Il Santo Rosario
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Questione 32

Le cause del piacere

Passiamo a studiare le cause del piacere.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se l'operazione sia la causa propria del piacere; 2. Se causa del piacere possa essere il moto; 3. Se la speranza e la memoria; 4. Se la tristezza; 5. Se le azioni degli altri possano essere per noi causa di godimento; 6. Se possa essere causa di piacere beneficare un altro; 7. Se la somiglianza possa causare godimento; 8. Se possa essere causa di piacere la meraviglia.

ARTICOLO 1

Se l'operazione sia la causa propria del piacere

SEMBRA che l'operazione non sia la causa primaria e propria del piacere. Infatti:
1. Come dice Aristotele, "il godimento consiste nel fatto, che il senso subisce qualche cosa": infatti abbiamo sopra ricordato che il piacere richiede la conoscenza. Ma prima, e più che le operazioni, sono conosciuti gli oggetti. Dunque l'operazione non è la causa propria del piacere.
2. Il piacere consiste specialmente nel fine raggiunto: questo infatti è ciò che soprattutto si desidera. Ma il fine non sempre è l'operazione, ché anzi talora è la cosa prodotta. Dunque l'operazione non è causa propria ed essenziale del piacere.
3. Ozio e riposo sono denominati dal cessare dell'operazione. Eppure essi sono piacevoli, come Aristotele ricorda. Dunque l'operazione non è la causa propria del piacere.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "il piacere è un'operazione connaturale non impedita".

RISPONDO: Come abbiamo già detto, due cose si richiedono per il piacere: il conseguimento di un bene proporzionato e la conoscenza di codesto conseguimento. Ora, sia l'uno che l'altra si riducono a un'operazione: infatti la conoscenza attuale è un'operazione; così pure è mediante un'operazione che raggiungiamo il bene che ci conviene. D'altra parte la stessa nostra operazione è un bene a noi conveniente. - Dunque è necessario che ogni piacere dipenda da un'operazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli oggetti delle nostre operazioni non sono piacevoli, se non in quanto vengono a unirsi con noi: o mediante la sola conoscenza, come quando godiamo nel considerare o nel vedere le cose; oppure in altro modo, ma assieme alla conoscenza, come quando uno si compiace nel considerare che possiede un bene qualsiasi, per es., ricchezze, onori e simili. Ma tutte queste cose non arrecherebbero piacere, se non fossero apprese come possedute. Infatti, come il Filosofo osserva, "dà un grande piacere pensare che una cosa ci appartiene; piacere che deriva dall'amore naturale di ciascuno per se medesimo". E codesto possesso non è altro che l'uso, o la capacità di usare di codeste cose. Ma questo avviene mediante un'operazione. Perciò è evidente che le cause di tutti i piaceri si riducono all'operazione.
2. Anche quando il fine di un'attività non è l'operazione, ma le cose prodotte, queste ultime sono oggetto di piacere in quanto prodotte o possedute. Il che si riduce a un uso, o a un'operazione.
3. Le operazioni sono piacevoli in quanto proporzionate e connaturali a chi le compie. Ora, essendo le forze umane limitate, l'operazione è proporzionata secondo una certa misura. Oltre quel limite essa non è più né proporzionata, né piacevole, ma faticosa e disgustosa. Ed ecco il motivo per cui sono piacevoli l'ozio, il gioco e gli altri svaghi attinenti al riposo, perché tolgono la tristezza causata dalla fatica.

