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Questione
2
L'oggetto della beatitudine o felicità umana
Passiamo ora a trattare della beatitudine: e prima di tutto del
suo oggetto; secondo, della sua essenza; terzo del modo di conseguirla.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti:
1. Se la beatitudine consista nelle ricchezze; 2. Se consista negli onori; 3. Se nella
fama, o nella gloria; 4. Se consista nella potenza; 5. Se in qualche
bene del corpo; 6. Se consista nel piacere; 7. Se consista invece in
qualche bene dell'anima; 8. O in qualche altro bene creato.
ARTICOLO
1
Se la beatitudine dell'uomo consista nelle ricchezze
SEMBRA che la beatitudine dell'uomo consista nelle ricchezze.
Infatti:
1. La beatitudine è l'ultimo fine dell'uomo: perciò deve
concretarsi in quell'oggetto che maggiormente domina l'affetto umano.
Ora, codesto oggetto sono le ricchezze; poiché sta scritto: "Tutto
obbedisce al denaro". Dunque la beatitudine consiste nelle ricchezze.
2. Secondo
Boezio la beatitudine (o felicità) è "uno stato
risultante perfetto dalla combinazione di tutti i beni". Ma con le
ricchezze si possiedono tutti i beni: poiché, come il Filosofo fa
osservare, il denaro è stato introdotto per fungere da intermediario
nell'acquisto di quanto l'uomo desidera. Dunque la beatitudine
consiste nelle ricchezze.
3. Il desiderio del bene supremo, che è inesauribile, deve avere
una certa infinità. Ma questo fatto si riscontra specialmente nelle
ricchezze: poiché "l'avaro", come dice la Scrittura, "non sarà
mai sazio di denaro". Dunque la beatitudine consiste nelle ricchezze.
IN CONTRARIO: Il bene di un uomo consiste più nel conservare che
nell'alienare la beatitudine. Ora, come dice Boezio, "le ricchezze
splendono di più quando si distribuiscono che quando si accumulano: poiché l'avarizia rende sempre odiosi, mentre la munificenza
rende onorati". Dunque la beatitudine non consiste nelle ricchezze.
RISPONDO:
È impossibile che la beatitudine umana consista nelle
ricchezze. Le ricchezze infatti, come spiega il Filosofo, sono di due
specie; naturali e artificiali. Le ricchezze naturali sono quelle che
aiutano l'uomo a colmare le sue naturali indigenze: e quindi i cibi,
le bevande, le vesti, i mezzi di trasporto, la casa e altre cose del
genere. Invece le ricchezze artificiali sono quelle che di suo non
portano giovamento alla natura, p. es., il denaro; ma sono cose
inventate dall'industria umana per facilitare gli scambi, e formano
una specie di misura comune per le cose commerciali.
Ora, è evidente che la beatitudine umana non può consistere nelle
ricchezze naturali. Infatti codeste ricchezze sono ricercate per un
altro scopo, cioè per dare sostentamento alla natura dell'uomo: e
quindi non possono essere l'ultimo fine dell'uomo, ma esse piuttosto
sono ordinate all'uomo. Cosicché in ordine di natura tutte codeste
cose sono al disotto dell'uomo, e son fatte per l'uomo, secondo
l'espressione del Salmo: "Tutto hai messo sotto i suoi piedi".
Le ricchezze artificiali poi sono usate soltanto in vista di quelle
naturali: infatti nessuno le cercherebbe se non servissero per acquistare le cose necessarie alla vita. Perciò esse meno che mai possono
avere ragione di ultimo fine. Dunque è impossibile che la beatitudine, fine ultimo dell'uomo, consista nelle ricchezze.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le cose materiali obbediscono
al denaro, per la moltitudine degli stolti, i quali conoscono soltanto
i beni del corpo, che possono acquistarsi col denaro. Ma non si deve
giudicare dei beni umani dagli stolti, bensì dai savi: come, trattandosi di sapori, si cerca il giudizio di chi ha il gusto sano
(e non
dei malati).
2. Col denaro si possono avere tutti i beni commerciabili; non
però i beni spirituali, che tali non sono. Perciò sta scritto: "Che
cosa giova allo stolto aver ricchezze, se non può comprare la saggezza?".
