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Questione 35
Il dolore, o tristezza
Ed eccoci a trattare del dolore, o tristezza.
E su questo tema considereremo: primo, la tristezza, o dolore, in
se medesima; secondo, le sue cause; terzo, gli effetti; quarto, i rimedi;
quinto, la sua bontà o malizia.
Sul primo argomento tratteremo otto problemi: 1. Se il dolore
sia una passione dell'anima; 2. Se la tristezza si identifichi col
dolore; 3. Se la tristezza, o il dolore, sia contraria al piacere;
4. Se ogni tristezza sia contraria a tutti i piaceri; 5. Se al godimento
della contemplazione si contrapponga qualche tristezza; 6. Se sia
più forte la ripulsa del dolore, che la brama del piacere; 7. Se il dolore
esterno sia più grande del dolore interno; 8. Le specie della tristezza.
ARTICOLO 1
Se il dolore sia una passione dell'anima
SEMBRA che il dolore non sia una passione dell'anima. Infatti:
1. Nessuna passione dell'anima è nel
corpo. Ma il dolore può essere nel corpo: come S. Agostino
scrive, "il dolore attribuito al corpo è il guasto repentino della salute
di esso, esposta alla corruzione dal cattivo uso dell'anima".
Dunque il dolore non è una passione dell'anima.
2. Tutte le passioni dell'anima appartengono alle facoltà appetitive.
Ma il dolore non spetta alle facoltà appetitive, bensì a quelle conoscitive:
infatti S. Agostino scrive, che "il contrasto del senso con corpi più duri
produce dolore nel corpo". Dunque il dolore non è una passione dell'anima.
3. Tutte le passioni dell'anima appartengono all'appetito animale.
Ora, il dolore non appartiene all'appetito animale, ma piuttosto a
quello naturale; infatti S. Agostino scrive: "Se nella natura non
fosse rimasta una qualche bontà, non si sentirebbe dolore alcuno
nel perdere in punizione un bene qualsiasi". Dunque il dolore non
è una passione dell'anima.
IN CONTRARIO: S. Agostino mette il dolore tra le passioni dell'anima,
riportando le parole di Virgilio: "Donde temono, bramano, godono e si
dolgono".
RISPONDO: Come per il piacere si richiedono due cose, cioè l'unione
con un bene e la conoscenza di codesta unione; così anche per il dolore
si richiedono due cose: l'unione con un male (male appunto perché
privazione di un bene); e la conoscenza di codesta unione.
Ora, tutto ciò che viene a unirsi non può causare piacere o dolore,
se non costituisce un bene o un male per il soggetto interessato. Da
ciò risulta chiaro che una cosa è oggetto di piacere o di dolore sotto
l'aspetto di bene o di male. Ora, bene e male, in quanto tali, sono
oggetto dell'appetito. Quindi è evidente che il piacere e il dolore
appartengono all'appetito.
Ma ogni moto o inclinazione dell'appetito, che segue la conoscenza,
appartiene all'appetito intellettivo, o a quello sensitivo: infatti l'inclinazione
dell'appetito naturale non segue la conoscenza del soggetto appetente,
ma di un altro, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
E poiché il piacere e il dolore presuppongono nel soggetto
medesimo il senso o un'altra conoscenza, è chiaro che il dolore,
come il piacere, risiede nell'appetito o intellettuale o sensitivo.
Ma ogni moto dell'appetito sensitivo, secondo le spiegazioni già date,
si denomina passione: e specialmente quei moti che denotano difetto.
Perciò il dolore, in quanto si trova nell'appetito sensitivo, si denomina
in senso rigorosissimo una passione dell'anima: come i disturbi
fisici si denominano propriamente passioni del corpo. Per questo
S. Agostino dà specialmente al dolore il nome di "infermità".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che un dolore è nel corpo,
perché nel corpo si trova la causa di esso: p. es., quando soffriamo
qualche cosa che nuoce al corpo. Ma il moto del dolore è sempre nell'anima:
infatti, come si esprime S. Agostino, "il corpo non può soffrire
senza che soffra l'anima".
2. Si dice che il dolore è una sensazione, non perché è l'atto di
una facoltà sensitiva; ma perché la sensazione si richiede per il dolore,
come per il piacere corporale.
3. Il dolore per la perdita di un bene dimostra la bontà della natura;
non perché il dolore è un atto dell'appetito naturale, ma perché,
il tendere verso un dato bene, provoca la passione del dolore
nell'appetito sensitivo, quando si ha la sensazione di perderlo.
ARTICOLO 2
Se la tristezza si identifichi col dolore
SEMBRA che la tristezza non sia un dolore. Infatti:
1. S. Agostino afferma, che
"si parla di dolore nei corpi".
La tristezza invece è piuttosto nell'anima. Dunque la tristezza non è un dolore.
2. Il dolore è soltanto di un male presente. Invece la tristezza può
essere di un male passato o futuro: la penitenza, p. es., è tristezza
per il passato, e l'ansietà per il futuro. Dunque la tristezza è del tutto
differente dal dolore.
