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Questione 16
L'uso, atto della volontà relativo ai mezzi
E finalmente eccoci a parlare dell'uso.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'uso sia un atto
della volontà; 2. Se possa trovarsi negli animali privi di ragione;
3. Se abbia per oggetto i mezzi o anche il fine; 4. Sull'ordine
dell'uso rispetto all'elezione.
ARTICOLO 1
Se l'uso sia un atto della volontà
SEMBRA che l'uso non sia un atto della volontà. Infatti:
1. Insegna S. Agostino che
"usare è riferire ciò di cui si dispone
al conseguimento di altre cose". Ora, stabilire la relazione di una
cosa a un'altra è compito della ragione. Dunque l'uso è atto della
ragione e non della volontà.
2. Il Damasceno scrive che
"l'uomo si proietta verso l'operazione,
e si ha l'impulso operativo; quindi usa, e si ha l'uso". Ma l'operazione
spetta alle facoltà esecutive. Invece l'atto della volontà
precede l'atto della facoltà esecutiva, essendo l'esecuzione l'ultima cosa.
Dunque l'uso non è un atto della volontà.
3. S. Agostino scrive:
"Tutto ciò che è stato fatto, è stato fatto
ad uso dell'uomo: poiché la ragione concessa agli uomini usa di
tutte le cose giudicando di esse". Ma giudicare delle cose create da
Dio spetta alla ragione speculativa; che è del tutto separata dalla volontà,
principio dell'agire umano. Dunque l'uso non è un atto della volontà.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Usare significa mettere una cosa
a disposizione della volontà".
RISPONDO: L'uso importa l'applicazione di una cosa a un'operazione:
difatti l'operazione cui applichiamo una cosa non è che l'uso di questa;
cavalcare, p. es., è l'uso del cavallo, e percuotere l'uso del bastone.
Ora, noi applichiamo all'operazione, sia i principi interiori dell'agire,
cioè le potenze stesse dell'anima e le membra del corpo, vale a dire l'intelletto
all'intellezione e l'occhio alla visione; sia le cose esterne, il bastone, p. es.,
all'atto di percuotere. Ma è evidente che noi applichiamo all'operazione
le cose esterne soltanto mediante i principi interiori, che sono, o le facoltà
dell'anima, o gli abiti operativi, oppure gli organi o membra del nostro corpo.
Ora, abbiamo già dimostrato che è compito della volontà muovere
le potenze dell'anima ai propri atti, vale a dire applicarle all'operazione.
Perciò è evidente che l'uso spetta in maniera primaria e
principale alla volontà, come a primo movente; spetta alla ragione
come a facoltà direttiva; e alle altre potenze come a principi esecutivi,
che stanno alla volontà, da cui sono applicati all'operazione,
come strumenti all'agente principale. Ora, l'azione propriamente
non è attribuita allo strumento, ma all'agente principale: il costruire, p. es.,
viene attribuito al muratore e non ai suoi strumenti.
Perciò l'uso propriamente è un atto della volontà.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione stabilisce una relazione
tra le cose, ma è la volontà che tende a una data cosa in vista di un'altra.
E l'uso è una relazione in questo senso.
2. Il Damasceno parla dell'uso in quanto appartiene alle potenze esecutive.
3. Lo stesso intelletto speculativo viene applicato alla funzione di
apprendere, o di giudicare, dalla volontà. Perciò l'intelletto speculativo
si dice che è usato, perché mosso dalla volontà, come le altre potenze.
ARTICOLO 2
Se l'uso possa trovarsi negli animali privi di ragione
SEMBRA che l'uso non manchi negli animali privi di ragione. Infatti:
1. Fruire è più nobile che usare: poiché, come scrive S. Agostino,
"usiamo
le cose che riferiamo ad altre, di cui vogliamo fruire".
Ora, abbiamo dimostrato che negli animali bruti si trova la fruizione.
Dunque a più forte ragione non possono mancare dell'uso.
2. Applicare le membra ad agire è usare le membra. Ma i semplici animali
applicano le membra a certe operazioni, i piedi, p. es., a camminare,
le corna a colpire. Perciò in codesti animali l'uso non manca.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Non può usare di una cosa che l'animale
dotato di ragione".
