Il Santo Rosario
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Questione 37

Effetti del dolore, o tristezza

Ed eccoci a considerare gli effetti del dolore, o tristezza.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se il dolore tolga la facoltà di apprendere; 2. Se la depressione dell'animo sia effetto della tristezza, o del dolore; 3. Se la tristezza, o dolore, indebolisca tutte le operazioni; 4. Se la tristezza sia più nociva al corpo delle altre passioni dell'anima.

ARTICOLO 1

Se il dolore tolga la facoltà di apprendere

SEMBRA che il dolore non tolga la facoltà di apprendere. Infatti:
1. Sta scritto in Isaia: "Allorché tu avrai eseguito i tuoi giudizi in terra, gli abitanti del mondo apprenderanno la giustizia". E poco dopo: "Il gemito della tribolazione fu scuola per essi". Ma dai giudizi di Dio e dalla tribolazione nasce il dolore nel cuore degli uomini. Dunque il dolore, o tristezza non toglie, ma accresce la facoltà di apprendere.

2. Sta scritto ancora in Isaia: "A chi insegnerà egli la scienza? Da chi si farà egli intendere? Da bambini slattati, staccati dalle mammelle", cioè dai piaceri. Ma il dolore e la tristezza scacciano i piaceri: infatti, come scrive Aristotele, la tristezza ostacola tutti i piaceri; e nella Scrittura si legge, che "il male di un'ora fa dimenticare le più grandi delizie". Dunque il dolore non toglie, ma piuttosto conferisce la capacità di apprendere.
3. La tristezza interiore supera il dolore esterno, come abbiamo detto. Ma un uomo è capace di apprendere con la tristezza. Molto più dunque ne sarà capace col dolore fisico.

IN CONTRARIO: S. Agostino racconta: "Pertanto in quei giorni io ero afflitto da un atroce dolor di denti, che mi lasciava appena ripensare alle cose che già sapevo. Ma mi impediva assolutamente lo studio di cose nuove, per il quale mi era necessaria tutta l'attenzione dell'animo".

RISPONDO: Tutte le facoltà psichiche sono radicate nella medesima essenza dell'anima; perciò quando l'attenzione dell'anima è attratta fortemente verso l'operazione di una data potenza, viene distratta dall'attività delle altre: infatti un'anima non può avere che una sola applicazione. Per questo motivo, se una cosa attira a sé tutta l'applicazione dell'anima, o gran parte di essa, rende incompossibile altre cose che richiedono una grande attenzione.
Ora, è noto che il dolore sensibile attira a sé in maniera fortissima l'attenzione dell'anima: poiché per natura ogni essere tende con ogni sua forza a respingere le forze contrarie, come è evidente nel mondo della natura. Ma è anche noto che per imparare qualche cosa di nuovo, si richiede studio e sforzo con grande attenzione, secondo quel detto dei Proverbi: "Se andrai cercando la sapienza come il denaro, scavando come per scoprire tesori nascosti, allora tu intenderai la scienza". Perciò se capita un dolore intenso, l'uomo viene ostacolato nella sua facoltà di apprendere. E il dolore può acuirsi al punto da impedire persino che un uomo possa pensare alle cose già imparate. - In questo però si deve ammettere una diversità di casi, secondo l'intensità dell'amore col quale ciascuno si applica a imparare e a meditare: infatti più grande sarà (codesto amore), e più sarà in grado di sottrarre l'attenzione dell'animo alla morsa del dolore.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una tristezza moderata, che toglie le divagazioni dello spirito, può giovare al profitto nell'apprendere: specialmente quando si tratta di apprendere cose che danno la speranza di potersi liberare dalla tristezza. Ecco perché "nel gemito della tribolazione" gli uomini meglio ricevono gli insegnamenti di Dio.
2. Sia il piacere che il dolore ostacolano l'esercizio della ragione, perché attirano a sé l'attenzione dell'anima: infatti Aristotele scrive, che "è impossibile intendere qualche cosa nell'atto del piacere venereo". Tuttavia il dolore attira più del piacere l'attenzione dell'anima: e del resto anche nel mondo fisico vediamo che l'azione di un corpo viene a intensificarsi di fronte al suo contrario; l'acqua calda, p. es., viene congelata dal freddo con più forza. Perciò se un dolore, o tristezza, è moderato, accidentalmente può giovare allo studio, in quanto elimina l'eccesso del piacere. Ma di suo è di ostacolo: e se aumenta, può impedirlo del tutto.
3. Il dolore esterno deriva da una lesione del corpo, e quindi presenta una trasmutazione fisica concomitante più forte del dolore interno: questo però è superiore per l'elemento formale del dolore, che dipende dall'anima. Perciò il dolore fisico, più di quello interiore, impedisce la contemplazione, che richiede una tranquillità completa. Tuttavia anche il dolore interno, se è molto intenso, attira talmente l'attenzione da mettere un uomo nell'impossibilità di apprendere cose nuove. A causa di codesta tristezza, S. Gregorio interruppe il commento di Ezechiele.

