Il Santo Rosario
back

Questione 19

Bontà e malizia dell'atto interno della volontà

C'è ora da trattare della bontà dell'atto interno del volere.
Sull'argomento si pongono dieci quesiti: 1. Se la bontà del volere dipenda dall'oggetto; 2. Se dipenda unicamente dall'oggetto; 3. Se dipenda dalla ragione; 4. Se dipenda dalla legge eterna; 5. Se la ragione erronea debba obbligare; 6. Se la volontà che segue la ragione erronea, contro la legge eterna di Dio, sia cattiva; 7. Se la bontà della volizione dei mezzi dipenda dall'intenzione del fine; 8. Se, nel volere, la quantità della bontà o della malizia sia pari al bene o al male esistente nell'intenzione; 9. Se la bontà del volere dipenda dalla conformità con la volontà divina; 10. Se sia necessario che la volontà umana, per essere buona, si uniformi nel suo oggetto alla volontà di Dio.

ARTICOLO 1

Se la bontà del volere dipenda dall'oggetto

SEMBRA che la bontà del volere non dipenda dall'oggetto. Infatti:
1. La volontà non può avere per oggetto che il bene: poiché il male è "estraneo alla volontà", come si esprime Dionigi. Se dunque la bontà del volere si giudicasse dall'oggetto, tutte le volizioni sarebbero buone, e nessuna cattiva.
2. Il bene si trova innanzi tutto nel fine: difatti la volizione del fine come tale non dipende da altre cose. Ma secondo il Filosofo, "l'azione buona ha natura di fine, a differenza del facimento"; il quale è sempre ordinato come a suo fine a un determinato prodotto. Dunque la bontà di un atto di volontà non dipende dal suo oggetto.
3. Una cosa col suo influsso tende a rendere le altre come se stessa. Ora, l'oggetto della volizione è buono di bontà fisica. Dunque non può dare alla volizione una bontà morale. E quindi la bontà della volizione non dipende dall'oggetto.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la giustizia è la virtù in forza della quale si vogliono cose giuste: e per lo stesso motivo la virtù è quel costume in forza del quale si vogliono cose buone. Ora, un volere è buono se è conforme alla virtù. Dunque la bontà del volere dipende dal fatto che si vogliono cose buone.

RISPONDO: Il bene e il male sono differenze essenziali dell'atto della volizione. Infatti bontà e malizia sono per se differenze del volere; come verità e falsità lo sono della ragione, i cui atti si distinguono essenzialmente in veri e falsi, ogni qual volta affermino che una data opinione è vera o falsa. Perciò un volere buono e un volere cattivo sono atti specificamente differenti. Ora, la differenza specifica degli atti si desume dall'oggetto, come abbiamo dimostrato. Perciò il bene e il male degli atti di volizione propriamente si determinano in base all'oggetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non sempre la volontà ha per oggetto il vero bene, ma talora si contenta del bene apparente, che ha anch'esso ragione di bene, non però di bene appetibile in senso assoluto. Perciò l'atto della volizione non sempre è buono, ma talora è cattivo.
2. Sebbene un atto possa essere in un certo senso l'ultimo fine dell'uomo, tuttavia tale atto non è un atto di volontà, come abbiamo visto in precedenza.
3. Il bene diviene oggetto della volontà perché presentato dalla ragione; e in quanto cade sotto l'ordinamento di essa, appartiene all'ordine morale, e causa la bontà morale nell'atto di volontà. Infatti la ragione è il principio degli atti umani e morali, come abbiamo spiegato.

ARTICOLO 2

Se la bontà del volere dipenda unicamente dall'oggetto

SEMBRA che la bontà del volere non dipenda unicamente dall'oggetto. Infatti:
1. Il fine è più affine alla volontà che ad altre potenze. Ora gli atti delle altre potenze ricevono la bontà non solo dall'oggetto, ma anche dal fine, come si è visto. Dunque anche gli atti del volere non ricevono la bontà unicamente dall'oggetto, ma anche dal fine.
2. La bontà di un atto non dipende solo dall'oggetto, ma anche dalle circostanze, come abbiamo dimostrato. Ora, secondo le diverse circostanze si determina una diversità di bontà o di malizia nella volizione: se, p. es., uno vuole o non vuole nel tempo e nel luogo debito, nella misura dovuta e nel modo dovuto. Dunque la bontà della volizione non dipende soltanto dall'oggetto, ma anche dalle circostanze.
3. L'ignoranza delle circostanze scusa la malizia del volere, come si vide in precedenza. Ma questo non sarebbe possibile se la bontà e la malizia del volere non dipendesse dalle circostanze. Dunque la bontà e la malizia del volere dipende dalle circostanze, e non unicamente dall'oggetto.

IN CONTRARIO: Abbiamo già dimostrato che un atto non può ricevere la specie dalle circostanze come tali. Ora, bene o male, si è detto, sono differenze specifiche dell'atto di volontà. Dunque la bontà e la malizia della volizione non dipende dalle circostanze, ma unicamente dall'oggetto.

