linea
intera. Invece l'anima umana, dopo la distruzione del corpo, conserva l'essere del composto: e questo perché l'essere della forma è
identico anche per la materia, e per il composto. D'altronde l'anima
nel suo essere è sussistente, come fu dimostrato nella Prima Parte.
Rimane dunque stabilito che dopo la separazione del corpo essa
conserva l'essere nella sua perfezione, quindi può avere l'operazione
perfetta; sebbene non abbia della sua specie la natura completa.
3. La beatitudine appartiene all'uomo per il suo intelletto: perciò, finché rimane l'intelletto egli può conservare la beatitudine.
Così i denti di un Etiope, per i quali costui merita l'appellativo di
bianco, possono rimanere bianchi anche dopo essere stati cavati.
4. Una cosa può essere d'impedimento a un'altra in due maniere.
Primo, come un elemento contrario, cioè come il freddo che impedisce l'azione del calore: e tale impedimento dell'operazione è incompatibile con la felicità. Secondo, come una manchevolezza, cioè
per il fatto che il soggetto così ostacolato non possiede tutto quello
che si richiederebbe alla sua perfezione totale: e questo impedimento
non è incompatibile con la felicità, ma con la perfezione completa.
In questo senso si dice che la separazione dal corpo impedisce all'anima di tendere con tutto lo slancio verso la visione dell'essenza
divina. Poiché l'anima desidera di godere Dio, fino al punto che il
godimento ridondi sul corpo, nella misura del possibile. Perciò finché essa ha il godimento di Dio senza il corpo, il suo appetito, pur
acquietandosi nell'oggetto che possiede, vorrebbe ancora che il suo
corpo arrivasse a parteciparne.
5. Il desiderio dell'anima separata si acquieta totalmente rispettivamente all'oggetto appetibile; poiché possiede quanto sazia il suo
appetito. Ma non si acquieta totalmente in rapporto al soggetto appetente; poiché questo non possiede quel bene in tutti i modi secondo cui vorrebbe possederlo. Perciò, con la riassunzione dei corpi
la beatitudine non crescerà in intensità, ma in estensione.
6. Le parole di S. Agostino,
"gli spiriti dei defunti non vedono
Dio come gli angeli", non vanno riferite a una disuguaglianza di
grado: poiché anche al presente alcune anime di Beati sono state
assunte agli ordini angelici più sublimi, e quindi vedono Dio con
maggiore chiarezza degli angeli inferiori. Ma vanno riferite a una
disuguaglianza di proporzionalità: poiché gli angeli anche se infimi, possiedono già, a differenza delle anime separate dei Santi,
tutta la perfezione della beatitudine che dovranno avere in seguito.
ARTICOLO 6
Se si richieda per la beatitudine il benessere del corpo
SEMBRA che per la beatitudine perfetta dell'uomo non si richieda
nessun benessere del corpo. Infatti:
1. Il benessere del corpo è un bene materiale. Ma sopra abbiamo
dimostrato che la beatitudine non consiste nei beni materiali. Dunque per la beatitudine dell'uomo non si richiede nessuna buona disposizione del corpo.
2. La beatitudine dell'uomo consiste nella visione dell'essenza divina, come abbiamo visto. Ma abbiamo anche visto che a codesta
operazione il corpo non dà nessun contributo. Dunque per la beatitudine non si richiede nessuna disposizione del corpo.
3. Quanto più l'intelletto è astratto dal corpo, tanto più perfetta
è la sua intellezione. Ora, la beatitudine consiste nell'operazione più
perfetta dell'intelligenza: Dunque è necessario che l'anima sia interamente astratta dal corpo. E quindi in nessun modo si richiede
una disposizione del corpo per la beatitudine.
IN CONTRARIO: La beatitudine è un premio della virtù; perciò sta
scritto: "Sarete beati se farete queste cose". Ora, ai Santi viene
promesso in premio non solo la visione e il godimento di Dio, ma
anche il benessere del corpo; poiché sta scritto: "Voi vedrete, e ne
godrà il vostro cuore; e le vostre ossa com'erba rinverdiranno".
Perciò per la beatitudine si richiede anche il benessere del corpo.
RISPONDO: Se parliamo della beatitudine raggiungibile nella vita
presente, è chiaro che si richiede necessariamente per essa la buona
disposizione del corpo. Infatti, come si esprime il Filosofo, questa
felicità consiste "nell'operazione della virtù perfetta". Ora, è evidente che l'uomo può essere ostacolato in tutti gli atti di virtù dall'infermità del corpo.
