Il Santo Rosario
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Questione 33

Gli effetti del piacere

Passiamo a considerare gli effetti del piacere.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'espansione sia effetto del piacere; 2. Se il piacere provochi la sete, o il desiderio di se medesimo; 3. Se il piacere intralci l'uso della ragione; 4. Se il piacere dia compimento all'operazione.

ARTICOLO 1

Se l'espansione sia effetto del piacere

SEMBRA che l'espansione non sia effetto del piacere. Infatti:
1. L'espansione pare che sia da attribuirsi piuttosto all'amore; secondo, l'espressione dell'Apostolo: "Il nostro cuore si è allargato". E a proposito del precetto della carità sta scritto: "Vasto è il tuo precetto oltremodo". Ma il piacere è una passione distinta dall'amore. Dunque l'espansione non è effetto del piacere.
2. Ciò che si dilata diviene più capace di ricevere. Ma il ricevere si riferisce al desiderio, che ha per oggetto ciò che ancora non si possiede. Dunque l'espansione si deve più al desiderio che al piacere.
3. Stringere è il contrario di dilatare. Ora, al piacere si deve attribuire l'atto di stringere: infatti noi stringiamo ciò che vogliamo fermamente trattenere; e tale è la disposizione affettiva dell'appetito verso ciò che piace. Dunque la dilatazione o espansione non va attribuita al piacere.

IN CONTRARIO: Così in Isaia si parla della gioia: "Vedrai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore". - Del resto il piacere (delectatio) ha preso il suo nome latino da dilatazione come letizia, secondo le spiegazioni già date.

RISPONDO: La larghezza è una dimensione della grandezza materiale: quindi si attribuisce agli affetti dell'anima solo in senso metaforico. Ora, la dilatazione è come un moto verso la larghezza. E si attribuisce al piacere rispetto ai due elementi che al piacere si richiedono. Il primo di essi è relativo alla facoltà conoscitiva, che percepisce il conseguimento di un bene proporzionato. Ora, da codesta percezione l'uomo conosce di aver raggiunto una data perfezione, che è una grandezza spirituale: e allora si dice che l'animo di un uomo si allarga, o che si dilata. - Il secondo elemento del piacere riguarda la potenza appetitiva, la quale consente a una cosa piacevole e riposa in essa, offrendo in qualche modo se stessa per accoglierla interiormente. In questo senso l'affetto umano viene come dilatato dal piacere, offrendosi in qualche modo a contenere interiormente l'oggetto del godimento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce di attribuire locuzioni metaforiche a cose diverse, secondo analogie diverse. Per questo l'espansione si attribuisce all'amore a motivo di una certa sua estensione, poiché l'affetto di chi ama può estendersi verso gli altri, così da curare non solo le cose proprie, ma anche le altrui. Invece va attribuita al piacere, in quanto una cosa si espande in se stessa, così da aumentare la propria capacità.
2. Il desiderio implica una certa dilatazione nella prospettiva della cosa desiderata: ma la dilatazione è assai maggiore alla presenza della cosa che piace. Poiché l'animo si offre di più a una cosa di cui attualmente gode, che a una cosa non posseduta, ma desiderata: perché il piacere è il fine del desiderio.
3. Chi gode stringe la cosa di cui gode, aderendo fortemente ad essa: ma dilata il cuore per goderne perfettamente.

ARTICOLO 2

Se il piacere provochi la sete o il desiderio di se medesimo

SEMBRA che il piacere non provochi il desiderio di se medesimo. Infatti:
1. Ogni moto cessa, raggiunta la quiete. Ora il piacere è una specie di quiete nel moto del desiderio, come sopra abbiamo detto. Perciò il moto del desiderio cessa appena si giunge al piacere. Dunque il piacere non causa il desiderio.
2. Niente è causa del suo contrario. Ora, il piacere si contrappone in qualche modo al desiderio per il suo oggetto: infatti oggetto del desiderio è il bene non posseduto, oggetto invece del piacere è il bene che già si possiede. Dunque il piacere non causa il desiderio di se stesso.
3. La nausea si contrappone al desiderio. Ma il piacere stesso produce nausea. Dunque non provoca il desiderio di sé.

IN CONTRARIO: Il Signore ha detto: "Chi beve di quest'acqua avrà di nuovo sete", e qui l'acqua sta a indicare, come spiega S. Agostino, i piaceri del corpo.

