Il Santo Rosario
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Questione 30

Desiderio, o concupiscenza

Passiamo quindi a parlare del desiderio, o concupiscenza.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se il desiderio, o concupiscenza sia soltanto nell'appetito sensitivo; 2. Se sia una speciale passione; 3. Se ci siano desideri naturali, e non naturali; 4. Se la passione del desiderio sia infinita.

ARTICOLO 1

Se il desiderio, o concupiscenza sia soltanto nell'appetito sensitivo

SEMBRA che il desiderio, o concupiscenza non sia soltanto nell'appetito sensitivo. Infatti:
1. Stando alla Scrittura: esiste una concupiscenza del sapere: "La concupiscenza della sapienza conduce al regno eterno". Ma l'appetito sensitivo non può aspirare alla sapienza. Dunque il desiderio, o concupiscenza non è soltanto nell'appetito sensitivo.
2. Il desiderio dei comandamenti di Dio non ha sede nell'appetito sensitivo; anzi l'Apostolo scrive: "Non abita in me, cioè nella mia carne, il bene". Ma il desiderio dei comandamenti di Dio ricade nella concupiscenza; poiché sta scritto: "Si consuma l'anima mia nella concupiscenza dei tuoi precetti". Dunque la concupiscenza non è soltanto nell'appetito sensitivo.
3. Per ogni potenza è concupiscibile il proprio bene. Dunque la concupiscenza è in ogni potenza dell'anima, e non soltanto nell'appetito sensitivo.

IN CONTRARIO: Secondo il Damasceno, "l'irrazionale, che subisce e il comando e il convincimento della ragione, si divide in concupiscenza e ira. Ora, questa è la parte irrazionale dell'anima, passiva e appetitiva". Dunque la concupiscenza è nell'appetito sensitivo.

RISPONDO: Come il Filosofo insegna, "la concupiscenza è l'appetito di ciò che piace". Ora, due sono le specie del piacere, come diremo: la prima ha per oggetto il bene di ordine spirituale; la seconda si ferma al bene sensibile. La prima è soltanto nell'anima. La seconda è dell'anima e del corpo: poiché il senso è una facoltà organica; perciò il bene sensibile è bene di tutto il composto. Ora, la concupiscenza è la brama di codesto piacere, e appartiene sia all'anima che al corpo; come indica il nome stesso di concupiscenza. Perciò la concupiscenza, propriamente parlando, è nell'appetito sensitivo; e precisamente nella facoltà del concupiscibile, che da essa prende il nome.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il desiderio della sapienza, o di altri beni spirituali, viene talora chiamato concupiscenza, o per una certa somiglianza; oppure per l'intensità del desiderio della parte superiore, che provoca una ridondanza nell'appetito inferiore. Questa ridondanza fa sì che lo stesso appetito inferiore tenda a suo modo verso quel bene spirituale, trascinato dall'appetito superiore, in maniera che anche il corpo si pone a servizio dei beni spirituali: secondo l'espressione del Salmo: "il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente".
2. Il termine desiderio, non si restringe al solo appetito inferiore, ma si addice anche meglio, a rigor di termini, a quello superiore. Infatti non implica, come il termine concupiscenza, una compartecipazione nell'atto di desiderare; ma il semplice moto verso la cosa desiderata.
3. Ogni potenza dell'anima ha la capacità di tendere verso il proprio bene in forza dell'appetito naturale, non legato alla conoscenza. Invece la prosecuzione di un bene mediante l'appetito animale, derivante dalla cognizione, appartiene soltanto alla facoltà appetitiva. E quindi desiderare una cosa sotto l'aspetto di bene piacevole per i sensi, cioè averne la concupiscenza, appartiene al concupiscibile.

ARTICOLO 2

Se la concupiscenza sia una speciale passione

SEMBRA che la concupiscenza non sia una speciale passione del concupiscibile. Infatti:
1. Le passioni si distinguono secondo i loro oggetti. Ora, il bene sensibilmente piacevole è oggetto del concupiscibile; ed esso è oggetto anche della concupiscenza, secondo Aristotele. Dunque la concupiscenza non è una speciale passione del concupiscibile.
2. S. Agostino ha scritto, che "la cupidigia è l'amore delle cose transitorie": quindi non si distingue dall'amore. Invece tutte le varie specie di passioni sono distinte tra loro. Dunque la concupiscenza non è una speciale passione del concupiscibile.
3. A ciascuna passione del concupiscibile è contrapposta, come si è visto, una speciale passione sempre nel concupiscibile. Invece alla concupiscenza non si contrappone nessuna speciale passione nel concupiscibile. Dice infatti il Damasceno, che "il bene atteso fa nascere la concupiscenza, quello presente la letizia: così il male atteso dà luogo al timore, quello presente alla tristezza". Da ciò deriva che la trisiezza è l'opposto della letizia, e il timore è l'opposto della concupiscenza. Ma il timore non è nel concupiscibile, bensì nell'irascibile. Quindi la concupiscenza non è una speciale passione del concupiscibile.