3. Il desiderio delle ricchezze naturali non è illimitato: poiché in
una data quantità esse colmano le esigenze della natura. È infinito
invece il desiderio delle ricchezze artificiali: perché esso è schiavo
della concupiscenza disordinata, come fa notare il Filosofo. Tuttavia il desiderio delle ricchezze non è infinito, come quello del bene
supremo. Infatti quanto più perfettamente il sommo bene si possiede tanto più si ama, e si disprezzano gli altri
beni; poiché un maggiore possesso ne accresce la conoscenza. Perciò sta scritto:
"Quei che mi mangiano, avranno ancora fame". Invece si verifica
il contrario nel desiderio delle ricchezze e di qualsiasi altro bene
temporale: difatti quando si possiedono non si apprezzano, e se
ne desiderano altre; secondo quelle parole del Signore, applicabili
ai beni temporali: "Chi beve di quest'acqua avrà sete ancora".
Questo avviene perché se ne scorge meglio l'insufficienza quando si
possiedono. E ciò dimostra la loro imperfezione e l'impossibilità che
in essi consista il sommo bene.
ARTICOLO
2
Se la beatitudine umana consista negli onori
SEMBRA che la beatitudine umana consista negli onori. Infatti:
1. La beatitudine, o felicità, al dire di Aristotele, è
"un premio
della virtù". Ora, gli onori specialmente sembrano essere il premio
della virtù, come lo stesso Filosofo ha scritto nel IV Libro dell'Etica.
Dunque la beatitudine consiste specialmente negli onori.
2. La beatitudine deve consistere soprattutto in un bene riservato
a Dio e alle persone più eccellenti. Ma tale è l'onore, come il Filosofo confessa. Anzi, anche l'Apostolo scrive:
"A Dio solo onore e gloria". Dunque la beatitudine consiste nell'onore.
3. La beatitudine è la cosa più desiderata dagli uomini. Ma niente
più dell'onore sembra essere desiderato da essi: poiché gli uomini
soffrono qualsiasi perdita nelle altre cose, pur di non compromettere l'onore. Dunque la beatitudine consiste nell'onore.
IN CONTRARIO: La felicità deve trovarsi in chi è felice. Invece l'onore
non è in colui che è onorato, ma, come il Filosofo scrive, è "piuttosto
nell'onorante", che rende a lui omaggio. Dunque la
beatitudine non consiste negli onori.
RISPONDO: È impossibile che la beatitudine consista negli onori.
Infatti l'onore viene tributato a qualcuno per il suo valore; e quindi
è un segno e una testimonianza dell'eccellenza che si trova in chi
è onorato. Ma l'eccellenza di un uomo si misura proprio dalla beatitudine, che è il suo bene perfetto, e dagli elementi di essa, e cioè
da quei beni in cui si trova una partecipazione della beatitudine.
Perciò l'onore può derivare dalla beatitudine, ma non può esserne
il costitutivo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nel luogo indicato il Filosofo
aggiunge che l'onore non è il premio per cui agiscono gli uomini
virtuosi; ma al posto del premio essi ricevono l'onore degli uomini,
"come da gente che non ha niente di meglio da
offrire". Ma il vero
premio della virtù è la beatitudine stessa, per la quale gli onesti
agiscono. Se infatti agissero per gli onori, non ci sarebbe più virtù,
ma piuttosto ambizione.
2. L'onore è dovuto a Dio e alle persone più eccellenti come segno
o testimonianza di un'eccellenza preesistente: ma non è l'onore a
rendere eccellenti.
3. Dal desiderio naturale della beatitudine, alla quale, come si è
detto, la stima è connessa, deriva il fatto che gli uomini siano così
gelosi dell'onore. Tanto è vero che essi desiderano soprattutto di
essere onorati dai savi, a giudizio dei quali credono di essere eccellenti o felici.
ARTICOLO
3
Se la beatitudine dell'uomo consista nella gloria
SEMBRA che la beatitudine dell'uomo consista nella gloria. Infatti:
1. La beatitudine pare che debba consistere nella ricompensa che
ricevono i Santi per le tribolazioni sofferte nel mondo. Ma questa
ricompensa è la gloria; scrive infatti l'Apostolo: "Le sofferenze del
tempo presente non hanno nulla a che fare con la gloria che deve
essere manifestata in noi". Dunque la felicità consiste nella gloria.
