Il Santo Rosario
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Questione 34

Bontà e malizia dei piaceri

Passiamo a trattare della bontà e della malizia dei piaceri.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se tutti i piaceri siano cattivi; 2. Supposto che non lo siano, se siano tutti buoni; 3. Se qualche piacere sia il massimo bene; 4. Se il piacere sia misura, o regola per giudicare il bene e il male in campo morale.

ARTICOLO 1

Se tutti i piaceri siano cattivi

SEMBRA che tutti i piaceri siano cattivi. Infatti:
1. Ciò che distrugge la prudenza e intralcia l'uso della ragione è intrinsecamente cattivo: poiché il bene dell'uomo sta "nell'essere secondo la ragione", come si esprime Dionigi. Ora, il piacere distrugge la prudenza e intralcia l'uso della ragione: e questo inconveniente cresce col crescere dei piaceri. Cosicché "nei piaceri venerei", che sono i più forti, "è impossibile capire più nulla", come nota Aristotele. E anche S. Girolamo scrive, che "nel tempo in cui si compie l'atto coniugale non vien data la presenza dello Spirito Santo, anche se fosse un profeta colui che attende al compito della generazione". Dunque il piacere è per se stesso cattivo. E quindi tutti i piaceri sono cattivi.
2. Sembra che sia per se stesso cattivo, e da fuggirsi, ciò che viene evitato da chi è virtuoso, e cercato da chi è privo di virtù: poiché, come scrive Aristotele, "l'uomo virtuoso è come la misura e la regola degli atti umani"; e l'Apostolo afferma: "L'uomo spirituale giudica tutto". Ora, i piaceri sono cercati dai bambini e dalle bestie, nei quali non c'è virtù: mentre sono fuggiti dalle persone temperanti. Dunque i piaceri sono essenzialmente cattivi e da fuggirsi.
3. Come scrive Aristotele, "la virtù e l'arte hanno per oggetto il difficile e il bene". Ma nessun'arte ha per oggetto i piaceri. Dunque il piacere non è niente di buono.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Riponi nel Signore il tuo piacere". Ora, siccome la parola di Dio non può indurci al male, è chiaro che non tutti i godimenti sono cattivi.