IN CONTRARIO: La concupiscenza è causata dall'amore e tende al piacere, che sono due passioni del concupiscibile. Perciò essa sta alle altre passioni del concupiscibile come passione specificamente distinta.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, oggetto del concupiscibile è il bene sensibilmente piacevole. Perciò le diverse passioni del concupiscibile si distinguono in base alle differenze di codesto bene. Ora, la diversità dell'oggetto si può considerare, o secondo la natura dell'oggetto stesso, o secondo le differenze del suo influsso sull'atto. La prima produce solo una differenza materiale, o numerica, delle passioni. La seconda invece produce una differenza formale, che costituisce la differenza specifica delle passioni.
Ma l'influsso del fine o del bene ha delle differenze secondo che è attualmente presente, o che è assente: infatti come presente determina l'acquietarsi in esso (dell'appetito); se invece è assente (lo) muove verso di sé. Perciò l'oggetto sensibilmente piacevole, in quanto armonizza e conforma a sé l'appetito, causa l'amore; in quanto assente lo attrae a sé, causa la concupiscenza; e, in quanto presente lo acquieta in sé, causa il piacere. Dunque la concupiscenza è una passione specificamente distinta dall'amore e dal piacere. - Ma il desiderio di questa o di quell'altra cosa produce soltanto delle concupiscenze numericamente distinte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oggetto della concupiscenza non è il bene piacevole o dilettevole in assoluto, ma assente: così oggetto della memoria è l'oggetto sensibile come passato. E bastano codeste particolari condizioni per diversificare le specie delle passioni, e le potenze della parte sensitiva, che hanno per oggetto i singolari.
2. Si tratta, nel caso, di un attributo non essenziale, ma causale: infatti la cupidigia di per sé non è l'amore, ma effetto dell'amore. - Oppure si risponde che S. Agostino prende cupidigia, in senso largo, per qualsiasi moto dell'appetito persino verso beni futuri. Così da abbracciare, sia l'amore, che la speranza.
3. La passione direttamente contrapposta alla concupiscenza è senza nome: ed essa sta al male come la concupiscenza sta al bene. Ma avendo essa per oggetto il male assente, come il timore, talora viene scambiata col timore: del resto anche la cupidigia si scambia così con la speranza. E si spiega: perché un bene o un male irrilevante quasi non si considerano; e quindi, per ogni moto dell'appetito verso il bene o verso il male futuro, si parla (rispettivamente) di speranza e di timore, che hanno per oggetto il bene e il male arduo.

ARTICOLO 3

Se alcuni desideri siano naturali, e altri non naturali

SEMBRA che i desideri non si dividano in naturali e non naturali. Infatti:
1. Il desiderio, o concupiscenza, appartiene all'appetito animale, come abbiamo detto. Ma l'appetito naturale è contraddistinto dall'appetito animale. Dunque nessun desiderio è naturale.
2. Una diversità materiale non determina diversità specifiche, ma solo numeriche, estranee a ogni disciplina. Ora, se esistessero desideri naturali e non naturali, non potrebbero distinguersi tra loro, che in base ai vari oggetti desiderabili: si avrebbe cioè una differenza materiale e numerica. Perciò non si devono distinguere i desideri in naturali e non naturali.
3. Il contrapposto della natura è la ragione, come Aristotele insegna. Se dunque nell'uomo ci fosse un desiderio, o concupiscenza, non naturale, dovrebbe essere razionale. Ma questo è impossibile; poiché la concupiscenza, essendo una passione, spetta all'appetito sensitivo, non alla volontà che è l'appetito razionale. Dunque non esistono concupiscenze non naturali.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma ripetutamente, che tra i desideri del concupiscibile alcuni sono naturali, e altri non naturali.

RISPONDO: Come abbiamo spiegato sopra, la concupiscenza è il desiderio del bene piacevole. Ora, un oggetto può essere piacevole in due maniere. Primo, perché conveniente alla natura dell'animale: così il cibo, la bevanda, e simili. Codeste concupiscenze, o desideri, sono chiamate naturali. - Secondo, una cosa può essere piacevole, perché la conoscenza di essa soddisfa l'animale: p. es., la percezione di una cosa come buona e conveniente rende quest'ultima oggetto di piacere. E i desideri di codesti oggetti piacevoli si dicono non naturali, e son chiamati piuttosto cupidigie.
Perciò i primi, cioè i desideri naturali, sono comuni agli uomini e agli animali: poiché certe cose sono convenienti e piacevoli secondo natura per gli uni e per gli altri. E in essi convengono tutti gli uomini; infatti il Filosofo chiama codesti desideri "comuni e necessari". - Invece i secondi sono propri degli uomini, i quali hanno la facoltà di considerare buona e conveniente una cosa al di fuori delle necessità della natura. Per questo il Filosofo afferma che i primi sono "irrazionali", i secondi invece "uniti alla ragione". E poiché non c'è accordo quando sono diversi a far uso del raziocinio, Aristotele chiama questi ultimi "personali e aggiunti", cioè sovrapposti ai desideri naturali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ciò che forma l'oggetto dell'appetito naturale, mediante la conoscenza può divenire oggetto anche dell'appetito animale. Per questo ci può essere concupiscenza animale del cibo, della bevanda e di cose consimili, che sono oggetto dell'appetito naturale.
2. La distinzione tra desideri naturali e non naturali non è soltanto materiale; ma in un certo senso è anche formale, in quanto procede dall'oggetto secondo la varietà del suo influsso sull'atto. Infatti: oggetto dell'appetito è il bene in quanto conosciuto. E la diversità della conoscenza dell'oggetto incide sull'influsso di esso: e cioè, in quanto è conosciuto come conveniente mediante la percezione diretta, provoca i desideri naturali, che il Filosofo chiama "irrazionali"; e in quanto un oggetto è conosciuto mediante una deliberazione, produce i desideri non naturali, che Aristotele definisce "uniti alla ragione".
3. Nell'uomo non c'è soltanto la ragione universale della parte intellettiva; ma anche la ragione particolare (la cogitativa) della parte sensitiva, come abbiamo spiegato. Ecco perché il desiderio che accompagna la ragione può appartenere all'appetito sensitivo. - Inoltre l'appetito sensitivo può essere mosso anche dalla ragione (astratta e) universale, mediante un'immaginazione particolare.

