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Questione 13
L'elezione
Passiamo ora a studiare gli atti della volontà che riguardano i mezzi.
Essi sono tre: elezione, consenso e uso.
L'elezione, o scelta, ha come premessa il consiglio. Perciò tratteremo: primo,
dell'elezione; secondo, del consiglio; terzo, del consenso; quarto, dell'uso.
Circa l'elezione si presentano sei quesiti: 1. A quale facoltà appartenga,
se alla volontà o alla ragione; 2. Se si trovi anche negli
animali privi di ragione; 3. Se l'elezione riguardi soltanto i mezzi
oppure talora anche il fine; 4. Se l'elezione riguardi le sole cose
che facciamo noi; 5. Se riguardi soltanto cose possibili; 6. Se l'elezione
umana sia necessaria o libera.
ARTICOLO 1
Se l'elezione sia un atto della volontà, o della ragione
SEMBRA che l'elezione non sia un atto della volontà, ma della ragione. Infatti:
1. L'elezione presuppone un certo raffronto, in base al quale una
cosa viene preferita a un'altra. Ora confrontare è un atto della
ragione. Dunque l'elezione è un atto della ragione.
2. Appartiene al medesimo soggetto imbastire un sillogismo e tirare
la conclusione. Ora, sillogizzare in campo pratico spetta alla
ragione. Perciò, essendo la scelta una conclusione di ordine pratico,
come insegna Aristotele, essa si rivela un atto della ragione.
3. L'ignoranza non riguarda la volontà, bensì la facoltà conoscitiva.
Ma esiste, al dire di Aristotele, l'"ignoranza di elezione".
Dunque l'elezione, o scelta, non spetta alla volontà ma alla ragione.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che l'elezione è il
"desiderio
delle cose che dipendono da noi". Ma il desiderio è atto della volontà.
Perciò anche l'elezione.
RISPONDO: Il termine elezione, o scelta, implica elementi che spettano
alla ragione o intelligenza, ed elementi che appartengono alla volontà:
infatti il Filosofo dice che l'elezione è "un'intellezione
appetitiva o un'appetizione intellettiva". Ora, se due elementi concorrono
a formare una cosa, uno di essi è l'elemento formale rispetto all'altro.
Ed invero S. Gregorio di Nissa afferma che l'elezione "per se stessa
non è l'appetito, e neppure il solo consiglio, ma la loro combinazione.
Come diciamo che l'animale è il composto di anima e corpo,
non il corpo o l'anima soltanto, ma il composto; lo stesso vale
per l'elezione". Ora, bisogna considerare che un atto dell'anima,
il quale appartiene sostanzialmente a una data potenza
o a un dato abito, riceve la forma e la specie da una potenza e da
un abito superiore, nella misura in cui l'inferiore viene subordinato
al superiore: se uno, p. es., compie un atto di fortezza per
amore di Dio, materialmente il suo è un atto di fortezza, formalmente
di carità. Ora, è evidente che la ragione è superiore in
qualche modo alla volontà, e ne ordina gli atti: in quanto, cioè, la volontà
tende al proprio oggetto secondo l'ordine della ragione, per
il fatto che la facoltà conoscitiva presenta a quella appetitiva il
proprio oggetto. Perciò l'atto mediante il quale la volontà tende a
una cosa presentata come buona, perché dalla ragione è ordinata
al fine, materialmente appartiene alla volontà, formalmente alla
ragione. In codesti casi la sostanza dell'atto si comporta da elemento
materiale rispetto all'ordine imposto dalla facoltà superiore.
Quindi l'elezione sostanzialmente non è atto della ragione, ma della
volontà: infatti l'elezione consiste in un moto dell'anima verso il
bene prescelto. Dunque è chiaro che essa è un atto della potenza appetitiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'elezione presuppone un raffronto: ma essa
non è essenzialmente il raffronto medesimo.
2. La conclusione di un sillogismo in campo pratico spetta alla ragione;
ed è la decisione, o giudizio, cui tiene dietro l'elezione.
Per questo la conclusione stessa appartiene all'elezione come a suo corollario.
3. Si parla di
un'"ignoranza di elezione", non perché la scelta medesima sia una
conoscenza, ma perché nel caso è fatta, ignorando quello che bisogna scegliere.