ARTICOLO 2

Se il mutamento possa essere causa del piacere

SEMBRA che il mutamento non possa essere causa del piacere. Infatti:
1. Come abbiamo già detto, causa del piacere è il bene raggiunto: difatti il Filosofo scrive che il piacere non va paragonato a una generazione, ma all'operazione di una cosa già esistente. Ora, ciò che è in moto verso un oggetto, ancora non lo possiede; ma in rapporto ad esso è in via di generazione, atteso che ogni moto implica generazione e corruzione, come afferma Aristotele. Dunque il moto non può essere causa di godimento.
2. Nell'agire è specialmente il moto a provocare fatica e stanchezza. Ora le operazioni, in quanto sono faticose e stancanti, non sono piacevoli, ma piuttosto penose. Dunque il moto non è causa del piacere.
3. Il mutamento importa innovazione, e questa si contrappone alla consuetudine. Ora, il Filosofo afferma, che "sono per noi piacevoli le cose consuete". Dunque il mutamento non può causare il piacere.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Che significa ciò, o Signore Dio mio, mentre in eterno sei gioia a te stesso, e alcune creature che ti stanno intorno, gioiscono senza interruzione di te, che è ciò, per cui quest'altra parte delle tue creature alterna continuamente il difetto col profitto, le offese con la riconciliazione?". Da ciò si rileva che gli uomini godono e provano piacere in certe alternative. E quindi il moto mostra così di esser causa del piacere.

RISPONDO: Per il piacere si richiedono tre elementi, cioè: l'unione piacevole di due cose (oggetto e soggetto), e come terza cosa la conoscenza di codesta unione. E il moto può essere piacevole in base a questi tre elementi, come il Filosofo afferma ripetutamente. Infatti da parte nostra, cioè del soggetto che gode, il mutamento piace perché la nostra natura è mutevole; e quindi quello che ci è giovevole adesso, non giova in seguito; scaldarsi al fuoco, per es., è giovevole all'uomo nell'inverno, ma non nell'estate. - Il mutamento inoltre è piacevole anche rispetto all'oggetto che a noi si unisce. Poiché l'azione continuata di un agente ne aumenta l'effetto: stando più a lungo vicina al fuoco, una cosa si scalda sempre più, fino a disseccarsi. Ora, la complessione naturale consiste in una certa misura. Perciò, quando la presenza continuata dell'oggetto piacevole passa la misura di codesta complessione, la rimozione di esso diviene piacevole. - Rispetto alla conoscenza stessa, perché l'uomo desidera di conoscere tutto e perfettamente. Quando, perciò, certe cose non si possono apprendere in modo completo e simultaneo, dà piacere il mutamento; poiché, succedendosi le varie parti, è possibile percepire l'intero. Ecco perché S. Agostino ha scritto: "Tu vuoi che le sillabe non si fermino, ma passino via per lasciare il posto ad altre e dar modo a te di ascoltare il discorso intero. Così accade di tutte le cose da cui risulti qualche unità, e che non coesistono tutte simultaneamente: arrecano maggior diletto tutte insieme, che singolarmente, quando le si possono percepire tutte insieme".
Se dunque esiste un essere la cui natura è immutabile, e quindi incapace di alterazione alcuna nella sua complessione naturale col prolungarsi del godimento, e insieme atta ad intuire simultaneamente tutto ciò che per essa è piacevole, in questo caso un mutamento non potrà essere gradito. E quanto più gli altri piaceri si avvicinano a questo, tanto più possono essere prolungati.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene ciò che è in moto non possieda perfettamente l'oggetto verso cui si muove, tuttavia già comincia ad averne qualche elemento: e per questo il moto stesso contiene qualche cosa di piacevole. Tuttavia non raggiunge la perfezione del piacere: infatti i piaceri più perfetti hanno per oggetto beni immutabili. - Inoltre il moto diviene piacevole, perché rende giovevoli cose che prima non lo erano, o viceversa, come abbiamo spiegato.
2. Il moto arreca fatica e stanchezza, quando sorpassa le disposizioni naturali. Ora, il moto non è piacevole in questo caso, ma quando rimuove gli elementi contrari alle naturali disposizioni.
3. Le cose consuete diventano piacevoli, perché diventano naturali: infatti l'abitudine è come una seconda natura. Ora, il mutamento è dilettevole, non in quanto si scosta dalla consuetudine, ma in quanto impedisce il corrompersi della complessione naturale, il che potrebbe derivare dal prolungarsi di una data operazione. È quindi per lo stesso motivo della connaturalità, che possono essere piacevoli tanto la consuetudine quanto il mutamento.

