Il Santo Rosario
back

Questione 14

Il consiglio

Prendiamo ora a esaminare il consiglio.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se il consiglio sia una ricerca; 2. Se abbia per oggetto il fine, o soltanto i mezzi; 3. Se riguardi soltanto le nostre azioni; 4. Se riguardi tutte le nostre azioni; 5. Se il consiglio proceda in ordine risolutivo; 6. Se abbia un processo all'infinito.

ARTICOLO 1

Se il consiglio, o deliberazione, sia una ricerca

SEMBRA che il consiglio, o deliberazione, non sia una ricerca. Infatti:
1. Il Damasceno scrive che "il consiglio è un appetito". Ora, la ricerca non è compito dell'appetito. Dunque il consiglio, o deliberazione, non è una ricerca.
2. Investigare appartiene all'intelletto discorsivo; e quindi non può attribuirsi a Dio, il quale non ha una conoscenza discorsiva, come abbiamo visto nella Prima Parte. Invece a Dio viene attribuito il consiglio, o deliberazione: infatti sta scritto che egli "agisce secondo il consiglio della sua volontà". Dunque il consiglio non è una ricerca.
3. La ricerca ha per oggetto le cose dubbie. Invece si può dare un consiglio su cose certamente buone; come quando l'Apostolo scrive: "Quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio". Dunque il consiglio non è una ricerca.

IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno (Nemesio) scrive: "Ogni consiglio è una ricerca; ma non ogni ricerca è un consiglio".

RISPONDO: L'elezione, come abbiamo spiegato, segue il giudizio della ragione sulle azioni da compiere. Ora, nelle azioni da compiere si riscontra molta incertezza: poiché le azioni riguardano cose singolari contingenti, che per la loro variabilità sono incerte. Ma nelle cose dubbie e incerte la ragione non proferisce il suo giudizio senza una previa ricerca. Perciò è necessaria una ricerca della ragione prima del giudizio sulle azioni da compiere; e questa ricerca viene chiamata consiglio, o deliberazione. Perciò il Filosofo scrive che l'elezione è "il desiderio di cose predeliberate mediante il consiglio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando gli atti di due facoltà sono tra loro subordinati, in ciascuno di essi si trova qualche elemento appartenente alla facoltà dell'altro: cosicché codesti atti possono essere denominati dall'una e dall'altra facoltà. Ora è acquisito che l'atto della ragione, che guida nella scelta dei mezzi, e l'atto della volontà che tende, seguendo la ragione, ai medesimi, sono tra loro subordinati. Perciò nell'atto della volontà, cioè nell'elezione, troviamo un elemento razionale, che è l'ordine (dei mezzi al fine); e nella deliberazione o consiglio, atto della ragione, troviamo come elementi volitivi, e la materia, poiché la deliberazione ha per oggetto le azioni che l'uomo vuol compiere; e l'impulso all'operazione, poiché un uomo viene spinto a deliberare circa i mezzi per il fatto che vuole il fine. Perciò, mentre il Filosofo dice che "l'elezione è un'intellezione appetitiva", per sottolineare che all'elezione concorrono tutti e due gli elementi; il Damasceno afferma che "il consiglio è un appetito investigativo", per sottolineare che il consiglio spetta in qualche modo, sia alla volontà, la quale offre materia e incentivo per la ricerca, sia alla ragione che compie la ricerca.
2. Le doti che si attribuiscono a Dio vanno interpretate prescindendo da tutti quei difetti che presentano in noi: in noi, p. es., la scienza è fatta di deduzioni dalle cause agli effetti mediante il raziocinio; invece la scienza attribuita a Dio sta a indicare la certezza con cui gli effetti si trovano nella causa prima, senza deduzione alcuna. Così viene attribuito a Dio il consiglio per la certezza della decisione e del giudizio, che in noi deriva dalla ricerca della deliberazione, o consiglio. Ma codesta ricerca non può trovarsi in Dio: perciò in codesto senso non è possibile attribuire a Dio il consiglio. Ecco perché il Damasceno scrive che "Dio non si consiglia: infatti il consigliarsi è da persona ignara".
3. Niente impedisce che ci siano delle cose che sono beni certissimi secondo il giudizio delle persone sapienti e spirituali, e che tuttavia non sono beni sicuri secondo il giudizio della maggioranza, fatta di uomini carnali. Perciò su di esse possono darsi dei consigli.

ARTICOLO 2

Se il consiglio, abbia per oggetto il fine, o soltanto i mezzi

SEMBRA che il consiglio non abbia per oggetto soltanto i mezzi, ma anche il fine. Infatti:
1. Si può fare una ricerca sulle cose che sono dubbie. Ma nell'agire umano può presentarsi il dubbio non solo sui mezzi, ma anche sul fine. Perciò, essendo il consiglio una ricerca sull'agire umano, è evidente che il consiglio può avere per oggetto il fine.
2. Materia del consiglio sono le azioni umane. Ma alcune di queste azioni, come insegna Aristotele, sono dei fini. Dunque il consiglio può riguardare il fine.

IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno (ossia Nemesio) scrive, che "il consiglio non ha per oggetto il fine, ma i mezzi".

RISPONDO: In campo pratico il fine ha funzione di principio: e questo perché dal fine derivano i motivi per la scelta dei mezzi. Ora, il principio non è mai oggetto di ricerca, ma in ogni ricerca i principi si devono presupporre. Perciò, essendo il consiglio, o deliberazione, una ricerca, non può avere per oggetto il fine, ma soltanto i mezzi. - Può capitare però che una cosa, la quale in rapporto a certe altre è un fine, sia ordinata a un fine più remoto: come capita che il principio di una data dimostrazione sia la conclusione di un'altra. E quindi un fatto, che è preso come fine in una ricerca, può essere considerato come mezzo in un'altra. E in questo caso può essere oggetto di consiglio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quello che si prende come fine è già determinato. Perciò finché è considerato come cosa dubbia, non è considerato come fine. E quindi, se è oggetto di deliberazione, o consiglio, non si tratterà di una deliberazione sul fine, ma su un mezzo ordinato al fine.
2. Il consiglio ha per oggetto le azioni umane, in quanto sono ordinate a un fine. Perciò, se un'operazione umana è un fine, essa, come tale, non è oggetto di consiglio.

ARTICOLO 3

Se il consiglio riguardi le nostre azioni soltanto

SEMBRA che il consiglio non si limiti alle nostre azioni soltanto. Infatti:
1. Il consiglio implica il concetto di conferenza. Ma si può tenere una conferenza tra varie persone anche su cose immutabili, che noi non possiamo compiere, p. es., sulla natura delle cose. Dunque il consiglio, o deliberazione, non si limita alle azioni che noi possiamo compiere.

2. Talora gli uomini si consultano su cose stabilite dalla legge: ed abbiamo così i giureconsulti. Tuttavia quelli che discutono codesti consigli, o deliberazioni, non hanno il potere di fare delle leggi. Dunque il consiglio non si limita alle nostre azioni.

3. Si dice che alcuni si consultano sugli eventi futuri, che certo non dipendono da noi. Dunque la deliberazione, o consiglio, non s'interessa esclusivamente delle nostre azioni.
4. Se il consiglio si limitasse alle nostre azioni, nessuno potrebbe deliberare sulle azioni altrui. E questo evidentemente è falso. Dunque il consiglio non riguarda le azioni nostre soltanto.

IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno (ossia Nemesio) scrive: "Ci consigliamo sulle cose esistenti in noi, e che noi possiamo eseguire".

RISPONDO: Il consiglio propriamente implica l'idea di conferenza tra diverse persone. E lo indica il nome stesso: infatti consiglio è come dire consesso, poiché più persone vi siedono insieme per discutere. Ma c'è da osservare che nei fatti particolari e contingenti, per conoscere con certezza una cosa, è necessario considerare molte condizioni o circostanze, che uno solo non può facilmente considerare da solo, mentre è più difficile che possano sfuggire a molti, poiché l'uno osserva quello che sfugge all'altro: invece nelle cose necessarie e universali si ha una considerazione più assoluta e più semplice, e quindi in codesta indagine è più agevole per uno solo bastare a se stesso. Perciò la ricerca deliberativa, o consiglio, propriamente riguarda le cose singolari e contingenti. Invece la conoscenza della verità, quale, p. es., la conoscenza dei principi universali e necessari, non ha in questi casi una grande importanza, non essendo di per sé appetibile: ma viene ad essere appetibile nella misura che serve all'operazione, poiché gli atti hanno per oggetto il singolare contingente. Perciò dobbiamo concludere che il consiglio, propriamente parlando, ha per oggetto le nostre azioni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il consiglio implica l'idea di disputa, però non di una disputa qualsiasi, ma di una disputa sulle azioni da compiere, come abbiamo spiegato.
2. Le disposizioni di legge, sebbene non dipendano dall'operazione di chi si consulta per una deliberazione o consiglio, tuttavia sono per lui norme direttive nell'operare: poiché uno dei criteri per agire è il precetto della legge.
3. Il consiglio non riguarda soltanto gli atti da compiere, ma anche ciò che è ordinato a quegli atti. E quindi vengono fatte delle consultazioni su eventi futuri, perché l'uomo, conoscendo tali eventi, si regola per fare, o per evitare qualche cosa.
4. Cerchiamo un consiglio sui fatti altrui, in quanto essi formano una sola cosa con noi: o per un vincolo di affetto, e così l'amico si preoccupa delle cose che interessano l'amico come delle proprie; oppure come si trattasse di uno strumento: infatti l'agente principale e quello strumentale formano come una causa unica, poiché l'uno agisce mediante l'altro; e così il padrone può consigliarsi sulle cose che dovrà compiere il servo.