Se invece parliamo della beatitudine perfetta, troviamo alcuni
i
quali hanno pensato che la beatitudine non richieda nessuna disposizione fisica; anzi essa richiederebbe che l'anima sia del tutto
separata dal corpo. Difatti S. Agostino riferisce queste parole di
Porfirio: "Perché l'anima sia beata, il corpo deve essere messo interamente da parte". - Ma questo non è logico. Infatti, essendo naturale per l'anima l'unione col corpo, non può essere che la perfezione dell'anima debba escludere la sua perfezione naturale.
Dobbiamo perciò concludere che tra i requisiti della beatitudine
totalmente perfetta c'è anche la buona disposizione del corpo, sia come condizione previa, sia come conseguenza. Come condizione
previa: poiché, al dire di S. Agostino, "se il corpo è tale da
rendere difficile e gravoso il suo governo, come lo è una carne che
si corrompe e che aggrava l'anima, la mente viene distratta dalla
visione del cielo supremo". Perciò conclude: "quando questo corpo
non sarà più animale, ma spirituale, allora l'anima sarà uguale
agli angeli, e quello che era un fardello formerà per lei una gloria". - Come conseguenza: poiché dalla beatitudine dell'anima deriva al corpo, per ridondanza, il raggiungimento della sua perfezione. S. Agostino infatti afferma:
"Dio ha fatto l'anima di una
natura così potente, da far ridondare dalla pienezza della sua felicità il vigore dell'incorruzione sulla natura
inferiore".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un bene materiale non può costituire la beatitudine, come oggetto della medesima: ma può contribuire al decoro e alla perfezione della beatitudine.
2. Sebbene il corpo non dia nessun contributo a quell'operazione
con la quale l'intelletto vede l'essenza di Dio, tuttavia potrebbe essere di ostacolo. E quindi si richiede la perfezione del corpo, perché
esso non impedisca l'elevazione dell'anima.
3. Possiamo concedere che per l'operazione perfetta dell'intelletto
si richiede l'astrazione da questo corpo corruttibile, che aggrava
l'anima; ma non (si richiede l'astrazione) dal corpo spirituale, che
sarà totalmente soggetto allo spirito, e di cui parleremo nella Terza
Parte di quest'opera.
ARTICOLO
7
Se per la beatitudine si richiedano dei beni esteriori
SEMBRA che per la beatitudine si richiedano anche dei beni esteriori. Infatti:
1. Appartiene alla beatitudine quello che lo Spirito Santo promette
come premio ai Santi. Ora ai Santi sono stati promessi dei beni
esteriori, quali il cibo e la bevanda, le ricchezze e il regno; infatti
sta scritto: "Affinché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno";
"Accumulate tesori nel cielo"; "Venite benedetti del Padre mio, possedete il
regno". Dunque per la beatitudine si richiedono dei beni esteriori.
2. Secondo Boezio la beatitudine è
"lo stato di perfezione dovuto
al cumulo di tutti i beni". Ora i beni esterni, sebbene minimi, come
spiega S. Agostino, sono beni dell'uomo. Perciò sono anch'essi richiesti per la beatitudine.
3. Il Signore afferma:
"La vostra mercede è copiosa nei cieli".
Ma essere nei cieli è una determinazione di luogo. Dunque almeno
il luogo esteriore si richiede per la beatitudine.
IN CONTRARIO: Sta scritto nei Salmi:
"Cos'altro infatti c'è per me
nel cielo? e fuori di te che cosa io voglio sulla terra?". Come dicesse: Nient'altro io voglio che quanto segue,
"Il mio bene è lo
stare unito a Dio". Dunque nessun bene esteriore è richiesto per la
beatitudine.
RISPONDO: Per la beatitudine imperfetta quale si può avere in
questa vita, sono richiesti anche i beni esteriori, non come elementi
essenziali bensì strumentali della felicità, la quale consiste, al dire
di Aristotele, nell'esercizio delle virtù. Infatti nella vita presente
l'uomo ha bisogno di quanto serve al corpo, sia nell'esercizio della
contemplazione, sia nell'esercizio delle virtù attive, anzi per queste
ultime si richiedono molte altre cose necessarie al compimento delle
opere della vita attiva.
