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Questione 36
Le cause della tristezza o dolore
Passiamo a considerare le cause della
tristezza o dolore.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se causa del dolore
sia il bene perduto, o il male presente; 2. Se il desiderio sia causa del
dolore; 3. Se causi il dolore l'amore dell'integrità; 4. Se causi il dolore
una potenza cui non si può resistere.
ARTICOLO 1
Se causa del dolore sia il bene perduto, o il male presente
SEMBRA che provochi più dolore il bene perduto, che il male presente. Infatti:
1. S. Agostino insegna che il dolore deriva dalla perdita dei beni temporali.
Quindi, per lo stesso motivo, qualsiasi dolore dipende dalla perdita di un bene.
2. Abbiamo detto sopra, che il dolore contrario a un dato piacere
ha lo stesso oggetto di codesto piacere. Ora, il piacere ha per oggetto
il bene, come si è visto. Dunque il dolore riguarda principalmente la perdita di un bene.
3. Scrive S. Agostino, che causa della tristezza e degli altri affetti
dell'anima è l'amore. Ma oggetto dell'amore è il bene. Quindi il dolore, o tristezza,
riguarda più il bene perduto che il male presente.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna, che
"il male atteso provoca il timore,
quello presente la tristezza".
RISPONDO: Se nella conoscenza le privazioni si presentassero come
nella realtà, il problema non avrebbe nessun valore. Infatti, come
abbiamo visto nella Prima Parte, il male è privazione di bene: e
nella realtà la privazione non è altro che assenza della perfezione
contraria; perciò in realtà è la stessa cosa rattristarsi del bene perduto,
e del male ricevuto. - Ma la tristezza è un moto dell'appetito
che segue la conoscenza. E nella conoscenza la privazione stessa si
presenta come un'entità: difatti si denomina ente di ragione.
Perciò, il male, pur essendo privazione, si presenta come un contrario.
E quindi per il moto appetitivo è diverso stabilire se riguarda principalmente
il male presente, o il bene perduto.
E poiché il moto dell'appetito animale sta alle operazioni dell'anima,
come il moto fisico e naturale agli esseri fisici; si può desumere
la vera soluzione del problema dall'analisi dei moti fisici naturali.
Se consideriamo in codesti ultimi l'accedere e il recedere, vediamo
che l'accedere di per se riguarda quanto conviene alla natura;
invece il recedere ha per oggetto diretto quanto la contraria; i gravi,
p. es., si allontanano di per sé dall'alto e si avvicinano naturalmente
al basso. Ma se prendiamo la causa di entrambi i fatti, cioè la gravità,
quest'ultima tende di più a inclinare verso il basso, che ad allontanare dall'alto.
Perciò, siccome la tristezza tra i moti appetitivi ha l'aspetto di
fuga e di allontanamento, mentre il piacere ha quello di ricerca e di
avvicinamento; la tristezza deve avere per oggetto suo proprio il
male presente, come il piacere riguarda principalmente il bene raggiunto.
Tuttavia la causa del piacere e della tristezza, cioè l'amore,
riguarda prima il bene che il male. Perciò, stando al modo col quale
l'oggetto produce le passioni, è causa più appropriata della tristezza,
o dolore, il male presente che il bene perduto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La perdita di un bene viene conosciuta
sotto l'aspetto di un male: come la perdita di un male può
essere considerata sotto l'aspetto di bene. Perciò S. Agostino insegna
che il dolore deriva dalla perdita dei beni temporali.
2. Un dato piacere e il suo dolore contrario hanno per oggetto la
stessa cosa, ma sotto aspetti contrari: infatti se il piacere deriva
dalla presenza di un dato oggetto, la tristezza deriva dalla sua mancanza.
Ma in uno dei contrari, come Aristotele dimostra, è inclusa
la privazione dell'altro. È per questo che la tristezza, avendo per
oggetto il contrario, in qualche modo ha il medesimo oggetto
sotto l'aspetto contrario.
3. Quando da una causa derivano molte operazioni, non è necessario
che tutte riguardino quello che principalmente è oggetto di
codesta causa, ma basta che così lo riguardi la prima.
Invece ciascuna delle altre ha per oggetto principale ciò che ad essa conviene
secondo la propria natura.
ARTICOLO 2
Se il desiderio sia causa di tristezza
SEMBRA che il desiderio non sia causa di tristezza. Infatti:
1. Di per sé la tristezza ha per oggetto il male, come abbiamo visto.
Invece il desiderio, o concupiscenza, è un moto dell'appetito verso
il bene. Ora, il moto verso uno dei contrari non è causa del moto che
ha per oggetto l'altro contrario. Dunque il desiderio non è causa di dolore.