ARTICOLO 4

Se il consiglio abbia per oggetto tutte le nostre azioni

SEMBRA che il consiglio abbia per oggetto tutte le nostre azioni. Infatti:
1. L'elezione, abbiamo detto, è "il desiderio di cose predeliberate mediante il consiglio". Ma l'elezione abbraccia tutte le nostre azioni. Dunque anche il consiglio.
2. Il consiglio importa una ricerca della ragione. Ora, eccettuati gli atti compiuti sotto l'impeto della passione, noi partiamo sempre da una ricerca della ragione. Perciò il consiglio si estende a tutte le nostre azioni.
3. Il Filosofo insegna che "se una cosa può essere compiuta usando più mezzi, mediante il consiglio si cerca quello più spedito e più idoneo; si studia invece la maniera di compierla con quel mezzo, se il mezzo è unico". Ora, tutte le azioni che noi possiamo compiere vengono compiute, o con un mezzo unico, o con molti. Dunque il consiglio ha per oggetto tutte le nostre azioni.

IN CONTRARIO: Scrive S. Gregorio Nisseno (ossia Nemesio), che "il consiglio, o deliberazione, non riguarda le cose della scienza e dell'arte".

RISPONDO: Il consiglio, come abbiamo spiegato, è una ricerca. Ora, noi siamo soliti investigare sulle cose dubbie: cosicché il raziocinio induttivo, che si denomina argomento, si dice che è una "testimonianza a favore di una cosa dubbia". Ma può capitare per due motivi, nell'agire umano, che una cosa escluda il dubbio. Primo, perché determinati fini sono raggiunti attraverso vie ben determinate: ciò avviene nelle arti che hanno una tecnica stabilita; l'amanuense, p. es., non delibera come debba disegnare le lettere, poiché la cosa è già stabilita dall'arte. Secondo, perché poco importa che un'azione sia compiuta in una maniera o nell'altra: si tratta di cose minime, che possono ostacolare o aiutare ben poco a raggiungere il fine; e la ragione considera il poco come fosse niente. Perciò, al dire del Filosofo, noi non deliberiamo nel nostro consiglio su queste due cose: sui fatti insignificanti, e su quelli già determinati nel loro modo di esecuzione, cioè sui vari esercizi delle arti, "eccetto quelle congetturali", dice il Nisseno (ossia Nemesio), "come la medicina, la mercatura e simili".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'elezione presuppone la deliberazione o consiglio, in vista del giudizio o decisione. Ma quando la decisione è evidente senza investigare, non si richiede la ricerca del consiglio.
2. Nelle cose evidenti la ragione non ricerca, ma subito giudica. Perciò non è necessaria la ricerca del consiglio in tutti gli atti compiuti mediante la ragione.
3. Quando una cosa può essere compiuta con un unico mezzo, ma in maniere diverse, può presentare dei dubbi; così pure quando i mezzi sono molteplici, e quindi si richiede il consiglio. Quando però, non solo la cosa è determinata, ma anche la maniera (di compierla), allora il consiglio non serve.

ARTICOLO 5

Se il consiglio proceda in ordine risolutivo

SEMBRA che il consiglio non proceda in ordine risolutivo. Infatti:
1. Il consiglio ha per oggetto le nostre operazioni. Ora, le nostre operazioni non procedono in ordine risolutivo ma piuttosto nell'ordine compositivo, cioè dai principi semplici alle cose composte. Dunque il consiglio non sempre procede in ordine risolutivo.
2. Il consiglio è un'indagine razionale. Ora, la ragione parte dagli antecedenti per giungere alle conseguenze, seguendo l'ordine più conveniente. Ma, essendo le cose passate prima di quelle presenti, e le presenti prima di quelle future, sembra che nel deliberare si debba procedere dal presente e dal passato alle cose future. E questo non corrisponde all'ordine risolutivo. Dunque nei consigli, o deliberazioni, non si rispetta l'ordine risolutivo.
3. Il consiglio ha per oggetto le sole cose a noi possibili, come insegna Aristotele. Ma si giudica se una cosa è possibile o impossibile da quello che possiamo fare, o non possiamo fare, per raggiungerla. Dunque nella ricerca della deliberazione, o consiglio, bisogna partire dal presente.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive che "colui il quale delibera, si presenta nell'atto di indagare e di risolvere".