3. Il dolore sembra derivare soltanto dal senso del tatto. Ora, la
tristezza può derivare da tutti i sensi. Dunque la tristezza non è
il dolore, essendo più estesa di esso.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive usando nello stesso senso tristezza
e dolore: "grande tristezza io provo, e continuo dolore è nel mio cuore".
RISPONDO: Il piacere e il dolore possono essere prodotti da due diverse
cognizioni: dalla percezione dei sensi esterni, e dalla conoscenza interiore,
sia dell'intelletto che dell'immaginativa. Ora, la conoscenza interiore
si estende di più che quella esterna: poiché tutto ciò che cade sotto
la percezione esterna cade anche sotto quella interiore, ma non viceversa.
Ecco perché soltanto il piacere prodotto dalla conoscenza
interiore viene denominato gioia, come sopra abbiamo visto.
Allo stesso modo il solo dolore derivante dalla conoscenza interiore
viene denominato tristezza. E come il piacere prodotto dalla percezione
esterna viene denominato piacere, ma non gioia;
così il dolore prodotto dalla percezione esterna viene denominato dolore,
ma non tristezza. Perciò la tristezza è una specie del dolore,
come la gioia è una specie del piacere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino intende parlare dell'uso
del termine: poiché dolore si usa di più per i dolori corporali meglio
conosciuti, che per i dolori spirituali.
2. I sensi esterni percepiscono solo il presente; invece le facoltà
conoscitive interiori possono conoscere il presente, il passato e il futuro.
Perciò la tristezza può essere del presente, del passato e del futuro: invece il dolore
fisico, che accompagna la percezione dei sensi esterni, è solo del presente.
3. Gli oggetti del tatto possono essere dolorosi, non solo perché
sproporzionati alla facoltà conoscitiva, ma anche perché contrari alla natura.
Invece gli oggetti degli altri sensi possono essere sproporzionati
alla facoltà conoscitiva, ma non possono essere contrari alla natura,
se non in ordine agli oggetti del tatto. Perciò soltanto l'uomo, animale
dalla cognizione perfetta, prova piacere direttamente per l'oggetto degli
altri sensi: mentre gli altri animali provano piacere per esso solo in vista
dell'oggetto del tatto, come Aristotele osserva.
Quindi per altri sensi non si parla di dolore, prendendo qui dolore come
contrapposto del piacere naturale; ma piuttosto di tristezza,
che è il contrario della gioia propria dell'anima.
Perciò, se per dolore s'intende il dolore fisico, ed è questo il senso più usato,
il dolore si contraddistingue dalla tristezza, in base alla distinzione
tra conoscenza interna e conoscenza esterna; si noti però che il piacere
naturale si estende a un numero maggiore di oggetti che il dolore naturale.
Se invece si prende il dolore come termine generico,
allora il dolore è il genere cui appartiene la tristezza, come abbiamo già notato.
ARTICOLO 3
Se la tristezza, o dolore, sia il contrario del piacere
SEMBRA che il dolore non sia contrario al piacere. infatti:
1. Una cosa non può essere causa del suo contrario. Ma la tristezza
può esser causa del piacere; poiché sta scritto: "Beati coloro che piangono,
perché saranno consolati". Dunque dolore e tristezza non sono contrari.
2. Tra due contrari l'uno non può qualificare l'altro. Ora, in certi
casi il dolore stesso, o tristezza, è piacevole: poiché, come S. Agostino nota,
negli spettacoli il dolore piace. E aggiunge che "il pianto è una cosa amara,
che però qualche volta riesce gradita". Dunque il dolore
non è il contrario del piacere.
3. Uno dei contrari non è materia dell'altro: poiché i contrari non
possono stare insieme. Ma il dolore può essere materia del piacere;
infatti S. Agostino scrive: "Il penitente si dolga sempre, e goda del suo
dolore".
Il Filosofo afferma che, all'inverso, "chi ha fatto del male si rattrista di
ciò che ha goduto". Dunque piacere e dolore non sono contrari.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino, che
"la gioia è la volontà in accordo
con ciò che vogliamo: mentre la tristezza è la volontà che è
in disaccordo con ciò che non vogliamo". Ora, accordo e disaccordo
sono cose contrarie. Dunque gioia e tristezza sono contrarie.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo, la contrarietà è una differenza
formale. Ma la forma, ovvero la specie delle passioni, come del
moto, si desume dal loro oggetto, o termine. Ora, gli oggetti del piacere
e del dolore, o tristezza, cioè il bene presente e il male presente,
sono contrari. Perciò dolore e piacere sono contrari.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che uno dei contrari
sia per accidens causa dell'altro. E la tristezza può causare il
piacere in codesto modo. Prima di tutto perché la tristezza, dovuta
alla mancanza di una cosa, o alla presenza del suo contrario, fa
cercare con più impegno l'oggetto che piace: chi, p. es., soffre la
sete, cerca con più impegno il godimento del bere, come rimedio alla
tristezza che lo affligge. In secondo luogo perché per il grande desiderio
di un dato piacere, uno non rifiuta di sopportare dei dolori,
per raggiungere codesto godimento. E in tutti e due i modi la presente
tristezza conduce alla consolazione della vita futura. Poiché
per il fatto stesso che l'uomo piange a motivo dei peccati e del ritardo
della gloria, merita la consolazione della vita eterna.