RISPONDO: In ogni genere di cose quanto più un essere è anteriore, tanto più è semplice, e meno sono gli elementi che lo compongono: i primi corpi, p. es., sono corpi semplici. Perciò riscontriamo che i primi dati, in qualsiasi genere di cose, hanno una certa semplicità, e constano di un solo elemento. Ora, la bontà, o la malizia, degli atti umani ha il suo principio nell'atto della volizione. Perciò la bontà, o la malizia, della volizione va riscontrata in un unico elemento: mentre quella degli altri atti può derivare da una pluralità di elementi.
Ora la realtà primigenia, che ha un primato in qualsiasi genere di cose, non deve avere un'esistenza per accidens, ma per se: poiché tutto ciò che è per accidens ha il suo principio in ciò che è per se. Perciò la bontà o la malizia del volere deve essere riscontrata in quell'unico elemento che costituisce essenzialmente la bontà di un atto, cioè nell'oggetto; non già nelle circostanze, che sono come gli accidenti dell'atto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fine è oggetto della volontà, mentre non lo è delle altre potenze. Perciò nell'atto della volontà non c'è differenza, come per gli atti delle altre potenze, tra la bontà derivante dall'oggetto, e quella derivante dal fine: o tutt'al più è accidentale, in quanto il fine può dipendere da un fine superiore, e la volizione da un'altra volizione.
2. Supposto che una volizione abbia il bene per oggetto, nessuna circostanza può renderla cattiva. Perciò l'affermazione che uno può volere un bene quando e dove non deve, si può intendere in due modi. Primo, riferendo questa circostanza all'atto (esterno) che si vuole. E in questo caso il volere non ha il bene per oggetto: poiché voler fare una cosa quando non si deve, non è volere il bene. Secondo, riferendo detta circostanza all'atto interno di volontà. E allora è impossibile che uno voglia il bene quando non deve, poiché l'uomo deve sempre volere il bene. Tutt'al più il fatto può verificarsi per accidens, in quanto uno, nel volere quel bene, è impedito di volere attualmente un altro bene voluto. E in questo caso egli non commette il male perché vuole quel bene, ma perché non vuole quest'altro bene. Lo stesso si dica delle altre circostanze.
3. L'ignoranza delle circostanze scusa la malizia della volontà, in quanto le circostanze condizionano l'atto (esterno) che si vuole: in quanto, cioè, uno ignora le circostanze dell'atto che vuol compiere.

ARTICOLO 3

Se la bontà del volere dipenda dalla ragione

SEMBRA che la bontà del volere non dipenda dalla ragione. Infatti:
1. Ciò che è prima non può dipendere da ciò che vien dopo. Ma il bene appartiene prima alla volontà che alla ragione, come abbiamo visto. Perciò la bontà del volere non può dipendere dalla ragione.
2. Il Filosofo insegna che la bontà dell'intelletto pratico consiste nel "vero conforme all'appetito retto". Ora, l'appetito retto è la volontà buona. Dunque la bontà della ragione pratica dipende dalla bontà del volere, e non viceversa.
3. Il motore non può dipendere da ciò che esso muove, ma piuttosto il contrario. Ora la volontà muove la ragione e le altre potenze, come abbiamo detto. Perciò la bontà del volere non dipende dalla ragione.

IN CONTRARIO: Scrive S. Ilario: "Ogni pertinacia nei voleri prestabiliti è smodata, quando la volontà non è sottomessa alla ragione". Ma la bontà del volere consiste nel fatto che esso non è smodato. Dunque la bontà del volere dipende dalla sua sottomissione alla ragione.

RISPONDO: Come abbiamo spiegato, la bontà del volere propriamente dipende dall'oggetto. Ora, l'oggetto viene proposto alla volontà dalla ragione. Infatti la volontà ha come suo oggetto proporzionato il bene intellettualmente conosciuto; invece il bene percepito dal senso e dall'immaginazione non è proporzionato alla volontà, ma all'appetito sensitivo: poiché la volontà può tendere al bene universale conosciuto dalla ragione; mentre l'appetito sensitivo tende soltanto al bene particolare conosciuto dalle potenze sensitive. Perciò la bontà del volere dipende dalla ragione, nel modo stesso che dipende dall'oggetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bene, sotto l'aspetto di bene, cioè di appetibile, appartiene prima alla volontà che alla ragione. Tuttavia appartiene prima alla ragione sotto l'aspetto di vero, che alla volontà sotto l'aspetto di appetibile: poiché non può esserci nella volontà il desiderio di un bene, se questo prima non viene appreso dalla ragione.
2. Il Filosofo in quel testo parla dell'intelletto pratico in quanto consiglia e discute dei mezzi: in tal caso esso ottiene la sua perfezione dalla prudenza. Ora, trattandosi di mezzi, la rettitudine della ragione consiste nel conformarsi all'appetito del debito fine. Tuttavia la stessa appetizione del debito fine presuppone la retta apprensione del fine, che si deve alla ragione.
3. La volontà in un certo senso muove la ragione; e la ragione in un altro senso muove la volontà, cioè in forza dell'oggetto, come abbiamo spiegato.