ARTICOLO 2
Se l'elezione appartenga agli animali irragionevoli
SEMBRA che l'elezione appartenga agli animali irragionevoli. Infatti:
1. L'elezione, come scrive Aristotele, è
"il desiderio di alcune
cose per un fine". Ma gli animali bramano qualche cosa per un fine:
infatti agiscono per dei fini, e mossi dall'appetito.
Dunque negli animali irragionevoli non manca l'elezione.
2. Il termine stesso di elezione sta a indicare l'atto di prendere
una cosa piuttosto che un'altra. Ora, gli animali sanno agire in
questo modo; come è evidente nel caso della pecora, che mangia
certe erbe e ne schiva certe altre. Dunque anche negli animali
irragionevoli si trova l'elezione.
3. Come insegna Aristotele,
"dipende dalla prudenza che uno
elegga bene le cose ordinate al fine". Ma la prudenza non manca
negli animali irragionevoli: difatti sta scritto all'inizio della Metafisica,
che "mancano di prudenza e di docilità quelli (soli) che
sono incapaci di udire i suoni, come le api". E questo è evidente
anche ai sensi: poiché nelle opere degli animali si riscontrano industrie
mirabili, come nel caso delle api, dei ragni e dei cani.
Quando il cane, p. es., insegue il cervo, arrivato a un trivio, esplora
col fiuto se il cervo è passato dalla prima strada, o dalla seconda:
ma se riscontra che di là non è passato, senza esplorare si lancia
sicuro per la terza strada, come servendosi di un sillogismo disgiuntivo,
mediante il quale si può concludere che il cervo percorre
quella strada, per il fatto che non percorre le altre due, non essendovene
altre. Dunque l'elezione non manca agli animali privi di ragione.
IN CONTRARIO: S. Gregorio
Nisseno (Nemesio) scrive che "i bambini
e gli esseri privi di ragione hanno azioni volontarie, ma senza elezione".
Dunque negli animali irragionevoli non c'è elezione.
RISPONDO: È necessario che l'elezione riguardi più cose passibili
di scelta, poiché consiste nel preferire una cosa a un'altra. Perciò
non può esserci elezione in quegli esseri che sono rigidamente determinati
a una cosa sola. Ora, tra l'appetito sensitivo e la volontà c'è questa differenza,
che l'appetito sensitivo, come è evidente da quanto si è detto, è determinato
per natura a oggetti particolari; invece la volontà per natura è determinata
a una cosa universale, cioè al bene, restando indeterminata in rapporto ai beni
particolari. Perciò l'elezione è atto esclusivo della volontà: non già
dell'appetito sensitivo, che è il solo esistente negli animali irragionevoli.
Perciò in codesti animali non può esserci l'elezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non ogni desiderio di qualche cosa
per un fine è elezione: ma il desiderio accompagnato dal discernimento
di una cosa da un'altra. E questo può esserci soltanto là dove l'appetito è capace
di portarsi su una pluralità di oggetti.
2. L'animale privo di ragione preferisce una cosa a un'altra, perché la sua facoltà
appetitiva è per natura determinata ad essa.
Cosicché quando il senso o l'immaginazione gli presentano qualche cosa verso
la quale è naturalmente inclinato il suo appetito, immediatamente, senza elezione,
si muove verso di essa. Allo stesso modo anche il fuoco, senza elezione,
si muove verso l'alto e non verso il basso.
3. Come scrive Aristotele,
"il moto è atto del mobile impresso dal movente".
Perciò nel moto del soggetto mobile appare la virtù della causa movente. Per questo in tutte
le cose mosse dalla ragione traspare l'ordine della ragione che muove, sebbene esse
non abbiano la ragione: la freccia, p. es., tende direttamente al bersaglio
sotto la mozione dell'arciere, come se essa medesima avesse la ragione
che la guida. Lo stesso si riscontra nel moto degli orologi e
di tutte le altre macchine umane, escogitate dall'arte. Ora, gli esseri
naturali stanno all'arte di Dio, come le macchine stanno all'arte dell'uomo.
Perciò nelle cose mosse dalla natura si riscontra l'ordine,
come in quelle mosse dalla ragione, al dire di Aristotele.
Così si spiega perché le opere degli animali irragionevoli rivelano
un certo accorgimento, in quanto gli animali hanno un'inclinazione naturale
a certi ordinatissimi processi, predisposti da un'arte sovrana.
