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Questione 21
Le conseguenze degli atti umani in rapporto alla loro bontà o malizia
Ed eccoci a considerare le conseguenze degli atti umani in rapporto
alla loro bontà o malizia.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti:
1. Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, implichi la nozione di rettitudine
o di peccato; 2. Se abbia l'aspetto di cosa lodevole o colpevole;
3. Se rivesta la ragione di merito o di demerito; 4. Se abbia ragione di merito
o di demerito presso Dio.
ARTICOLO 1
Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, implichi la nozione
di rettitudine o di peccato
SEMBRA che l'atto umano, in quanto buono o cattivo, non implichi
la nozione di rettitudine o di peccato. Infatti:
1.
"In natura i mostri sono peccati", dice Aristotele.
Ora, i mostri non sono atti, ma sono degli esseri generati fuori dell'ordine
di natura. Invece le opere compiute dall'arte e dalla ragione imitano
gli esseri che sono secondo natura, come nota lo stesso Aristotele.
Dunque l'azione, per il fatto che è disordinata e cattiva,
non implica la nozione di peccato.
2. Come insegna Aristotele, il peccato avviene nella natura e nell'arte
quando non si raggiunge il fine inteso dalla natura o dall'arte.
Invece la bontà o la malizia dell'atto umano consiste proprio nell'intenzione
del fine, o nel conseguimento di esso. Dunque la malizia di un atto
non implica la nozione di peccato.
3. Se la malizia di un atto implicasse la ragione di peccato, ne
seguirebbe che il peccato verrebbe a trovarsi dovunque c'è un male.
Ora, questo è falso: infatti la punizione, sebbene implichi la ragione di male,
tuttavia non implica quella di peccato. Perciò, dal fatto che un'azione è cattiva,
non segue che abbia ragione di peccato.
IN CONTRARIO: Come sopra abbiamo dimostrato, la bontà dell'atto umano
dipende principalmente dalla legge eterna: e di conseguenza la sua malizia
consiste nell'essere discorde da codesta legge.
Ma questo costituisce la ragione di peccato: infatti S. Agostino scrive che
"il
peccato è un'azione, una parola o un desiderio contro la legge eterna".
Dunque l'atto umano, per il fatto che è cattivo, implica la nozione di peccato.
RISPONDO: Il male ha un'estensione maggiore del peccato, come
il bene è più esteso della rettitudine. Infatti qualsiasi privazione di
bene, in qualunque campo, costituisce un male: invece il peccato
propriamente consiste in un atto compiuto per un fine, senza il debito
ordine rispetto a quel fine. Ora, l'ordine dovuto in rapporto a
un fine viene misurato da una certa regola. Regola che negli agenti
naturali è la virtù stessa della natura, che inclina verso quel fine.
Perciò, quando l'atto procede dalla virtù o facoltà naturale secondo
la naturale inclinazione verso il fine, allora viene ad esserci la rettitudine
nell'atto: poiché rimanendo a uguale distanza dagli estremi,
segna il rapporto esatto di un principio attivo al suo fine. Invece
quando un atto si scosta da tale rettitudine, allora si determina la
ragione di peccato.
Ma nelle azioni che vengono compiute dalla volontà, regola prossima è
la ragione umana; regola suprema è la legge eterna.
Perciò, quando l'atto umano tende verso il fine secondo l'ordine della ragione
e della legge eterna, allora l'azione è retta: quando invece
si scosta da questa rettitudine, o direzione, allora si ha il peccato.
Ora, è evidente, da quanto abbiamo detto, che ogni atto volontario
è cattivo perché si allontana dall'ordine della ragione e della legge eterna:
ed ogni atto buono concorda con la ragione e con la legge eterna.
Di qui si conclude che le azioni umane, per il fatto che sono buone o cattive,
implicano la nozione di rettitudine o di peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I mostri si dicono peccati, perché prodotti
da un peccato insito nell'atto della natura.
2. Il fine è di due tipi: ultimo e prossimo. Ora, nel peccato di
ordine naturale, o fisico, l'atto può fallire il fine ultimo, che consiste
nella perfezione del generato; ma non può fallire qualsiasi fine
prossimo; infatti la natura opera sempre dando forma a qualche cosa.