RISPONDO: Usare, si è detto, significa applicare un principio operativo
all'operazione: come consentire è applicare il moto appetitivo
a desiderare qualche cosa. Ora, applicare una cosa a un'altra
è solo di chi è arbitro di essa: cioè soltanto di colui che sa stabilire
un rapporto tra una cosa e un'altra, compito questo della ragione.
Perciò soltanto l'animale ragionevole può consentire ed usare.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fruizione indica un moto diretto
dell'appetito verso l'oggetto appetibile: invece l'uso indica un moto
dell'appetito verso una cosa in ordine ad un'altra. Se dunque si
confronta l'uso alla fruizione in rapporto all'oggetto, allora la fruizione è
superiore all'uso: poiché l'oggetto direttamente appetibile è migliore
di quello che è appetibile solo in ordine ad un altro.
Ma se si confrontano in rapporto alla facoltà conoscitiva richiesta,
si ha una superiorità da parte dell'uso: poiché spetta alla sola ragione
stabilire dei rapporti tra una cosa e un'altra; invece per l'apprensione
diretta bastano i sensi.
2. Gli animali mediante le loro membra compiono delle operazioni
per istinto di natura: ma con questo essi non conoscono l'ordine
delle membra a codeste operazioni. Perciò non si può dire propriamente
che applicano le membra ad agire, e che usano le membra.
ARTICOLO 3
Se l'uso possa avere per oggetto anche l'ultimo fine
SEMBRA che l'uso possa avere per oggetto anche l'ultimo fine. Infatti:
1. S. Agostino insegna:
"Chiunque fruisce usa". Ora, c'è qualcuno che
fruisce dell'ultimo fine. Dunque l'ultimo fine si può usare.
2. Inoltre S. Agostino ha scritto, che
"usare significa mettere
una cosa a disposizione della volontà". Ma niente più dell'ultimo
fine è a disposizione della volontà. Dunque l'uso può avere per
oggetto l'ultimo fine.
3. Scrive S. Ilario che
"l'eternità è nel Padre, la specie nell'Immagine",
cioè nel Figlio, e "l'uso nel Dono", cioè nello Spirito Santo.
Ma lo Spirito Santo, essendo Dio, è il fine ultimo.
Dunque si può avere l'uso anche del fine ultimo.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Di Dio nessuno ha diritto di usare,
ma solo di fruire".
RISPONDO: L'uso, come si è detto, importa l'applicazione di una
cosa a un'altra. Ora, ciò che viene applicato ha natura di mezzo.
Perciò l'uso ha sempre per oggetto i mezzi. E quindi i mezzi adatti per
il fine si dicono utili; e talora l'utilità stessa viene denominata uso.
Ma bisogna riflettere che il fine ultimo può essere considerato, o
in assoluto, o in relazione a un soggetto. Infatti, come abbiamo
già spiegato, talora si considera fine la cosa stessa da raggiungere,
talora invece il conseguimento o possesso della medesima. Per
l'avaro, p. es., il fine sarà, o il denaro, o il possesso del medesimo.
Ora, è evidente che in assoluto il fine ultimo è la cosa da raggiungere:
infatti il possesso del denaro è un bene solo in forza della bontà del denaro.
Ma in relazione all'avaro il fine ultimo è l'acquisto del denaro;
infatti l'avaro non cerca il denaro che per possederlo.
Parlando dunque oggettivamente e in senso proprio, si dice che un uomo,
il quale ha posto il suo fine nelle ricchezze, ha la fruizione di esse:
ma considerando queste in correlazione al loro possesso,
si dice che ne ha l'uso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino qui parla dell'uso in senso lato,
in quanto include la subordinazione del fine alla fruizione che uno cerca nel fine.
2. Il fine è posto a disposizione della volontà, perché la volontà
si acquieti in esso. Cosicché l'acquietarsi della volontà nel fine, e
cioè la fruizione, sotto quest'aspetto si denomina uso del fine. Ma i mezzi
vengono posti a disposizione della volontà, non solo per l'uso dei medesimi,
ma in ordine ad altri oggetti, nei quali la volontà si acquieta.
