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Questione
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Effetti
del dolore, o tristezza
Ed eccoci a considerare gli effetti del dolore, o tristezza.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se il dolore tolga
la facoltà di apprendere; 2. Se la depressione dell'animo sia effetto
della tristezza, o del dolore; 3. Se la tristezza, o dolore, indebolisca
tutte le operazioni; 4. Se la tristezza sia più nociva al corpo delle
altre passioni dell'anima.
ARTICOLO 1
Se il dolore tolga la facoltà di apprendere
SEMBRA che il dolore non tolga la facoltà di apprendere. Infatti:
1. Sta scritto in Isaia:
"Allorché tu avrai eseguito i tuoi giudizi
in terra, gli abitanti del mondo apprenderanno la giustizia". E poco
dopo: "Il gemito della tribolazione fu scuola per essi". Ma dai giudizi
di Dio e dalla tribolazione nasce il dolore nel cuore degli uomini.
Dunque il dolore, o tristezza non toglie, ma accresce la facoltà
di apprendere.
2. Sta scritto ancora in Isaia:
"A chi insegnerà egli la scienza?
Da chi si farà egli intendere? Da bambini slattati, staccati dalle mammelle", cioè dai piaceri. Ma il dolore e la tristezza scacciano i
piaceri: infatti, come scrive Aristotele, la tristezza ostacola tutti i
piaceri; e nella Scrittura si legge, che "il male di un'ora fa dimenticare
le più grandi delizie". Dunque il dolore non toglie, ma piuttosto
conferisce la capacità di apprendere.
3. La tristezza interiore supera il dolore esterno, come abbiamo
detto. Ma un uomo è capace di apprendere con la tristezza. Molto
più dunque ne sarà capace col dolore fisico.
IN CONTRARIO: S. Agostino racconta:
"Pertanto in quei giorni io ero afflitto da un atroce dolor di denti, che mi lasciava appena ripensare
alle cose che già sapevo. Ma mi impediva assolutamente lo
studio di cose nuove, per il quale mi era necessaria tutta l'attenzione
dell'animo".
RISPONDO: Tutte le facoltà psichiche sono radicate nella medesima
essenza dell'anima; perciò quando l'attenzione dell'anima è
attratta fortemente verso l'operazione di una data potenza, viene
distratta dall'attività delle altre: infatti un'anima non può avere
che una sola applicazione. Per questo motivo, se una cosa attira
a sé tutta l'applicazione dell'anima, o gran parte di essa, rende
incompossibile altre cose che richiedono una grande attenzione.
Ora, è noto che il dolore sensibile attira a sé in maniera fortissima
l'attenzione dell'anima: poiché per natura ogni essere tende
con ogni sua forza a respingere le forze contrarie, come è evidente
nel mondo della natura. Ma è anche noto che per imparare qualche
cosa di nuovo, si richiede studio e sforzo con grande attenzione,
secondo quel detto dei Proverbi: "Se andrai cercando la sapienza
come il denaro, scavando come per scoprire tesori nascosti, allora
tu intenderai la scienza". Perciò se capita un dolore intenso,
l'uomo viene ostacolato nella sua facoltà di apprendere. E il dolore
può acuirsi al punto da impedire persino che un uomo possa
pensare alle cose già imparate. - In questo però si deve ammettere
una diversità di casi, secondo l'intensità dell'amore col quale ciascuno
si applica a imparare e a meditare: infatti più grande sarà
(codesto amore), e più sarà in grado di sottrarre l'attenzione dell'animo
alla morsa del dolore.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. Una tristezza moderata, che toglie
le divagazioni dello spirito, può giovare al profitto nell'apprendere:
specialmente quando si tratta di apprendere cose che danno la
speranza di potersi liberare dalla tristezza. Ecco perché "nel gemito
della tribolazione" gli uomini meglio ricevono gli insegnamenti di Dio.
2. Sia il piacere che il dolore ostacolano l'esercizio della ragione,
perché attirano a sé l'attenzione dell'anima: infatti Aristotele scrive,
che "è impossibile intendere qualche cosa nell'atto del piacere venereo".
Tuttavia il dolore attira più del piacere l'attenzione dell'anima:
e del resto anche nel mondo fisico vediamo che l'azione di
un corpo viene a intensificarsi di fronte al suo contrario; l'acqua
calda, p. es., viene congelata dal freddo con più forza. Perciò se
un dolore, o tristezza, è moderato, accidentalmente può giovare allo
studio, in quanto elimina l'eccesso del piacere. Ma di suo è di ostacolo:
e se aumenta, può impedirlo del tutto.
3. Il dolore esterno deriva da una lesione del corpo, e quindi presenta
una trasmutazione fisica concomitante più forte del dolore
interno: questo però è superiore per l'elemento formale del dolore,
che dipende dall'anima. Perciò il dolore fisico, più di quello interiore,
impedisce la contemplazione, che richiede una tranquillità
completa. Tuttavia anche il dolore interno, se è molto intenso, attira
talmente l'attenzione da mettere un uomo nell'impossibilità
di apprendere cose nuove. A causa di codesta tristezza, S. Gregorio
interruppe il commento di Ezechiele.