Così pure la merita chi non risparmia travagli e amarezze, per poterla raggiungere.
2.
Il dolore stesso può essere piacevole per accidens: cioè perché è
accompagnato dalla meraviglia, come negli spettacoli, oppure perché
implica il ricordo di una cosa amata, facendone sentire l'amore
mediante la pena per la sua mancanza. E poiché l'amore è piacevole,
fa sì che siano piacevoli e il dolore e tutte le altre cose che dall'amore derivano,
in quanto servono a far sentire l'amore. Anche per questo
motivo può esser piacevole il dolore negli spettacoli; poiché in esso
si fa sentire l'amore che uno ha concepito verso i personaggi ricordati.
3. La volontà e la ragione possono riflettere sui loro atti, considerando
gli atti stessi della volontà e della ragione sotto l'aspetto di
atti buoni o cattivi. E in tal modo non direttamente, ma per accidens,
la tristezza può essere materia del godimento, e viceversa: in quanto, cioè,
l'una e l'altro vengono considerati buoni, o cattivi.
ARTICOLO 4
Se ogni tristezza sia contraria a tutti i piaceri
SEMBRA che ogni tristezza sia contraria a tutti i piaceri. Infatti:
1. Come il bianco e il nero sono specie contrarie del colore, così
piacere e tristezza sono specie contrarie delle passioni. Ma bianco e
nero sono sempre contrapposti. Dunque lo sono pure sempre il piacere e la tristezza.
2. I rimedi si desumono da cose contrarie. Ora, qualsiasi piacere
è un rimedio contro qualsiasi tristezza, come spiega Aristotele.
Dunque qualsiasi piacere è contrario a qualsiasi tristezza.
3. Cose che si ostacolano a vicenda sono contrarie. Ma qualsiasi
tristezza ostacola qualsiasi piacere, come Aristotele dimostra.
Dunque, qualsiasi tristezza è contraria a qualsiasi piacere.
IN CONTRARIO: I contrari non derivano da una stessa causa.
Ora, invece, può derivare da una medesima virtù godere di una cosa, e
rattristarsi del suo opposto; infatti, come scrive S. Paolo, deriva dalla
carità "godere con chi gode", e "piangere con chi piange".
Dunque non è vero che ogni tristezza sia contraria a tutti i piaceri.
RISPONDO: Come spiega Aristotele, la contrarietà è una differenza
formale. Ora, la forma può essere generica, o specifica. Perciò avviene
che alcune cose sono contrarie per la forma del genere: virtù e vizio, p. es.;
e altre per la forma della specie: come giustizia e ingiustizia.
Si deve però notare che alcune cose sono specificate da forme autonome,
come le sostanze e le qualità; altre invece sono specificate in
ordine a qualcosa di estrinseco: le passioni e i moti, p. es., ricevono
la specie dal loro termine, o oggetto. Ebbene, nelle cose che devono
le loro specie a forme autonome, può capitare che specie appartenenti
a generi contrari non siano contrarie nella loro ragione specifica;
però si esclude una qualsiasi affinità o convenienza reciproca.
Infatti l'intemperanza e la giustizia, che appartengono a generi
contrari, cioè l'una al vizio e l'altra alla virtù, non sono contrarie
per la loro ragione specifica: però non hanno neppure alcuna affinità
o convenienza reciproca. - Invece nelle cose che devono la loro
specie a qualcosa di estrinseco, può capitare che specie di generi contrari,
pur essendo contrarie tra loro, abbiano dei punti di contatto
e delle affinità reciproche: poiché l'identico comportamento
verso termini tra loro contrari determina una contrarietà, così l'atto
di avvicinarsi al bianco e l'atto di avvicinarsi al nero fanno contrarietà;
invece il contrario comportamento verso termini tra loro
contrari, p. es., l'allontanarsi dal bianco e l'accedere al nero, determinano
una somiglianza. E questo si rileva specialmente nella contraddizione,
che è il principio di ogni opposizione: infatti si ha
opposizione nell'affermare e nel negare la stessa cosa, p. es.: questa
cosa è bianca, questa cosa non è bianca; invece nell'affermazione
di un opposto e nella negazione dell'altro si riscontra una coincidenza
e una somiglianza, come quando dico: questa cosa è nera, e questa cosa non è bianca.
Ora, le passioni della tristezza e del piacere sono specificate dall'oggetto.
E, stando al loro genere sono contrarie: infatti l'una ha
di mira il conseguimento, l'altra la fuga che, a dire di Aristotele, "rispetto
all'appetito sono come l'affermazione e la negazione rispetto alla ragione".