ARTICOLO 4

Se la bontà del volere dipenda dalla legge eterna

SEMBRA che la bontà del volere non dipenda dalla legge eterna. Infatti:
1. Una cosa non puó avere che un'unica regola o misura. Ora, la volontà umana ha come regola, da cui dipende la sua bontà, la retta ragione. Dunque la bontà del volere non può dipendere dalla legge eterna.
2. Come dice Aristotele, "la misura è omogenea al misurato". Ma la legge eterna non è omogenea alla volontà umana. Dunque la legge eterna non può essere misura della volontà umana, così da decidere della sua bontà.
3. La misura deve essere certissima. Invece la legge eterna per noi è ignota. Perciò essa non può essere misura della nostra volontà, determinando così la bontà del nostro volere.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino che "il peccato è un'azione, una parola o un desiderio contro la legge eterna". Ma la malizia del volere è la radice del peccato. Dunque, essendo la malizia il contrario della bontà, la bontà del volere dipende dalla legge eterna.

RISPONDO: Quando si tratta di cose subordinate, l'effetto dipende più dalla causa prima che dalla causa seconda: poiché la causa seconda non agisce che in virtù della causa prima. Ora, la ragione dell'uomo deve il fatto di essere la regola della volontà umana, e quindi la misura della sua bontà, alla legge eterna, che è la ragione di Dio. Perciò sta scritto: "Molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Quale sigillo è impresso su di noi la luce del tuo volto, o Signore". Come per dire: La luce della ragione che è in noi, in tanto può mostrarci il bene, e regolare la nostra volontà, in quanto è luce del tuo volto, cioè derivante dal tuo volto. Perciò è evidente che la bontà del volere umano dipende molto più dalla legge eterna, che dalla ragione umana; e dove non può giungere la ragione umana bisogna ricorrere alla ragione eterna.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non esistono più misure prossime di un'unica cosa: ma possono esserci più misure subordinate l'una all'altra.
2. La misura prossima deve essere omogenea al misurato, non così quella remota.
3. Sebbene la legge eterna sia per noi ignota, in quanto essa si trova nella mente divina, tuttavia veniamo a conoscerla in qualche modo, sia mediante la ragione naturale, che ne deriva come immagine di essa, sia mediante qualche rivelazione che vi si aggiunge.

ARTICOLO 5

Se il volere che discorda dalla ragione erronea sia cattivo

SEMBRA che il volere che discorda dalla ragione erronea non sia cattivo. Infatti:
1. La ragione è regola della volontà umana, in quanto, come s'è detto, deriva dalla legge eterna. Ma la ragione erronea non deriva dalla legge eterna. Dunque la ragione erronea non è regola del volere umano. E quindi la volontà non è cattiva, se discorda dalla ragione che sbaglia.
2. Secondo S. Agostino, il comando di un'autorità inferiore non obbliga, se è contrario al comando dell'autorità superiore: nel caso, p. es., che un proconsole comandasse quello che l'imperatore proibisce. Ora, la ragione che sbaglia talora propone delle cose che sono contro il precetto di chi è superiore, cioè di Dio, l'autorità del quale è suprema. Dunque il dettame della ragione erronea non obbliga. E quindi la volontà non è cattiva, se discorda dalla ragione erronea.
3. Ogni volere cattivo si riporta a una qualche categoria di peccati. Ma il volere che discorda dalla ragione erronea non si può classificare in nessuna categoria di peccati: nel caso, mettiamo, che la ragione erronea mostrasse che bisogna fornicare, il volere di chi non vuol fornicare non potrebbe classificarsi in nessun genere di peccati. Dunque il volere discorde dalla ragione che erra non è cattivo.

IN CONTRARIO: Come abbiamo detto nella Prima Parte, la coscienza non è che l'applicazione della scienza o cognizione a un atto particolare. Ora, la scienza è nella ragione. Quindi il volere che discorda dalla ragione erronea è contrario alla coscienza. Ma ogni volere di questo genere è cattivo. Poiché sta scritto: "Tutto quello che non è secondo la fede è peccato", vale a dire tutto quello che è contro la coscienza. Dunque il volere discorde dalla ragione erronea è cattivo.