RISPONDO: Come Aristotele riferisce, alcuni ritenevano che tutti i piaceri fossero cattivi. E motivo di ciò sembra essere stato il fatto che essi rivolgevano la loro attenzione ai soli piaceri sensibili e corporali, che sono più evidenti. Del resto gli antichi filosofi non facevano distinzione tra cose sensibili e cose intelligibili, né tra senso e intelletto, come scrive lo stesso Aristotele. Ora, essi pensavano di dover affermare che tutti i piaceri sono cattivi, perché gli uomini, così proclivi ai piaceri smodati, astenendosi da essi, avrebbero raggiunto il giusto mezzo della virtù. - Ma codesta persuasione non era giusta. Infatti, siccome nessuno può vivere senza certi piaceri sensibili e corporali, sorprendendo coloro i quali insegnavano che tutti i godimenti sono cattivi a godersi qualche piacere, gli uomini dovevano sentirsi incoraggiati dal loro esempio, mettendone da parte la dottrina. Poiché nelle azioni e nelle passioni umane, in cui l'esperienza ha tanto peso, muovono di più gli esempi che le parole.
Perciò dobbiamo affermare che alcuni piaceri sono buoni ed altri cattivi. - Infatti il piacere è la quiete di una facoltà nel bene amato, a seguito di un'operazione. Perciò la nostra affermazione può appoggiarsi su due motivi. Il primo si desume dal bene in cui ci si riposa col godimento. Infatti in campo morale bene e male si desumono dall'accordo o dal disaccordo con la ragione, come sopra abbiamo spiegato; nel modo stesso che in campo fisico si parla di cose naturali o innaturali in base alla concordanza o alla discordanza con la natura. Perciò, come tra gli esseri fisici vi è una quiete naturale, che si attua in un luogo conforme alla natura, quando, p. es., un corpo grave riposa in basso; e vi è una quiete innaturale, che si attua in un luogo contrario alla natura, come quando un grave riposa in alto; così anche in campo morale ci sono dei piaceri buoni, quando l'appetito superiore, o inferiore, si acquieta in ciò che è conforme alla ragione; e ci sono piaceri cattivi quando esso si acquieta in ciò che contrasta con la ragione e con la legge di Dio.
Il secondo motivo si desume dalle operazioni, alcune delle quali sono buone, e altre cattive. Ora, alle operazioni sono più affini i piaceri, perché ad esse connessi, che i desideri, o concupiscenze, i quali li precedono nel tempo. Perciò dal momento che i desideri sono buoni o cattivi secondo le operazioni che si desiderano, molto più dovranno essere buoni o cattivi i piaceri, secondo la bontà o la malizia delle operazioni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non i piaceri annessi all'atto della ragione sono ad essa di ostacolo, e distruggono la prudenza; ma i piaceri estranei, cioè i piaceri del corpo. E questi ostacolano l'uso della ragione, come abbiamo detto, sia per la contrarietà dell'appetito, che si acquieta in cose contrarie alla ragione, determinando un piacere moralmente cattivo; sia per un certo stordimento della ragione, nel caso, p. es., della copula coniugale, in cui il piacere, sebbene conforme alla ragione, tuttavia ne impedisce l'uso, per l'alterazione fisiologica che l'accompagna. Ma da questo non deriva una malizia morale, come non è cattivo il sonno, che pure blocca l'uso della ragione, quando viene preso a tempo debito: infatti la ragione comporta essa stessa queste interruzioni del proprio uso. - Va detto però che codesto impaccio della ragione nel piacere dell'atto coniugale, sebbene non sia moralmente cattivo, non essendo peccato né mortale, né veniale, deriva tuttavia da una malizia morale, cioè dal peccato del nostro progenitore: infatti nello stato d'innocenza esso non c'era, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
2. L'uomo temperante non evita tutti i piaceri, ma quelli smodati e non conformi alla ragione. Il fatto poi che i bambini e le bestie cercano i piaceri, non dimostra che questi ultimi sono sempre cattivi: poiché in codesti esseri Dio ha posto l'appetito naturale, che li spinge verso ciò che ad essi si conviene.
3. L'arte non ha per oggetto tutti i beni, ma le opere esterne, come vedremo in seguito. Le operazioni invece e le passioni che sono in noi, sono più oggetto di prudenza e di virtù che di arte; e tuttavia c'è qualche arte che ha per oggetto il piacere, cioè "l'arte del cuoco e del profumiere", come ricorda Aristotele.

ARTICOLO 2

Se tutti i piaceri siano buoni

SEMBRA che tutti i piaceri siano buoni. Infatti:
1. Come abbiamo detto nella Prima Parte, il bene si divide in onesto, utile e dilettevole. Ora, l'onesto è tutto moralmente buono; così pure tutto l'utile. Dunque è moralmente buono ogni diletto.
2. È bene per se stesso, come dice Aristotele, quello che non si cerca in vista di altra cosa. Ora, il piacere non si cerca per altro; è infatti ridicolo domandare a uno perché vuol godere. Dunque il piacere è un bene per se stesso. Ma quanto viene predicato per se di una cosa, è vero universalmente per essa. Perciò tutti i piaceri sono buoni.
3. Ciò che tutti desiderano si presenta come bene per se stesso: infatti "il bene è ciò che tutti appetiscono", per dirla con Aristotele. Ma tutti, anche i bambini e le bestie, bramano qualche piacere. Dunque il piacere è un bene per se stesso. E quindi tutti i piaceri sono buoni.

IN CONTRARIO: Nei Proverbi si parla di coloro "che godono del malfare e tripudiano nelle cose pessime".