ARTICOLO 3

Se la speranza e la memoria possano essere causa del piacere

SEMBRA che la memoria e la speranza non possano essere causa del piacere. Infatti:
1. Come dice il Damasceno, il piacere nasce dal bene presente. Ora, memoria e speranza hanno per oggetto il bene assente: passato per la memoria, futuro per la speranza. Dunque memoria e speranza non possono causare il piacere.
2. La stessa cosa non può causare effetti contrari. Ma la speranza causa l'afflizione: poiché sta scritto: "la speranza differita affligge l'anima". Perciò la speranza non può causare il piacere.
3. Se la speranza ha un'affinità col piacere, per avere con essa in comune il bene come oggetto, lo stesso deve valere per l'amore e per il desiderio. Perciò non si deve indicare la speranza quale causa del piacere, a preferenza del desiderio e dell'amore.

IN CONTRARIO: S. Paolo scrive: "Rallegratevi nella speranza", e troviamo nei Salmi: "Mi ricordo di Dio, e godo".

RISPONDO: Il piacere nasce dalla presenza del bene a noi proporzionato, in quanto percepito dai sensi, o comunque conosciuto. Ora, una cosa può essere a noi presente in due maniere: primo, come oggetto di conoscenza, cioè mediante un'immagine intenzionale; secondo, nella realtà cioè nel modo in cui una cosa qualsiasi è realmente unita a un'altra in maniera attuale o potenziale. E poiché l'unione reale è superiore a quella intenzionale o conoscitiva, ed essendo l'unione attuale superiore a quella potenziale, il piacere più grande rimane il piacere che viene dai sensi, il quale richiede la presenza del suo oggetto. Il secondo posto è occupato dal piacere della speranza, in cui l'unione non è piacevole soltanto per la conoscenza, ma anche per la capacità e la possibilità di raggiungere ciò che piace. Al terzo posto troviamo il piacere del ricordo, o memoria, che si limita a un'unione di ordine conoscitivo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Speranza e memoria hanno per oggetto beni assenti, che tuttavia sono presenti in qualche modo: o presenti soltanto per la conoscenza, o per la conoscenza e per la capacità, almeno presunta, di raggiungerli.
2. Niente impedisce che una stessa cosa, sotto aspetti diversi, possa causare effetti diversi. Così la speranza, in quanto implica la convinzione presente di raggiungere un bene, causa piacere; in quanto esclude la presenza di esso causa invece afflizione.
3. Anche l'amore e il desiderio causano il piacere. Infatti quanto è oggetto d'amore è piacevole per chi l'ama: poiché l'amore è unione e connaturalità di chi ama con l'oggetto amato. Così pure è piacevole tutto ciò che è desiderato: poiché il desiderio, o concupiscenza, è principalmente brama di piacere. Tuttavia la speranza, implicando una fiducia certa nella presenza reale del bene piacevole, che invece non si riscontra nell'amore e nel desiderio, è da considerarsi più di essi come causa del piacere. Così lo è più della memoria, che ha per oggetto cose già passate.

ARTICOLO 4

Se la tristezza sia causa di piacere

SEMBRA che la tristezza non sia causa di piacere. Infatti:
1. Una cosa non può essere causa del suo contrario. Ma la tristezza è il contrario del piacere. Dunque non ne è la causa.
2. I contrari devono avere effetti contrari. Ora, il ricordo dei piaceri è causa di piacere. Dunque il ricordo delle passate tristezze deve essere causa di dolore e non di piacere.
3. Come l'odio sta all'amore, così la tristezza sta al piacere. Ma l'odio non è causa dell'amore: è vero piuttosto il contrario, come abbiamo spiegato sopra. Dunque la tristezza non è causa del piacere.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Le mie lacrime sono pane a me giorno e notte". Ora, per pane qui s'intende il ristoro del godimento. Dunque le lacrime nate dalla tristezza possono essere piacevoli.

