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Questione
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La
sede delle passioni
Dopo lo studio degli atti umani prendiamo a considerare le passioni
dell'anima: prima in generale, e poi in particolare. La considerazione
generica abbraccia quattro argomenti: primo, la sede
delle passioni; secondo, le loro differenze; terzo, i loro mutui rapporti;
quarto, la loro bontà o malizia.
Sul primo si presentano tre quesiti: 1. Se una passione possa essere nell'anima;
2. Se risieda più nella parte appetitiva che in quella conoscitiva;
3. Se risieda più nell'appetito sensitivo che in quello intellettivo, o volontà.
ARTICOLO 1
Se una passione possa essere nell'anima
SEMBRA che nessuna passione possa essere nell'anima. Infatti:
1. La passività è propria della materia. Ma l'anima, come abbiamo
dimostrato, non è composta di materia e forma. Dunque nessuna passione
può trovarsi nell'anima.
2. La passione, come Aristotele dimostra, è un moto. Ma Aristotele
dimostra pure che l'anima non è soggetta al moto. Quindi nell'anima
non c'è passione.
3. La passione prepara alla corruzione: infatti
"ogni passione,
aumentando, distrugge la sostanza". Ma l'anima è incorruttibile.
Dunque nessuna passione può trovarsi nell'anima.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma:
"Quando eravamo nella carne, le
passioni peccaminose, occasionate dalla legge, agivano nelle nostre membra". Ora i peccati si trovano propriamente nell'anima. Perciò
anche le passioni, chiamate "peccaminose", si trovano propriamente nell'anima.
RISPONDO: Tre sono i significati di patire. Primo, in senso lato, ogni recezione è una passione,
anche se il soggetto non perde nulla:
si dice, per es., che l'aria patisce quando viene illuminata. Eppure
questo è più un perfezionamento che una passione. - Secondo, si ha
una passione in senso proprio quando viene ricevuta una cosa con
l'espulsione di un'altra. E questo può avvenire in due modi. Talora
infatti si ha l'espulsione di un elemento non conveniente al soggetto:
quando, p. es., viene sanato il corpo di un animale, si dice
che patisce, per il fatto che riceve la sanità, con l'espulsione della
malattia. - Talora invece capita il contrario: e cioè si chiama passione
la malattia, poiché si riceve la malattia con la perdita della
sanità. Questa ultima situazione è quella che più si addice alla passione.
Infatti si parla di passione quando una cosa viene attratta
dall'agente: e chi recede dalle condizioni connaturali proprie, dimostra
nel modo più evidente di essere attratto. Per questo Aristotele
insegna che quando da una cosa inferiore viene generato un
essere superiore, assolutamente parlando si ha una generazione, e
secundum quid una corruzione: succede invece il contrario quando
da un essere superiore si genera un essere inferiore.
Ora, la passione può trovarsi nell'anima nei tre modi descritti.
Infatti, nel senso di pura recezione, si dice che "sentire ed intendere
sono un certo patire". Ma la passione con annessa espulsione non può
verificarsi senza un'alterazione fisiologica: e quindi la passione propriamente
detta non può appartenere all'anima che indirettamente,
e cioè in quanto passione del composto. Ma anche in questo caso c'è
una differenza: quando la trasmutazione termina in un fatto svantaggioso
riveste più l'aspetto di passione, che quando termina in un vantaggio.
Cosicché la tristezza è denominata passione in senso più rigoroso della gioia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il patire, in quanto implica espulsione
e trasmutazione, è proprio della materia: e quindi si trova soltanto
nei composti di materia e forma. Ma in quanto importa la sola
recezione, non è necessario che appartenga alla materia, ma può appartenere
a qualunque essere esistente in potenza. Ora, l'anima, sebbene
non sia composta di materia e forma, tuttavia ha qualche cosa
di potenziale, essendo fatta per ricevere e patire, nel senso che lo stesso
intendere, a dire di Aristotele, è un patire.
2. Passione e moto, anche se non appartengono all'anima direttamente,
ad essa possono convenire indirettamente.
3. L'argomento vale per la passione che si verifica con una trasmutazione svantaggiosa.
Codesta passione non può appartenere all'anima che accidentalmente: di per sé spetta
invece al composto, che è corruttibile.