2. Il bene è qualche cosa che tende a diffondere il bene stesso,
come Dionigi dimostra. Ora, il bene di un uomo viene diffuso nella
conoscenza degli altri mediante la gloria; poiché la gloria, come
scrive S. Ambrogio, non è altro che "una notorietà laudativa". Dunque la beatitudine umana consiste nella gloria.
3. La beatitudine è il più stabile dei beni. Tale però sembra essere
la fama, ossia la gloria: in forza di essa, infatti, gli uomini acquistano una specie di eternità. Cosicché Boezio poteva scrivere:
"Voi
sembrate dei conquistatori dell'immortalità, quando pensate alla
fama delle età future". Dunque la beatitudine dell'uomo consiste
nella fama, ossia nella gloria.
IN CONTRARIO: La felicità è il vero bene dell'uomo. La fama invece,
o la gloria, spesso è falsa: e Boezio poteva scrivere che "non pochi
spesso acquistarono una grande rinomanza per i falsi apprezzamenti del volgo. E che cosa può esserci di più indegno? Coloro infatti che vengono falsamente celebrati devono vergognarsi dinanzi
a se stessi delle lodi ricevute". Perciò la felicità umana non può
consistere nella fama, ossia nella gloria.
RISPONDO:
È impossibile che la beatitudine dell'uomo consista
nella fama, ossia nella gloria umana. Infatti la gloria non è altro
che "una notorietà laudativa", come si esprime S. Ambrogio. Ora
un oggetto ha dei rapporti ben diversi con la conoscenza umana e
con la conoscenza divina: poiché la conoscenza umana viene causata dagli oggetti conosciuti, mentre la cognizione divina è causa
degli oggetti di conoscenza. Perciò la perfezione del bene umano, e
cioè la beatitudine, non può essere causata dalla notorietà, o conoscenza degli uomini: ma questa, al contrario, deriva dalla
beatitudine di un dato soggetto, e in qualche modo viene causata dalla
felicità umana, iniziale o perfetta. E quindi la beatitudine dell'uomo
non può consistere nella fama, ossia nella gloria. Il bene dell'uomo
invece ha la sua causa nella conoscenza divina. Perciò la beatitudine umana ha una dipendenza
causale dalla gloria esistente presso
Dio; e così sta scritto: "Lo salverò e lo glorificherò. Di lunga vita
lo sazierò e gli farò vedere la mia salvezza".
Si deve anche considerare il fatto che la conoscenza umana spesso
s'inganna, specialmente nei singolari e nei contingenti, tra i quali
rientrano le azioni umane. Perciò spesso la gloria umana è fallace.
La gloria di Dio, invece, è sempre vera, perché Dio non può ingannarsi. Ecco perché S. Paolo dichiara:
"Approvato è colui che Dio
approva".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo l'Apostolo non parla
della gloria dovuta agli uomini ma di quella che viene da Dio al
cospetto dei suoi Angeli. Perciò sta scritto: "Il Figlio dell'uomo lo
onorerà nella gloria del Padre suo, al cospetto dei suoi Angeli".
2. Il bene di un uomo conosciuto da molti mediante la fama, o la
gloria, dovrà dipendere da un bene già esistente in lui, se si tratta
di conoscenza vera; e allora presuppone la beatitudine, o perfetta,
o iniziale. Se invece tale conoscenza è falsa, non concorda con la
realtà: e allora nella persona celebre e famosa il bene non esiste.
Perciò in nessun caso la fama può rendere un uomo felice.
3. La fama è priva di stabilità: anzi, facilmente si perde per una
falsa diceria. E se talora persevera stabilmente, ciò avviene per un
caso. La beatitudine invece deve avere una stabilità intrinseca e
perenne.
ARTICOLO 4
Se la beatitudine dell'uomo consista nella potenza
SEMBRA che la beatitudine consista nella potenza. Infatti:
1. Tutte le creature tendono alla somiglianza con Dio, loro
principio e loro ultimo fine. Ora, gli uomini costituiti in autorità, per
la somiglianza nel potere, sembrano più degli altri conformi a Dio;
infatti la Scrittura talora li chiama dei: "Non mormorerai contro
gli dei". Dunque la beatitudine consiste nella potenza.
2. La beatitudine è un bene perfetto. Ma la cosa più perfetta
sta nella possibilità per l'uomo di governare gli altri, il che si verifica per coloro che hanno in mano il potere. Dunque la beatitudine
si identifica col potere.