Ed ecco perché certi animali si dicono prudenti o accorti:
non già che in essi si trovi la ragione, o l'elezione. E lo dimostra
il fatto che gli animali di una data natura operano tutti allo stesso modo.
ARTICOLO 3
Se l'elezione riguardi solo i mezzi, o riguardi talora anche il fine
SEMBRA che l'elezione non riguardi soltanto i mezzi. Infatti:
1. Il Filosofo scrive che
"la virtù rende buona l'elezione; gli atti
invece che sono compiuti a vantaggio di essa non si devono alla
virtù, ma ad altro principio". Ora, la cosa a vantaggio della quale
si compie un'azione è il fine. Dunque l'elezione riguarda il fine.
2. L'elezione importa la preferenza di una cosa a un'altra.
Ma, come si può preferire un mezzo ad altri mezzi, così è possibile preferire
un fine tra diversi fini. Perciò ci può essere elezione del fine come dei mezzi.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che
"la volizione ha per oggetto
il fine, l'elezione i mezzi".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, l'elezione segue alla decisione,
o giudizio, che è come la conclusione di un sillogismo operativo.
Perciò l'elezione si estende a quanto si presenta come conclusione
in un sillogismo operativo. Ora, il fine, al dire di Aristotele, si presenta
come principio, e non come conclusione, in campo operativo.
Quindi il fine come tale non è oggetto di elezione.
Però, come in campo speculativo può darsi che il principio di una
dimostrazione, o di una scienza, sia conclusione rispetto a un'altra
dimostrazione o a un'altra scienza, escluso il primo principio indimostrabile;
così può capitare che sia ordinato a un fine più remoto
ciò che è fine di una data operazione. E in tal caso un fine è oggetto
di elezione. Nell'attività del medico, p. es., la salute si presenta
come fine: perciò essa non è oggetto di scelta, per il medico che la
presuppone come principio. Ma la salute del corpo è ordinata al bene dell'anima:
perciò per chi deve curare la salute dell'anima può essere oggetto di elezione
essere sano o essere malato; infatti l'Apostolo afferma: "Quando sono infermo, allora sono
potente".
Però l'ultimo fine in nessun modo può essere oggetto di elezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I fini particolari delle virtù sono ordinati
come ad ultimo fine alla beatitudine. È in tal senso che possono essere
oggetto di elezione.
2. Come abbiamo visto in precedenza, il fine ultimo è uno solo.
Perciò dove si presentano più fini ci può essere elezione tra di essi,
in quanto sono ordinati a un fine più remoto.
ARTICOLO 4
Se l'elezione abbia per oggetto soltanto le nostre azioni
SEMBRA che l'elezione non riguardi soltanto le azioni umane. Infatti:
1. L'elezione ha per oggetto i mezzi ordinati al fine. Ora, non sono mezzi
soltanto gli atti, ma anche gli organi, come fa osservare Aristotele.
Dunque l'elezione non riguarda soltanto gli atti umani.
2. L'azione è distinta dalla contemplazione. L'elezione invece si
verifica anche nella contemplazione; perché un'opinione può essere
preferita a un'altra. Dunque l'elezione non è limitata agli atti umani.
3. Coloro che eleggono degli uomini ai vari uffici, civili o ecclesiastici,
non compiono su di essi nessuna azione. Dunque l'elezione non riguarda
soltanto delle azioni umane.
IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che
"nessuno può eleggere altro,
che quanto pensa di poter compiere da se stesso".
RISPONDO: L'elezione ha per oggetto i mezzi, come l'intenzione ha
per oggetto il fine. Ora, il fine o è un'azione, o è una cosa. Ma anche
se è una cosa, è necessario che intervenga un'azione umana; o perché l'uomo
produce la cosa che costituisce il fine, come il medico il quale produce
la guarigione (e infatti si dice che il fine del medico è produrre
la guarigione); oppure perché l'uomo in qualche maniera usa o si gode
la cosa che costituisce il fine. Fine dell'avaro, p. es., è il denaro,
e il possesso del denaro. Lo stesso argomento vale per i mezzi ordinati al fine.
Poiché è necessario che quanto è ordinato a un fine, o sia un'azione;
oppure una cosa con l'intervento di un'azione, la quale o dovrà produrre
il mezzo ordinato al fine, o servirsi di esso. E in tal modo l'elezione
ha sempre per oggetto delle azioni umane.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli organi sono ordinati al fine, proprio perché
l'uomo ne usa per il fine.
