Il Santo Rosario
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Questione 39

Bontà e malizia della tristezza o dolore

Passiamo finalmente a considerare la bontà e la malizia del dolore o tristezza.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se ogni dolore, o tristezza sia un male; 2. Se possa essere un bene onesto; 3. Se possa essere un bene utile; 4. Se il dolore (del corpo) sia il supremo male.

ARTICOLO 1

Se ogni tristezza, o dolore, sia cattiva

SEMBRA che ogni tristezza sia cattiva. Infatti:
1. S. Gregorio di Nissa (ossia Nemesio) scrive: "Ogni tristezza è un male, per sua natura". Ora, ciò che è male per sua natura è un male sempre e dovunque. Perciò ogni tristezza è cattiva.
2. Quello che tutti, compresi i virtuosi, fuggono, è un male. Ora, tutti, compresi i virtuosi, fuggono la tristezza: poiché, come dice Aristotele, "sebbene l'uomo prudente non cerchi di godere, tuttavia cerca di non essere contristato". Dunque la tristezza è un male.

3. Come il male fisico è oggetto e causa del dolore fisico, così il male spirituale è oggetto e causa della tristezza spirituale. Ora, ogni dolore fisico è un male del corpo. Dunque ogni tristezza spirituale è un male dell'anima.

IN CONTRARIO: Rattristarsi del male si contrappone al compiacersi del male. Ora, la compiacenza del male è cattiva: infatti alcuni vengono biasimati dalla Scrittura, perché "godono del malfare". Dunque la tristezza del male è buona.

RISPONDO: Una cosa può considerarsi buona o cattiva in due maniere. Primo, assolutamente parlando e per se stessa. E in questo senso ogni tristezza è un male: infatti l'angoscia dell'appetito umano per la presenza del male si presenta come qualche cosa di cattivo; poiché viene così ostacolata la quiete dell'appetito nel bene.
Secondo, una cosa può considerarsi buona o cattiva (ipoteticamente), in forza della presupposizione di un'altra: così si considera cosa buona la vergogna, presupposto il compimento di un atto vergognoso, come nota Aristotele. Perciò, supposto un fatto rattristarte e doloroso, è cosa buona che uno si rattristi e si addolori del male presente. Se infatti non si rattristasse e non si dolesse, mostrerebbe, o di non sentire, o di non stimare quel fatto come ripugnante: e l'una e l'altra cosa è certamente cattiva. Perciò è un bene, supposta la presenza del male, che si produca la tristezza, o il dolore. È quanto dice S. Agostino, il quale scrive: "È ancora un bene che uno si dolga del bene perduto: infatti se nella natura non fosse rimasto qualche cosa di buono, nella pena non ci sarebbe dolore per nessun bene perduto". - Ma poiché in morale gli enunciati hanno per oggetto i singolari cui appartengono le operazioni, le cose che sono ipoteticamente (e concretamente) buone, sono da considerarsi buone: così un atto ipoteticamente volontario viene giudicato volontario, come dice Aristotele, e come sopra abbiamo dimostrato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio Nisseno (ossia Nemesio) parla della tristezza o dolore, dal punto di vista (dell'oggetto, o) del male che affligge: non dal punto di vista del soggetto che lo sente e ne prova ripulsa. - Da quel lato tutti fuggono i dolori in quanto fuggono il male: non fuggono però la percezione e la ripulsa del male. - Lo stesso si dica per il dolore fisico: infatti la sensazione e la ripulsa del male fisico dimostra la bontà della natura.
2. 3. Sono così risolte anche la seconda e la terza difficoltà.

ARTICOLO 2

Se la tristezza possa essere un bene onesto

SEMBRA che la tristezza non possa essere un bene onesto. Infatti:
1. Ciò che conduce all'inferno si contrappone al bene onesto. Ora, stando a S. Agostino, "sembra che Giacobbe temesse di finire non nella pace dei beati, ma nell'inferno dei peccatori, se si fosse lasciato turbare da una tristezza troppo grave". Dunque la tristezza non può presentarsi come un bene onesto.
2. Il bene onesto implica la lode e il merito. Ma la tristezza diminuisce la lode e il merito; infatti l'Apostolo scrive: "Ciascuno secondo che destinò nel suo cuore, non con tristezza, né per forza". Perciò la tristezza non è un bene onesto.
3. S. Agostino scrive, che "la tristezza ha per oggetto le cose che accadono contro il nostro volere". Ora, non volere le cose che attualmente avvengono, significa avere una volontà contraria alle disposizioni di Dio, dalla cui provvidenza dipendono tutti i fatti che avvengono. E poiché la conformità della volontà umana con quella divina è richiesta per la rettitudine del nostro volere, come sopra abbiamo detto: sembra che la tristezza si opponga alla rettitudine della volontà. E quindi non può essere un bene onesto.