RISPONDO: Domandarsi se il volere che discorda dalla ragione erronea sia cattivo, equivale a domandarsi se sia obbligante la coscienza erronea; poiché la coscienza è come il dettato della ragione (infatti nella Prima Parte si disse che è un'applicazione della scienza all'atto). A questo proposito qualcuno ha distinto tre generi di atti. Alcuni buoni nel loro genere; altri indifferenti; altri ancora cattivi nel loro genere. Essi dunque concludono che, se la ragione o la coscienza impone di compiere una cosa che è buona nel suo genere, non c'è errore. Così pure, se impone di non fare quello che è cattivo nel suo genere: poiché per uno stesso motivo si comanda il bene e si proibisce il male. Ma se la ragione o la coscienza dicesse a una persona che un uomo è tenuto a compiere per legge cose che sono per se stesse cattive, oppure che sono proibite cose per se stesse buone, allora la ragione, o la coscienza, è erronea. Così pure sarebbe erronea, se dicesse che è proibito, o che è comandato ciò che di suo è indifferente, come alzare una pagliuzza da terra. In questo caso, essi dicono, la ragione, o coscienza, che sbaglia in cose indifferenti, sia nel comandare, sia nel proibire, è obbligante: cosicché il volere, che non si uniforma a codesta ragione erronea, è cattivo, e si ha il peccato. Ma la ragione, o coscienza, che sbaglia comandando cose intrinsecamente cattive, o proibendo cose intrinsecamente buone e necessarie alla salvezza, non è obbligante: e quindi in questi casi il volere che discorda dalla ragione o dalla coscienza erronea non è cattivo.
Ma questa conclusione non è ragionevole. Infatti nelle cose indifferenti la volontà, che è in disaccordo con la ragione, o con la coscienza erronea, è cattiva, in una maniera o nell'altra, per l'oggetto dal quale dipende la bontà o la malizia della volizione: non già per l'oggetto in se stesso, ma in quanto occasionalmente viene considerato dalla ragione come un male da farsi o da evitare. E poiché l'oggetto della volontà è condizionato alla presentazione della ragione, per il fatto che una cosa viene presentata dalla ragione come cattiva, la volontà nel perseguirla diventa cattiva. Ora, questo non si verifica soltanto nelle cose indifferenti, ma anche in quelle intrinsecamente buone o cattive. Infatti non soltanto la cosa indifferente può accidentalmente assumere natura di bene o di male; ma il bene stesso può assumere aspetto di male, e il male l'aspetto di bene, in forza dell'apprezzamento della ragione. Astenersi dalla fornicazione, p. es., è un bene: e tuttavia la volontà non può perseguirlo come tale, che in base alla presentazione della ragione. Se quindi venisse presentato dalla ragione erronea come un male, verrebbe perseguito sotto l'aspetto di male. Perciò la volontà sarebbe cattiva, poiché vorrebbe un male: non già un male che è tale per se stesso, ma per accidens, cioè in forza dell'apprezzamento della ragione. Così credere in Cristo è cosa essenzialmente buona e necessaria alla salvezza: ma la volontà non può tendere a questo che in base alla presentazione della ragione. E quindi, se la ragione lo presentasse come un male, la volontà non potrebbe volerlo che come un male: non perché sia un male per se stesso, ma perché è un male nella considerazione della ragione. Per questo il Filosofo insegna che, "assolutamente parlando, incontinente è colui che non segue la retta ragione: per accidens è incontinente anche colui che non segue la ragione falsa". Dunque bisogna concludere, assolutamente parlando, che ogni volere discorde dalla ragione, sia retta che erronea, è sempre peccaminoso.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene il giudizio della ragione erronea non derivi da Dio, tuttavia questa presenta il suo giudizio come vero, e quindi come derivato da Dio, da cui dipende ogni verità.
2. Le parole di S. Agostino si applicano nel caso che uno conosca il comando dell'autorità subalterna come contrario al comando dell'autorità superiore. Se uno invece credesse che il comando del proconsole è il comando dell'imperatore, disprezzando il comando del proconsole, disprezzerebbe il comando dell'imperatore. Così se un uomo conoscesse che la ragione umana detta una cosa contraria alla legge di Dio, non sarebbe tenuto a seguirla: ma allora la ragione non potrebbe essere del tutto erronea. Quando invece la ragione propone una cosa come comandata da Dio, allora trasgredire il dettame della ragione e la legge di Dio è la stessa cosa.
3. Quando la ragione apprende una cosa come cattiva, la considera sempre sotto una particolare ragione di male: o come cosa contraria alla legge di Dio, o come scandalo, o sotto altri aspetti consimili. E allora codesta volizione peccaminosa si riporta a quella particolare specie di peccati.

ARTICOLO 6

Se il volere che concorda con la ragione erronea sia buono

SEMBRA che il volere conforme alla ragione erronea sia buono. Infatti:
1. Come il volere discorde dalla ragione persegue una cosa che la ragione giudica cattiva, così la volontà concorde con la ragione persegue una cosa che la ragione giudica buona. Ora, il volere che discorda dalla ragione, anche erronea, è cattivo. Dunque il volere concorde con la ragione, anche se erronea, è buono.
2. Il volere, che concorda con i comandamenti di Dio e con la legge eterna, è sempre buono. Ma la legge eterna e i comandamenti di Dio ci vengono proposti dalla ragione, anche se erronea. Dunque il volere che concorda con la ragione erronea è buono.
3. Il volere che discorda dalla ragione erronea è cattivo. Se, dunque, il volere che con quella concorda è anch'esso cattivo, sarà cattiva qualsiasi volizione di chi si trova ad avere una ragione erronea. E allora il volere di costui sarà perplesso, e dovrà peccare necessariamente: il che è inammissibile. Dunque il volere che segue la ragione erronea è buono.

IN CONTRARIO: Il volere di coloro che uccidevano gli Apostoli era cattivo. E tuttavia concordava con la loro ragione erronea, poiché sta scritto: "Viene l'ora in cui chi vi ucciderà, penserà di rendere omaggio a Dio". Dunque il volere che concorda con la ragione erronea può essere cattivo.