Perciò dolore e piacere riguardo al medesimo oggetto sono specificamente
contrari tra loro. Invece tristezza e gioia per oggetti diversi,
non sono termini opposti ma disparati: l'amarezza per la morte di un amico,
e la gioia della contemplazione, p. es., non si contrappongono specificamente fra loro,
ma son cose disparate. Se poi quegli oggetti diversi sono contrari, allora piacere e tristezza,
oltre a non essere specificamente contrari, sono addirittura armonizzati ed affini:
tali sono, p. es., il godimento del bene, e la tristezza per il male.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bianco e il nero non devono la
loro specie a una relazione con qualche cosa di esterno, come il piacere
e la tristezza. Dunque il confronto non regge.
2. Come scrive Aristotele, il genere si desume dalla materia.
Ora, negli accidenti è il soggetto a sostenere le parti della materia.
E abbiamo già detto che il piacere e la tristezza sono contrari nel loro genere.
Perciò in qualsiasi tristezza troviamo nel soggetto una disposizione
contraria alla disposizione in cui esso si trova, quando gode un qualsiasi piacere:
infatti in qualsiasi piacere l'appetito è nell'attitudine di accettazione
verso l'oggetto presente; invece in qualsiasi tristezza è nell'attitudine di ripulsa.
Perciò rispetto al soggetto qualsiasi piacere è un rimedio per qualsiasi tristezza,
e qualsiasi tristezza è un ostacolo per qualsiasi piacere: specialmente però quando
il piacere è contrario anche specificatamente alla tristezza.
3. È così risolta anche la terza difficoltà. - Ma si potrebbe anche
rispondere che sebbene ogni tristezza non sia contraria specificamente a qualsiasi piacere,
è tuttavia contraria per i suoi effetti: infatti mentre il piacere dà
un conforto alla natura animale, la tristezza le procura un impaccio.
ARTICOLO 5
Se vi siano dolori o tristezze contrari al godimento della contemplazione
SEMBRA che non vi siano dolori o tristezze contrari al godimento
della contemplazione. Infatti:
1. L'Apostolo afferma:
"La tristezza secondo Dio produce un ravvedimento
che conduce alla salvezza". Ora, spetta alla ragione superiore
avere Dio per oggetto; ma a tale ragione spetta pure attendere
alla contemplazione, come osserva S. Agostino. Quindi c'è una tristezza
che si oppone al godimento della contemplazione.
2. Cose contrarie hanno effetti contrari. Se, dunque, uno dei contrari è causa
di piacere come oggetto di contemplazione, l'altro sarà causa di tristezza.
E quindi il godimento della contemplazione trova una tristezza contraria.
3. Il godimento ha per oggetto il bene, la tristezza il male.
Ora, la contemplazione può presentarsi come un male: infatti il Filosofo
scrive, che "ci son cose che non è bene pensare". Dunque ci può
essere una tristezza contraria al godimento della contemplazione.
4. Qualsiasi operazione non ostacolata è causa di godimento, come
dice ripetutamente Aristotele. Ora, l'atto del contemplare può essere
ostacolato in molte maniere, o totalmente, o in modo da metterlo in difficoltà.
Dunque nella contemplazione può esserci una tristezza contraria al suo godimento.
5. L'afflizione della carne è causa di tristezza. Ma sta scritto che
"il troppo
meditare è travaglio del corpo". Quindi esiste una tristezza
contraria alla contemplazione.
IN CONTRARIO: Della sapienza si legge nella Scrittura:
"Non ha amarezza
la sua conversazione; né tedio il conviver con lei, ma letizia e gioia".
Ora, si ha la conversazione e la convivenza col sapere mediante la contemplazione.
Dunque non esiste nessuna tristezza contraria al godimento della contemplazione.
RISPONDO: Il piacere della contemplazione si può intendere in due modi.
Primo, nel senso che la contemplazione ne è la causa, non però l'oggetto.
E allora abbiamo il godimento non dell'atto stesso del contemplare,
ma della cosa contemplata. Ora, siccome capita di contemplare,
sia cose nocive e dolorose, sia cose buone e piacevoli; niente impedisce
che al godimento del contemplare inteso in codesto senso
possa corrispondere una contraria tristezza.
Secondo, si può parlare di godimento della contemplazione nel
senso che il godimento deriva dalla contemplazione considerata come
causa e oggetto del medesimo: quando uno, per es., gode dell'atto
stesso del contemplare. E in questo caso, come dice S. Gregorio Nisseno (ovvero
Nemesio), "nessuna tristezza si oppone al piacere della contemplazione".
La stessa cosa è affermata più volte da Aristotele.
Ma ciò vale parlando in senso assoluto. E lo dimostra il fatto che di suo
un dolore contrasta col godimento del suo oggetto contrario:
la sofferenza del freddo, p. es., è contraria al godimento del caldo.