2. Secondo il Damasceno, il dolore ha per oggetto il presente, il
desiderio invece ha per oggetto il futuro. Dunque il desiderio non è causa del dolore.
3. Ciò che di per sé è piacevole non è causa di dolore. Ma il desiderio è per se
stesso piacevole, come dice Aristotele. Dunque il desiderio non è causa
di dolore o di tristezza.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Quando s'insinuano l'ignoranza
delle cose da farsi e la concupiscenza, o desiderio di quelle nocive,
s'introducono come compagni l'errore e il dolore". Ora, l'ignoranza è causa di errore.
Dunque il desiderio, o concupiscenza, è causa di dolore.
RISPONDO: La tristezza è un moto dell'appetito animale. Ora, il
moto di codesto appetito ha una somiglianza, come si è detto, con
quello dell'appetito naturale. E di quest'ultimo si possono determinare
due cause: la prima come fine, la seconda come principio di
movimento. Nella caduta dei gravi, p. es., il luogo inferiore fa da
causa finale; e l'inclinazione naturale, dovuta alla gravità, fa da principio di moto.
Ora, nel moto dell'appetito fa da causa finale l'oggetto. E in questo senso,
come abbiamo già visto, causa del dolore, o tristezza è il male presente. - Invece
fa da principio di codesto moto l'inclinazione interiore dell'appetito.
Il quale prima di tutto inclina verso il
bene; e di conseguenza tende a respingere il male contrario. Perciò il
primo principio di codesto moto appetitivo è l'amore, che è la prima
inclinazione dell'appetito al conseguimento del bene; il secondo principio è
l'odio che è la prima inclinazione dell'appetito a fuggire il
male. Ma poiché il desiderio, o concupiscenza, è il primo effetto dell'amore,
massima fonte di godimento, secondo le cose già viste, ecco
che S. Agostino mette il desiderio, o concupiscenza al posto dell'amore,
come abbiamo già notato. E in questo modo può dire che il
desiderio, o concupiscenza è la causa universale del dolore.
Ma il desiderio stesso, considerato nella sua natura, può essere
talora causa del dolore. Infatti tutto ciò che impedisce a un moto
di raggiungere il suo termine, è contrario al moto medesimo. Ora,
quanto è contrario al moto dell'appetito rattrista. È così che il desiderio
diviene causa di tristezza, in quanto ci rattristiamo del differimento,
o della privazione di un bene desiderato. Ma non può essere causa universale del dolore:
poiché ci addolora di più la privazione dei beni presenti di cui godiamo,
che quella dei beni futuri, oggetto del desiderio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'inclinazione dell'appetito verso
il bene è causa dell'inclinazione di esso a fuggire il male, come abbiamo spiegato.
Ecco perché i moti appetitivi riguardanti il bene
sono tra le cause dei moti appetitivi riguardanti il male.
2. Sebbene ciò che si desidera sia futuro, in qualche modo è presente,
in quanto oggetto di speranza. - Ma si può anche rispondere che,
pur essendo futuro il bene desiderato, è però presente l'impedimento che causa il dolore.
3. Il desiderio è piacevole finché dura la speranza di raggiungere
quello che si desidera. Ma venuta a mancare la speranza, per l'ostacolo sopraggiunto,
il desiderio produce dolore.
ARTICOLO 3
Se l'amore dell'unità o integrità sia causa del dolore
SEMBRA che l'amore dell'unità, o integrità non sia causa del dolore. Infatti:
1. Il Filosofo fa osservare, che
"questa opinione", la quale sostiene
che la pienezza produce piacere e la dissociazione tristezza, "sembra imbastita
sui piaceri e sui dolori attinenti al cibo". Ma i piaceri e i dolori non sono
tutti di questo genere. Dunque l'amore dell'unità non è causa universale
del dolore: difatti la pienezza si riconduce all'unità e la dissociazione alla pluralità.
2. Qualsiasi separazione si oppone all'integrità. Se dunque l'amore
per l'integrità causasse il dolore, nessuna separazione sarebbe piacevole.
E ciò evidentemente è falso nella separazione, o eliminazione del superfluo.
3. Identico è il motivo per cui bramiamo la congiunzione col bene,
e la fuga dal male. Ora, come la congiunzione col bene si riferisce
all'unità, essendo una specie di unione; così la separazione è il contrario dell'unità.
Dunque non è giusto indicare la brama per l'unità come causa del dolore,
a preferenza della brama per la separazione.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Dal dolore che le bestie sentono appare
chiaramente quanto le anime, nel reggere e nell'animare i loro corpi
amino l'integrità. Infatti che cos'altro è il dolore,
se non una certa sensazione insofferente di divisione e di corruzione?".