ARTICOLO 2
Se sia effetto della tristezza la depressione dell'animo
SEMBRA che la depressione dell'animo non sia effetto della tristezza. Infatti:
1. L'Apostolo scrive ai Corinzi:
"Appunto questo aver patito dolore
secondo Dio, quanta premura ha prodotto in voi, anzi quanto
desiderio di giustificarsi, quanto risentimento...". Ora, la premura
e il risentimento si devono a una tensione dell'animo, che è l'opposto
della depressione. Dunque la depressione non è effetto della tristezza.
2. La tristezza si contrappone al piacere. Ma effetto del piacere è
l'espansione; il cui opposto non è la depressione, bensì la restrizione.
Dunque la depressione non può stare tra gli effetti della tristezza.
3. La tristezza produce l'assorbimento; come lo dimostrano le parole
dell'Apostolo: "affinché non abbia per avventura quel tale a
esser assorbito dalla tristezza". Ora, ciò che vien depresso non
viene sommerso: infatti viene a trovarsi sotto qualche peso: mentre
ciò che è assorbito viene incluso nel corpo assorbente. Dunque
la depressione non va posta tra gli effetti della tristezza.
IN CONTRARIO: S. Gregorio di Nissa e il Damasceno parlano di
"tristezza deprimente".
RISPONDO: Si parla talora in senso metaforico degli effetti delle
passioni, per analogia con i corpi visibili: poiché i moti dell'appetito
animale sono simili alle inclinazioni dell'appetito naturale.
In tal senso all'amore si attribuisce l'ardore, al piacere l'espansione,
e alla tristezza la depressione. Si dice infatti che un uomo
è depresso, per il fatto che è ostacolato nei suoi movimenti da qualche peso.
Ora, è evidente da quanto abbiamo già detto che la tristezza
nasce da un male presente. Il quale, proprio perché ostacola
il moto della volontà, deprime l'animo, in quanto gli impedisce di
godere ciò che vuole. E se la forza del male che addolora non è
tanta da togliere la speranza di scampare, rimane un moto di resistenza
contro l'oggetto nocivo che rattrista, sebbene l'animo sia
depresso, perché al presente non possiede ciò che vuole. Se invece
la forza del male è tanto superiore da escludere ogni speranza di
scampo, allora viene impedito del tutto anche il moto interiore
dell'animo angustiato, al punto da non potersi volgere da nessuna
parte. Anzi talvolta vengono impediti anche i moti esterni del corpo,
cosicché un uomo rimane in se stesso come istupidito.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. Quella tensione dell'animo deriva
dalla tristezza secondo Dio, in forza della speranza nella remissione del peccato.
2. Per quanto riguarda i moti appetitivi, restrizione e depressione
si riferiscono alla stessa cosa. Infatti l'animo, dal momento
che è depresso al punto di non poter tendere liberamente verso
l'oggetto, si ritrae, e quasi si restringe in se stesso.
3. Si dice che un uomo è assorbito dalla tristezza, quando la
forza del male che addolora colpisce in pieno l'anima, da togliere
ogni speranza di scampo. Perciò nello stesso momento deprime ed
assorbe. Infatti ci sono delle cose che si implicano vicendevolmente
nel loro significato metaforico, mentre sono contrapposte in senso letterale.
ARTICOLO 3
Se la tristezza, o dolore, debiliti ogni attività
SEMBRA che la tristezza non debiliti tutte le operazioni. Infatti:
1. Stando alle parole riportate dall'Apostolo, dalla tristezza viene
causata la premura. Ma la premura aiuta a ben operare; infatti
il medesimo Apostolo scrive: "Studiati con premura di comparire
come operaio che non ha mai da arrossire". Quindi la tristezza
non disturba l'operazione, ma piuttosto aiuta a ben operare.
2. In molti casi, come nota Aristotele, la tristezza provoca la concupiscenza,
o desiderio. Ma il desiderio rende più intensa l'operazione.
Dunque anche la tristezza.
3. Come certe operazioni sono proprie di chi gode, così altre sono
proprie di chi è triste, piangere, p. es. Ma ogni cosa si accresce con
ciò che le conviene. Ci sono dunque delle operazioni che non sono
disturbate, ma favorite dalla tristezza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"il piacere dà compimento all'operazione", e, inversamente, che
"la tristezza le è di ostacolo".
RISPONDO: Come abbiamo spiegato, certe volte la tristezza non
deprime e non assorbe talmente l'animo, da escludere ogni moto
interno ed esterno; ché anzi alcuni moti talora sono prodotti dalla
tristezza medesima. Perciò un'operazione può riferirsi alla tristezza
in due maniere. Primo, come oggetto di essa. E in questo
caso qualsiasi attività è ostacolata dalla tristezza: infatti ciò che
facciamo con tristezza non lo facciamo mai così bene, come le cose
compiute con gioia, o senza tristezza. E la ragione si è che la volontà è
la causa dell'agire umano: perciò quando un'operazione
riguarda cose che rattristano, è necessario che l'atto venga debilitato.