RISPONDO: La tristezza si può considerare sotto due aspetti: primo, come cosa attuale; secondo, come oggetto di memoria. E in tutti e due i casi la tristezza può essere causa di piacere. Come cosa attuale la tristezza è causa di piacere, perché implica il ricordo dell'oggetto amato, la cui assenza rattrista: e tuttavia la sola considerazione di esso dà piacere. Quale oggetto di memoria la tristezza diviene causa di piacere per il superamento successivo di essa. Infatti l'assenza di un male prende l'aspetto di bene: cosicché il pensiero di aver superato determinate tristezze e dolori, offre a un uomo materia di gioia. In tal senso S. Agostino scrive, che "spesso ricordiamo lieti le cose tristi, e pieni di salute ricordiamo i dolori senza dolore, resi anzi da ciò più lieti e contenti". E altrove: "Più grande fu il pericolo nel combattimento, più sarà grande la gioia del trionfo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una cosa può esser causa del suo contrario indirettamente; così "il freddo talora riscalda", come nota Aristotele. Allo stesso modo anche la tristezza è indirettamente causa del piacere, in quanto dà occasione a considerare cose che piacciono.
2. Le cose tristi ricordate non causano il piacere perché tristi e contrarie al godimento, ma per il fatto che uno si è liberato da esse. Così può causare tristezza il ricordo di cose piacevoli, per il fatto che sono perdute.
3. Anche l'odio, indirettamente, può esser causa di amore: proprio perché alcuni si amano tra loro, in quanto sono d'accordo nell'odiare un medesimo oggetto.

ARTICOLO 5

Se le azioni degli altri siano per noi causa di godimento

SEMBRA che le azioni degli altri non siano per noi causa di godimento. Infatti:
1. Causa del piacere è il bene inerente a noi. Ora, le azioni degli altri non sono a noi unite. Dunque esse non sono causa del nostro godimento.
2. L'operazione è un bene proprio di chi opera. Se dunque le operazioni degli altri fossero per noi causa di piacere, per lo stesso motivo ci dovrebbero causar piacere tutti i beni altrui. Il che evidentemente è falso.
3. Un'azione è piacevole in quanto promana da un abito a noi connaturato: perciò Aristotele scrive, che "il segno che un abito è costituito è la sua capacità a render piacevole l'operazione". Ora, le azioni degli altri promanano da abiti presenti non in noi, ma in coloro che agiscono. Dunque le azioni altrui non sono piacevoli per noi, ma per chi le compie.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità".

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, per il godimento si richiedono due cose: il conseguimento del proprio bene, e la conoscenza di codesto conseguimento. Perciò l'azione di un altro può essere in tre modi causa di piacere. Primo, in quanto l'operazione altrui può farci conseguire un bene. Sono così cause di godimento le operazioni di chi ci fa del bene: poiché è piacevole essere oggetto delle buone azioni di altri. - Secondo, in quanto le azioni degli altri producono in noi una conoscenza, o una persuasione della nostra bontà. Gli uomini godono delle lodi e degli onori ricevuti da altri; proprio perché da ciò nasce la persuasione di possedere una data bontà. E poiché codesta persuasione si genera maggiormente dalla testimonianza dei buoni e dei sapienti, gli uomini godono specialmente delle lodi e degli onori che da questi ricevono. E siccome l'adulatore porge una lode apparente, ci sono alcuni che godono anche delle adulazioni. E poiché l'amore ha per oggetto il bene, e l'ammirazione riguarda qualche cosa di grande, è piacevole essere amati e ammirati; perché questo ingenera la persuasione della propria bontà e grandezza, in cui uno si compiace. - Terzo, in quanto le stesse azioni degli altri, possono essere stimate, se buone, come un bene proprio, in forza dell'amore, il quale fa considerare l'amico una cosa sola con se stessi. E in forza dell'odio, il quale fa considerare contrario a se stessi il bene di un altro, diventa piacevole la cattiva azione del proprio nemico. Di qui l'ammonimento di S. Paolo, che la carità "non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'azione di un altro può essere a me unita, o per l'effetto, come nel primo caso; o per la conoscenza, come nel secondo; oppure per l'affetto, come nel terzo.
2. Gli altri beni altrui sono piacevoli solo nel terzo caso, ma non nei primi due.
3. Le azioni degli altri, sebbene non promanino dai miei abiti operativi, tuttavia possono causare in me il piacere, o possono generare in me la persuasione, o la coscienza di un proprio abito; oppure possono derivare dall'abito di chi per affetto è tutt'uno con me.