2. Nella contemplazione stessa non manca l'atto dell'intelletto,
che accetta questa o quell'altra opinione. L'azione esterna (soltanto)
è il contrapposto della contemplazione.
3. Chi elegge il vescovo o il supremo magistrato della città, sceglie precisamente
la nomina di lui a quell'ufficio. Altrimenti, se non si richiedesse nessuna azione
da parte sua per l'istituzione suddetta, egli non avrebbe facoltà di eleggere.
Così pure si ha sempre un'azione da parte di chi sceglie, ogni qualvolta si tratti
di preferire una cosa a un'altra.
ARTICOLO 5
Se l'elezione si limiti alle cose possibili
SEMBRA che l'elezione non si limiti alle cose possibili. Infatti:
1. L'elezione è un atto della volontà, come si è detto. Ma, al dire
di Aristotele, "la volontà ha per oggetto gli impossibili".
Dunque anche l'elezione.
2. L'elezione riguarda gli atti compiuti da noi, come abbiamo visto.
Perciò poco importa per l'elezione, se uno sceglie cose del tutto
impossibili, o cose impossibili solo per lui. Ora, spesso noi non
possiamo compiere le azioni prescelte e quindi per noi sono impossibili.
Dunque l'elezione abbraccia anche gli impossibili.
3. Un uomo non tenta niente senza elezione. Ma S. Benedetto
ammonisce che, se il superiore comandasse qualche cosa d'impossibile,
bisogna tentare. Dunque l'elezione si estende alle cose impossibili.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che
"l'elezione non è di cose impossibili".
RISPONDO: Le nostre scelte, come abbiamo spiegato, si riferiscono sempre alle
nostre azioni. Ora, gli atti che noi compiamo, sono per noi possibili.
Dunque bisogna concludere che l'elezione si limita alle cose possibili.
Così pure, il motivo dell'elezione di una cosa sta nel fatto che
essa porta al fine. Ora, nessuno può raggiungere il fine mediante
cose impossibili. E lo prova il fatto che quando gli uomini nel prendere
consiglio si trovano di fronte all'impossibile, si ritirano, come
incapaci di procedere oltre.
Ciò è evidente anche dal procedimento della ragione
che deve precedere. Il mezzo, che costituisce l'oggetto dell'elezione, sta al fine
come la conclusione sta ai principi. È noto però che da principi
possibili non segue una conclusione impossibile. Dunque non può
esserci un fine possibile, se non è cosa possibile il mezzo ad esso
ordinato. Ora, nessuno si muove verso ciò che è impossibile. Perciò
nessuno tenderebbe al fine, se non gli apparisse possibile il mezzo
per raggiungerlo. Quindi le cose impossibili non sono oggetto di elezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La volontà è in posizione intermedia
tra l'intelletto e l'azione esterna: infatti l'intelligenza propone
alla volontà il suo oggetto, e la volontà a sua volta determina l'azione esterna.
Quindi l'inizio della mozione volontaria si desume
dall'intelletto, il quale apprende un dato oggetto sotto l'aspetto
universale di bene: invece il compimento, ovvero la perfezione
dell'atto volitivo si desume in rapporto all'operazione, mediante
la quale uno tende a raggiungere l'oggetto; infatti il moto della
volontà va dall'anima all'oggetto. Perciò la perfezione di un dato
atto di volontà dipende dal suo essere, per uno, un bene da compiere.
Ma tale è (solo) il possibile. Quindi non si può avere una
volizione completa se non di cose possibili, che sono un bene per
il soggetto volente. Invece la volizione, se incompleta, può avere
per oggetto anche l'impossibile: e da alcuni viene chiamata velleità,
poiché allora uno vorrebbe una cosa, se fosse possibile.
Ora, l'elezione indica un atto di volontà già determinato rispetto alle
cose che uno deve fare. Perciò non può essere altro che di cose possibili.
2. È oggetto della volontà il bene in quanto conosciuto; quindi
bisogna determinare l'oggetto della volontà studiandone i rapporti con la conoscenza.