Parimenti, nel peccato di ordine volitivo c'è sempre un decadimento dal fine
ultimo voluto, poiché nessun atto volontario cattivo è ordinabile alla beatitudine,
che è l'ultimo fine: sebbene raggiunga un qualsiasi fine prossimo,
che la volontà intende e può conseguire.
Perciò, siccome l'intenzione stessa di questo fine deve essere ordinata
al fine ultimo, anche in codesta intenzione del fine può trovarsi la ragione
di rettitudine o di peccato.
3. Ogni cosa è ordinata ad un fine mediante il proprio atto. Quindi
la ragione di peccato, consistente in una deviazione dall'ordine verso
il fine, propriamente interessa l'atto. La punizione invece, come abbiamo
detto nella Prima Parte, ha di mira la persona del peccatore.
ARTICOLO 2
Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, abbia l'aspetto di cosa lodevole o colpevole
SEMBRA che l'atto umano, per il fatto che è buono o cattivo, non abbia l'aspetto
di cosa lodevole o colpevole. Infatti:
1.
"Il peccato", come dice Aristotele, "può capitare anche nei fenomeni
naturali".
E tuttavia i fenomeni naturali non sono né lodevoli,
né colpevoli, come insegna il medesimo autore.
Dunque l'atto umano non è una colpa per il fatto che è cattivo ed è peccato: e quindi
non è cosa lodevole per il fatto che è buono.
2. Il peccato può capitare non solo negli atti
morali, ma anche
nell'attività professionale e artistica: poiché, come scrive Aristotele,
"pecca
il grammatico che fa sbagli di ortografia, e il medico che sbaglia
nel dare una bevanda". Ma un professionista non è ritenuto colpevole
solo per aver fatto male una cosa, perché spetta alla versatilità dell'arte
il saper far male e bene una cosa a piacimento.
Dunque anche l'atto morale non acquista colpevolezza per il fatto che è cattivo.
3. Dionigi scrive che il male è
"infermo e impotente". Ora, l'infermità e l'impotenza
tolgono, oppure diminuiscono, la ragione di colpa.
Perciò gli atti umani non sono colpevoli perché cattivi.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"sono lodevoli le opere virtuose;
e biasimevoli o colpevoli le opere contrarie". Ma gli atti buoni sono atti virtuosi,
poiché "la virtù rende buono chi la possiede, e le opere che egli compie":
perciò gli atti contrari sono atti cattivi.
Dunque l'atto umano, per il fatto che è buono o cattivo, ha l'aspetto
di cosa lodevole o colpevole.
RISPONDO: Come il male è più esteso del peccato, così il peccato è
piú esteso della colpa. Infatti si dice che un atto è colpevole, o lodevole,
perché viene imputato a chi lo compie: infatti lodare o incolpare
qualcuno equivale a imputare a lui la bontà o la malizia dei suoi atti.
Ma l'atto è imputato a chi lo compie quando è in potere dell'agente,
il quale ha il dominio sui propri atti. Ora, questo avviene in tutte
le azioni volontarie; poiché l'uomo ha il dominio sui propri atti mediante la volontà,
come si è spiegato in precedenza. Quindi rimane che il bene e il male
raggiungono la nozione di lode o di colpa nelle sole azioni volontarie;
nelle quali male, peccato e colpa sono la stessa cosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Gli atti, o fenomeni, naturali non sono
sotto il dominio dell'agente naturale, dato il determinismo della natura.
Quindi, sebbene nei fenomeni naturali ci sia il peccato, non può esserci la colpa.
2. Il compito della ragione è diverso nelle attività professionali
e nelle azioni morali. Infatti nelle attività professionali la ragione
viene ordinata a un fine particolare, escogitato da essa. Invece nelle azioni morali
la ragione viene ordinata al fine generale di tutta la vita umana.
Ora, i fini particolari vanno ordinati al fine universale.
Ma siccome, e lo abbiamo già visto, il peccato consiste nello scostarsi
dall'ordine al fine, in due maniere può esserci il peccato nell'attività
artistica e professionale. Primo, mediante una deviazione dal fine particolare
perseguito dall'artefice: ed è il peccato caratteristico dell'arte; è il caso dell'artigiano,
che, volendo fare un'opera perfetta, ne produce una di scarto, oppure, volendo produrre
una anomalia, fa un'opera regolare. Secondo, mediante una deviazione
dal fine generale della vita umana: e allora si dice che pecca l'artefice
che intende compiere un'opera cattiva allo scopo di ingannare altri.