Ma per la beatitudine perfetta, consistente nella visione di Dio,
non sono affatto richiesti codesti beni. E questo perché tutti i beni
esteriori sono richiesti, o per il sostentamento del corpo animale, oppure per delle operazioni giovevoli alla vita umana, che noi compiamo mediante
il corpo animale. Invece la perfetta beatitudine,
consistente nella visione di Dio, si avrà sempre, o in un'anima priva
del corpo, o in un'anima unita a un corpo non più animale, ma
spirituale. Perciò codesti beni esterni non sono mai richiesti per la
suddetta beatitudine, essendo ordinati alla vita animale. - E proprio perché in questa vita la felicità della contemplazione è più simile alla perfetta beatitudine che quella dell'azione, essendo anche
più simile a Dio, come abbiamo già visto, essa al dire di Aristotele,
ha meno bisogno di codesti beni esteriori.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le promesse di ordine materiale esistenti nella
Sacra Scrittura sono da intendersi in senso metaforico,
poiché la Scrittura ha l'abitudine di indicare i beni spirituali con quelli materiali,
"affinché", come dice S. Gregorio, "partendo noi dalle cose che conosciamo, ci innalziamo a desiderare
quelle che ci sono sconosciute". E così il cibo e la bevanda stanno
a indicare il godimento della beatitudine; i tesori indicano la sazietà che l'uomo
proverà nel solo Dio; e il regno l'esaltazione
dell'uomo fino all'unione con Dio.
2. Tutti questi beni necessari per la vita animale non si addicono
alla vita spirituale, in cui si trova la perfetta beatitudine. E tuttavia
anche in questa beatitudine vi sarà il cumulo di tutti i beni, poiché
nella fonte suprema di tutti i beni si troverà tutta la bontà in essi
contenuta.
3. Secondo S. Agostino non è detto che la mercede dei Santi debba
essere nei cieli materialmente presi; ma per cieli si deve intendere
l'elevatezza dei beni spirituali. - Tuttavia i Beati troveranno anche
un luogo materiale e cioè il cielo empireo, non perché lo esiga la
necessità, ma per un certo rapporto di convenienza e di decoro.
ARTICOLO
8
Se per la beatitudine sia necessaria la compagnia degli amici
SEMBRA che gli amici siano necessari per la beatitudine. Infatti:
1. Nelle Scritture spesso la gloria futura viene designata col nome
di gloria. Ma la gloria consiste nel fatto che la bontà di un uomo
viene portata a cognizione di molti. Dunque per la beatitudine si
richiede la compagnia degli amici.
2.
Boezio scrive che "il possesso di un bene è senza godimento se
non è partecipato". Ma per la beatitudine si richiede il godimento.
Perciò si richiede anche la compagnia degli amici.
3. Nella beatitudine si ha la perfezione della carità. Ora, la carità
abbraccia l'amore di Dio, ma anche quello del prossimo. Dunque
per la beatitudine si richiede la compagnia degli amici.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Mi vennero poi con essa tutti i beni
insieme", cioè con la divina sapienza, che consiste nella contemplazione di Dio. Quindi per la beatitudine non si richiede altro.
RISPONDO: Se parliamo della
felicità della vita presente, allora
l'uomo felice, come insegna Aristotele, ha bisogno degli amici; ma
non per utilità propria, essendo egli già sufficiente a se stesso; non
per il godimento, avendo in se stesso la perfetta gioia negli atti
della virtù; ma per il compimento di opere buone e cioè per beneficarli, per godere vedendo la loro beneficenza, e anche per essere
da loro aiutato nel beneficare. Infatti l'uomo ha bisogno di amici,
sia nelle opere della vita attiva, che in quelle della vita contemplativa.
Ma se parliamo della perfetta felicità, che ci attende nella patria,
non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia
degli amici poiché l'uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Ma la compagnia degli amici conferisce alla completezza della
beatitudine. Perciò S. Agostino scrive che "le creature spirituali per
essere beate non trovano soccorso che dall'interno, nell'eternità,
verità e carità del Creatore. Se si dicesse che ne ricevono dall'esterno, forse si dovrà ridurre l'aiuto al fatto che esse si vedono reciprocamente, e che godono in Dio della loro compagnia".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La gloria essenziale alla beatitudine non è quella che si riscuote presso gli uomini, ma quella che si
riscuote presso Dio.
2. Quell'affermazione è esatta, quando il bene posseduto non ha
in se stesso la piena capacità di saziare. E questo nel caso non si
può dire; perché l'uomo trova in Dio la pienezza di ogni bene.
3. La perfezione della
carità è essenziale alla beatitudine rispetto
all'amore di Dio, non già rispetto all'amore del prossimo. Cosicché
se esistesse un'anima sola ammessa a godere Dio, sarebbe beata
anche senza avere il prossimo da amare. Ma supposto il prossimo,
l'amore verso di esso deriva dal perfetto amore di Dio. Cosicché
l'amicizia è quasi un elemento concomitante della perfetta beatitudine.
|