ARTICOLO 2
Se la passione appartenga più alla parte appetitiva che a quella conoscitiva
SEMBRA che la passione appartenga più alla parte conoscitiva dell'anima,
che a quella appetitiva. Infatti:
1. Secondo Aristotele, ciò che è primo in un dato genere è anche il
principale, ed è causa in rapporto agli altri esseri che si trovano nel
genere suddetto. Ora, la passione si riscontra prima nella parte conoscitiva
che in quella appetitiva: infatti la parte appetitiva non subisce
una passione, se non in seguito a una passione della parte conoscitiva.
Dunque le passioni sono più nella parte conoscitiva che in quella appetitiva.
2. L'elemento più attivo evidentemente è meno passivo: infatti azione
e passione si contrappongono. Ora la parte appetitiva è più attiva di
quella conoscitiva. Perciò la passione risiede maggiormente nella parte conoscitiva.
3. L'appetito sensitivo è una facoltà organica come le potenze conoscitive sensibili.
Ora, le passioni si producono, propriamente parlando, mediante una trasmutazione organica.
Quindi le passioni non si trovano di preferenza nella parte appetitiva,
piuttosto che in quella percettiva.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive, che
"i moti dell'animo, che i greci
chiamano pathos, alcuni dei nostri, Cicerone, p. es., chiamano perturbazioni,
altri affezioni o affetti, e altri alla greca li denominano passioni".
Da ciò risulta che le passioni si identificano con le affezioni.
Ora, le affezioni evidentemente appartengono alla parte appetitiva, e non a quella
conoscitiva. Dunque le passioni sono più nell'appetito, che nella parte conoscitiva.
RISPONDO: Abbiamo già detto che nel termine passione è indicata
una attrazione (o riduzione) alle disposizioni dell'agente. Ora, l'anima
è più attratta verso le cose mediante la parte appetitiva, che mediante
quella conoscitiva. Infatti mediante la potenza appetitiva l'anima viene
ordinata alle cose come sono in se stesse; cosicché il Filosofo può scrivere
che "il bene e il male", oggetto della facoltà appetitiva, "sono nelle
cose".
Invece la facoltà conoscitiva non viene attratta verso la
cosa in se stessa; ma la conosce nell'immagine intenzionale che di essa
possiede, o che riceve in conformità della propria natura.
Difatti il Filosofo aggiunge che
"il vero e il falso", oggetto della
conoscenza, "non sono nelle cose, ma nella mente". È chiaro, quindi,
che il concetto di passione si attua più nella parte appetitiva, che in quella conoscitiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le condizioni di ciò che costituisce
una perfezione, sono diverse da quelle di ciò che costituisce un difetto.
Infatti nelle perfezioni si misura l'intensità in base alla vicinanza a
un unico principio: la luminosità, p. es., di un corpo luminoso si considera
più o meno intensa in rapporto al corpo sommamente luminoso,
al quale più o meno si avvicina. Ma nelle cose che si presentano come
difetti, l'intensità non si misura in base alla vicinanza a un sommo,
bensì scalando da un primo grado di perfezione. Perciò il difetto è
meno grave quanto meno ci si allontana da quel primo grado: e quindi
da principio si trova un difetto piccolo, che continuando la discesa
diviene sempre più grande. Ora, la passione si presenta come una carenza,
essendo connessa con la potenzialità del soggetto. Cosicché negli
esseri che si avvicinano alla perfezione prima, cioè a Dio, non si trova
che poco o nulla di potenzialità o di passione; invece negli esseri che
degradano essa tende ad aumentare. Ecco perché nella prima facoltà
dell'anima, cioè nella parte conoscitiva, la ragione di passione si trova meno accentuata.
2. Si dice che la potenza appetitiva è più attiva, perché causa direttamente
l'atto esterno. Ma ciò dipende dal fatto che è più passiva, e
cioè dal fatto che dice ordine alle cose come sono in se stesse: infatti
mediante l'atto esterno si raggiungono le cose (nella loro concretezza).
3. Come abbiamo spiegato nella Prima Parte, un organo può subire
delle alterazioni in due maniere. Primo, mediante un'alterazione immateriale,
in quanto riceve l'immagine intenzionale di una cosa.
Questo è un elemento essenziale per l'atto della facoltà sensitiva di
conoscenza: tanto è vero che l'occhio viene alterato dall'oggetto visibile,
non per esserne colorato, ma per ricevere l'immagine intenzionale del colore.