RISPONDO: Come il problema precedente si identifica col quesito, se obblighi la coscienza erronea, così il quesito attuale si identifica con quello in cui ci si domanda se la coscienza erronea scusi (dal peccato). Ora, il problema attuale dipende da ciò che abbiamo detto a proposito dell'ignoranza. Infatti sopra abbiamo detto che l'ignoranza non sempre causa involontarietà. E poiché e il bene e il male morale si determinano nell'atto in quanto questo è volontario, come è evidente da quanto abbiamo detto, è chiaro che esclude la ragione di bene e di male morale l'ignoranza che causa l'involontarietà dell'atto; non già quella che non produce codesta involontarietà. E abbiamo anche detto che l'ignoranza, direttamente e indirettamente volontaria, non può causare involontarietà. E chiamo ignoranza direttamente volontaria quella che è perseguita da un atto di volontà; indirettamente volontaria quella dovuta a negligenza; e questo perché uno non vuol sapere quello che è tenuto a sapere, come abbiamo spiegato.
Se dunque la ragione o la coscienza è erronea, per un errore direttamente o indirettamente volontario, riguardando cose che uno è tenuto a sapere, tale errore non scusa dal peccato la volontà che segue la ragione o la coscienza erronea. Se invece si tratta di un errore che produce involontarietà, perché provocato, senza negligenza alcuna, dall'ignoranza di particolari circostanze, allora tale errore della ragione, o della coscienza, scusa la volontà dal peccato. Se la ragione erronea, p. es., affermasse che un uomo è tenuto ad accostarsi alla moglie di un altro, il volere che si uniformasse a codesta ragione sarebbe peccaminoso: poiché codesto errore proviene dall'ignoranza della legge di Dio, che siamo tenuti a conoscere. Se invece uno s'inganna, credendo che la donna furtivamente introdotta sia sua moglie, e alle richieste di lei volesse trattarla per tale, questa sua volizione sarebbe scusata dal peccato: poiché codesto errore proviene dall'ignoranza delle circostanze, la quale scusa, e causa involontarietà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come insegna Dionigi, "il bene è causato da una integrità di cause, il male invece anche da particolari difetti". Perciò, per rendere cattivo l'oggetto che ha di mira la volontà, basta che sia cattivo in se stesso, o che sia percepito come tale. Ma perché sia buono si richiede sia l'una che l'altra cosa.
2. La legge terna non può sbagliarsi mai, invece la ragione umana può sbagliare. Perciò il volere che concorda con la ragione umana non è sempre retto, e non sempre concorda con la legge eterna.
3. In logica, come in morale, posto un errore, necessariamente ne seguono altri. Posto, p. es., che uno cerchi la vanagloria, sia che faccia per vanagloria quello che deve fare, sia che non lo faccia, peccherà ugualmente. E tuttavia non è perplesso, poiché può deporre la cattiva intenzione. Così, posto l'errore della ragione o della coscienza, dovuto a un'ignoranza colpevole, segue necessariamente il peccato nella volizione. E tuttavia quella persona non è perplessa, avendo la possibilità di togliersi dall'errore, essendo la sua ignoranza vincibile e volontaria.

ARTICOLO 7

Se la bontà della volizione dei mezzi dipenda dall'intenzione del fine

SEMBRA che la bontà della volizione non dipenda dall'intenzione del fine. Infatti:
1. Abbiamo già detto che la bontà del volere dipende solo dall'oggetto. Ora, nella volizione dei mezzi l'oggetto della volontà è distinto dal fine che si persegue. Dunque in questi casi la bontà del volere non dipende dall'intenzione del fine.
2. Voler osservare i comandamenti di Dio è proprio di una volontà buona. Ma questo può essere indirizzato a un fine cattivo, cioè alla vanagloria, oppure alla cupidigia, quando uno vuole ubbidire a Dio per conseguire dei beni temporali. Dunque la bontà della volizione non dipende dall'intenzione del fine.
3. Il bene e il male, come distinguono le volizioni, distinguono i fini. Ora, la malizia della volizione non dipende dalla cattiveria del fine che si persegue. Chi infatti vuol rubare per fare elemosina, ha una volontà cattiva, anche se persegue un fine buono. Dunque la bontà della volizione non dipende dalla bontà del fine desiderato.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna che Dio premia l'intenzione. Ma una cosa è premiata da Dio perché è buona. Dunque la bontà del volere dipende dall'intenzione del fine.

RISPONDO: L'intenzione può avere verso la volizione due rapporti differenti: può essere precedente, oppure conseguente. L'intenzione precede la volizione come sua causa, quando vogliamo una cosa per l'intenzione di un fine. E allora l'ordine al fine viene considerato come un'intima ragione della bontà dell'oggetto (o atto esterno) voluto, quando, p. es., uno vuol digiunare in onore di Dio: infatti il digiuno ha ragione di bene dall'esser fatto in onore di Dio. Quindi, siccome la bontà della volizione dipende, come abbiamo detto, dalla bontà dell'oggetto voluto, necessariamente deve dipendere dall'intenzione del fine.
Invece l'intenzione è conseguente alla volizione, quando si accompagna a una volizione preesistente: quando uno, p. es., vuol fare una cosa, e pensa poi di riferirla a Dio. E allora la bontà della prima volizione non dipende dall'intenzione susseguente, a meno che non venga reiterato l'atto di volizione con la sopravvenuta intenzione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando l'intenzione è causa della volizione, l'ordine al fine viene considerato, secondo le spiegazioni date, come un'intima ragion d'essere della bontà dell'oggetto.
2. La volizione non può dirsi buona, se è cattiva l'intenzione che spinge a volere. Infatti chi vuol dare l'elemosina, per conseguire la vanagloria, vuole una cosa che è buona in se stessa, sotto aspetto di male: perciò, in quanto da lui voluta, la cosa è cattiva. E quindi la sua volizione è cattiva. Ma se l'intenzione fosse stata posteriore, allora la volizione poteva esser buona: e dall'intenzione successiva non poteva essere depravato l'atto di volontà fatto in precedenza, bensì l'atto di volontà che fosse stato reiterato.
3. Abbiamo già detto che "il male è occasionato da singoli difetti, il bene invece dalla totalità e integrità delle cause". Perciò, sia che la volizione abbia per oggetto una cosa cattiva, anche sotto l'aspetto di bene, sia che abbia per oggetto il bene sotto l'aspetto di male, sarà sempre cattiva. Ma perché sia buona si richiede che abbia per oggetto il bene sotto l'aspetto di bene, e cioè che voglia il bene per il bene.