3. S. Ilario prende il termine uso, per indicare l'appagamento nell'ultimo fine:
se ne serve, cioè, secondo le spiegazioni date, in senso generico,
come quando si dice che uno usa il fine nell'atto di conseguirlo.
S. Agostino stesso dichiara che "egli dà il nome di uso alla dilezione,
alla gioia e alla felicità, o beatitudine".
ARTICOLO 4
Se l'uso preceda l'elezione
SEMBRA che l'uso preceda l'elezione. Infatti:
1. Dopo l'elezione non segue che l'esecuzione. Ma l'uso, appartenendo
alla volontà, precede l'esecuzione. Dunque precede anche l'elezione.
2. L'assoluto è prima del relativo. Quindi ciò che è meno relativo
è prima di ciò che lo è maggiormente. Ma l'elezione implica due relazioni,
cioè la relazione della cosa scelta con il fine, e le selezioni di questa
con le altre cose tra cui è prescelta. L'uso invece implica la sola relazione
col fine. Dunque l'uso è prima dell'elezione.
3. La volontà usa delle altre potenze in quanto le muove. Ora, la
volontà muove anche se stessa, come abbiamo detto. Perciò usa di
se stessa, applicando se stessa ad agire. E questo lo fa quando consente.
Dunque nel consenso abbiamo l'uso. Ma il consenso precede l'elezione,
come abbiamo dimostrato. Quindi la precede anche l'uso.
IN CONTRARIO: Il Damasceno scrive, che:
"la volontà dopo l'elezione
si proietta verso l'operazione, e quindi si ha l'uso".
Perciò l'uso segue l'elezione.
RISPONDO: La volontà ha due relazioni con il suo oggetto.
La prima in forza di una certa proporzione, o di un certo ordine rispetto
ad esso, in quanto la cosa voluta si trova, in qualche maniera,
in colui che la vuole. Tanto è vero che degli esseri, proporzionati
per natura a un dato fine, si dice che appetiscono quel fine naturalmente. - Ma
precontenere il fine in codesto modo è un precontenerlo imperfettamente.
Ora, tutto ciò che è imperfetto tende alla perfezione.
Perciò, sia l'appetito naturale che quello volontario tendono a possedere
il fine realmente, e cioè a possederlo perfettamente.
E questa è la seconda relazione della volontà con la cosa voluta.
Ora, sono oggetto della volontà non solo il fine ma anche i mezzi.
E l'ultimo atto, appartenente alla prima relazione della volontà verso i mezzi,
è l'elezione: difatti in questa si perfeziona la proporzione della volontà
al punto di volere perfettamente i mezzi ordinati al fine.
Invece l'uso già appartiene alla seconda relazione della volontà (verso l'oggetto),
mediante la quale tende a conseguire la cosa voluta. Perciò è evidente che l'uso
segue l'elezione, se però prendiamo l'uso nel senso che la volontà usa le potenze
esecutive ponendole in movimento. Ma poiché la volontà muove in
qualche modo anche la ragione e ne usa, si può parlare di uso tutte
le volte che la ragione ordina un mezzo al fine. E in questo caso
l'uso precede l'elezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mozione della volontà che spinge
all'esecuzione precede quest'ultima, mentre segue l'elezione.
Quindi, poiché l'uso fa corpo con codesta mozione della volontà,
sta tra l'elezione e l'esecuzione.
2. Ciò che per natura è relativo è posteriore a ciò che è assoluto.
Ma la molteplicità delle relazioni non implica dipendenza.
Anzi, quanto più una causa è anteriore, tanto più grande è il numero
degli effetti con cui ha relazione.
3. L'elezione precede l'uso in rapporto a un medesimo oggetto.
Ma niente impedisce che l'uso di una cosa preceda l'elezione di un'altra.
E poiché gli atti della volontà possono riflettere su se stessi,
in ciascun atto della volontà possiamo trovare e il consenso, e l'elezione,
e l'uso: così da poter dire che la volontà consente di eleggere,
consente di consentire, e usa di se stessa per consentire e per eleggere.
E ciascuno di codesti atti, se è ordinato a ciò che precede,
sarà sempre anteriore (rispetto agli altri).
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