Secondo, l'operazione può riferirsi alla tristezza medesima, come
a sua causa, o principio. E in questo caso l'operazione viene necessariamente
potenziata dalla tristezza: più uno, p. es., si rattrista
di una cosa, più si sforza di eliminare quel dolore o tristezza,
purché rimanga la speranza di riuscire: altrimenti dalla tristezza
non nascerebbe nessuna operazione.
Così è evidente la risposta alle varie difficoltà.
ARTICOLO 4
Se la tristezza sia più nociva al corpo delle altre passioni dell'anima
SEMBRA che la tristezza non sia la passione che più danneggia il corpo. Infatti:
1. La tristezza ha un'esistenza immateriale nell'anima. Ma cose
che esistono solo in modo immateriale, non possono produrre trasmutazioni
corporali: il che è evidente nel caso delle "intenzioni"
dei colori esistenti nell'aria, dalle quali nessun corpo viene colorato.
Dunque la tristezza non arreca nessun danno corporale.
2. Se la tristezza produce un danno fisico, è solo perché è accompagnata
da un'alterazione fisica. Ma questa è implicita in tutte le
passioni, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque la tristezza non
nuoce al corpo più delle altre passioni.
3. Il Filosofo insegna, che
"l'ira e il desiderio alcuni li rendono pazzi": e questo sembra il danno più grave, essendo la ragione
quanto di più eccellente c'è nell'uomo. Anche la disperazione sembra
essere più nociva della tristezza: essendo la causa di essa. Dunque
la tristezza non nuoce al corpo più delle altre passioni dell'anima.
IN CONTRARIO: Sta scritto nei Proverbi:
"L'animo allegro fa buon
sangue, e lo spirito triste secca le ossa". E ancora: "Come la tignola
nel panno, e il tarlo nel legno, così nuoce la tristezza al cuore dell'uomo". E nell'Ecclesiastico:
"Dalla tristezza vien presto la morte".
RISPONDO: Tra tutte le passioni dell'anima quella che più nuoce
al corpo è la tristezza. E lo dimostra il fatto, che la tristezza si
contrappone alla vita umana nel suo moto specifico; e non soltanto
per un eccesso di misura o di quantità, come le altre passioni.
Infatti la vita umana si riduce a un moto che parte dal cuore e si
diffonde nelle altre membra: e codesto moto è proporzionato alla
natura umana secondo una determinata misura. Perciò, se codesto
moto viene accelerato oltre la misura dovuta, viene ad opporsi alla
vita umana per un eccesso di misura; ma non per la sua natura
specifica. Se invece si ostacola lo svolgimento di codesto moto,
avremo un'opposizione alla vita nella sua specie.
Ora, si deve osservare che in tutte le passioni dell'anima l'alterazione
fisiologica, che ne è la parte materiale, è conforme e proporzionata
al moto dell'appetito, che ne è la parte formale; come
in tutte le cose la materia è proporzionata alla forma. Perciò quelle
passioni che implicano un moto dell'appetito volto al raggiungimento
di un oggetto, come l'amore, il piacere, il desiderio, ecc.,
non si oppongono specificamente al moto vitale (del cuore) ma possono
opporvisi per eccesso di misura. Perciò codesti moti per la
loro specie favoriscono la natura del corpo, ma possono esserle nocivi
solo per un eccesso. - Invece le passioni che implicano un
moto dell'appetito con la fuga, o con una certa sospensione, si oppongono
al moto vitale (del cuore), non solo per una discordanza
di misura, ma per la stessa specie del moto, e quindi sono direttamente
nocive: tali sono il timore e la disperazione, e soprattutto
la tristezza, la quale deprime l'animo con l'imposizione di un male
presente, che lascia un'impressione più forte di un male futuro.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima per natura muove il corpo;
e quindi il moto immateriale dell'anima è per natura causa delle
trasmutazioni corporali. Non è quindi lo stesso il caso delle "intenzioni" immateriali,
che per natura non sono ordinate a muovere
altri corpi, non soggetti alla mozione dell'anima.
2. Le altre passioni hanno un'alterazione fisica specificamente
conforme al moto vitale: quella invece della tristezza è contraria,
come abbiamo spiegato.
3. Si richiede una causa meno forte per impedire l'uso della ragione,
che per distruggere la vita: vediamo infatti che molte infermità,
le quali tolgono l'uso della ragione, non arrivano a troncare
la vita. Tuttavia il timore e l'ira apportano gravissimo danno corporale,
perché l'assenza di ciò che si brama include con esse la tristezza.
Del resto anche la tristezza talora toglie la ragione: come
è evidente in quelli che per un dolore cadono nella malinconia, o nella follia.
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