ARTICOLO 8

Se nella volizione la misura della bontà o della malizia sia pari al bene o al male esistente nell'intenzione

SEMBRA che nella volizione la misura della bontà sia pari al bene esistente nell'intenzione. Infatti:
1. Commentando quel passo, "L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae cose buone", la Glossa aggiunge: "Tanto è il bene che uno compie, quanto è quello che egli intende". Ma l'intenzione comunica la bontà non soltanto all'atto esterno, ma anche alla volizione, come abbiamo visto. Dunque tanto è buono il volere di un uomo, quanto lo comporta la sua intenzione.
2. Se cresce la causa, deve crescere l'effetto. Ora la bontà dell'intenzione è causa della buona volontà. Perciò più grande è l'intenzione nel bene, e più la volontà è buona.
3. Nel male uno pecca tanto, quanto si estende la sua intenzione: chi infatti nel lanciare un sasso intendesse di fare un omicidio, sarebbe reo di omicidio. Dunque nel bene, per la stessa ragione, la volontà tanto è buona, quanto è esteso il bene che intende (di compiere).

IN CONTRARIO: Può essere buona l'intenzione, e la volizione cattiva. Per lo stesso motivo, quindi, l'intenzione può essere più buona e la volizione meno buona.

RISPONDO: Negli atti (volontari interni ed esterni) e nell'intenzione del fine si possono considerare due tipi di grandezza: la prima, oggettiva, dipendente dal volere o dal compiere maggiore bene; la seconda (soggettiva), dovuta all'intensità dell'atto, e cioè dipendente dal volere o dall'agire con maggiore intensità. Se dunque parliamo della misura dell'intenzione e della volizione in rapporto all'oggetto, è chiaro che la portata dell'atto voluto è indipendente dalla portata dell'intenzione. E questo a proposito dell'atto esterno può verificarsi in due maniere. Primo, perché l'oggetto ordinato al fine inteso può darsi che non sia proporzionato a quel fine: se uno p. es., intendesse acquistare una cosa che vale cento libbre, non potrebbe soddisfare alla sua intenzione offrendone dieci. Secondo, per colpa degli ostacoli che può incontrare l'atto esterno, e che non sono eliminabili da parte nostra: se uno, p. es., intendesse di andare fino a Roma, e nascessero tali ostacoli da non poterlo fare. - Invece a proposito degli atti interni della volontà ciò può verificarsi in una sola maniera: poiché gli atti interni della volontà, a differenza delle azioni esterne, sono in nostro potere. Però la volontà può avere per oggetto una cosa che non è proporzionata al fine inteso: e allora la volizione, che persegue direttamente quel dato oggetto, non è buona quanto l'intenzione di esso. Ma poiché l'intenzione stessa fa parte in qualche modo dell'atto della volizione, come intima ragione di essa, la grandezza della buona intenzione ridonda sulla volizione, in quanto la volontà vuole un grande bene come fine, quantunque l'oggetto col quale vuole conseguirlo non sia ad esso proporzionato.
Se invece si considera la misura dell'intenzione e degli altri atti in rapporto alla loro intensità, allora l'intensità dell'intenzione ridonda sull'atto interno e su quello esterno della volontà: poiché l'intenzione è la ragione intima dell'una e dell'altra, come abbiamo spiegato nelle questioni precedenti. Può anche darsi che materialmente l'atto interno o quello esterno non siano molto intensi, pur essendo intensa l'intenzione: uno, p. es., può non volere la medicina così intensamente come vuole la guarigione. Tuttavia l'intensità con cui si tende alla guarigione ridonda formalmente sul volere intensamente la medicina.
Però si deve tener presente che l'intensità dell'atto interno o esterno può divenire oggetto dell'intenzione stessa: quando uno, p. es., formula l'intenzione di volere, o di compiere, una cosa con intensità. Ma questo non basta perché egli voglia ed operi con intensità: poiché la misura del bene esistente nell'intenzione non determina la bontà dell'atto interno, o di quello esterno, come abbiamo spiegato. È per questo che uno non merita quanto intende di meritare: poiché la grandezza del merito è costituita dall'intensità dei vari atti, come vedremo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La Glossa indicata parla dell'apprezzamento di Dio, il quale considera l'intenzione del fine. Perciò un'altra Glossa spiega che "il tesoro del cuore è l'intenzione, in base alla quale Dio giudica le opere". Infatti la bontà dell'intenzione, come si è detto, in qualche modo ridonda sulla bontà del volere, che rende meritorio presso Dio anche l'atto esterno.
2. La bontà dell'intenzione non è la causa unica della volizione buona. Perciò la ragione non vale.
3. La sola malizia dell'intenzione basta a rendere cattiva la volizione: perciò quanto più cattiva è l'intenzione, tanto peggiore è la volontà. Ma per la bontà non è lo stesso.