3. La beatitudine, essendo la cosa più desiderabile, si oppone alla
cosa più ripugnante. Ora la cosa più ripugnante per gli uomini è
la schiavitù che ha come contrapposto il potere (o dominio). Dunque la beatitudine consiste nel potere.
IN CONTRARIO: La beatitudine è un bene perfetto. La potenza invece
è sommamente imperfetta. Come, infatti, si esprime Boezio: "La
potenza umana è incapace di eliminare il morso delle preoccupazioni, e la spina del
timore". E continua: "Tu stimi forse potente
colui che è circondato di satelliti, i quali più egli spaventa, più gli
fanno paura?". Perciò la beatitudine non consiste nella potenza.
RISPONDO:
È impossibile che la beatitudine consista nella potenza,
per due motivi. Primo, perché la potenza ha natura di principio
come Aristotele dimostra. La beatitudine invece ha ragione di ultimo fine. - Secondo, perché la potenza è indifferentemente buona
o cattiva. La beatitudine invece è il bene proprio e perfetto dell'uomo. E quindi una certa beatitudine può trovarsi piuttosto nel
buon uso del potere dovuto alla virtù, che nel potere medesimo.
Del resto si possono portare quattro argomenti generali, per dimostrare che la beatitudine non consiste in nessuno dei predetti
beni esterni. Primo, perché la beatitudine è incompatibile col
male di qualsiasi genere, essendo essa il bene sommo dell'uomo.
Invece tutti i beni in parola possono trovarsi nei malvagi come nei
buoni. - Secondo, perché non è ammissibile la mancanza di un bene
qualsiasi necessario all'uomo una volta raggiunta la beatitudine,
essendo questa per natura sua "per sé sufficiente", come Aristotele insegna. Invece, dopo il conseguimento dei singoli beni sopra
indicati, all'uomo possono mancare ancora molti beni necessari.
p. es., la sapienza, la salute del corpo, ecc. - Terzo, perché dalla
beatitudine non può mai derivare un male, essendo la beatitudine
il bene perfetto. Non è così invece per i beni suddetti: infatti sta
scritto che le ricchezze spesso vengono conservate "a danno di chi
le possiede"; lo stesso si dica per gli altri beni enumerati. - Quarto,
perché l'uomo deve essere ordinato alla beatitudine da principii interiori, essendo ordinato ad essa per natura. Invece i quattro beni
ricordati derivano piuttosto da cause esterne, e spesso dalla fortuna: infatti sono anche chiamati beni di fortuna.
È perciò
evidente che in nessun modo la beatitudine può consistere nei beni
suddetti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La potenza di Dio s'identifica con
la sua bontà: egli quindi non può servirsene altro che bene. Questo invece non avviene per gli uomini. Perciò non basta, per la
beatitudine di un uomo, somigliare a Dio nella potenza, se non lo
somiglia nella bontà.
2. Come servirsi bene del potere nel governo di una moltitudine
è cosa ottima, così servirsene male è cosa pessima. Perciò il potere
è cosa indifferente rispetto al bene e al male.
3. La schiavitù è di ostacolo al buon uso del potere: è per
questo che gli uomini naturalmente l'aborriscono, non perché
trovino nel dominio il loro sommo bene.
ARTICOLO 5
Se la beatitudine dell'uomo consista in un bene del corpo
SEMBRA che la beatitudine dell'uomo consista nei beni del corpo.
Infatti:
1. Sta scritto:
"Non c'è ricchezza che superi quella della salute
del corpo". Ma la beatitudine consiste nella cosa più preziosa. Dunque consiste nella salute del corpo.
2. Dionigi insegna che l'essere vale più del vivere, e il vivere vale
più di tutte le perfezioni susseguenti. Ma l'essere e il vivere umano
dipendono dalla salute del corpo. E poiché la beatitudine corrisponde al bene supremo dell'uomo, è chiaro che specialmente la
salute del corpo fa parte della beatitudine.
3. Quanto più una cosa è universale, tanto più alto è il principio
da cui dipende: poiché quanto più una causa è di ordine superiore,
tanto più vasto è il suo raggio di azione. Ma come la virtù di una
causa agente si misura dal suo influsso, così la causalità del fine
si misura dagli appetiti. Quindi, come la prima causa efficiente
deve estendere il suo influsso a tutte le cose, così il fine ultimo deve
essere da tutti desiderato. Ma la cosa da tutti maggiormente desiderata è l'essere. Dunque la beatitudine di un uomo consiste
specialmente in ciò che si richiede per la sua esistenza, e quindi nella
salute del corpo.