Ma questo peccato non è proprio dell'artefice come tale, bensì
dell'artefice in quanto uomo. Perciò del primo peccato si fa colpa
all'artefice come artefice: invece del secondo si incolpa l'uomo in
quanto uomo. - Ma nelle azioni morali, in cui si considera l'ordine
della ragione verso il fine generale della vita umana, il peccato e
il male vanno considerati in base alla deviazione dall'ordine razionale
verso codesto fine. Perciò per codesto peccato viene incolpato
l'uomo in quanto uomo, e in quanto essere morale. Ecco perché il Filosofo
scrive che "in arte è preferibile chi pecca volontariamente;
non così trattandosi della prudenza, o delle virtù morali", di cui
la prudenza ha la direzione.
3. L'infermità che si
trova nel male volontario è sottoposta
al dominio dell'uomo. E quindi non toglie e non diminuisce la colpevolezza.
ARTICOLO 3
Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, possa implicare merito o demerito
SEMBRA che l'atto umano non implichi merito o demerito, per la sua bontà o malizia.
Infatti:
1. Merito e demerito dicono ordine alla retribuzione che ha luogo
soltanto nelle opere fatte a vantaggio di altri. Ora, non tutti gli
atti umani, sia buoni che cattivi, sono in rapporto ad altri, ma alcuni
sono per chi opera. Dunque non tutti gli atti umani, buoni o cattivi,
implicano un merito o un demerito.
2. Nessuno merita un castigo o un premio per il fatto che dispone
come vuole di quanto possiede: se un uomo, p. es., distrugge la roba
sua, non viene punito come quando distrugge quella degli altri. Ma
l'uomo è padrone dei propri atti. Quindi non merita un castigo o
un premio per il fatto che dispone bene o male del proprio atto.
3. Per il fatto che uno si procura del bene, non merita di essere
beneficato da un altro: e lo stesso si dica per il male. Ora, l'atto
buono è precisamente un bene e una perfezione per chi lo compie
mentre quello cattivo è per lui un male. Dunque l'uomo non può meritare
o demeritare per il fatto che compie un atto buono o cattivo.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Dite al giusto che avrà bene, perché
gusterà il frutto delle sue opere. Guai all'empio: avrà male, perché
la retribuzione delle sue mani gli sarà resa".
RISPONDO: Merito e demerito si concepiscono in ordine alla retribuzione
fatta secondo giustizia. Ma a un uomo viene fatta la retribuzione
secondo giustizia, perché egli ha agito a vantaggio o a danno di qualcuno.
D'altra parte bisogna considerare, che chiunque
vive in società è in qualche modo parte e membro dell'intera società.
Perciò, se compie un'azione a vantaggio o a danno di un membro della società,
ciò ridonda su tutta la società: come chi ferisce una mano,
per ciò stesso ferisce un uomo. Quando perciò uno agisce a vantaggio
o a danno di una persona, si trova nel suo atto una doppia ragione
di merito o di demerito. Primo, in forza della retribuzione da parte
della persona beneficata o danneggiata. Secondo, in forza della retribuzione
a lui dovuta da parte della società. - Quando poi uno ordina direttamente
il proprio atto al bene o al male di tutta una collettività, a lui è dovuta,
prima di tutto e principalmente, una retribuzione da parte della collettività,
e secondariamente da parte di tutti i membri di essa. - Quando invece
uno compie un'azione che torna a vantaggio o a danno di se stesso,
anche allora merita una retribuzione, in quanto anche questo ricade
sulla collettività, essendo anch'egli parte di essa: sebbene non la meriti
in quanto (l'azione compiuta) è un bene o un male di una persona particolare,
che nel caso si identifica con l'agente; a meno che non si contrappongano
in lui l'agente e il paziente, in quanto, si può dire per analogia,
che esiste anche una giustizia dell'uomo verso se stesso.
Concludendo, l'atto buono o cattivo implica la nozione di cosa
lodevole o colpevole, in quanto è in potere della volontà; quella di
rettitudine o di peccato per il suo ordine al fine; e la nozione di
merito o di demerito in base alla giusta retribuzione che l'atto
esige da parte di altri.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talora le azioni umane, buone o cattive,
non sono ordinate a vantaggio o a danno di una persona in particolare,
ma sono sempre ordinate al bene o al male di altri, cioè della società.