ARTICOLO 2

Se sia effetto della tristezza la depressione dell'animo

SEMBRA che la depressione dell'animo non sia effetto della tristezza. Infatti:
1. L'Apostolo scrive ai Corinzi: "Appunto questo aver patito dolore secondo Dio, quanta premura ha prodotto in voi, anzi quanto desiderio di giustificarsi, quanto risentimento...". Ora, la premura e il risentimento si devono a una tensione dell'animo, che è l'opposto della depressione. Dunque la depressione non è effetto della tristezza.
2. La tristezza si contrappone al piacere. Ma effetto del piacere è l'espansione; il cui opposto non è la depressione, bensì la restrizione. Dunque la depressione non può stare tra gli effetti della tristezza.
3. La tristezza produce l'assorbimento; come lo dimostrano le parole dell'Apostolo: "affinché non abbia per avventura quel tale a esser assorbito dalla tristezza". Ora, ciò che vien depresso non viene sommerso: infatti viene a trovarsi sotto qualche peso: mentre ciò che è assorbito viene incluso nel corpo assorbente. Dunque la depressione non va posta tra gli effetti della tristezza.

IN CONTRARIO: S. Gregorio di Nissa e il Damasceno parlano di "tristezza deprimente".

RISPONDO: Si parla talora in senso metaforico degli effetti delle passioni, per analogia con i corpi visibili: poiché i moti dell'appetito animale sono simili alle inclinazioni dell'appetito naturale. In tal senso all'amore si attribuisce l'ardore, al piacere l'espansione, e alla tristezza la depressione. Si dice infatti che un uomo è depresso, per il fatto che è ostacolato nei suoi movimenti da qualche peso. Ora, è evidente da quanto abbiamo già detto che la tristezza nasce da un male presente. Il quale, proprio perché ostacola il moto della volontà, deprime l'animo, in quanto gli impedisce di godere ciò che vuole. E se la forza del male che addolora non è tanta da togliere la speranza di scampare, rimane un moto di resistenza contro l'oggetto nocivo che rattrista, sebbene l'animo sia depresso, perché al presente non possiede ciò che vuole. Se invece la forza del male è tanto superiore da escludere ogni speranza di scampo, allora viene impedito del tutto anche il moto interiore dell'animo angustiato, al punto da non potersi volgere da nessuna parte. Anzi talvolta vengono impediti anche i moti esterni del corpo, cosicché un uomo rimane in se stesso come istupidito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quella tensione dell'animo deriva dalla tristezza secondo Dio, in forza della speranza nella remissione del peccato.
2. Per quanto riguarda i moti appetitivi, restrizione e depressione si riferiscono alla stessa cosa. Infatti l'animo, dal momento che è depresso al punto di non poter tendere liberamente verso l'oggetto, si ritrae, e quasi si restringe in se stesso.
3. Si dice che un uomo è assorbito dalla tristezza, quando la forza del male che addolora colpisce in pieno l'anima, da togliere ogni speranza di scampo. Perciò nello stesso momento deprime ed assorbe. Infatti ci sono delle cose che si implicano vicendevolmente nel loro significato metaforico, mentre sono contrapposte in senso letterale.

ARTICOLO 3

Se la tristezza, o dolore, debiliti ogni attività

SEMBRA che la tristezza non debiliti tutte le operazioni. Infatti:
1. Stando alle parole riportate dall'Apostolo, dalla tristezza viene causata la premura. Ma la premura aiuta a ben operare; infatti il medesimo Apostolo scrive: "Studiati con premura di comparire come operaio che non ha mai da arrossire". Quindi la tristezza non disturba l'operazione, ma piuttosto aiuta a ben operare.
2. In molti casi, come nota Aristotele, la tristezza provoca la concupiscenza, o desiderio. Ma il desiderio rende più intensa l'operazione. Dunque anche la tristezza.
3. Come certe operazioni sono proprie di chi gode, così altre sono proprie di chi è triste, piangere, p. es. Ma ogni cosa si accresce con ciò che le conviene. Ci sono dunque delle operazioni che non sono disturbate, ma favorite dalla tristezza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "il piacere dà compimento all'operazione", e, inversamente, che "la tristezza le è di ostacolo".