RISPONDO: Il piacere si può considerare in due modi: primo, come cosa in atto; secondo, come ricordo. - Così pure la sete, o desiderio, si può prendere in due sensi: primo, in senso proprio, in quanto implica la brama di una cosa non posseduta; secondo, in senso lato, in quanto implica esclusione di nausea.
Ora, il piacere, come cosa attuale, non provoca direttamente la sete o il desiderio di se stesso, ma solo per accidens; prendendo però il desiderio come appetito di ciò che ancora non si possiede: infatti il piacere è la disposizione dell'appetito verso un bene presente. - Ma può capitare che il bene presente non si possieda in modo perfetto, sia per parte della cosa posseduta, sia per parte del soggetto che la possiede. Per parte della cosa posseduta, per il fatto che non è tutta simultaneamente: perciò viene ricevuta in fasi successive, cosicché mentre uno gode di ciò che ha, desidera impossessarsi di ciò che rimane; così, per portare l'esempio di S. Agostino, chi ascolta la prima parte di un verso che gli piace, desidera ascoltarne la seconda parte. E in questo senso quasi tutti i piaceri del corpo producono la sete di se medesimi, fino a che non siano compiuti, poiché tali piaceri dipendono da qualche moto: il che è evidente nei piaceri della mensa. - Può capitare poi per parte del soggetto, nel caso in cui uno non possieda perfettamente la cosa che in se stessa è perfetta, ma l'acquisti un poco per volta. Così in questo mondo, coloro che imperfettamente partecipano qualche cosa della conoscenza di Dio, ne godono; ma il godimento stesso provoca la sete, o desiderio della conoscenza perfetta; al che possiamo applicare le parole dell'Ecclesiastico: "Quanti bevono di me avranno ancora sete".
Se poi col termine sete, o desiderio s'intende la sola intensità dell'affetto che esclude la nausea, allora sono specialmente i godimenti spirituali a provocare la sete, o il desiderio di se medesimi. Infatti i piaceri del corpo diventano nauseanti col crescere d'intensità e di durata, poiché passano i limiti della complessione naturale; il che è evidente nei piaceri della gola. Per questo, quando uno è arrivato al sommo nei piaceri del corpo, ne prova nausea, e desidera qualche cosa d'altro. - Invece i godimenti spirituali non passano mai i limiti della complessione naturale, ma perfezionano la natura. Perciò, quando in essi si giunge al colmo, allora diventano maggiormente piacevoli: tutt'al più indirettamente (può succedere il contrario), in quanto la contemplazione è accompagnata dalle operazioni delle facoltà organiche, le quali si stancano per la continuità del loro esercizio. E a questo fatto si può ancora una volta applicare quel testo: "Quanti bevono di me avranno ancora sete". Poiché anche per gli angeli, i quali perfettamente conoscono Dio e ne godono, sta scritto, che "desiderano fissare in lui lo sguardo".
Ma se lo consideriamo come ricordo esistente nella memoria, e non come cosa in atto, allora il piacere di suo è fatto per provocare la sete e il desiderio di se medesimo: in quanto l'uomo torna a quella disposizione, in cui aveva trovato piacevole una cosa passata. Se però quella disposizione è cambiata, il ricordo del piacere non causa godimento in lui, ma nausea: come a chi è sazio, il ricordo del cibo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando il piacere è perfetto, allora si ha una quiete assoluta, e cessa il moto del desiderio che tende verso quanto non si possiede. Ma quando il possesso è imperfetto, codesto moto non cessa.
2. Ciò che si possiede imperfettamente, per un verso si possiede, e per l'altro non si possiede. Perciò se ne può avere insieme e il piacere e il desiderio.
3. I piaceri in una maniera provocano la nausea, e in un'altra il desiderio, come abbiamo spiegato.

ARTICOLO 3

Se il piacere intralci l'uso della ragione

SEMBRA che il piacere non intralci l'uso della ragione. Infatti:
1. La quiete è di massimo giovamento per il debito uso della ragione: Aristotele scrive, che "sedendo e riposando l'anima diviene saggia e prudente"; e la Scrittura aggiunge: "Rientrato in casa, mi riposerò presso di lei", cioè presso la sapienza. Ma il piacere è una specie di quiete. Dunque non intralcia, ma piuttosto favorisce l'uso della ragione.
2. Cose che non risiedono nella medesima parte, anche se contrarie, non s'intralciano a vicenda. Ora, il piacere risiede nella parte appetitiva, l'uso della ragione, invece, è nella parte conoscitiva. Dunque il piacere non intralcia l'uso della ragione.
3. Una cosa che è ostacolata da un'altra, in qualche modo viene ad essere alterata da essa. Ora, l'uso della facoltà conoscitiva non è mosso dal piacere, ma piuttosto muove il piacere: infatti è causa di piacere. Dunque il piacere non ostacola l'uso della ragione.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "il piacere guasta il giudizio della prudenza".

