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Questione 15
Il consenso, atto della volontà
relativo ai mezzi
Passiamo ora a parlare del consenso.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se il consenso sia
atto di una potenza appetitiva conoscitiva; 2. Se si trovi negli animali
privi di ragione; 3. Se abbia per oggetto il fine, o i mezzi;
4. Se l'acconsentire all'atto sia riservato alla parte superiore dell'anima.
ARTICOLO 1
Se il consenso sia atto di una potenza appetitiva o conoscitiva
SEMBRA che acconsentire spetti soltanto alla parte conoscitiva dell'anima. Infatti:
1. S. Agostino attribuisce il consenso alla ragione superiore. Ma
il termine ragione indica una facoltà conoscitiva. Dunque acconsentire
spetta a una potenza conoscitiva.
2. Consentire equivale a sentire insieme. Ora, sentire è atto di
una facoltà conoscitiva. Quindi anche consentire.
3. Assentire indica l'adesione dell'intelletto a una cosa; così pure
consentire. Ma assentire è un atto dell'intelligenza, che è una facoltà conoscitiva.
Perciò anche consentire è atto di una facoltà conoscitiva.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna, che
"se uno giudica senza amare,
non vi è sentenza", cioè consenso. Ora amare spetta a una potenza appetitiva.
Quindi anche il consentire.
RISPONDO: Consentire implica l'idea di applicazione dei sensi a qualche cosa.
Ora, è caratteristica dei sensi conoscere le cose presenti:
mentre l'immaginativa soltanto è fatta per apprendere le immagini delle cose materiali,
nell'assenza di queste ultime; invece l'intelletto ha la capacità
di conoscere le ragioni universali, che può apprendere indifferentemente alla presenza
o nell'assenza dei singolari. E poiché l'atto della potenza appetitiva è un'inclinazione
verso le cose, la sua applicazione alle cose stesse mediante l'adesione
viene denominata senso (o sentimento) in forza di una certa analogia,
come per esprimere quel certo esperimento dell'oggetto
cui aderisce, mediante la sua compiacenza verso di esso. Perciò sta scritto:
"Nutrite
sentimenti buoni rispetto a Dio". E sotto questo aspetto consentire è
atto di una facoltà appetitiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come scrive Aristotele,
"la volontà è
nella ragione". Perciò, quando S. Agostino attribuisce il consenso alla ragione,
prende il termine ragione in quanto include la volontà.
2. Sentire in senso proprio è delle facoltà conoscitive: ma per
una certa analogia fondata sull'esperienza, si dice di quelle appetitive,
come abbiamo spiegato.
3. Assentire è come sentire ad, cioè in rapporto a un'altra cosa:
e quindi importa distanza dall'oggetto cui si dà l'assenso. Invece
consentire equivale a sentire insieme: e quindi importa unione alla
cosa cui si consente. Perciò la volontà, che si muove verso le cose,
propriamente dà il consenso: invece l'intelletto, la cui operazione
non ha tale movimento, ma è piuttosto in senso contrario, come
abbiamo visto nella Prima Parte, a tutto rigore dà l'assenso: sebbene
si usi un termine per l'altro. - Si può anche rispondere che l'intelletto
dà l'assenso, in quanto è mosso dalla volontà.
ARTICOLO 2
Se il consenso si trovi negli animali irragionevoli
SEMBRA che il consenso non manchi negli animali irragionevoli. Infatti:
1. Il consenso implica la determinazione dell'appetito a un unico oggetto.
Ora, l'appetito degli animali privi di ragione è così determinato.
Dunque il consenso si trova in codesti animali.
2. Togliendo l'antecedente, si elimina anche ciò che segue. Ora,
il consenso precede l'esecuzione dell'opera. Se, dunque, negli animali
bruti mancasse il consenso, dovrebbe mancare in essi anche
l'esercizio dei loro atti. Il che evidentemente è falso.
3. Si dice che gli uomini talora consentono ad agire, perché mossi
da una passione, p. es., dall'ira o dalla concupiscenza. Ma gli animali
agiscono mossi dalle passioni. Dunque in essi c'è il consenso.
IN CONTRARIO: Dice il Damasceno che
"dopo il giudizio, l'uomo
dispone ed ama quello che è stato deliberato nel consiglio, e abbiamo
la sentenza", cioè il consenso. Ma negli animali bruti non c'è consiglio.
Dunque neppure il consenso.
