Il Santo Rosario
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Questione 12

L'intenzione

Abbiamo ora da trattare dell'intenzione.
Sull'argomento cinque sono i quesiti: 1. Se l'intenzione sia un atto dell'intelletto o della volontà; 2. Se abbia per oggetto soltanto l'ultimo fine; 3. Se uno possa perseguire simultaneamente due oggetti; 4. Se l'intenzione del fine s'identifichi con la volizione dei mezzi; 5. Se l'intenzione si trovi negli animali irragionevoli.

ARTICOLO 1

Se l'intenzione sia un atto dell'intelletto o della volontà

SEMBRA che l'intenzione sia un atto dell'intelletto e non della volontà. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge: "Se il tuo occhio è terso, tutto il tuo corpo sarà illuminato": e nel caso occhio sta per intenzione, come spiega S. Agostino. Ma essendo l'occhio l'organo della vista, sta a indicare una facoltà conoscitiva. Dunque l'intenzione non è atto di una potenza appetitiva, ma conoscitiva.
2. S. Agostino afferma che l'intenzione è chiamata luce dal Signore, là dove dice: "Se la luce che è in te è tenebra". Ora la luce riguarda la conoscenza. Perciò anche l'intenzione.
3. L'intenzione indica ordine al fine. Ma ordinare è ufficio della ragione. Dunque l'intenzione non spetta alla volontà, ma alla ragione.
4. Gli atti della volontà riguardano, o il fine, o i mezzi ordinati al fine. Ora, l'atto della volontà relativo al fine si chiama volere o fruizione; quello relativo ai mezzi scelta o elezione. Ma l'intenzione non si identifica con essi. Dunque l'intenzione non è un atto della volontà.

IN CONTRARIO: Insegna S. Agostino che "l'intenzione della volontà unisce il corpo percepito alla vista, così pure unisce l'immagine esistente nella memoria allo sguardo dell'anima che medita interiormente". Perciò l'intenzione è un atto della volontà.

RISPONDO: Intenzione, come dice lo stesso vocabolo, significa "tendenza verso qualche cosa". Ora, tende verso qualche cosa, sia l'azione di chi muove, che il moto di chi viene mosso. Ma quest'ultimo moto deriva dall'azione di chi muove. Perciò l'intenzione appartiene in modo primario e principale a chi muove verso il fine; e quindi diciamo che l'architetto, come qualsiasi altro dirigente, muove altri con i suoi ordini, al raggiungimento di quello che egli intende. Ora, la volontà muove tutte le altre facoltà dell'anima verso il fine, come abbiamo già spiegato. Dunque è chiaro che l'intenzione propriamente è un atto della volontà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'intenzione è chiamata occhio in senso metaforico: non perché appartiene alla conoscenza, ma perché presuppone la cognizione mediante la quale viene proposto alla volontà il fine da raggiungere; infatti mediante l'occhio scorgiamo il punto che dobbiamo fisicamente raggiungere.
2. L'intenzione è chiamata luce, perché è evidente a chi la possiede. Invece diciamo oscurità le opere, perché l'uomo conosce le sue intenzioni, ma ignora quello che seguirà dal suo operare; come S. Agostino osserva nel medesimo luogo.
3. La volontà, è vero, non ordina, tuttavia tende verso qualche cosa secondo l'ordine della ragione. Perciò il termine intenzione indica un atto della volontà, presupposto un atto della ragione che ordina le cose al loro fine.
4. L'intenzione è un atto della volontà relativo al fine. Ma la volontà dice rapporto al fine in tre maniere. Primo, in modo assoluto: e allora si denomina volere, in quanto vogliamo la guarigione, o altre cose del genere. Secondo, si considera il fine come oggetto in cui la volontà si riposa; e in questo caso il rapporto col fine è fruizione. Terzo, si considera il fine come termine di cose ad esso ordinate: e allora dice rapporto al fine l'intenzione. Infatti diciamo di tendere alla guarigione non solo perché la vogliamo: ma perché vogliamo raggiungerla con qualche mezzo.

ARTICOLO 2

Se l'intenzione abbia per oggetto soltanto l'ultimo fine

SEMBRA che l'intenzione abbia per oggetto soltanto l'ultimo fine. Infatti:
1. Nelle Sentenze di S. Prospero si legge: "L'intenzione del cuore è un grido verso Dio". Ora, Dio è l'ultimo fine del cuore umano. Dunque l'intenzione riguarda sempre l'ultimo fine.
2. L'intenzione riguarda il fine come termine. Ma il termine si presenta come ultimo. Perciò l'intenzione ha sempre per oggetto l'ultimo fine.
3. L'intenzione ha per oggetto il fine come la fruizione. Ma la fruizione ha sempre per oggetto il fine ultimo. Perciò anche l'intenzione.