2. L'uomo che pure ha il dominio dei propri atti, essendo anch'egli di un altro,
cioè della collettività di cui è parte, può sempre meritare o demeritare,
nel disporre bene o male dei propri atti: come nel caso in cui amministrasse
bene o male gli altri suoi beni, con i quali è tenuto a servire la collettività.
3. Anche il bene, o il male, che uno fa a se stesso mediante i propri atti,
ridonda sulla collettività, come abbiamo spiegato.
ARTICOLO 4
Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, acquisti un merito
o un demerito presso Dio
SEMBRA che l'atto umano, buono o cattivo che sia, non abbia un
merito o un demerito presso Dio. Infatti:
1. Abbiamo già visto che il merito e il demerito dicono ordine a
una ricompensa per il vantaggio o per il danno procurato a un altro.
Ma un'azione umana, buona o cattiva, non può portare nessun vantaggio
e nessun danno a Dio; poiché sta scritto: "Se tu pecchi,
che danno arrechi a lui? Se poi agisci rettamente, che cosa gli doni?".
Dunque l'atto umano, buono o cattivo, non ha un merito o un demerito presso Dio.
2. Lo strumento non merita e non demerita nulla presso colui
che se ne serve; poiché tutta l'azione dello strumento appartiene a
chi si serve di esso. Ora, l'uomo nel suo agire è strumento della
potenza divina, che è il suo motore principale: infatti si legge in
Isaia: "Si gloria forse la scure contro colui che taglia con essa?
O s'inorgoglisce la sega contro chi la maneggia?"; parole chiare che
indicano la funzione strumentale dell'uomo. Quindi l'uomo, nell'agire
bene o male non merita e non demerita nulla presso Dio.
3. L'atto umano ha ragione di merito o di demerito in quanto è
ordinato ad altri. Ma non tutte le azioni umane sono indirizzate a
Dio. Perciò non tutte le azioni umane, buone o cattive, hanno ragione
di merito o di demerito presso Dio.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Dio giudica ogni azione,
sia buona che cattiva". Ma il giudizio implica la retribuzione, in
ordine alla quale si concepisce il merito e il demerito. Dunque ogni
atto umano, buono o cattivo, è un merito o un demerito presso Dio.
RISPONDO: Come abbiamo spiegato, l'azione di un uomo ha ragione
di merito o di demerito in rapporto ad altri, o a motivo della persona
stessa interessata, o a motivo della collettività. Ora, in tutte e due
le maniere i nostri atti, buoni o cattivi, costituiscono un merito
o un demerito presso Dio. Per lui direttamente, in quanto è l'ultimo
fine dell'uomo: infatti è doveroso riferire tutti gli atti all'ultimo
fine, come abbiamo già visto. Perciò chi compie un atto cattivo, non
riferibile a Dio, non salva l'onore di Dio nella sua qualità di ultimo
fine. - In ordine poi alla collettività di tutto l'universo, poiché in ogni
società chi è a capo di essa è tenuto principalmente a curare il bene comune:
e quindi tocca a lui retribuire le azioni compiute bene o male nella collettività.
Ma Dio è il moderatore e la guida di tutto l'universo, come abbiamo dimostrato
nella Prima Parte; e in modo speciale delle creature ragionevoli.
Percìò è evidente che gli atti umani diventano un merito o un demerito in
rapporto a lui: altrimenti seguirebbe che Dio non prende cura delle azioni umane.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le azioni umane non possono di suo né giovare né nuocere a Dio:
tuttavia l'uomo, per quanto da lui dipende, sottrae o dà a Dio qualche cosa,
osservando o non osservando l'ordine che Dio ha stabilito.
2. L'uomo è mosso da Dio come uno strumento, in maniera però da non escludere
la sua mozione personale, mediante il libero arbitrio,
come è evidente dalle cose già dette. Perciò mediante il suo agire egli può meritare
o derneritare presso Dio.
3. L'uomo non è ordinato alla società civile in forza di tutto il proprio essere,
e di tutti i suoi beni: e quindi non è necessario che ogni suo atto sia meritorio
o demeritorio in ordine alla società civile.
Invece l'uomo, in tutto quello che forma il suo essere, il suo potere e il suo avere,
dice ordine a Dio: e quindi ogni atto umano, buono o cattivo,
ha un merito o un demerito presso Dio, per quanto esso vale come atto.
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