Invece niente è contrario alla contemplazione: infatti le ragioni
stesse dei contrari, in quanto conosciute, non sono contrarie; ché
anzi un contrario è ragione per conoscere l'altro. Perciò il godimento
che si ha nel contemplare non può avere, assolutamente parlando,
nessuna tristezza contraria. - E neppure è in connessione con qualche tristezza,
come i piaceri corporali, che sono altrettanti rimedi di contrari fastidi:
uno, p. es., gode nel bere, perché angustiato dalla sete,
e appena spenta la sete cessa il godimento del bere. Invece il
godimento della contemplazione non viene dall'eliminazione di qualche
fastidio, ma dall'essere per se stessa piacevole: infatti la contemplazione
non è una generazione, bensì un'operazione perfetta, come abbiamo detto.
Tuttavia indirettamente si può frapporre la tristezza al godimento
del conoscere. E questo in due modi: primo, per parte degli organi
corporei; secondo, per gli ostacoli della cognizione. Per parte degli organi
la tristezza, o dolore, si frappone direttamente alla conoscenza
nelle facoltà conoscitive della parte sensitiva, che sono dotate
di organi corporei: o perché l'oggetto è contrario alla debita disposizione
dell'organo, come nel gusto di una cosa amara, e nell'olfatto di una cosa fetida;
oppure per l'insistenza di un oggetto conveniente, che con la sua durata
produce uno squilibrio nella complessione naturale,
come sopra abbiamo notato, così da rendere fastidiosa quella conoscenza,
che prima era piacevole. - Ma queste due cose non possono aver luogo
nella contemplazione intellettiva; poiché l'intelletto non ha un organo corporeo.
Perciò nel passo riferito (della Scrittura) si dice,
che la contemplazione intellettiva "non ha amarezza, né tedio".
Siccome pero, la mente umana nel contemplare si serve delle
facoltà conoscitive sensibili, nell'atto delle quali può determinarsi
la stanchezza, indirettamente può mescolarsi tristezza, o dolore alla contemplazione.
Ma la tristezza, che per accidens accompagna la contemplazione,
non può essere contraria così al godimento di essa. Infatti la tristezza
che nasce dalle difficoltà del contemplare non è contraria al godimento
della contemplazione, ma è piuttosto affine e in armonia con essa,
com'è evidente da quanto sopra abbiamo detto. La tristezza poi, o afflizione,
che deriva dalla stanchezza del corpo, è di un genere diverso;
perciò è del tutto disparata. È chiaro, quindi, che nessuna tristezza è
contraria al diretto godimento della contemplazione; e che essa non è accompagnata
da nessuna pena, se non per accidens.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La tristezza indicata, secondo Dio, non ha per oggetto
diretto la contemplazione mentale stessa; ma ciò che la mente contempla:
cioè il peccato, che l'anima considera come contrario all'amore di Dio.
2. Le cose che sono contrarie nella realtà non hanno contrarietà in
quanto sono nella mente. Infatti le ragioni dei contrari non sono contrarie:
ché anzi un contrario è ragione della conoscenza dell'altro.
Per questo i contrari appartengono a una medesima scienza.
3. La contemplazione di per sé non ha mai ragione di male, non
essendo essa che la considerazione del vero, il quale è il bene dell'intelletto:
può aver ragione di male solo per accidens, cioè in quanto la considerazione
di una cosa più vile impedisce la contemplazione di una cosa più nobile;
oppure sarà cattiva a motivo della cosa contemplata, atta a muovere l'appetito
ad un affetto disordinato.
4. Il dolore per l'ostacolo della contemplazione non è contrario al
piacere di essa, ma è piuttosto affine, come abbiamo spiegato.
5. L'afflizione della carne, come abbiamo detto, è accidentale e indiretta
rispetto alla contemplazione intellettiva.
ARTICOLO 6
Se sia più forte la ripulsa del dolore che l'attrattiva del piacere
SEMBRA che sia più forte la ripulsa del dolore che l'attrattiva del piacere. Infatti:
1. S. Agostino scrive:
"Non c'è nessuno il quale non desideri di
più fuggire il dolore, che bramare il piacere". Ora, quello in cui
tutti consentono è cosa naturale. Dunque è naturale ed è giusto che
si fugga la tristezza più di quanto si brami il piacere.
2. L'azione dei contrari rende il moto più impetuoso e più veloce:
infatti, come osserva il Filosofo, "l'acqua calda si congela prima e
con più forza". Ora, la ripulsa del dolore deriva dalla contrarietà di
ciò che addolora: invece l'appetito del piacere non deriva da una contrarietà,
ma piuttosto dall'affinità di ciò che piace. Dunque la ripulsa
del dolore è superiore all'attrattiva del piacere.
3. Più è forte la passione alla quale uno resiste per seguire la ragione,
e più uno è degno di lode ed è più virtuoso: poiché, come scrive Aristotele,
"la virtù
si prova nel difficile e nel bene". Ora, il coraggioso, che resiste al moto
di ripulsa per il dolore, è più virtuoso del temperante che resiste all'attrattiva
del piacere: infatti il Filosofo altrove osserva, che "i coraggiosi e i giusti sono i più
onorati". Dunque è più forte il moto di ripulsa per il dolore, che l'attrattiva del piacere.