RISPONDO: Come scrive Aristotele, "i godimenti favoriscono le operazioni loro proprie, e ostacolano le estranee". Ci sono, dunque, dei piaceri derivanti dallo stesso atto della ragione: p. es., il godimento del contemplare e del ragionare. E codesto godimento non intralcia, ma favorisce l'uso della ragione: poiché le cose che piacciono si compiono con più attenzione; e l'attenzione aiuta l'operazione.
Ma i piaceri del corpo ostacolano l'uso della ragione, per tre motivi. Primo, a motivo della distrazione. Come abbiamo detto, alle cose che piacciono prestiamo molta attenzione: e quando l'attenzione fa forza su una cosa, diminuisce rispetto alle altre, o totalmente si distoglie da queste. Perciò, se il piacere corporale è grande, o impedisce totalmente l'uso della ragione, tirando a sé tutta l'attenzione dell'animo; oppure l'intralcia gravemente. - Secondo, a motivo della contrarietà. Ci sono infatti dei piaceri, specialmente quelli smodati, che sono contrari all'ordine della ragione. A questo proposito il Filosofo scrive, che "i piaceri corporali guastano il giudizio discretivo della prudenza, non però il giudizio speculativo: l'affermazione, mettiamo, che il triangolo ha la somma degli angoli uguali a due retti"; perché i piaceri non si contrappongono a quest'ultimo. Invece la distrazione li ostacola entrambi. - Terzo, a motivo dell'imbarazzo: e questo perché il piacere corporale è accompagnato da un'alterazione fisiologica tanto più forte che nelle altre passioni, quanto sull'appetito l'impressione dell'oggetto presente è più virulenta di quella dell'oggetto assente. E codeste alterazioni fisiologiche intralciano l'uso della ragione: come è evidente nel caso degli alcoolizzati, nei quali l'uso della ragione è imbarazzato o impedito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il piacere corporale implica la quiete dell'appetito sull'oggetto piacevole, la quale però talora contrasta con la ragione, ma implica pure un'alterazione del corpo. E per questi due motivi ostacola l'uso della ragione.
2. Le facoltà appetitive e conoscitive sono parti diverse, ma di una sola anima. Perciò, quando l'attenzione dell'anima si applica fortemente all'operazione dell'una, subisce un intralcio per l'operazione contraria dell'altra.
3. L'uso della ragione richiede il debito uso dell'immaginazione e delle altre facoltà sensitive, che si servono di organi corporei. Perciò esso viene ostacolato dalle alterazioni fisiologiche, per l'intralcio subito dall'immaginativa e dalle altre potenze sensitive.

ARTICOLO 4

Se il piacere dia compimento all'operazione

SEMBRA che il piacere non dia compimento all'operazione. Infatti:
1. Tutte le azioni umane dipendono dalla ragione. Ma il piacere intralcia l'uso della ragione, come abbiamo visto. Dunque il piacere non completa ma danneggia l'operazione umana.
2. Nessuna cosa può perfezionare se stessa, o la propria causa. Ora, il piacere è un'operazione, come Aristotele insegna: il che va inteso, o come essenza, o come causa. Dunque il piacere non perfeziona l'operazione.
3. Se il piacere portasse a compimento l'operazione, lo farebbe o come fine, o come forma, o come causa agente. Ora, non può farlo come fine: perché le operazioni non si cercano per il piacere, ma piuttosto è vero il contrario, come abbiamo già dimostrato. Non può farlo come agente: essendo piuttosto l'operazione causa efficiente del piacere. Né può farlo come forma: "infatti il piacere non dà compimento all'operazione quasi fosse un abito", come si esprime il Filosofo. Dunque il piacere non dà compimento all'operazione.

IN CONTRARIO: Aristotele insegna, che "il piacere dà compimento all'operazione".

RISPONDO: Il piacere in due modi dà compimento all'operazione. Primo, in quanto fine: qui però fine non va preso come lo scopo per cui esiste una data cosa; ma come può chiamarsi fine qualsiasi bene che sopravviene a dar compimento. E in questo senso il Filosofo afferma, che "il piacere dà compimento all'operazione, come un fine aggiuntivo": e questo perché al bene costituito dall'operazione viene ad aggiungersi un altro bene, che è il piacere, il quale implica il quietarsi dell'appetito nel bene già presupposto. - Secondo, nell'ordine della causa agente. Non già in modo diretto: poiché, come scrive il Filosofo, "il piacere non dà compimento all'operazione, come fa col malato il medico, bensì come fa la guarigione". Ma indirettamente: poiché chi agisce, per il fatto che gode nella propria operazione, vi attende con più ardore, e la esegue con maggior diligenza. In tal senso Aristotele scrive, che "i godimenti favoriscono le operazioni loro proprie, e impediscono le estranee".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non tutti i piaceri intralciano l'atto della ragione, ma i piaceri corporali; i quali non seguono l'atto della ragione, ma l'atto del concupiscibile, cui il piacere dà maggior vigore. Invece il piacere che accompagna l'atto della ragione dà vigore all'uso della ragione.
2. Come Aristotele insegna, due cose possono essere reciprocamente l'una causa dell'altra, così da essere la prima causa efficiente, e la seconda causa finale dell'altra. Precisamente, così l'operazione causa il piacere, quale causa efficiente; e il piacere dà compimento all'operazione come fine di essa, secondo le spiegazioni date.
3. È quindi chiara la risposta alla terza difficoltà.