C'è poi una seconda alterazione dell'organo, alterazione fisiologica che modifica
l'organo nella sua fisica disposizione: cioè mediante il riscaldamento,
il raffreddamento ed altre simili trasmutazioni. Ora, codesta alterazione è accidentale
rispetto all'operazione conoscitiva del senso; tale è, p. es., l'affaticarsi
dell'occhio per il guardare troppo intenso, e la lesione del medesimo dovuta alla
veemenza improvvisa di un oggetto. Invece le alterazioni di questo genere
sono ordinate essenzialmente all'atto dell'appetito sensitivo: cosicché
nella definizione di codesti moti della parte appetitiva, si usa indicare
come elemento materiale la trasmutazione fisica di qualche organo;
si dice, p. es., che l'ira è "l'accensione del sangue intorno al cuore".
Perciò la qualifica di passione si applica più all'atto dell'appetito sensitivo
che all'atto delle facoltà di percezione, sebbene siano entrambi atti di organi corporei.
ARTICOLO 3
Se la passione risieda più nell'appetito sensitivo che in quello intellettivo, chiamato volontà
SEMBRA che la passione non risieda
più nell'appetito sensitivo che in quello intellettivo. Infatti:
1. Dionigi fa osservare, che
Ieroteo "è istruito non solo mediante un'ispirazione divina, ma mediante una passione del divino". Ora
codesta passione delle cose divine non può appartenere all'appetito
sensitivo, il cui oggetto è il bene sensibile. Quindi la passione si trova
nell'appetito intellettivo, come in quello sensitivo.
2. Più l'elemento attivo è potente, più è forte la passione. Ora, l'oggetto
dell'appetito intellettivo, che è il bene nella sua universalità, è
un elemento attivo più potente dell'oggetto dell'appetito sensitivo, il
quale è un bene particolare. Dunque l'aspetto di passione è più nell'appetito
intellettivo che in quello sensitivo.
3. Gioia e amore sono elencati tra le passioni. Ora essi si trovano
anche nell'appetito intellettivo, e non soltanto in quello sensitivo;
altrimenti non sarebbero attribuiti a Dio e agli angeli nella Scrittura.
Perciò le passioni non risiedono nell'appetito sensitivo più che in quello intellettivo.
IN CONTRARIO: 1. Il Damasceno così descrive le passioni dell'anima:
"La passione è
un moto dell'appetito sensitivo verso il bene, o verso il male,
presente nell'immaginazione. Oppure: La passione è un moto dell'anima irrazionale,
mediante l'apprensione di un bene o di un male".
RISPONDO: La passione si trova propriamente dove c'è trasmutazione corporea.
Ora, negli atti dell'appetito sensitivo codesta trasmutazione non è soltanto immateriale,
come nella percezione sensitiva, ma anche fisica.
Invece negli atti dell'appetito intellettivo non si richiede un'alterazione fisica,
poiché codesto appetito non è facoltà di un qualche organo.
Perciò è evidente che il concetto di passione si applica in maniera più appropriata
all'atto dell'appetito sensitivo, che a quello dell'appetito intellettivo;
il che è dimostrato anche dalle definizioni riportate del Damasceno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
Le "passioni del divino", di cui
parla Dionigi nel brano suddetto, sono l'affetto alle cose divine, e
l'unione con esse mediante l'amore: e tutto questo avviene senza trasmutazione corporea.
2. La grandezza della passione non dipende solo dalla virtù dell'agente,
ma anche dalla passività del paziente: poiché gli esseri più sensibili alla passione
sentono fortemente l'azione anche di modesti
principi attivi. Perciò, sebbene l'oggetto dell'appetito intellettivo sia
più attivo dell'oggetto dell'appetito sensitivo, tuttavia l'appetito sensitivo
è maggiormente passivo.
3. L'amore, il gaudio e sentimenti consimili attribuiti a Dio, agli
angeli, oppure agli uomini secondo l'appetito intellettivo, esprimono
un semplice atto di volontà per una somiglianza di effetti, ma senza
passione. Perciò S. Agostino scrive: "Gli angeli santi puniscono senza
ira, e soccorrono senza provare compassione per la miseria. Tuttavia
si usurpano i nomi di codeste passioni anche trattando di essi, in forza
del modo umano consueto di parlare, per una certa somiglianza di
opere e non per una infermità di sentimenti".
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