RISPONDO: Come abbiamo spiegato, certe volte la tristezza non deprime e non assorbe talmente l'animo, da escludere ogni moto interno ed esterno; ché anzi alcuni moti talora sono prodotti dalla tristezza medesima. Perciò un'operazione può riferirsi alla tristezza in due maniere. Primo, come oggetto di essa. E in questo caso qualsiasi attività è ostacolata dalla tristezza: infatti ciò che facciamo con tristezza non lo facciamo mai così bene, come le cose compiute con gioia, o senza tristezza. E la ragione si è che la volontà è la causa dell'agire umano: perciò quando un'operazione riguarda cose che rattristano, è necessario che l'atto venga debilitato.
Secondo, l'operazione può riferirsi alla tristezza medesima, come a sua causa, o principio. E in questo caso l'operazione viene necessariamente potenziata dalla tristezza: più uno, p. es., si rattrista di una cosa, più si sforza di eliminare quel dolore o tristezza, purché rimanga la speranza di riuscire: altrimenti dalla tristezza non nascerebbe nessuna operazione.
Così è evidente la risposta alle varie difficoltà.

ARTICOLO 4

Se la tristezza sia più nociva al corpo delle altre passioni dell'anima

SEMBRA che la tristezza non sia la passione che più danneggia il corpo. Infatti:
1. La tristezza ha un'esistenza immateriale nell'anima. Ma cose che esistono solo in modo immateriale, non possono produrre trasmutazioni corporali: il che è evidente nel caso delle "intenzioni" dei colori esistenti nell'aria, dalle quali nessun corpo viene colorato. Dunque la tristezza non arreca nessun danno corporale.
2. Se la tristezza produce un danno fisico, è solo perché è accompagnata da un'alterazione fisica. Ma questa è implicita in tutte le passioni, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque la tristezza non nuoce al corpo più delle altre passioni.
3. Il Filosofo insegna, che "l'ira e il desiderio alcuni li rendono pazzi": e questo sembra il danno più grave, essendo la ragione quanto di più eccellente c'è nell'uomo. Anche la disperazione sembra essere più nociva della tristezza: essendo la causa di essa. Dunque la tristezza non nuoce al corpo più delle altre passioni dell'anima.

IN CONTRARIO: Sta scritto nei Proverbi: "L'animo allegro fa buon sangue, e lo spirito triste secca le ossa". E ancora: "Come la tignola nel panno, e il tarlo nel legno, così nuoce la tristezza al cuore dell'uomo". E nell'Ecclesiastico: "Dalla tristezza vien presto la morte".

RISPONDO: Tra tutte le passioni dell'anima quella che più nuoce al corpo è la tristezza. E lo dimostra il fatto, che la tristezza si contrappone alla vita umana nel suo moto specifico; e non soltanto per un eccesso di misura o di quantità, come le altre passioni. Infatti la vita umana si riduce a un moto che parte dal cuore e si diffonde nelle altre membra: e codesto moto è proporzionato alla natura umana secondo una determinata misura. Perciò, se codesto moto viene accelerato oltre la misura dovuta, viene ad opporsi alla vita umana per un eccesso di misura; ma non per la sua natura specifica. Se invece si ostacola lo svolgimento di codesto moto, avremo un'opposizione alla vita nella sua specie.
Ora, si deve osservare che in tutte le passioni dell'anima l'alterazione fisiologica, che ne è la parte materiale, è conforme e proporzionata al moto dell'appetito, che ne è la parte formale; come in tutte le cose la materia è proporzionata alla forma. Perciò quelle passioni che implicano un moto dell'appetito volto al raggiungimento di un oggetto, come l'amore, il piacere, il desiderio, ecc., non si oppongono specificamente al moto vitale (del cuore) ma possono opporvisi per eccesso di misura. Perciò codesti moti per la loro specie favoriscono la natura del corpo, ma possono esserle nocivi solo per un eccesso. - Invece le passioni che implicano un moto dell'appetito con la fuga, o con una certa sospensione, si oppongono al moto vitale (del cuore), non solo per una discordanza di misura, ma per la stessa specie del moto, e quindi sono direttamente nocive: tali sono il timore e la disperazione, e soprattutto la tristezza, la quale deprime l'animo con l'imposizione di un male presente, che lascia un'impressione più forte di un male futuro.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima per natura muove il corpo; e quindi il moto immateriale dell'anima è per natura causa delle trasmutazioni corporali. Non è quindi lo stesso il caso delle "intenzioni" immateriali, che per natura non sono ordinate a muovere altri corpi, non soggetti alla mozione dell'anima.
2. Le altre passioni hanno un'alterazione fisica specificamente conforme al moto vitale: quella invece della tristezza è contraria, come abbiamo spiegato.
3. Si richiede una causa meno forte per impedire l'uso della ragione, che per distruggere la vita: vediamo infatti che molte infermità, le quali tolgono l'uso della ragione, non arrivano a troncare la vita. Tuttavia il timore e l'ira apportano gravissimo danno corporale, perché l'assenza di ciò che si brama include con esse la tristezza. Del resto anche la tristezza talora toglie la ragione: come è evidente in quelli che per un dolore cadono nella malinconia, o nella follia.