IN CONTRARIO: Tutto ciò che merita il premio della vita eterna è un bene onesto. Ma tale è la tristezza, poiché sta scritto: "Beati coloro che piangono, perché saranno consolati". Dunque la tristezza è un bene onesto.

RISPONDO: L'aspetto che la rende buona permette alla tristezza di essere un bene onesto. Infatti la tristezza è una cosa buona come percezione e ripulsa del male. Ora, queste due cose nel dolore fisico dimostrano la bontà della natura, dalla quale nasce la percezione del senso, e la ripulsa naturale per ciò che nuoce e provoca il dolore. Ma nella tristezza interiore la conoscenza del male spesso dipende dal retto giudizio della ragione; e l'avversione al male dipende dalla volontà ben disposta che lo detesta. Ora, ogni bene onesto deriva appunto da codeste due cose, cioè dalla rettitudine e della ragione e della volontà. Percio è evidente che la tristezza può essere un bene onesto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le passioni devono essere regolate secondo la regola della ragione, radice del bene onesto. Codesta regola è invece trasgredita dalla tristezza esagerata di cui parla S. Agostino. Perciò tale tristezza si allontana dalla nozione di bene onesto.
2. Come la tristezza per il male proviene da una volontà e da una ragione retta, che detestano il male; così la tristezza per il bene proviene da una ragione e da una volontà perversa, che detestano il bene. Perciò questa seconda viene a infirmare il merito e la lode del bene onesto: come quando uno fa l'elemosina con tristezza.
3. Certe cose, che avvengono attualmente, non avvengono perché Dio le vuole, ma perché le permette: i peccati, per esempio. Perciò la volontà, che si ribella al peccato proprio o altrui, non è in disaccordo con la volontà di Dio. - Invece i castighi capitano nella realtà proprio perché Dio li vuole. Tuttavia per la rettitudine della volontà non si richiede che l'uomo li ami per se stessi, ma solo che non si ribelli all'ordine della divina giustizia, come sopra abbiamo spiegato.

ARTICOLO 3

Se la tristezza possa essere un bene utile

SEMBRA che la tristezza non possa essere un bene utile. Infatti:
1. Sta scritto: "Molti invero ha ucciso la tristezza, e non c'è utilità in essa".
2. Ciò che è utile per un fine è oggetto di elezione. Ma la tristezza non è degna di elezione; anzi, come scrive Aristotele, "è meglio scegliere una cosa senza tristezza, che con tristezza". Dunque la tristezza non è un bene utile.
3. "Ogni cosa è per la sua operazione", insegna Aristotele. Ma egli scrive pure, che "la tristezza disturba l'operazione". Dunque la tristezza non ha l'aspetto di bene utile.

IN CONTRARIO: Il sapiente cerca solo le cose utili. Ora, sta scritto, che "il cuore dei savi è dove sta la tristezza, e il cuore degli stolti dove l'allegria". Dunque la tristezza è utile.

RISPONDO: Dalla presenza del male insorgono due moti appetitivi. Il primo è il moto di contrarietà al male presente. E da questo lato la tristezza non offre nessuna utilità: poiché ciò che è presente non può non esser presente.
Il secondo moto nasce dall'appetito come fuga o come reazione al male che addolora. E in questo la tristezza offre un'utilità, se ha per oggetto una cosa da fuggire. Ora, una cosa è degna di fuga per due motivi. - Primo, per se stessa, cioè per esser contraria al bene; il peccato, per esempio. Perciò il dolore dei peccati serve all'uomo per fuggire il peccato; così infatti si esprime l'Apostolo: "Ne godo, non per la vostra tristezza, ma perché vi siete rattristati per convertirvi". - Secondo, una cosa è degna di fuga non perché cattiva in se stessa, ma perché occasione di male; per il fatto che l'uomo vi si lega con l'amore, oppure perché ne prende occasione per cadere nel male; e ne abbiamo l'esempio nel caso dei beni temporali. Per questo i dolori e le tristezze aventi per oggetto i beni temporali possono essere utili; come si legge nell'Ecclesiaste: "È meglio andare alla casa del lutto, che alla casa del festino: perché colà è rammentata la fine di ogni uomo".
Quindi la tristezza di fronte a ogni cosa da fuggire è utile, poiché viene così duplicata la causa che spinge alla fuga. Infatti il male stesso è degno di fuga, e d'altra parte tutti fuggono la stessa tristezza: allo stesso modo tutti desiderano il bene e il godimento di esso. Perciò, come il godimento del bene fa sì che il bene sia cercato con maggior avidità, così il dolore, o tristezza del male fa sì che il male sia fuggito con più impegno.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo si riferisce alla tristezza esagerata, che sommerge l'animo. Infatti codesta tristezza, come abbiamo visto, immobilizza l'animo, e impedisce la fuga del male.
2. Come tutte le cose degne di elezione diventano meno eleggibili per la tristezza, così tutte quelle che sono da fuggire diventano per la tristezza più degne di fuga. E in questo sta l'utilità della tristezza.
3. Se la tristezza è motivata dall'operazione, ne costituisce un ostacolo; se invece è motivata dalla cessazione di essa fa operare con più impegno.