ARTICOLO 9

Se la bontà del volere dipenda dalla conformità col volere di Dio

SEMBRA che la bontà del volere umano non dipenda dalla conformità col volere di Dio. Infatti:
1. È impossibile che la volontà dell'uomo possa conformarsi al volere di Dio; come è evidente dalle parole riportate in Isaia: "Quanto il cielo si eleva sopra la terra, così sono elevate le mie vie sopra le vostre vie, ed i miei pensieri sopra i vostri pensieri". Se dunque alla bontà del volere si richiedesse la conformità col volere di Dio, seguirebbe l'impossibilità per il volere umano di essere onesto. Il che è impossibile.
2. La volontà nostra dipende dalla volontà di Dio, come la nostra scienza dipende dalla scienza divina. Ma non è richiesta per la nostra scienza la conformità con la scienza di Dio: infatti Dio conosce molte cose che noi ignoriamo. Dunque non si richiede che la nostra volontà sia conforme al volere di Dio.
3. Il volere è il principio dell'agire. Ma il nostro agire non può essere conforme all'agire di Dio. Dunque neppure il nostro volere può conformarsi al volere di Dio.

IN CONTRARIO: Commentando la frase, "Non come voglio io, ma come vuoi tu", S. Agostino scrive che il Signore vuole che "l'uomo sia retto, e indirizzato a Dio". Ora, la rettitudine costituisce la bontà del volere. Dunque la bontà del volere dipende dalla conformità col volere di Dio.

RISPONDO: Come abbiamo detto, la bontà del volere dipende dall'intenzione del fine. Ora, secondo le spiegazioni date, l'ultimo fine della volontà umana è il sommo bene, cioè Dio. Dunque per la bontà del volere umano si richiede che esso venga indirizzato al sommo bene che è Dio. Ma codesto bene prima di tutto dice ordine essenziale alla volontà divina, come oggetto proprio di essa. D'altra parte ciò che è primo in un dato genere di cose costituisce la misura e la ragion d'essere di tutte le cose che rientrano in esso. Ora, ogni cosa è retta ed è buona in quanto raggiunge la propria misura. Dunque perché il volere umano sia buono, si richiede che sia conforme alla volontà di Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La volontà umana può essere conforme alla volontà di Dio non per uguaglianza, ma per imitazione. Così pure si ha una conformità della scienza dell'uomo con la scienza divina, in quanto conoscenza della verità. E l'azione umana è conforme all'azione di Dio, in quanto s'addice alla natura dell'agente. Tutto questo per imitazione, non per uguaglianza.
Di qui la risposta alla seconda e alla terza difficoltà.

ARTICOLO 10

Se sia necessario che la volontà umana per essere buona si uniformi all'oggetto della volontà divina

SEMBRA che la volontà umana non debba sempre conformarsi alla volontà divina nel suo oggetto. Infatti:
1. Noi non possiamo volere quello che ignoriamo: poiché l'oggetto della volontà consiste nel bene conosciuto. Ma per lo più noi ignoriamo quello che Dio vuole. Dunque la volontà umana non può conformarsi all'oggetto della volontà divina.
2. Dio vuole la dannazione di qualcuno, di cui egli prevede la morte in peccato mortale. Se dunque l'uomo fosse tenuto a conformare la sua volontà a ciò che Dio vuole, sarebbe tenuto a volere la propria dannazione. Il che è inammissibile.
3. Nessuno è tenuto a volere una cosa che è contro la pietà (filiale). Ma se un uomo volesse quello che Dio vuole, qualche volta ciò sarebbe contro la pietà (filiale): quando Dio, p. es., vuole la morte di un padre di famiglia, se il figlio volesse la stessa cosa, sarebbe contro la pietà filiale. Dunque l'uomo non è tenuto a conformare la propria volontà con quanto forma l'oggetto del volere di Dio.

IN CONTRARIO: 1. Illustrando l'espressione del Salmo, "Ai retti si addice la lode", la Glossa dice: "Ha il cuore retto chi vuole quello che vuole Dio". Ora, chiunque è tenuto ad avere il cuore retto. Dunque chiunque è tenuto a volere quello che Dio vuole.
2. La forma della volizione, come di qualsiasi atto, deriva dall'oggetto. Quindi, se l'uomo è tenuto a conformare la sua volontà a quella divina, ne segue che è tenuto a conformarla con l'oggetto di essa.
3. Il contrasto delle volontà si ha nel fatto che gli uomini vogliono cose diverse. Ma chiunque ha una volontà contrastante con quella divina ha una volontà cattiva. Quindi chiunque non conforma la propria volontà alla volontà divina in quello che essa vuole, ha una volontà cattiva.