ARTICOLO 6

Se beneficare gli altri sia causa di piacere

SEMBRA che non sia causa di piacere beneficare gli altri. Infatti:
1. Il piacere deriva dal conseguimento del proprio bene, come abbiamo detto. Ora, beneficare gli altri, non è un conseguire ma piuttosto un erogare il proprio bene. Dunque è più causa di tristezza che di piacere.
2. Il Filosofo scrive, che "l'illiberalità è più naturale per gli uomini della prodigalità". Ora, è proprio della prodigalità beneficare gli altri: invece è proprio dell'illiberalità astenersi dal beneficare. E siccome l'operazione connaturale è per ciascuno piacevole, come nota lo stesso Aristotele, beneficare gli altri non è causa di piacere.
3. Effetti contrari procedono da cause contrarie. Ora, per l'uomo sono naturalmente piacevoli atti che consistono nel far male: cioè vincere, redarguire, o rimproverare gli altri, e anche punire sotto l'impulso dell'ira, come osserva il Filosofo. Dunque fare del bene è più causa di tristezza che di piacere.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "donare e soccorrere gli amici o gli estranei è cosa assai piacevole".

RISPONDO: Beneficare gli altri può essere in tre modi causa di godimento. - Primo, in vista dell'effetto, che è il bene altrui. E questo perché, considerando il bene altrui come bene nostro, per l'unione stabilita dall'amore, godiamo del bene da noi compiuto negli altri, specialmente negli amici, come di un bene proprio. - Secondo, in vista del fine: cioè quando uno, nel fare del bene a un altro, spera di assicurare un bene a se stesso, o da parte di Dio, o da parte di un uomo. E la speranza è causa di piacere. - Terzo, in vista del principio. E da questo lato beneficare un altro può essere piacevole in rapporto a tre principi. Primo, in rapporto alla facoltà o capacità di beneficare: beneficare un altro diviene piacevole, in quanto la beneficenza dà a un uomo la persuasione di possedere un bene in tale abbondanza, da poterlo comunicare. Perciò gli uomini godono dei figli e delle loro azioni, quali mezzi atti a comunicare il proprio bene. Secondo, in rapporto all'abito (virtuoso), che rende connaturale il fare del bene. Perciò chi è liberale dona con gioia. Terzo, in rapporto alla causa movente: quando uno, p. es., viene mosso a beneficare da persone che egli ama; infatti tutto ciò che noi facciamo o soffriamo per gli amici, diventa piacevole; perché l'amore è la causa precipua del godimento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un'operazione, in quanto sta ad indicare il nostro bene, è piacevole. Però in quanto lo diminuisce, può essere dolorosa; quando, p. es., è esagerata.
2. La prodigalità implica un'erogazione esagerata, che ripugna alla natura. Perciò si dice che la prodigalità è contro natura.
3. Vincere, redarguire, e punire, è piacevole non in quanto male altrui, ma in quanto contribuisce al bene proprio, che si ama più di quanto si possa odiare il male altrui. Infatti vincere è naturalmente piacevole, perché l'uomo acquista così la persuasione della propria superiorità. Per questo i giochi, in cui c'è competizione e in cui può esserci vittoria, sono sommamente piacevoli: e lo stesso si dica di tutte le competizioni. - Invece la correzione e il rimprovero possono essere in due modi causa di godimento. Primo, perché essi danno a un uomo la persuasione della propria sapienza e superiorità: infatti correggere e rimproverare spetta ai sapienti e ai maggiori. Secondo, perché uno nel rimproverare e nel riprendere può far del bene a un altro: il che è piacevole, come abbiamo detto. - Per chi poi è in preda all'ira è piacevole punire, perché così ha l'impressione di togliere l'apparente minorazione, dovuta a un danno precedente. Infatti chi è stato danneggiato da un altro, si ritiene per questo minorato da lui: perciò desidera liberarsi da questa minorazione, restituendo il danno. - È evidente quindi che fare del bene agli altri può essere direttamente piacevole: invece fare del male è piacevole soltanto nella misura che interessa il proprio bene.