IN CONTRARIO: Per la beatitudine l'uomo è superiore a tutti gli
altri animali. Ma nei beni del corpo egli è superato da molti di essi:
dall'elefante, p. es., nella durata della vita, dal leone nella forza,
dal cervo nella velocità. Dunque la beatitudine dell'uomo non consiste nei beni del corpo.
RISPONDO: È impossibile che la beatitudine dell'uomo consista nei
beni del corpo, per due ragioni. Primo, perché è impossibile che sia
l'ultimo fine di una cosa la conservazione della medesima, quando
quest'ultima è già ordinata a un fine distinto da essa. Un pilota,
p. es., non può considerare la conservazione della nave a lui affidata come ultimo fine: perché la nave è già ordinata a un fine più
remoto, cioè alla navigazione. Ora, come una nave è affidata alla
direzione di un pilota, così l'uomo è affidato alla volontà e alla ragione; secondo il detto della Scrittura:
"Dio da principio creò l'uomo, e lo lasciò in mano del suo
arbitrio". Ma è evidente che
l'uomo deve avere il suo fine in qualche cosa; poiché l'uomo non è
il sommo bene. Perciò è impossibile che la propria conservazione
sia l'ultimo fine della ragione e della volontà dell'uomo.
Secondo, anche ammesso che la conservazione dell'esistenza
umana fosse il fine della ragione e della volontà dell'uomo, non si
potrebbe tuttavia concludere che il fine dell'uomo è un bene
corporale. Infatti l'essere dell'uomo abbraccia l'anima e il corpo; e
sebbene l'essere del corpo dipenda dall'anima, tuttavia l'essere dell'anima umana non dipende dal corpo, come fu già dimostrato; il
corpo inoltre è per l'anima, come la materia è per la forma, e come
gli strumenti sono per il loro principio motore, il quale si serve di
essi per le proprie operazioni. Cosicché tutti i beni del corpo hanno
come fine i beni dell'anima. Perciò è impossibile che la beatitudine,
ultimo fine dell'uomo, consista nei beni del corpo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come il corpo è per l'anima, così i
beni esterni sono per il corpo. Perciò è giusto preferire il bene del
corpo ai beni esterni, indicati col termine ricchezza, come va preferito il bene dell'anima ai beni del corpo.
2. L'essere, preso in assoluto, in quanto include tutte le
perfezioni dell'essere, vale più della vita e di ogni altra determinazione
successiva: poiché in tal caso l'essere precontiene tutte le perfezioni susseguenti. E questo è il senso delle parole di Dionigi. - Ma
se si considera l'essere in quanto partecipato da soggetti determinati, i quali non possiedono l'essere in tutta la sua perfezione, ma
solo parzialmente, e ciò avviene in tutte le creature, allora è evidente che l'essere vale di più se è accompagnato da altre perfezioni.
Difatti Dionigi stesso fa osservare che i viventi valgono di più dei
semplici esistenti, e gli esseri intelligenti più dei viventi.
3. Esiste certo una corrispondenza tra principio e fine, ma questo
prova (soltanto) che l'ultimo fine coincide col primo principio dell'essere, nel quale si trovano tutte le perfezioni dell'essere:
perfezioni di cui ciascuna creatura appetisce una somiglianza
proporzionata, o fermandosi al semplice essere, o cercando l'essere e la
vita, oppure aspirando all'essere dotato di vita, di intelligenza e di
beatitudine. Ma questo è di pochi.
ARTICOLO 6
Se la beatitudine dell'uomo consista nel piacere
SEMBRA che la beatitudine dell'uomo consista nel piacere. Infatti:
1. Essendo la beatitudine il fine ultimo, non viene desiderata per
altre cose, ma piuttosto le altre cose sono desiderate per essa. Ora,
questo si riscontra specialmente nel piacere: "è ridicolo infatti",
scrive Aristotele, "chiedere a uno perché voglia godere". Dunque la beatitudine consiste specialmente nel piacere e nel godimento.
2. Si legge nel De Causis:
"la causa prima ha un influsso più
marcato della causa seconda". Ma l'influsso del fine si misura
dall'appetito corrispettivo. Perciò la cosa che più muove l'appetito
è quella che più presenta la natura di fine ultimo. Ora, questo è il
piacere: e segno ne sia il fatto che il piacere assorbe talmente la
volontà e la ragione dell'uomo, da fargli disprezzare ogni altro bene.