RISPONDO: Alcuni Stoici ritenevano che tutti i piaceri sono cattivi, mentre gli Epicurei affermavano che tutti i piaceri sono buoni per se stessi, e che quindi tutti i piaceri sono buoni. Sembra che costoro siano rimasti ingannati, per non aver distinto tra le cose che sono intrinsecamente buone, e quelle che sono buone per un determinato soggetto. È intrinsecamente buono ciò che è buono per se stesso. Ma può capitare, per due diversi motivi, che quanto non è buono per se stesso, sia buono per un dato soggetto. Primo, nel caso in cui è ad esso proporzionato secondo una momentanea disposizione, che però non è naturale: per il lebbroso, mettiamo, è bene mangiare talora cose velenose, il che di suo non si addice alla complessione umana. Secondo, nel caso in cui, pur non essendo proporzionato e conveniente, viene ritenuto tale. E poiché il piacere è la quiete dell'appetito nel bene, se codesto bene è un bene in senso assoluto, si avrà un piacere vero in senso assoluto. Se invece non è cosa realmente buona, ma buona solo relativamente a tale soggetto, allora non si avrà un piacere veramente tale, ma solo in rapporto a lui: e non sarà cosa buona senz'altro, ma buona sotto un certo aspetto, o apparentemente buona.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'onesto e l'utile dicono rapporto alla ragione: perciò niente può essere onesto o utile, senza essere moralmente buono. Invece il dilettevole dice rapporto a un appetito, che talora tende verso ciò che discorda dalla ragione. Perciò non tutto il bene dilettevole è buono secondo la bontà morale, che va desunta dalla ragione.
2. Il piacere non viene cercato in vista di altro, perché è la quiete nel fine. Però il fine può essere buono o cattivo: quantunque non si concepisca un fine che non sia bene per quel dato soggetto. Lo stesso si dica del piacere.
3. Tutti bramano il piacere, come bramano il bene: poiché il piacere non è che l'acquietarsi dell'appetito nel bene. Ma come non tutti i beni agognati sono beni veri ed essenziali, così non tutti i piaceri sono essenzialmente e veramente buoni.

ARTICOLO 3

Se qualche piacere sia il massino bene

SEMBRA che nessun piacere sia il massimo bene. Infatti:
1. Nessuna generazione è il bene più grande: poiché la generazione non può essere l'ultimo fine. Ma il piacere si ricollega a una generazione; infatti si ha il piacere dal momento che una cosa viene a costituirsi nella propria natura, come sopra abbiamo spiegato. Dunque nessun piacere può essere il bene più grande.
2. Il massimo bene con l'aggiunta di qualsiasi cosa non può diventare migliore. Invece il piacere diviene migliore con l'aggiunta di qualche cosa: infatti il piacere è migliore con la virtù che senza di essa. Dunque il piacere non è il massimo bene.
3. Il massimo bene è universalmente buono, essendo buono per se stesso: infatti ciò che è tale per se, è prima ed è sopra a quanto lo è per accidens. Ma il piacere non è universalmente buono, come abbiamo spiegato. Dunque non è il massimo bene.

IN CONTRARIO: La beatitudine è il massimo bene, essendo il fine della vita umana. Ma la beatitudine non è senza godimento; poiché sta scritto: "Mi colmerai di gioia al tuo cospetto, delizia alla tua destra senza fine".

RISPONDO: Platone non riteneva come gli Stoici che tutti i piaceri fossero cattivi; e neppure che tutti fossero buoni, come gli Epicurei; ma che alcuni sono buoni e altri cattivi; senza che alcuno di essi sia il bene sommo ovvero il bene più grande. Ma per quanto ci è dato comprendere dai suoi argomenti, per due motivi egli si è ingannato. Primo, perché osservando che i piaceri sensibili si riducono a un moto o a una generazione, il che è evidente nei piaceri della gola e simili, pensò che tutti i piaceri dipendessero dalla generazione e dal moto. E poiché la generazione e il moto sono atti imperfetti, ne seguirebbe che il piacere non ha ragione di ultima perfezione. - Ma questo è manifestamente falso nei godimenti intellettuali. Infatti uno non gode solo nell'atto che viene generata la scienza, l'iniziazione o la meraviglia, secondo le spiegazioni date, ma anche nel contemplare la scienza già acquisita.
Secondo, perché egli chiamava massimo bene ciò che costituisce assolutamente parlando il sommo bene, cioè il bene in qualche modo separato e non partecipato, come lo è Dio soltanto. Invece noi parliamo del massimo dei beni tra le cose umane. Ora, in ogni genere di cose il bene più grande è l'ultimo fine. E il fine, come abbiamo spiegato in precedenza, è duplice: cioè la cosa medesima, e l'uso di essa; il fine dell'avaro, p. es., è, sia il denaro, che il possesso del denaro. Perciò l'ultimo fine dell'uomo può considerarsi Dio stesso, che è assolutamente parlando il sommo bene; oppure la fruizione di lui, che implica il godimento nell'ultimo fine. E in tal modo si può affermare che un dato piacere è il massimo tra i beni dell'uomo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non tutti i piaceri si ricollegano alla generazione; ma alcuni derivano da operazioni perfette, come abbiamo visto. Perciò niente impedisce che un qualche piacere sia il massimo bene, quantunque non tutti lo siano.
2. L'argomento vale per il sommo bene assoluto, per la cui partecipazione tutte le cose sono buone: e quindi nessuna addizione può renderlo migliore. Ma per gli altri beni è sempre vero che qualsiasi bene diventa migliore con l'aggiunta di altro - Sebbene si possa anche rispondere che il piacere non è qualche cosa di estraneo all'atto virtuoso, ma qualche cosa di concomitante, come spiega Aristotele.