ARTICOLO 7

Se la somiglianza sia causa di godimento

SEMBRA che la somiglianza non sia causa di godimento, Infatti:
1. Primeggiare e sovrastare implica una certa dissomiglianza. Ma "primeggiare e sovrastare è naturalmente piacevole", come si esprime Aristotele. Dunque è più di godimento la dissomiglianza, che la somiglianza.
2. Niente è più dissimile dal piacere che la tristezza. Ora, come Aristotele afferma, coloro che soffrono tristezze sono più portati ai piaceri. Dunque la dissomiglianza più che la somiglianza è causa di piacere.
3. Chi già abbonda di un dato piacere, più non gode di esso, ma ne prova nausea: il che è evidente nell'abuso dei cibi. Dunque la somiglianza non è causa di godimento.

IN CONTRARIO: La somiglianza, come abbiamo detto, causa l'amore. Ma l'amore è causa di piacere. Dunque la somiglianza è causa di piacere.

RISPONDO: La somiglianza costituisce una certa unità: perciò quanto è simile, proprio per codesta unità, è amabile, come si è detto, ed è piacevole. Ora, se ciò che è simile non corrompe il nostro bene, ma lo accresce, allora è piacevole assolutamente parlando: così l'uomo è piacevole per l'uomo, e un giovane per un altro giovane. - Se invece è atto a corromperlo, allora diviene per accidens disgustoso e fastidioso; non già per l'unità e la somiglianza, ma perché distrugge ciò che a noi è maggiormente unito.
Ora, la distruzione del nostro bene da parte di una cosa consimile può avvenire in due modi. - Primo, alterando la misura del nostro bene con qualche eccesso: il bene infatti, specialmente quello del corpo, la salute, p. es., consiste in una certa misura. E quindi un eccesso nel nutrimento o in qualsiasi altro piacere fisico produce fastidio. - Secondo, per una diretta contrarietà al nostro bene: i vasai, p. es., detestano gli altri vasai, non perché vasai, ma perché compromettono quel prestigio, o quel guadagno, che essi bramano come loro proprio bene.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche il vincolo che lega chi primeggia ai propri sudditi stabilisce una somiglianza. Essa tuttavia si regge sul presupposto di una certa superiorità, perché primeggiare e sovrastare contribuiscono all'eccellenza del proprio bene: infatti primeggiare e comandare spetta alle persone sagge e preminenti. Quindi un uomo da questo fatto si forma la convinzione della propria bontà. - Oppure il piacere nasce dal fatto, che un uomo, col comandare o presiedere, procura il bene altrui.
2. L'oggetto chiamato a rallegrare chi è triste, sebbene non somigli alla tristezza, tuttavia ha una somiglianza con l'uomo così rattristato. Poiché le cose tristi sono contrarie al bene di chi si rattrista. Per tale motivo chi è nella tristezza brama il piacere, come cosa giovevole al proprio bene, quale medicina del suo contrario. Questo è il motivo per cui i piaceri corporali, minacciati dalle contrarie tristezze, sono più desiderati dei piaceri spirituali, che non subiscono tristezze contrarie, come vedremo. Da ciò deriva pure che tutti gli animali bramano il piacere; poiché l'animale è sempre angustiato dalle sensazioni e dal moto. Da ciò si spiega come mai i giovani desiderino tanto i piaceri: ciò si deve alle molteplici alterazioni che ne travagliano lo sviluppo. Così pure i malinconici bramano ardentemente i piaceri, per cacciare la tristezza: poiché, come si esprime Aristotele, "il loro corpo è come corroso da un umore maligno".
3. I beni del corpo consistono in una certa misura: perciò il loro eccesso corrompe il nostro benessere. E quei beni diventano allora nauseanti e fastidiosi, proprio perché contrari al bene dell'uomo.