Dunque l'ultimo fine dell'uomo, ossia la beatitudine, consiste specialmente nel piacere.
3. Essendo il bene oggetto dell'appetito, il bene più grande sarà
quello che tutti appetiscono. Ora tutti desiderano il godimento, sia
i sapienti che gli ignoranti, anzi perfino gli esseri privi di ragione.
Dunque il piacere è il bene più grande. E quindi la beatitudine, che
è il bene supremo, consiste nel piacere.
IN CONTRARIO: Boezio scrive:
"Chiunque potrà capire le tristi
conseguenze del piacere, purché voglia ricordarsi delle proprie
dissolutezze. Se queste potessero rendere felici, non ci sarebbero ostacoli
per proclamare beate le bestie".
RISPONDO: Aristotele fa osservare che
"le soddisfazioni corporali
hanno assunto il nome di piaceri, perché i più limitano ad esse la
propria conoscenza"; pur essendoci soddisfazioni molto superiori.
Tuttavia in nessuna di esse può consistere direttamente la beatitudine. Poiché in ogni cosa bisogna distinguere gli elementi
essenziali, dagli accidenti propri: nell'uomo, p. es., una cosa è il suo
essere animale, razionale e mortale, e altra cosa è il suo essere risibile. Bisogna perciò considerare che ogni godimento è un
accidente proprio annesso alla beatitudine, sia totale che parziale:
infatti uno gode perché nella realtà, nella speranza o nella memoria
possiede un bene per lui conveniente. Se questo bene è perfetto, si
identifica con la beatitudine stessa dell'uomo; se invece è imperfetto si ha una
partecipazione prossima, remota, o almeno
apparente, della beatitudine. È evidente quindi che neppure il
godimento che accompagna il bene perfetto è l'essenza stessa della
beatitudine; ma è un qualche cosa che ne deriva come un accidente
proprio.
I piaceri del corpo, poi, non possono neppure accompagnare nel
modo predetto il bene perfetto. Infatti essi derivano dal bene che
è oggetto dei sensi, e questi sono facoltà dell'anima che si serve del
corpo. Ma un bene che riguarda il corpo ed è appreso dai sensi
non può essere il bene perfetto dell'uomo. Infatti, essendo l'anima
razionale superiore a tutte le capacità della materia, la parte dell'anima che è indipendente dagli organi corporei ha una certa
infinità rispetto al corpo e alle sue parti stesse combinate col corpo:
per il fatto che gli esseri immateriali sono in un certo senso infiniti rispetto a quelli materiali, poiché la forma viene come coartata
e delimitata dalla materia, mentre la forma libera dalla materia è
in qualche modo infinita. Perciò i sensi, che sono facoltà corporee, conoscono i singolari determinati dalla materia: mentre
l'intelletto, che è una facoltà indipendente della materia, conosce gli
universali, i quali sono astratti dalla materia, e abbracciano infiniti singolari. Da ciò è evidente che i beni corporali, i quali
percepiti dai sensi producono il godimento materiale, non possono essere
il bene perfetto dell'uomo, ma sono piuttosto dei beni insignificanti
paragonati al bene dell'anima. Infatti sta scritto: "Tutto l'oro, in
paragone della sapienza, è appena un po' di sabbia". Perciò il
piacere materiale non può essere né la beatitudine, né un accidente
proprio della medesima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dipendono da un unico motivo il
desiderio del bene e quello del godimento annesso, il quale non è
che il quietarsi dell'appetito nel bene raggiunto: come dipendono
da un'unica forza naturale la tendenza di un corpo grave a scendere in basso, e il suo star fermo sul fondo. Perciò il godimento,
come il bene, è desiderato per se stesso e non per altro motivo, se
con il per s'intende la causa finale. Se invece si volesse intendere
la causa formale, o addirittura motrice, allora il godimento è appetibile per un'altra cosa, cioè per il bene che costituisce l'oggetto
e quindi il principio e la forma del godimento: infatti il godimento
è appetibile, in quanto è l'appagamento nel bene desiderato.
2. La veemenza del desiderio dei piaceri sensibili si deve al fatto
che la sensibilità, la quale è alla radice della nostra conoscenza, è
più immediata. Per questo i piaceri sensibili sono desiderati dalla
maggioranza degli uomini.