IN CONTRARIO: Come abbiamo già visto, l'ultimo fine delle volontà umane, cioè la beatitudine, è unico. Se quindi l'intenzione avesse per oggetto soltanto l'ultimo fine, gli uomini non avrebbero che una sola intenzione. Il che è falso in modo evidente.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, l'intenzione riguarda il fine, in quanto esso è termine di un moto della volontà. Ora, nel moto si può determinare il termine in due maniere: primo, il termine ultimo in cui esso viene a cessare, e che è il termine di tutto il movimento; secondo, un punto intermedio che è principio di una parte del moto, e fine o termine di un altro. Nel moto, p. es., da A a C attraverso il punto B, C è il termine ultimo; ma anche B è termine, anche se non ultimo. E si può avere l'intenzione dell'uno e dell'altro. Perciò, sebbene l'intenzione riguardi sempre il fine, non è necessario che si tratti sempre del fine ultimo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che l'intenzione è un grido verso Dio, non perché Dio ne è sempre l'oggetto, ma perché egli conosce l'intenzione. - Oppure, perché quando preghiamo indirizziamo a Dio la nostra intenzione, la quale ha la forza di un grido.
2. Il termine si presenta come ultimo; non sempre però come ultimo rispetto al tutto, ma talora rispetto a una parte.
3. La fruizione implica il quietarsi della volontà nel fine, e ciò si verifica soltanto in rapporto all'ultimo fine. Ma l'intenzione implica non la quiete, ma il moto verso il fine. Perciò la cosa è diversa.

ARTICOLO 3

Se si possano perseguire simultaneamente due oggetti

SEMBRA che non si possano perseguire simultaneamente due oggetti. Infatti:
1. S. Agostino afferma che l'uomo non può perseguire simultaneamente Dio e il benessere materiale. Per lo stesso motivo si esclude qualsiasi altra alternativa.
2. L'intenzione dice moto della volontà verso un termine. Ora, è impossibile che ci siano più termini di un moto in una determinata direzione. Dunque la volontà non può rivolgere simultaneamente la sua intenzione verso più cose.
3. L'intenzione presuppone un atto della ragione, o intelletto. Ma, come insegna il Filosofo, "non può capitare l'intellezione simultanea di più cose". Dunque neppure può capitare di avere l'intenzione simultanea di più oggetti.

IN CONTRARIO: L'arte imita la natura. Ma la natura con un solo strumento persegue due scopi: "così la lingua", come insegna Aristotele, "è ordinata al gusto e alla favella". Per lo stesso motivo l'arte, oppure la ragione, può ordinare simultaneamente una cosa a due fini. E così uno può perseguire contemporaneamente più oggetti.

RISPONDO: Due cose, sono o non sono ordinate l'una all'altra. Se sono ordinate, è evidente, da quanto abbiamo già detto, che un uomo può portare simultaneamente la sua intenzione su molte cose. Infatti l'intenzione, come si è detto, non ha per oggetto soltanto il fine ultimo, ma anche i fini intermedi. Quindi uno può perseguire contemporaneamente il fine prossimo e il fine ultimo; la confezione della medicina, p. es., e la guarigione.
Se invece si prendono cose tra loro non ordinate, anche allora l'uomo può simultaneamente perseguire più cose. E ciò si deduce dal fatto che ne sceglie una, perché migliore di un'altra: e tra le altre condizioni per cui una cosa è meglio di un'altra c'è anche questa, che essa serve a più scopi; dunque può essere prescelta perché serve a più scopi. È perciò evidente che l'uomo persegue simultaneamente più cose.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino vuol dire che l'uomo non può perseguire allo stesso tempo Dio e il benessere temporale quali ultimi fini; poiché, come abbiamo dimostrato, l'uomo non può avere più ultimi fini.
2. Un moto può avere più termini in una data direzione, se l'uno è ordinato all'altro: mentre ciò è impossibile, se non sono ordinati. Tuttavia bisogna tener presente che possono esser considerati come cosa unica dalla ragione enti che sono molteplici nella realtà. E l'intenzione come abbiamo spiegato, è un moto della volontà verso oggetti preordinati dalla ragione. Perciò è possibile prendere come termine unico di intenzione cose che in realtà sono molteplici: o perché due elementi concorrono a integrare un'unica cosa, come calore e freddo concorrono col loro equilibrio alla salute; oppure perché due cose sono incluse in un dato comune che viene perseguito. L'acquisto del vino e del vestito, p. es., è implicito nel guadagno come in un dato comune: perciò niente impedisce che chi cerca il guadagno intenda pure codeste due cose.
3. Nella Prima Parte si disse che è possibile l'intellezione simultanea di più cose, in quanto formano in qualche modo un solo oggetto.

ARTICOLO 4

Se sia un identico atto l'intenzione del fine e la volizione dei mezzi

SEMBRA che non sia un identico moto l'intenzione del fine e la volizione dei mezzi. Infatti:
1. Scrive S. Agostino che "la volontà di vedere la finestra ha come fine la visione della finestra; e un'altra è la volontà di vedere i passanti attraverso la finestra". Ma voler vedere i passanti attraverso la finestra spetta all'intenzione: spetta invece alla volizione dei mezzi voler vedere la finestra. Dunque l'intenzione del fine è un moto della volontà distinto dalla volizione dei mezzi.
2. Gli atti si distinguono secondo gli oggetti. Ora, fine e mezzi sono oggetti diversi. Dunque il moto volontario che è l'intenzione del fine è distinto dalla volizione dei mezzi.
3. La volizione dei mezzi si chiama elezione, o scelta. Ma elezione e intenzione non sono la stessa cosa. Dunque l'atto dell'intenzione del fine non si identifica con la volizione dei mezzi.