3. Un dato piacere non è il massimo bene in quanto piacere, ma in quanto perfetta quiete nel sommo bene. Perciò non segue che tutti i piaceri siano ottimi, o anche semplicemente buoni. Così è ottima una data scienza, ma non qualsiasi scienza.

ARTICOLO 4

Se il godimento sia misura, o regola, per giudicare il bene e il male in campo morale

SEMBRA che il godimento non sia misura, o regola, del bene e del male morale. Infatti:
1. Come dice Aristotele, "tutte le cose sono misurate da ciò che è primo nel suo genere". Ma il godimento nel genere delle entità morali è preceduto dall'amore e dal desiderio. Dunque non è regola della bontà e della malizia in campo morale.
2. La misura, o regola, deve essere uniforme: infatti il moto più uniforme (quello del primo cielo) è la misura e la regola di tutti i moti, come Aristotele insegna. Il piacere invece è vario e multiforme: infatti alcuni piaceri sono buoni, e altri cattivi. Quindi il piacere non è regola o misura in campo morale.
3. Si ha un giudizio più sicuro sugli effetti partendo dalla causa, che viceversa. Ora, la bontà o la malizia dell'operazione è causa della bontà o della malizia del godimento: poiché "piaceri buoni sono quelli che accompagnano le buone operazioni, e piaceri cattivi quelli che accompagnano le azioni cattive", come si esprime Aristotele. Dunque i piaceri non sono regola o misura della bontà e della malizia in campo morale.

IN CONTRARIO: S. Agostino così commenta l'espressione del Salmo, "Dio che scruti i cuori e i reni": "Il fine delle preoccupazioni e delle risoluzioni è il godimento che si cerca di raggiungere". E il Filosofo insegna che "il piacere è il fine architettonico", cioè principale, "in rapporto al quale consideriamo ogni cosa buona o cattiva".

RISPONDO: La bontà o la malizia morale, come abbiamo già spiegato, dipende principalmente dalla volontà. Ma se la volontà è buona o cattiva, si conosce principalmente dal fine. E per fine si prende l'atto in cui la volontà riposa. Ma il riposarsi della volontà o di qualsiasi appetito nel bene è un godimento. Perciò un uomo viene giudicato buono, o cattivo specialmente dai godimenti della sua volontà: infatti è buono e virtuoso colui che gode degli atti virtuosi; ed è cattivo chi prova gusto nelle azioni malvagie.
Invece i piaceri dell'appetito sensitivo non sono la regola della bontà o della malizia morale: infatti il cibo è piacevole secondo l'appetito sensitivo, sia ai buoni che ai cattivi. Ma il volere dei buoni ne gode conforme alla ragione, il volere dei malvagi invece di questo non cura.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Amore e desiderio sono prima del piacere in ordine genetico. Ma il piacere è prima nell'ordine della causalità finale: e il fine nell'agire ha ragione di principio, dal quale appunto si desume principalmente il giudizio, come da una regola o misura.
2. Ogni godimento è uniforme in questo, che è un quietarsi in qualche bene: e sotto questo aspetto può essere regola o misura. Infatti buono è colui la cui volontà si acquieta nel vero bene; e cattivo colui la cui volontà si acquieta nel male.
3. Il piacere, come abbiamo detto, dà compimento all'operazione quale fine di essa; perciò l'operazione non può essere perfettamente buona, senza il godimento nel bene: infatti la bontà di una cosa dipende dal fine. Quindi la bontà del godimento in qualche modo causa la bontà dell'operazione.