IN CONTRARIO: Il bene è più forte del male, come Dionigi dimostra.
Ma il piacere è desiderabile per il bene, che ne forma l'oggetto; mentre
la ripulsa del dolore ha per oggetto il male. Dunque è più forte
l'attrattiva del piacere che la ripulsa del dolore.
RISPONDO: Di per sé l'attrattiva del piacere è più forte della ripulsa del dolore.
E la ragione è questa, che la causa del piacere è il bene
il quale conviene; mentre la causa del dolore è il male, che invece ripugna.
Ora, può esserci un bene che conviene senza alcuna dissonanza:
invece non può esserci un male totalmente ripugnante senza alcuna convenienza.
Perciò il godimento può essere integro e perfetto: invece il dolore è sempre parziale.
Perciò la brama del piacere è naturalmente superiore alla ripulsa del dolore. - Ma vi è
un'altra ragione, nel fatto che il bene, oggetto del piacere, viene cercato per
se stesso: mentre il male, oggetto del dolore, è ripulsivo, perché privazione di bene.
Ora, ciò che vale per se stesso è superiore a ciò che vale per un altro. - Di ciò
abbiamo un segno nei moti di ordine fisico.
Difatti ogni moto fisico naturale è più intenso alla fine, quando
si avvicina al termine proporzionato alla sua natura, che quando, in
principio, lascia il termine non conveniente alla sua natura: mostrando
in qualche modo che la natura ha più tendenza a ciò che le
conviene, che ripulsa verso ciò che la contrasta. Perciò l'inclinazione
della facoltà appetitiva, assolutamente parlando, tende con più
forza verso il piacere, di quanto non rifugga dal dolore.
Ma può capitare per accidens che uno senta più forte la ripulsa per
il dolore che l'attrattiva del piacere. E questo può avvenire in tre modi. - Primo,
a motivo della conoscenza. Poiché, come scrive S. Agostino, "si sente
di più l'amore quando il bisogno lo manifesta".
Ora, dal bisogno dell'oggetto amato nasce il dolore, che deriva
dalla perdita del bene bramato, o dal sopraggiungere di un male
contrario. Invece il piacere è incompossibile col bisogno del bene
amato, essendo riposto nel bene già conseguito. Perciò, essendo
l'amore causa del piacere e del dolore, quanto più forte è il sentimento
dell'amore acuito dal contrasto, tanto più grande è la ripulsa
per il dolore. - Secondo, a motivo della causa che addolora o che
rattrista, la quale talora contrasta con un bene più amato del bene
di cui godiamo. Infatti noi amiamo di più l'incolumità naturale del
corpo, che il piacere del cibo. Perciò per paura del dolore prodotto
dalle frustate, o da altre pene consimili che minacciano l'incolumità
del corpo, rinunziamo al piacere del cibo, e ad altri piaceri. - Terzo,
a motivo degli effetti: poiché un dolore non ostacola un piacere soltanto, ma tutti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quanto dice S. Agostino, che
"il dolore è più
fuggito di quanto il piacere sia desiderato", è vero per accidens, non per se.
E ciò è evidente da quello che aggiunge: "Talora vediamo anche le belve più feroci
astenersi dai più grandi piaceri, per paura del dolore",
il quale appunto, è contrario alla vita, che è la cosa più amata.
2. Il caso del moto (naturale) proveniente dall'interno è diverso
dal caso del moto proveniente dall'esterno. Il moto interiore tende
di più verso l'oggetto conveniente di quanto non si ritragga dal suo contrario:
come sopra abbiamo detto per il moto fisico naturale.
Invece il moto che proviene dal di fuori s'intensifica per la stessa contrarietà:
poiché ogni essere tende a resistere al suo contrario, quasi per conservare se stesso.
Per questo il moto violento è intenso all'inizio e debole alla fine. - Ora,
il moto della parte appetitiva è un moto dall'interno: portandosi dall'anima alle cose.
Perciò, assolutamente parlando, è più forte l'attrattiva del piacere, che la ripulsa del dolore.
Invece il moto della parte sensitiva proviene dall'esterno, cioè va dalle cose all'anima.
E quindi si sente di più ciò che è maggiormente contrario.
Cosicché in quanto si richiedono i sensi per il piacere e per il dolore,
per accidens è più fuggito il dolore, di quanto non sia desiderato il piacere.
3. Il coraggioso non è lodato perché virtuosamente non si lascia vincere da un dolore,
o da una tristezza qualsiasi, ma da quella tristezza che consiste nel pericolo di morte.
La quale tristezza è fuggita con più forza di quanto non siano bramati i piaceri venerei
o gastronomici, oggetto della temperanza; appunto perché la vita è amata più del cibo
o dell'atto coniugale. La persona temperante è invece più lodata,
per non avere assecondato i piaceri del tatto, che per non aver fuggito i dolori contrari,
come Aristotele dimostra.