IN CONTRARIO: I mezzi stanno al fine, come un punto intermedio sta al termine corrispettivo. Ora, nel mondo fisico è unico il moto che raggiunge il suo termine attraverso un punto intermedio. Perciò anche nel campo degli atti volontari è un moto unico l'intenzione del fine e la volizione dei mezzi.

RISPONDO: Il moto della volontà verso il fine e verso i mezzi ad esso ordinati si può considerare sotto due aspetti. Primo, in quanto la volontà si porta distintamente e direttamente su l'uno e sull'altro. E allora, assolutamente parlando, abbiamo due moti della volontà. - Secondo, si può considerare in quanto la volontà si porta sui mezzi per raggiungere il fine. E in questo caso è numericamente unico il moto della volontà che tende verso il fine e verso i mezzi. Infatti, quando dico: Voglio la medicina per la guarigione, indico un unico moto della volontà. E questo perché il fine costituisce la ragione della volizione dei mezzi. Poiché unico è l'atto che ha di mira l'oggetto e la ragione dell'oggetto: come si è detto sopra, unica è la percezione del colore e della luce. Lo stesso avviene per l'intelletto: infatti se questo considera per se stessi principio e conclusione, si hanno due considerazioni distinte; ma in quanto accetta la conclusione in forza dei principi si ha un'unica intellezione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino parla del vedere la finestra, e del vedere i passanti attraverso la finestra, come oggetti distinti della volontà.
2. Il fine, in quanto determinata realtà, è un oggetto della volontà distinto dai mezzi. Ma in quanto è la ragione formale della volizione dei mezzi, è un unico e identico oggetto.
3. Un moto numericamente identico, p. es., l'ascesa o la discesa, può essere suddiviso per distinzioni di ragione in base al suo principio o al suo termine, come spiega Aristotele. Perciò il moto della volontà, se ha per oggetto i mezzi in quanto ordinati al fine, si denomina elezione. Mentre, se ha per oggetto il fine da raggiungere mediante i mezzi, è chiamato intenzione. Infatti vediamo che si può avere l'intenzione del fine, prima di determinare i mezzi, che sono oggetto dell'elezione.

ARTICOLO 5

Se l'intenzione si trovi anche negli animali irragionevoli

SEMBRA che anche gli animali irragionevoli abbiano l'intenzione del fine. Infatti:
1. La natura degli esseri privi di cognizione è più distante dalla natura ragionevole, che dalla natura sensitiva, presente negli animali. Ora, la natura ha l'intenzione del fine anche negli esseri privi di conoscenza, come Aristotele dimostra. A maggior ragione hanno l'intenzione del fine i semplici animali.
2. L'intenzione ha per oggetto il fine, al pari della fruizione. Ma la fruizione, come abbiamo dimostrato, è possibile agli animali. Dunque anche l'intenzione.
3. Può avere l'intenzione del fine chi può agire per il fine: infatti intendere non significa altro che tendere verso un oggetto. Ma gli animali irragionevoli agiscono per un fine: si muovono infatti in cerca del cibo, o per altre cose del genere. Quindi i semplici animali hanno l'intenzione del fine.

IN CONTRARIO: L'intenzione del fine importa l'ordinamento di una cosa al fine; ciò che è proprio della ragione. E siccome gli animali bruti non hanno la ragione, è chiaro che non possono avere l'intenzione del fine.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, intendere significa tendere verso qualche cosa; e questa tendenza può riscontrarsi sia nel soggetto che muove, sia in quello che è mosso. Perciò, se si considera l'intenzione come derivante da altri, allora si può affermare che la natura ha l'intenzione del fine, perché è mossa da Dio al suo fine come la freccia dall'arciere. E in codesto senso anche gli animali irragionevoli hanno l'intenzione del fine, in quanto sono mossi dall'istinto naturale verso determinate cose. - Nell'altro senso, invece, l'intenzione del fine è riservata al soggetto che muove in quanto è capace di ordinare l'operazione propria, o quella di altri, al fine. Il che spetta solo alla ragione. Perciò gli animali irragionevoli non hanno l'intenzione del fine in questo senso, che è poi quello proprio e principale, come abbiamo spiegato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento vale per l'intenzione, che si riscontra anche nelle cose mosse da altri al loro fine.
2. La fruizione non implica l'idea di ordinamento di una cosa a un'altra, come l'intenzione; ma il semplice quietarsi nel fine (raggiunto).
3. Gli animali privi di ragione si muovono verso il fine, non già con la prospettiva, propria di chi ha l'intenzione, di conseguire il fine col loro movimento: ma, bramosi del fine per istinto di natura, si muovono verso il fine come mossi da altri, al pari degli altri esseri soggetti al moto fisico.