ARTICOLO 4

Se la passione del desiderio sia infinita

SEMBRA che la passione del desiderio non sia infinita. Infatti:
1. Oggetto del desiderio è il bene, il quale ha natura di fine. Ora, chi ammette l'infinito esclude il fine, come Aristotele insegna. Dunque la passione del desiderio non può essere infinita.
2. La passione del desiderio, procedendo dall'amore, ha per oggetto il bene conveniente. Ma l'infinito, essendo del tutto sproporzionato, non può essere conveniente. Dunque il desiderio non può essere infinito.
3. L'infinito è invalicabile: e quindi non si arriva mai all'ultimo. Invece, il piacere di chi desidera si deve al raggiungimento dell'ultimo termine. Perciò, se il desiderio fosse infinito, non si raggiungerebbe mai il piacere.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "essendo volta la concupiscenza verso l'infinito, gli uomini desiderano cose infinite".

RISPONDO: Come abbiamo detto sopra, ci sono due tipi di desiderio: naturale e non naturale. Quello naturale non può essere in atto infinito. Perché ha per oggetto quanto la natura richiede; e la natura persegue sempre qualche cosa di finito e di determinato. Difatti l'uomo non desidera il cibo, o la bevanda senza limiti. - Però, allo stesso modo che in natura si trova un infinito potenziale per successione, così per successione può esserci anche un desiderio infinito: dopo aver mangiato, p. es., si desidera ancora una volta di mangiare, e così per tutto quello che la natura richiede. Poiché codesti beni materiali, una volta acquisiti, non rimangono in perpetuo, ma si esauriscono. Perciò il Signore disse alla Samaritana: "Chi beve di quest'acqua avrà di nuovo sete".
Invece il desiderio non naturale è del tutto infinito. Come abbiamo detto, esso accompagna la ragione: ed è proprio della ragione procedere all'infinito. Perciò chi desidera le ricchezze può desiderarle, senza stabilire una misura, e volere semplicemente essere ricco, quanto gli è possibile.
Secondo il Filosofo si può dare un'altra spiegazione al fatto che alcuni desideri sono finiti ed altri infiniti. Ed è questa, che il desiderio del fine è infinito: infatti il fine è desiderato per se stesso, come la salute, e quindi si desidera una salute sempre migliore, all'indefinito; se il bianco, p. es., è essenzialmente atto a guastare la vista, un colore più bianco la guasterà sempre di più. Invece il desiderio che ha per oggetto i mezzi, non è infinito, ma questi sono desiderati nella misura che giova al raggiungimento del fine. Perciò coloro che ripongono il fine nelle ricchezze hanno di esse un desiderio senza fine: quelli invece che le desiderano per la necessità della vita, desiderano ricchezze limitate, cioè sufficienti per vivere, come osserva il Filosofo. Lo stesso vale per il desiderio di qualsiasi altra cosa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutto ciò che viene desiderato è preso come finito: o perché realmente finito, quale oggetto attuale di un determinato desiderio; oppure perché finito quale oggetto di conoscenza. Infatti non è possibile conoscere una cosa in quanto infinita; poiché, secondo Aristotele, "infinito è ciò la cui quantità, comunque presa, lascia sempre fuori di sé altre parti".
2. La ragione è una facoltà infinita, nel senso che può considerare una cosa all'indefinito, come è evidente nell'addizione dei numeri e delle linee. Perciò l'infinito, preso in un certo senso, è proporzionato alla ragione. Del resto anche l'universale, che la ragione conosce, è in qualche modo infinito; perché contiene potenzialmente infiniti singolari.
3. Non si richiede che uno raggiunga tutto ciò che desidera, per gustare il piacere: ma egli prova piacere nel conseguire ciascuna delle cose desiderate.