ARTICOLO 4

Se il dolore (del corpo) sia il supremo male

SEMBRA che il dolore, o tristezza, sia il supremo male. Infatti:
1. Aristotele afferma che "la cosa migliore ha come suo contrario la cosa peggiore". Ora, c'è un godimento che costituisce la cosa migliore, e cioè la beatitudine. Dunque c'è un dolore che costituisce il male supremo.
2. La beatitudine è il bene supremo dell'uomo, perché ne è l'ultimo fine. Ora, la felicità consiste nel fatto che un uomo "ha quel che vuole, e non vuole niente di male", come sopra abbiamo detto. Dunque il bene supremo di un uomo è il compimento del suo volere. Ma la tristezza ha per oggetto quanto capita contro la propria volontà, come S. Agostino dimostra. Quindi la tristezza è per l'uomo il male supremo.
3. Nei Soliloqui S. Agostino porta questo argomento: "Noi siamo composti da due parti, cioè di anima e di corpo, la peggiore delle quali è il corpo. Quindi il sommo bene è quello che c'è di meglio nella parte migliore: e il male supremo è quello che c'è di peggio nella parte peggiore. Ora, quello che c'è di meglio nell'animo è la sapienza: quello che c'è di peggio nel corpo è il dolore. Dunque per l'uomo il bene supremo è la sapienza: male supremo il dolore".

IN CONTRARIO: La colpa, come abbiamo visto nella Prima Parte, è un male più grande della pena. Ora, la tristezza, o dolore fa parte della pena dovuta al peccato, come la fruizione delle cose transitorie costituisce il male colpa. Infatti S. Agostino insegna: "Che cosa è il dolore attribuito all'anima, se non la privazione delle cose transitorie di cui fruiva, o delle quali sperava fruire? Il male è tutto qui, abbiamo cioè il peccato e la pena del peccato". Dunque la tristezza, o dolore non è il male supremo dell'uomo.

RISPONDO: È impossibile che una tristezza, o un dolore sia il supremo male dell'uomo. Ogni tristezza o dolore ha per oggetto, o il vero male, o un male apparente, che veramente è un bene. Ora, rattristarsi di un vero male non può essere il male supremo: infatti esiste qualche cosa di peggio, e cioè il non stimar come male quello che lo è realmente, oppure il non respingerlo. D'altra parte rattristarsi di un male apparente, che è un vero bene, non puó essere il male supremo, poiché sarebbe peggio allontanarsi totalmente dal vero bene. Dunque è impossibile che una tristezza, o un dolore sia il supremo male dell'uomo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il piacere e la tristezza hanno in comune due cose buone: un giudizio vero sul bene e sul male, e la giusta disposizione della volontà attratta verso il bene e recalcitrante al male. Dal che si dimostra che nel dolore, o tristezza c'è qualche cosa di buono, con la cui perdita può diventare peggiore. Invece non sempre si trova nel godimento un male, con la cui perdita possa diventare migliore. Per questo può esserci un godimento che è il bene supremo dell'uomo, come abbiamo spiegato: invece la tristezza non può essere per l'uomo il male supremo.
2. Il fatto stesso che la volontà si ribelli al male è già un bene. E proprio per questo la tristezza, o dolore non può essere il male supremo: poiché vi si trova mescolato del bene.
3. Come dice S. Agostino, una cosa si chiama male "perché nuoce". Ora il male che danneggia una cosa migliore, è peggiore di quello che ne danneggia una peggiore. Perciò è peggiore il male dell'anima di quello del corpo. E quindi l'argomento che S. Agostino riporta, non come proprio ma altrui, non ha valore.