RISPONDO: Come abbiamo già dimostrato, la volontà si muove verso il proprio oggetto, quale viene presentato dalla ragione. Ora, può capitare che una cosa venga considerata sotto vari aspetti dalla ragione, cosicché può essere buona, sotto un aspetto, e non esserlo sotto un altro. Perciò se la volontà di uno vuole l'attuazione di codesta cosa sotto l'aspetto di bene, la sua volizione è buona; e se la volontà di un altro vuole che non si attui per il suo aspetto di male, sarà buona ugualmente. Il giudice, p. es., quando vuole l'uccisione del brigante ha una volontà buona, perché giusta; pero è buona anche la volontà di un'altra persona, mettiamo della moglie o del figlio, che non vuole quell'uccisione, perché l'uccisione è cattiva per natura.
Ma siccome la volizione dipende dall'apprezzamento della ragione, o intelletto, la volontà si muove verso un bene più universale e comune, a seconda che l'aspetto del bene percepito è più universale. Ciò è evidente nell'esempio addotto: infatti il giudice ha cura del bene comune, cioè della giustizia, e per questo vuole l'uccisione del brigante, la quale ha un aspetto di bene in rapporto al comune benessere; invece la moglie del brigante prende a considerare il bene particolare della famiglia, e in base a questo vuole che il marito brigante non venga ucciso. - Ora, il bene considerato da Dio creatore e moderatore del mondo è il bene di tutto l'universo: perciò quanto Dio vuole, lo vuole sotto l'aspetto del bene comune, cioè della sua bontà, che è il bene di tutto l'universo. Invece la considerazione di una creatura di suo riguarda un bene particolare, proporzionato alla propria natura. Ora, può capitare, come si è detto, che una cosa sia buona secondo un aspetto particolare, e non lo sia secondo un aspetto universale, o viceversa. Perciò può capitare che una volontà sia buona nel volere, sotto un aspetto particolare, una cosa che Dio non vuole sotto un aspetto più universale, e viceversa. Di qui segue anche che possono esser buone più volontà umane divergenti, in quanto sotto aspetti diversi vogliono che una data cosa sia e non sia.
Ora, però, la volontà di chi vuole un bene particolare può essere retta, solo se subordina codesto bene al bene comune: e questo perché anche l'appetito naturale di ciascuna parte dice ordine al bene comune del tutto. E si sa che dal fine si desume la ragione formale di volere quanto al fine è ordinato. Quindi, perché uno possa volere con volontà retta un bene particolare, è necessario che codesto bene particolare sia l'oggetto materiale della sua volontà, e il bene divino e universale ne sia l'oggetto formale. Perciò la volontà umana è tenuta a conformarsi all'oggetto formale della volontà di Dio; infatti è tenuta a volere il bene divino e universale: invece non è tenuta per l'oggetto materiale. - In definitiva, però, la volontà umana si uniforma in qualche modo alla volontà di Dio nell'un caso e nell'altro. Infatti, in quanto si conforma all'oggetto formale e universale della volontà divina, si rende conforme al fine ultimo di essa. E, pur non conformandosi all'oggetto materiale di essa, si rende conforme alla volontà divina quale a sua causa efficiente: poiché le cose ricevono da Dio, come da causa efficiente, le singole inclinazioni suscitate dalla natura, o dalle attrattive particolari dell'oggetto. Perciò si usa dire che la volontà dell'uomo si uniforma in questo senso alla volontà di Dio, poiché vuole tutto quello che Dio vuole che voglia.
C'è poi un altro tipo di conformità, secondo la ragione di causa formale, che consiste nel fatto che l'uomo, mosso dalla carità, vuole quello che vuole Dio. Anche codesta conformità si riduce però alla conformità formale desunta dalla tendenza verso l'ultimo fine, oggetto proprio della carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Possiamo conoscere quale sia l'oggetto della volontà divina sotto un aspetto universale. Infatti sappiamo che quanto Dio vuole, lo vuole sotto l'aspetto di bene. Perciò chiunque vuole una cosa sotto un aspetto qualsiasi di bene, ha il volere conforme a quello di Dio, in rapporto all'oggetto. Ma nei casi particolari non sappiamo quello che Dio vuole. E in questo non siamo tenuti a conformare la nostra volontà a quella di Dio. - Tuttavia nello stato di gloria tutti vedranno il rapporto di ogni oggetto di volontà con ciò che Dio vuole a proposito di esso. Perciò conformeranno la loro volontà con quella di Dio, non solo formalmente, ma anche materialmente.
2. Di nessuno Dio vuole la dannazione come dannazione, come di nessuno vuole la morte in quanto morte; poiché egli "vuole che tutti gli uomini si salvino": ma vuole queste cose sotto l'aspetto di giustizia. Perciò a questo proposito basta che l'uomo voglia il rispetto della giustizia di Dio e dell'ordine naturale.
3. È perciò evidente la risposta alla terza difficoltà.
Per gli argomenti in contrario diremo: 1. È più aderente alla volontà di Dio chi conforma la propria volontà a quella divina quanto all'oggetto formale della volizione, di colui il quale la conforma in quello che Dio materialmente vuole (oggetto materiale): poiché la volontà tende più al fine che ai mezzi.
2. La specie e la forma di un atto si desumono più dalla ragione (formale) dell'oggetto, che dall'oggetto materiale.
3. Non c'è contrasto di volontà quando più persone vogliono cose diverse sotto aspetti diversi. Invece ci sarebbe contrasto, se uno volesse quello che l'altro non vuole sotto il medesimo aspetto. Ma questo nel caso non interessa.