RISPONDO: Propriamente parlando, negli animali privi di ragione non esiste
il consenso. E questo perché il consenso implica l'applicazione di un moto
appetitivo al compimento di un'azione.
Ora, codesta applicazione spetta a colui che ha il dominio sul moto appetitivo:
così si può attribuire al bastone il contatto con la pietra,
ma l'applicazione del bastone a codesto contatto spetta a colui
che ha la facoltà di muovere il bastone. Ora, gli animali bruti non
hanno il dominio sui moti dell'appetito, ma essi li devono all'istinto
della natura. Dunque l'animale ha l'appetizione, ma non può applicare
il moto appetitivo a un'operazione. Perciò propriamente non
si può dire che consente: ma consente soltanto la natura ragionevole,
che ha il dominio sul moto appetitivo, e può applicarlo o non applicarlo
a questa o a quell'altra cosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Negli animali privi di ragione si
riscontra una determinazione puramente passiva dell'appetito a un oggetto.
Invece il consenso implica una determinazione non solo passiva,
ma principalmente attiva.
2. Togliendo l'antecedente si toglie anche ciò che ne deriva, se
esso deriva unicamente da quello. Ma se un effetto può derivare
da diverse fonti, l'eliminazione di una di esse non può comprometterlo:
se l'indurimento, p. es., può derivare dal caldo e dal freddo (infatti i mattoni
induriscono col fuoco, e l'acqua congelata indurisce col freddo),
non ne segue che tolto il calore cessi l'indurimento.
Ora, l'esecuzione dell'atto non dipende solo dal consenso, ma anche dall'appetito
irresistibile, quale si trova negli animali bruti.
3. Gli uomini, che agiscono per passione, possono non assecondare la passione.
Non così gli animali. Perciò il paragone non regge.
ARTICOLO 3
Se il consenso abbia per oggetto il fine, o i mezzi
SEMBRA che il consenso abbia per oggetto il fine. Infatti:
1. Le cause sono sempre superiori agli effetti. Ora, noi consentiamo
ai mezzi a motivo del fine. Dunque a maggior ragione consentiamo al fine.
2. Per l'intemperante il suo agire dissoluto è il fine, come per il
virtuoso l'agire secondo virtù. Ma l'intemperante consente al proprio atto.
Dunque il consenso ha per oggetto il fine.
3. Il moto dell'appetito, che ha per oggetto i mezzi, è l'elezione,
come si è già visto. Se dunque il consenso avesse per oggetto solo i mezzi,
non si distinguerebbe in niente dall'elezione. E ciò è falso,
come dimostra il Damasceno, il quale dice che "dopo la disposizione",
che prima aveva chiamato sentenza, "avviene l'elezione".
Dunque il consenso non riguarda soltanto i mezzi.
IN CONTRARIO: Il Damasceno precisa che
"la sentenza", o consenso,
si ha "quando l'uomo dispone ed ama una cosa deliberata nel consiglio".
Ora, il consiglio ha per oggetto soltanto i mezzi ordinati al fine.
Quindi anche il consenso.
RISPONDO: Consenso indica l'applicazione di un moto dell'appetito
a qualche cosa che preesiste in potere del soggetto.
Ora, nell'ordine dell'agire (umano) prima di tutto va posta l'apprensione
del fine; quindi il desiderio di esso; viene poi il consiglio relativo ai mezzi;
e finalmente l'appetizione dei mezzi. Ora l'appetito tende
per natura verso l'ultimo fine: perciò l'applicazione di codesto
moto appetitivo al fine percepito non ha natura di consenso, ma
di semplice volizione. Invece tutti i fini intermedi, in quanto sono
ordinati al fine, cadono sotto il consiglio: quindi possono essere
oggetto del consenso mediante l'applicazione del moto appetitivo
alle deliberazioni del consiglio. Viceversa il moto appetitivo riguardante
il fine non si applica alla deliberazione, o consiglio: ma è
piuttosto il consiglio che viene applicato ad esso, poiché il consiglio
presuppone la volizione del fine. Però il desiderio dei mezzi
ordinati al fine presuppone la determinazione del consiglio. E quindi
l'applicazione dei moti dell'appetito alle determinazioni del consiglio
costituisce propriamente il consenso. Perciò, siccome il consiglio
ha per oggetto soltanto i mezzi, tale sarà pure, propriamente
parlando, l'oggetto del consenso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Allo stesso modo che noi conosciamo
le conclusioni in forza dei principi, e tuttavia questi non sono oggetto
di scienza, ma addirittura di un abito naturale, cioè dell'intelletto;
così consentiamo ai mezzi in forza del fine, e tuttavia questo non è oggetto di
consenso, ma di qualche cosa di superiore, cioè di volizione.