ARTICOLO 8

Se la meraviglia sia causa di piacere

SEMBRA che la meraviglia non sia causa di piacere. Infatti:
1. Meravigliarsi, come dice il Damasceno, è proprio di chi ignora la natura. Ma non è piacevole l'ignoranza, bensì la scienza. Dunque la meraviglia non è causa di piacere.
2. La meraviglia, come insegna Aristotele, è principio del sapere, quasi via per conoscere la verità. Ora, a detta del medesimo, "è cosa più gustosa contemplare quanto già si conosce, che cercare ciò che s'ignora", per le difficoltà e gli ostacoli che qui s'incontrano, e che là non sussistono; e d'altra parte il piacere è causato da un'operazione non impedita, come Aristotele si esprime. Dunque la meraviglia non è causa del piacere, ma piuttosto ne è un impedimento.
3. Ognuno gode di quanto per lui è consueto: perciò sono piacevoli le operazioni degli abiti acquisiti con l'uso. Ma le cose consuete non sono oggetto di meraviglia, come scrive S. Agostino. Dunque la meraviglia è il contrario di quanto causa il piacere.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la meraviglia è causa di piacere.

RISPONDO: Conseguire ciò che si desidera è cosa piacevole, come abbiamo detto. Perciò più cresce il desiderio di quanto si ama, più cresce il piacere del conseguimento di esso. E anche nel crescere stesso del desiderio avviene un aumento di piacere, per la speranza della cosa amata che ne deriva; difatti già sopra abbiamo detto che il desiderio stesso è piacevole per la speranza. - Ora, la meraviglia è un certo desiderio di conoscere, che sorge nell'uomo dal vedere un effetto di cui ignora la causa; oppure dall'essere la causa superiore alla sua conoscenza e alla sua capacità. Perciò la meraviglia è causa di piacere, in quanto è connessa alla speranza di raggiungere la cognizione di ciò che si desidera conoscere. - Per questo motivo tutto ciò che è meraviglioso è piacevole: così tutte le cose rare, e tutte le raffigurazioni delle cose, anche se si tratta di cose in se stesse non piacevoli; infatti l'anima gode nel confrontare le cose tra loro, poiché codesto confronto è l'atto proprio e connaturale della ragione, come nota il Filosofo. Per questo stesso motivo, come Aristotele insegna, "essere liberati da grandi pericoli è cosa ancora più dilettevole, perché meravigliosa".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La meraviglia non è piacevole in quanto implica l'ignoranza; ma in quanto implica il desiderio di conoscere la causa; e in quanto chi si meraviglia apprende qualche cosa di nuovo, e cioè che quella causa è superiore a quanto egli pensava.
2. Due sono gli elementi del piacere: la quiete nel bene raggiunto, e la percezione di essa. Rispetto al primo, la contemplazione delle cose conosciute di suo dà maggior piacere che la ricerca di ciò che s'ignora, essendo un atto più perfetto contemplare la verità conosciuta, che quella che non si conosce. Tuttavia, rispetto al secondo può capitare che la ricerca dia maggior piacere, in quanto procede da un più grande desiderio: infatti il desiderio viene suscitato dalla percezione della propria ignoranza. Perciò l'uomo prova il piacere più grande nell'apprendere o nello scoprire cose nuove.
3. Le cose consuete sono piacevoli a farsi, perché sono connaturali. Ma possono essere piacevoli anche le cose rare, o a motivo della conoscenza: perché, essendo mirabili, se ne desidera la cognizione; oppure a motivo dell'operazione: perché come dice Aristotele, "dal desiderio la mente si lascia portare a operare con maggiore intensità cose inusitate", e sappiamo che un'operazione più perfetta causa un più perfetto godimento.