3. Tutti desiderano il godimento allo stesso modo che desiderano
il bene: essi tuttavia desiderano il godimento a motivo del bene, e
non viceversa, come abbiamo spiegato. Perciò non ne segue che il
piacere sia il bene supremo ed essenziale: ma che ogni godimento
deriva da un bene, e che c'è pure un godimento che deriva da
quell'oggetto che è bene al sommo e per essenza.
ARTICOLO
7
Se la beatitudine dell'uomo consista in un bene dell'anima
SEMBRA che la beatitudine consista in un bene dell'anima. Infatti:
1. La beatitudine è tra i beni umani. Ora, tali beni si suddividono
in beni esteriori, beni del corpo, e beni dell'anima. Ma la beatitudine, lo abbiamo già visto, non consiste nei beni esteriori, e
neppure nei beni del corpo. Dunque consiste nei beni dell'anima.
2. Noi amiamo di più il soggetto al quale desideriamo un bene,
che il bene a lui desiderato: amiamo, p es., più un amico al quale
desideriamo il denaro che il denaro. Ma ciascuno desidera a se
stesso ogni bene. E quindi ama se stesso più di tutti gli altri beni.
Ora, la beatitudine è la cosa più amata: e lo dimostra il fatto che
tutte le altre cose sono amate e desiderate per essa. Perciò la beatitudine deve consistere in un bene dell'uomo stesso. Ma non
consiste nei beni del corpo. Dunque nei beni dell'anima.
3. La perfezione è una proprietà di colui che la possiede. Ma la
beatitudine è una perfezione dell'uomo. Quindi la beatitudine stessa
è una proprietà dell'uomo. Ma non è proprietà del corpo, come si è
dimostrato. Dunque sarà una proprietà dell'anima. E allora dovrà
consistere nei beni dell'anima.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"quello che costituisce la vita
beata va amato per se stesso". L'uomo invece non deve essere amato
per se stesso, ma tutto quello che si trova nell'uomo si deve amare
in ordine a Dio. Dunque la beatitudine non consiste in un bene
dell'anima.
RISPONDO: Come abbiamo
già spiegato, il fine può indicare due
cose (differenti), e cioè: l'oggetto che desideriamo conseguire, e
l'uso, ovvero il conseguimento, o possesso di tale oggetto. Perciò,
se parliamo dell'ultimo fine dell'uomo inteso come oggetto desiderato, è impossibile che l'anima stessa, o qualche suo accidente,
sia l'ultimo fine dell'uomo. Infatti l'anima stessa di suo è una realtà
potenziale: essendo in potenza a conoscere, diviene attualmente
conoscitiva, ed essendo virtuosa in potenza, lo diviene in atto. Ora,
poiché la potenza è ordinata all'atto, come a suo complemento, è
impossibile che una realtà, la quale di suo è in potenza, abbia la
funzione di ultimo fine. Quindi è impossibile che l'anima stessa sia
l'ultimo fine di se medesima.
Così non può esserlo un suo accidente, sia che si tratti di potenze,
di atti, o di abiti. Infatti il bene che costituisce l'ultimo fine è il
bene perfetto che sazia l'appetito. Ma l'appetito umano, che è la
volontà, ha per oggetto il bene universale. Invece qualsiasi bene
inerente all'anima è un bene partecipato, e quindi particolare. Perciò è da escludersi che uno di questi beni possa essere l'ultimo fine
dell'uomo.
Se parliamo invece dell'ultimo fine dell'uomo inteso come conseguimento, possesso, ovvero come uso dell'oggetto stesso
desiderato quale fine, allora troviamo un elemento dell'uomo, cioè
dell'anima, che fa parte dell'ultimo fine: poiché l'uomo raggiunge
la beatitudine con l'anima. Perciò la cosa stessa che è desiderata
come fine costituisce l'oggetto della beatitudine, ed è quello che
rende beati: invece il conseguimento di essa è la beatitudine stessa.
Dunque si deve concludere che la beatitudine è un qualche cosa
dell'anima; mentre l'oggetto che costituisce la beatitudine è qualche cosa al di fuori di essa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Se consideriamo compresi in
quella
suddivisione tutti i beni appetibili dell'uomo, si dovranno includere
tra i beni dell'anima non soltanto le potenze, gli abiti e gli atti,
ma anche gli oggetti, che sono esterni. E allora niente impedirà di
affermare che la beatitudine consiste in un bene dell'anima.