Perciò, come può capitare la volizione di una cosa conosciuta per buona,
ma in verità non buona; così può capitare l'elezione di una cosa ritenuta
possibile per chi sceglie, ma che di fatto non è possibile per lui.
3. Quell'ammonizione è data, perché il suddito non deve decidere
col proprio giudizio se una cosa è possibile; ma in tutto deve sottostare
al giudizio del superiore.
ARTICOLO 6
Se l'elezione umana sia necessaria o libera
SEMBRA che l'elezione umana sia necessaria. Infatti:
1. Aristotele dimostra che il fine sta ai mezzi da eleggere, come i principi
alle conclusioni che ne derivano. Ora, le conclusioni seguono per necessità
dai principi. Dunque, posto il fine, per necessità uno si muove ad eleggere.
2. Abbiamo visto che l'elezione segue il giudizio operativo della ragione.
Ma la ragione, per la necessità delle premesse, fa spesso dei giudizi necessari.
Dunque anche l'elezione che ne segue è necessaria.
3. Se ci sono due cose del tutto uguali, uno non può sentirsi
spinto verso l'una piuttosto che verso l'altra: un affamato, p. es.,
che avesse del cibo ugualmente appetibile in direzioni opposte, e a uguale distanza,
non si muoverebbe né verso l'una né verso l'altra direzione,
come Platone afferma, per determinare la ragione della fissità della terra
al centro (dell'universo). D'altra parte la scelta di un bene minore è
anche meno possibile di quella di un bene uguale.
Perciò, se vengono proposte due o più cose, tra le quali
una pare di maggior valore, è impossibile l'elezione delle altre.
Dunque si sceglie per necessità la cosa che appare di maggior valore.
Ma ogni elezione ha precisamente per oggetto il mezzo che in
qualche modo si presenta migliore. Dunque ogni elezione è imposta da una necessità.
IN CONTRARIO: L'elezione è un atto della ragione; e questa, al dire
del Filosofo, è indifferente agli opposti.
RISPONDO: L'elezione umana non è necessaria. E questo perché
non è mai necessario ciò che può non essere. Ora, si può dimostrare che è
cosa indifferente eleggere o non eleggere, partendo
dalle due facoltà che l'uomo possiede. Infatti l'uomo ha facoltà
di volere o non volere, di agire o non agire; ed ha la facoltà di
volere, ovvero di compiere, questa o quell'altra cosa. E ne abbiamo
la riprova nella stessa struttura della ragione umana. Infatti la
volontà può tendere verso quelle cose che la ragione apprende sotto
l'aspetto di bene. Ora, la ragione può apprendere come bene non
solo il volere e l'agire, ma anche il non volere e il non agire. Inoltre
in tutti i beni particolari la ragione può osservare l'aspetto buono
di una cosa, oppure le sue deficienze di bene, che si presentano
come un male: e in base a questo può apprendere ciascuno di tali
beni come degno di elezione, o di fuga. Soltanto il bene perfetto,
cioè la felicità, non può essere appreso dalla ragione come un male,
o un difetto. Ed è per questo che l'uomo per necessità vuole la beatitudine,
e non può volere l'infelicità, o miseria. Ma l'elezione non
ha per oggetto il fine, bensì i mezzi, come abbiamo già spiegato; non riguarda
il bene perfetto, cioè la beatitudine, ma gli altri beni che sono beni particolari.
Perciò l'uomo non compie un'elezione necessaria, ma libera.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non sempre dai principi segue
una conclusione necessaria, ma solo quando la conclusione è tale
che, se non fosse vera, comprometterebbe la verità dei principi.
Così pure non è detto che in vista del fine l'uomo sia costretto a
eleggere i mezzi che ad esso conducono: poiché non tutto ciò che è
ordinato al fine è indispensabile per il raggiungimento del fine;
oppure, anche se è tale, non sempre come tale viene considerato.
2. La decisione, ovvero il giudizio pratico della ragione, verte sulle
azioni contingenti che possono essere compiute da noi: e nelle cose
contingenti le conclusioni non seguono necessariamente da principi
rigorosamente necessari, ma da necessari ipotetici, come
nell'esempio: "Se uno corre, si muove".
3. Niente impedisce, quando sono proposte due cose uguali sotto
un medesimo aspetto, che si consideri per una di esse qualche condizione
più favorevole, e che quindi la volontà pieghi piuttosto
verso l'una che verso l'altra.
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