RISPONDO: Come abbiamo detto che è causa del dolore il desiderio
del bene, così bisogna considerare causa del dolore l'amore dell'unità ossia
dell'integrità. Infatti il bene di ogni cosa si riduce a
una certa unità, cioè al fatto che ciascuna cosa ha riunite in sé
tutte le parti che formano la sua perfezione: non per nulla i platonici
pensavano che l'uno fosse principio, o causa come il bene.
Quindi ogni cosa, come naturalmente appetisce la bontà, così appetisce
l'unità o integrità. Perciò, come l'amore o l'appetito del bene è
causa del dolore, così pure ne è causa l'amore, o appetito dell'unità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non tutte le unioni, ma soltanto
quelle da cui dipende lo stato perfetto di una cosa, integrano la ragione di bene.
Per questo motivo non l'amore di qualsiasi unità è
causa del dolore, come alcuni pensavano. E il Filosofo ne condanna
l'opinione per il fatto che certe pienezze non sono piacevoli: chi, p. es.,
è già sazio non prova piacere nel riempirsi di altro cibo. Infatti tale
riempimento, o unione, non costituisce ma distrugge lo stato perfetto (dell'animale).
Perciò il dolore non è prodotto dall'amore di qualsiasi unità,
ma di quella unità in cui consiste la perfezione naturale.
2. Una separazione può essere piacevole, o perché toglie un ostacolo
alla perfezione di una cosa; o perché si tratta di una separazione
che implica qualche unione, mettiamo quella dell'oggetto col senso.
3. La separazione degli elementi nocivi e pericolosi è anch'essa
oggetto d'amore, ma in quanto codesti elementi minacciano la debita unità.
Perciò non l'amore di codesta separazione è la prima causa
del dolore, ma piuttosto l'amore dell'integrità minacciata.
ARTICOLO 4
Se siano causa del dolore forze superiori e irresistibili
SEMBRA che non si debba mettere tra le cause del dolore la potenza di forze superiori. Infatti:
1. Ciò che è in potere dell'agente, non è presente ancora, ma futuro.
Il dolore invece ha per oggetto un male presente. Dunque la
potenza di forze superiori non è causa di dolore.
2. Causa di dolore è un danno irrogato. Ora, un danno può essere
irrogato anche da una forza inferiore. Dunque non si deve ritenere
come causa di dolore la potenza di forze superiori.
3. Cause dei moti appetitivi sono le interiori inclinazioni dell'anima.
Ora, una forza superiore è qualche cosa di estraneo.
Quindi essa non si deve mettere tra le cause del dolore.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Ciò che produce il dolore nell'anima è
il volere che resiste a una forza superiore; e nel corpo lo
produce il senso che resiste a un corpo più duro".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, causa oggettiva del dolore, o
tristezza, è il male presente. Si deve perciò considerare come causa
del dolore o della tristezza ciò che produce la presenza di un male.
Ora, è evidente che la presenza e l'applicazione del male ripugna all'inclinazione dell'appetito. D'altra parte ciò che contrasta l'inclinazione
di un dato soggetto non può imporsi ad esso senza l'intervento di un agente più forte.
Per questo S. Agostino mette la forza maggiore tra le cause del dolore.
Ma si deve considerare che, se una forza superiore giunge a mutare
l'inclinazione contraria in inclinazione propria del soggetto,
allora non ci sarà più nessuna ripugnanza o violenza: se, p. es.,
un agente virulento, nel distruggere un corpo grave gli togliesse la tendenza
verso il basso, sarebbe naturale e non più violento per codesto corpo
l'attrazione verso l'alto. Perciò se una potenza superiore
giunge al punto, da eliminare una data inclinazione della volontà
o dell'appetito sensitivo, essa non produce dolore o tristezza:
ma lo produce soltanto quando rimane l'inclinazione contraria nell'appetito.
Ecco perché S. Agostino afferma, che "il volere che resiste
a una forza superiore" causa il dolore: infatti, se non resistesse ma consentisse,
non ne seguirebbe un dolore, bensì un piacere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una forza superiore causa il dolore non come agente
in potenza, ma come agente in atto: cioè in quanto infligge un male distruttivo.
2. Niente impedisce che una forza la quale non è superiore in
senso assoluto, sia superiore in senso relativo. E così può irrogare un danno.
Ma se non fosse superiore in nessun senso, in nessuna
maniera potrebbe nuocere. E quindi non potrebbe essere causa di dolore.
3. Gli agenti esterni possono essere causa dei moti appetitivi,
perché possono determinare la presenza dell'oggetto. E in questo modo
viene posta tra le cause della tristezza una forza superiore.
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