ARTICOLO 7
Se il dolore esterno sia maggiore di quello interno
SEMBRA che il dolore esterno sia maggiore dell'interno dolore del cuore. Infatti:
1. Il dolore esterno è prodotto da una causa che si oppone all'incolumità
del corpo, in cui sta la vita: invece il dolore interno è prodotto dall'immaginazione
di un male. E poiché la vita è più amata di un bene immaginato, è evidente,
da quanto sopra abbiamo detto, che il dolore esterno è più grave di quello interiore.
2. Muovono di più le cose reali che le immagini di esse. Ora, il dolore esterno
deriva dal contatto reale con le cose contrarie: invece il dolore interno deriva
dall'immagine conoscitiva di esse. Perciò il dolore esterno è superiore al dolore interno.
3. Le cause si conoscono dagli effetti. Ora, il dolore esterno produce
effetti più gravi: infatti è più facile che un uomo muoia per i dolori
esterni che per quelli interni. Dunque il dolore esterno è più grave
ed è più temuto del dolore interno.
IN CONTRARIO: Dice l'Ecclesiastico:
"Cumulo di ogni piaga è la tristezza del cuore,
e cumulo d'ogni male è la malvagità della donna".
Perciò, come la malvagità della donna, stando a quel testo, supera tutte
le altre malvagità, così la tristezza del cuore supera ogni piaga esteriore.
RISPONDO: Il dolore interno e quello esterno in una cosa convengono
e in due differiscono. Convengono nel fatto che sono entrambi
moti della potenza appetitiva, come abbiamo visto. Differiscono invece,
per i due requisiti della tristezza e del piacere: differiscono cioè, per la causa,
che è il bene o il male presente; e per la conoscenza.
Infatti causa del dolore esterno è il male presente che ripugna al corpo;
causa invece del dolore interno è il male presente che ripugna all'appetito.
Inoltre il dolore esterno segue la cognizione dei sensi,
e specialmente del tatto; invece il dolore interno segue la conoscenza interiore,
e cioè quella dell'immaginativa, o anche della ragione.
Se dunque si confronta la causa del dolore interno alla causa di
quello esterno, vediamo che l'una appartiene di per sé all'appetito,
sede propria di entrambi i dolori; l'altra gli appartiene indirettamente.
Poiché il dolore interno deriva dal fatto che una cosa ripugna all'appetito stesso;
invece il dolore esterno deriva dal fatto che ripugna all'appetito,
perché ripugna al corpo. Ora, ciò che si fa valere di per sé è sempre superiore
a ciò che vale in forza di altri. Perciò da questo lato il dolore interno sorpassa
il dolore esterno. - Lo stesso si dica per quanto riguarda la conoscenza.
Infatti la conoscenza dell'immaginativa e della ragione è più alta della conoscenza
del tatto. - Perciò, parlando in senso assoluto, il dolore interno è
più forte del dolore esterno. E se ne ha la riprova nel fatto che alcuni
affrontano volontariamente i dolori esterni, per evitare quelli interni.
E poiché non si contrappone all'appetito interiore, il dolore esterno
può diventare in qualche modo piacevole e giocondo per la gioia interiore.
Tuttavia il dolore esterno più volte è unito al dolore interno: e allora lo accresce.
Poiché il dolore interno non solo è più forte di quello esterno,
ma è anche più esteso. Infatti tutto ciò che ripugna al corpo,
può anche ripugnare all'appetito interiore; e tutto ciò che è conosciuto
dai sensi, può esser conosciuto anche dall'immaginativa e dalla ragione;
ma non viceversa. Perciò è detto espressamente nel testo riportato: "Cumulo di
ogni piaga è la tristezza del cuore", poiché anche i dolori delle piaghe
esterne sono compresi nella tristezza del cuore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche il dolore interno può avere per
oggetto ciò che è contrario alla vita. Perciò il confronto tra il dolore
interno e quello esterno non va fatto in base ai diversi mali che causano
il dolore; ma in base alla diversità dei rapporti che codeste cause
di dolore hanno con l'appetito.
2. La tristezza interiore non è causata dall'immagine conoscitiva di una cosa;
infatti un uomo non si rattrista interiormente per l'immagine eidetica
conosciuta, ma per la cosa reale di cui è immagine.
La quale cosa tanto più perfettamente è conosciuta mediante un'immagine eidetica,
quanto più immateriale e astratta è codesta immagine.
Perciò il dolore interno di per sé è più grave, avendo per oggetto
un male maggiore; poiché mediante la conoscenza interiore un dato
male meglio si conosce.
3. Le alterazioni fisiche sono causate di più dal dolore esterno, sia
perché la causa del dolore esterno fisicamente incide sull'organismo
provocando direttamente le percezioni del tatto, sia perché i sensi
esterni sono più corporei dei sensi interni, e l'appetito sensitivo più
corporeo di quello intellettivo. Per questi motivi, come sopra abbiamo
detto, il corpo è più pronto ad alterarsi per i moti dell'appetito sensitivo.