RISPONDO: In ogni ricerca bisogna partire da un principio. E se questo principio ha una priorità, sia nell'ordine conoscitivo, che nell'ordine reale, il procedimento non è risolutivo, ma piuttosto compositivo: procedere infatti dalle cause agli effetti è un procedimento compositivo, poiché le cause sono più semplici degli effetti. Se invece le cose che hanno una priorità nella conoscenza sono posteriori nella realtà, si ha un processo risolutivo: come quando formuliamo giudizi su effetti già noti, risolvendoli nelle loro cause semplici. Ora, nella ricerca della deliberazione, o consiglio, il principio è costituito dal fine, che precede nell'ordine di intenzione mentre è posteriore nella realtà. Per questo è necessario che l'indagine del consiglio sia di carattere risolutivo, e cioè che inizi da ciò che viene perseguito nel futuro, per giungere al da farsi immediato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il consiglio ha per oggetto le operazioni. Ma il motivo dell'operare si desume dal fine: perciò l'ordine della discussione razionale sulle operazioni è inverso a quello dell'operare.
2. La ragione comincia da quanto precede in ordine di ragione: ma non sempre da quel che precede in ordine di tempo.
3. Non cercheremmo di sapere se è cosa possibile quello che c'è da compiere per un fine, se non fosse cosa proporzionata al fine. Quindi prima di considerare se è possibile, bisogna domandarsi se è adatta per raggiungere il fine.

ARTICOLO 6

Se il consiglio possa procedere all'infinito

SEMBRA che la ricerca del consiglio possa procedere all'infinito. Infatti:
1. Il consiglio è una ricerca nel campo dei singolari, in cui si svolge l'azione (umana). Ma i singolari sono infiniti. Dunque la ricerca del consiglio è senza fine.

2. Sotto la ricerca del consiglio non cade soltanto l'azione da compiere, ma anche il modo di eliminare gli ostacoli. Ora, qualsiasi azione umana può essere ostacolata, e ogni ostacolo può essere eliminato mediante un accorgimento della ragione. Dunque si possono cercare all'infinito ostacoli da eliminare.
3. La ricerca scientifica non procede all'infinito, perché si possono raggiungere principi per sé noti, che hanno un'assoluta certezza. Ma tale certezza non si può trovare nei singolari contingenti, che sono variabili e incerti. Perciò la ricerca del consiglio procede all'infinito.

IN CONTRARIO: Aristotele insegna, che "nessuno si muove verso cose impossibili". Ma è cosa impossibile valicare l'infinito. Se dunque la ricerca del consiglio fosse infinita, nessuno inizierebbe mai una deliberazione, contro ogni evidenza.

RISPONDO: La ricerca del consiglio (non) è (infinita ma) finita in atto in due sensi: rispetto ai suoi principi, e rispetto al suo termine. Infatti in codesta ricerca troviamo due principi. Il primo è peculiare, e deriva dal genere stesso delle cose operabili: esso è il fine, che non è materia di consiglio, essendone un presupposto in qualità di principio, come abbiamo spiegato. Il secondo principio è come desunto da altri generi: così nel campo delle scienze dimostrative una scienza presuppone le conclusioni dell'altra, senza discuterle. Ora, principi di codesto genere, presupposti alla ricerca del consiglio, sono tutti i dati dei sensi: e cioè che questa cosa è pane, o che è ferro; nonché tutte le nozioni astratte acquisite dalle scienze speculative o pratiche: che l'adulterio, p. es., è proibito da Dio, e che l'uomo non può vivere senza il nutrimento conveniente. Perciò chi si consiglia non prende in esame codeste cose. - Invece costituisce il termine della ricerca quello che non possiamo immediatamente eseguire. Infatti, come il fine (nell'ordine pratico) ha natura di principio, così quanto viene eseguito per un fine ha carattere di conclusione. Perciò la cosa che si presenta per prima all'operazione è come l'ultima conclusione a cui termina la ricerca. - Tuttavia niente impedisce che una deliberazione, o consiglio, possa essere un infinito potenziale, in quanto al consiglio possono presentarsi infinite cose da indagare.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I singolari non sono infiniti in maniera attuale ma potenziale.
2. Sebbene l'operare dell'uomo sempre possa essere ostacolato, tuttavia non sempre trova pronto l'ostacolo. Perciò non sempre è necessario consigliarsi sul modo di eliminare gli ostacoli.
3. Nei singolari contingenti si può trovare qualche cosa di certo, sebbene non in senso assoluto (necessità assoluta), ma come fatto passato o presente (necessità di fatto), sottoposto al giudizio operativo (del consiglio). Difatti non è un fatto necessario che Socrate sieda: ma è necessario che sieda mentre egli siede. E questo si può ritenere con certezza.