2. Per limitarci
all'argomento trattato, basta notare che la beatitudine è la cosa più amata come bene desiderato: l'amico invece è
amato come una persona alla quale si desidera il bene; e l'uomo
ama anche se stesso in questa maniera. Perciò nei due casi la ragione intima dell'amore è diversa. Quando poi tratteremo della
carità, vedremo se l'uomo ami qualche cosa più di se stesso con amore
di amicizia.
3. La beatitudine stessa, essendo una perfezione
dell'anima, è un
bene inerente all'anima: l'oggetto invece, che costituisce la beatitudine ed è beatificante, è esterno
all'anima, come abbiamo spiegato.
ARTICOLO
8
Se la beatitudine dell'uomo consista in un bene creato
SEMBRA che la beatitudine dell'uomo consista in un bene creato.
Infatti:
1. Dionigi insegna che la divina sapienza
"fa combaciare
l'estremo dei primi esseri con il principio dei secondi": e da questo si
può arguire che la parte più elevata di una natura inferiore raggiunge quella più bassa della natura superiore. Ora, il bene più
alto per l'uomo è la beatitudine. Ed essendo l'angelo superiore all'uomo in ordine di natura, come abbiamo visto nella Prima Parte;
è evidente che la beatitudine dell'uomo consiste nel raggiungere in
qualche modo l'angelo.
2. Il fine ultimo di ogni cosa consiste nell'essere completo
corrispettivo: difatti la parte è ordinata al tutto, come a suo fine. Ma
tutto l'insieme delle creature, o macrocosmo, sta in rapporto all'uomo, che Aristotele chiama
microcosmo, come l'essere completo
all'incompleto. Dunque la beatitudine dell'uomo consiste in tutto
il complesso delle creature.
3. L'uomo è reso felice da ciò che appaga il suo desiderio
naturale. Ora, il desiderio naturale dell'uomo non si estende a un bene
superiore alla sua capacità. E siccome l'uomo non è capace di ricevere un bene che sorpassa i limiti di tutto il creato, è evidente che
può acquistare la felicità con un bene creato. Quindi la beatitudine
dell'uomo consiste in un bene creato.
IN CONTRARIO: S.
Agostino insegna: "Come l'anima è la vita del
corpo, così Dio è la vita beata dell'uomo; e in proposito sta scritto: È beato quel popolo di cui il Signore è il suo Dio".
RISPONDO: È impossibile che la beatitudine umana si trovi in un
bene creato. Infatti la beatitudine è il bene perfetto che appaga
totalmente l'appetito: altrimenti se lasciasse ancora qualche cosa
da desiderare, non sarebbe l'ultimo fine. Ora, l'oggetto della volontà, cioè dell'appetito umano, è il bene universale, come quello
dell'intelletto è il vero nella sua universalità. È evidente quindi che
niente può appagare la volontà umana, all'infuori del bene preso
in tutta la sua universalità. Esso però non si trova in un bene
creato, ma soltanto in Dio: poiché ogni creatura ha una bontà partecipata. Perciò Dio soltanto, può appagare la volontà dell'uomo,
"il quale", come dice il Salmo, "sazia di beni la tua brama". Dunque in Dio soltanto
consiste la beatitudine dell'uomo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La parte
superiore dell'uomo raggiunge quella più bassa della natura angelica per una certa
somiglianza; però non si ferma ad essa come nel suo ultimo fine;
raggiunge invece la stessa fonte universale del bene, che è l'oggetto
universale della beatitudine di tutti i beati, essendo il bene infinito
e perfetto.
2. Se un tutto non è fine ultimo, ma a sua volta è ordinato a un
fine superiore, l'ultimo fine delle sue parti non sarà il tutto medesimo, bensì qualche altro oggetto. Ora il complesso delle creature,
che sta all'uomo come il tutto alla parte, non è fine ultimo, ma è
ordinato a Dio come a suo ultimo fine. Dunque non il bene dell'universo, ma Dio
stesso è l'ultimo fine dell'uomo.
3. Il bene creato, non può essere minore del bene soggettivo di cui
l'uomo è capace: è minore invece del suo bene oggettivo che è infinito. Mentre il bene partecipato agli angeli e a tutto l'universo è
un bene finito e limitato.
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