Ed ecco perché l'uomo è più sensibile al dolore esterno che a quello interiore.
ARTICOLO 8
Se vi siano soltanto quattro specie di dolore, o tristezza
SEMBRA che il Damasceno abbia fissato, senza giusti motivi, quattro
specie di tristezza, cioè l'accidia, l'abbattimento
(αχθος) (o l'ansietà, per S. Gregorio
Nisseno (cioè Nemesio)), la misericordia, e l'invidia. Infatti:
1. La tristezza è il contrario del piacere. Ma del piacere non vengono determinate
specie di sorta. Dunque non si devono determinare neppure per la tristezza.
2. La penitenza è una specie di tristezza. Così pure la nemesis e lo
zelo, ricordate dal Filosofo. Eppure esse non sono comprese in quelle
quattro specie. Dunque la suddetta divisione è insufficiente.
3. Ogni divisione deve farsi per termini opposti. Ma le cose indicate
non hanno opposizione reciproca. Infatti per S. Gregorio (Nemesio) "l'accidia è
una tristezza che toglie la voce; l'ansietà una tristezza che aggrava;
l'invidia è tristezza dei beni altrui; e la misericordia
tristezza dei mali altrui". Ora, può capitare che uno si rattristi del
male e del bene altrui, e assieme si senta interiormente aggravato ed
esteriormente perda la voce. Dunque codesta divisione non si giustifica.
IN CONTRARIO: Sta l'autorità di S. Gregorio Nisseno (cioè di Nemesio) e del Damasceno.
RISPONDO: È proprio della specie essere come un'aggiunta determinante del genere.
Ora, una cosa si può aggiungere al genere in due
maniere. Primo, come determinazione che lo riguarda, e che virtualmente è
contenuta in esso: razionale, p. es., è così contenuto in animale.
E tale aggiunta produce le varie specie di un dato genere, come
il Filosofo dimostra. - Ci sono invece delle determinazioni che si aggiungono
al genere come qualche cosa di estraneo alla sua nozione:
come quando all'animale si aggiunge bianco. E tale aggiunta non
produce vere specie del genere, stando all'uso comune dei termini genere e specie.
Tuttavia talora si dice che una cosa è specie di un dato genere,
perché implica un elemento estraneo, al quale viene applicata
la nozione di quel genere: si dice, p. es., che la brace e la fiamma sono
specie del fuoco, perché la natura del fuoco è applicata a una materia estranea.
Stando a codesto modo di parlare si dice pure che l'astronomia
e la prospettiva sono specie della matematica, in quanto i principi
della matematica sono applicati a cose d'ordine fisico.
In codesto senso vengono qui determinate le specie della tristezza,
mediante l'applicazione della nozione di tristezza a qualche cosa di
estraneo. E codesto elemento estraneo si può desumere, o da parte
della causa, ossia dall'oggetto; oppure da parte dell'effetto. Infatti
oggetto della tristezza è il male proprio o soggettivo. Perciò si può
considerare oggetto estraneo alla tristezza, o il male altrui, perché,
pur essendo male, non è il proprio: e allora abbiamo la misericordia
che è tristezza del male altrui, però in quanto si considera come male
proprio. Oppure si possono riscontrare estranei entrambi gli elementi,
non avendo per oggetto né il male, ne ciò che è proprio, ma il bene altrui,
considerato però come male proprio: e allora abbiamo l'invidia. - Effetto
poi caratteristico della tristezza è una certa fuga dell'appetito.
Perciò si può riscontrare un effetto estraneo soltanto per
parte della fuga, in quanto questa può mancare: e in tal caso abbiamo
l'ansietà, che aggrava l'animo da non dare più scampo: per questo
si denomina anche angustia. Se poi tale gravezza cresce al punto di
inibire l'operazione, provocando così l'accidia, allora l'elemento estraneo
si presenta in rapporto ai due termini indicati, poiché manca la fuga
e non si produce nell'appetito. E si dice in particolare che l'accidia toglie la voce,
perché la voce tra tutti i moti esterni meglio esprime il concetto e l'affetto interiore,
non solo negli uomini ma anche negli altri animali, come insegna Aristotele.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il piacere ha per causa il bene, che si
definisce in una sola maniera. Perciò non vengono determinate varie specie
di piacere come si fa con la tristezza, la quale ha per causa il male, che,
come scrive Dionigi, "in più modi si produce".
2. La penitenza ha per oggetto il male proprio, oggetto diretto della tristezza.
Perciò non appartiene a codeste specie. - Lo zelo poi, e la nemesis ricadono
nell'invidia, come vedremo.
3. La divisione suddetta non si desume dall'opposizione delle specie:
ma dalla diversità degli elementi estranei, sui quali si applica la nozione di tristezza,
secondo le spiegazioni date.
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