2. L'intemperante più che le proprie azioni ha per fine il piacere
del suo agire dissoluto, che lo spinge a consentire ad esse.
3. L'elezione aggiunge al consenso un riferimento alle cose scartate:
perciò dopo il consenso c'è ancora l'elezione. Infatti può
capitare che nel consiglio, o deliberazione, si trovino più mezzi
adatti al raggiungimento del fine, ciascuno dei quali è gradito e
quindi oggetto di consenso: ma tra le molte cose che piacciono ne
preferiamo una mediante l'elezione. Se invece un mezzo soltanto
fosse gradito, tra il consenso e la scelta non ci sarebbe differenza reale,
ma solo di ragione: e si chiamerebbe consenso in quanto si tratta di un fatto
che ci piace di compiere; ed elezione, o scelta, in quanto è una cosa preferita
ad altre non gradite.
ARTICOLO 4
Se il consenso ad agire appartenga esclusivamente alla parte superiore dell'anima
SEMBRA che il consenso ad agire non appartenga esclusivamente alla
parte superiore dell'anima. Infatti:
1. Aristotele scrive, che
"il piacere accompagna l'operare e lo
perfeziona, come la beltà accompagna la giovinezza". Ma consentire
al piacere, a dire di S. Agostino, spetta alla ragione inferiore.
Dunque consentire all'atto non è esclusivo della ragione superiore.
2. L'azione alla quale si acconsente è volontaria. Ora, molte sono
le facoltà capaci di produrre azioni volontarie. Dunque la ragione
superiore non è sola a consentire all'atto.
3. La ragione superiore, secondo l'espressione di S. Agostino,
"tende verso le cose eterne per contemplarle e per
ispirarvisi".
Invece l'uomo spesso consente all'atto non per motivi eterni, ma per
motivi temporali, o per le passioni dell'anima. Dunque non è riservato
alla ragione superiore consentire all'atto.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Non è possibile che l'anima si
decida efficacemente a compiere un peccato, se l'intenzione dell'anima
avente il potere sovrano di far agire le membra, movendole o ritraendole dall'azione,
non cede all'attrattiva di un'azione malvagia, e non se ne fa schiava".
RISPONDO: L'ultima sentenza spetta sempre a chi è superiore, il
quale ha il compito di giudicare gli altri: infatti finché rimane da
dare un giudizio sul problema proposto, non c'è ancora una sentenza definitiva.
Ora, è evidente che la ragione superiore ha il compito di giudicare
ogni altra cosa: poiché mediante la ragione giudichiamo le cose sensibili;
e giudichiamo i fatti dipendenti dalla ragione umana mediante le ragioni divine
che appartengono alla ragione superiore. Perciò, finché è incerto se resistere
o no (al peccato) secondo le ragioni divine, nessun giudizio della ragione si
presenta come sentenza definitiva. Ora, la sentenza definitiva sull'azione
da compiere è il consenso all'atto. Quindi il consenso all'atto spetta
alla ragione superiore: però in quanto la ragione include la volontà,
come abbiamo già spiegato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Consentire al godimento di un'azione
appartiene alla ragione superiore, come consentire all'azione stessa:
invece consentire al godimento della riflessione spetta alla ragione inferiore,
come spetta alla ragione inferiore la funzione del cogitare.
Tuttavia sul compiere o non compiere tale funzione, considerata come azione distinta,
dà un giudizio la ragione superiore:
così pure sul godimento che l'accompagna. Ma preso come elemento
ordinato a un'altra operazione, spetta alla ragione inferiore.
Infatti le funzioni subordinate spettano sempre ad arti o a facoltà
inferiori a quelle che hanno per oggetto il fine: ecco perché l'arte
che ha per oggetto il fine viene chiamata architettonica, o principale.
2. Le azioni sono volontarie in quanto consentiamo ad esse;
perciò non basta il consenso delle altre potenze, ma della volontà,
da cui deriva il termine volontario; e la volontà si trova nella ragione
nel modo indicato.
3. Si dice che la ragione superiore acconsente, non solo perché
sempre muove ad agire secondo le ragioni eterne, ma anche perché
in base alle ragioni eterne non nega il consenso.
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