Il Santo Rosario
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Questione 11

La fruizione

Ed eccoci a parlare della fruizione.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la fruizione sia un atto della potenza appetitiva; 2. Se appartenga alla sola creatura razionale, o anche ai bruti; 3. Se non esista altra fruizione che quella dell'ultimo fine; 4. Se esista soltanto quella dell'ultimo fine raggiunto.

ARTICOLO 1

Se la fruizione sia un atto delle potenze appetitive

SEMBRA che la fruizione non sia un atto delle sole potenze appetitive. Infatti:
1. Fruire non è altro che cogliere il frutto. Ma il frutto della vita umana, che è la beatitudine, lo coglie l'intelletto, con l'operazione del quale la beatitudine si identifica. Dunque la fruizione non appartiene alle potenze appetitive ma all'intelletto.
2. Qualsiasi potenza ha il proprio fine, che è la perfezione di essa; fine della vista, p. es., è conoscere le cose visibili, dell'udito percepire i suoni, e così via. Ora, il fine di una cosa è il frutto di essa. Quindi la fruizione appartiene a tutte le facoltà, e non soltanto a quelle appetitive.
3. La fruizione importa un certo godimento. Ora, il godimento sensibile spetta ai sensi, che godono del loro oggetto: e il godimento intellettivo, per lo stesso motivo, all'intelletto. Dunque la fruizione appartiene alle facoltà conoscitive e non a quelle appetitive.

IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Fruire è aderire mediante l'amore ad una cosa per se stessa". Ma l'amore appartiene alle potenze appetitive. Dunque la fruizione è un atto delle potenze appetitive.

RISPONDO: Frutto e fruizione hanno lo stesso significato, e un termine deriva dall'altro. Per quanto ci riguarda, non interessa sapere quale dei due derivi dall'altro; ma è probabile che la cosa più nota sia stata anche la prima nella denominazione. E quindi sembra che il termine fruizione sia derivato dai frutti sensibili. - Ora, il frutto materiale è quello che per ultimo si aspetta dall'albero, e che viene raccolto con un certo godimento. Perciò la fruizione è implicita nell'amore o nel godimento che uno prova per il fine, che è l'ultima cosa attesa. Ma il fine, come il bene, è oggetto dell'appetito. È evidente quindi che la fruizione è un atto della potenza appetitiva.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che una identica cosa, sotto aspetti diversi, appartenga a potenze diverse. Quindi la stessa visione di Dio, in quanto visione è atto dell'intelletto; ma in quanto bene e fine è oggetto della volontà. E in tal senso questa ne ha la fruizione. Cosicché l'intelletto raggiunge codesto fine come facoltà esecutiva; la volontà invece lo raggiunge come facoltà che muove verso di esso, e che ne fruisce una volta raggiunto.
2. Come abbiamo già spiegato, la perfezione e il fine di qualsiasi altra potenza rientra nell'oggetto di quella appetitiva, come il singolare nell'universale. Perciò la perfezione e il fine di ciascuna potenza, in quanto è un bene, spetta alla facoltà appetitiva. Ed è per questo che la facoltà appetitiva muove le altre potenze ai fini rispettivi, e raggiunge il proprio fine, quando ciascuna delle altre facoltà ha raggiunto il suo fine.
3. Il godimento abbraccia due cose: la percezione dell'oggetto conveniente, la quale appartiene alla potenza conoscitiva; e la compiacenza in quanto viene presentato come conveniente. Quest'ultima appartiene alla facoltà appetitiva, in cui si riscontra pienamente il godimento.

ARTICOLO 2

Se la fruizione appartenga soltanto alle creature ragionevoli, oppure anche ai bruti

SEMBRA che fruire sia soltanto degli uomini. Infatti:
1. S. Agostino insegna che "siamo noi uomini a fruire e ad usare". Dunque gli altri animali non possono fruire.
2. La fruizione ha per oggetto l'ultimo fine. Ma i bruti non possono raggiungere l'ultimo fine. Dunque essi non hanno la fruizione.
3. Come l'appetito sensitivo è al di sotto di quello intellettivo, così l'appetito naturale è al di sotto di quello sensitivo. Ora, se si attribuisce la fruizione all'appetito sensitivo, si dovrebbe attribuire per lo stesso motivo anche all'appetito naturale. Il che è falso: poiché non è capace di godimento. Dunque la fruizione non appartiene all'appetito sensitivo. E quindi va esclusa nei bruti.

IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Non è una cosa assurda pensare che anche le bestie fruiscono del cibo e di ogni altro piacere del corpo".

RISPONDO: Abbiamo già visto che la fruizione non è un atto della potenza che raggiunge il fine come facoltà esecutiva, ma della potenza che comanda l'esecuzione: si è detto infatti che appartiene alla potenza appetitiva. Ora, negli esseri privi di conoscenza si trovano le facoltà che raggiungono il fine in via di esecuzione, p. es., la capacità, nei corpi gravi, di tendere al basso e quella, nei corpi leggeri, di tendere in alto. Però non si trova in essi la facoltà che ha il compito di raggiungere il fine in funzione di comando; ma questo si trova in un essere superiore, che muove col suo comando tutta la natura, come negli esseri dotati di conoscenza l'appetito muove le altre facoltà ai rispettivi atti. Perciò è evidente che gli esseri privi di cognizione, sebbene raggiungano il fine, mancano della fruizione del fine; la quale si trova soltanto in quelli che sono dotati di conoscenza.
Ma la conoscenza del fine è di due generi: perfetta e imperfetta. Con quella perfetta, che appartiene alla sola natura razionale, non si conosce solamente ciò che è fine e ciò che è bene, ma la ragione universale di fine e di bene. Invece la conoscenza imperfetta si limita a conoscere il singolo fine e il singolo bene in particolare: e questa è propria dei bruti. E le stesse potenze appetitive di questi ultimi non comandano liberamente; ma si muovono verso gli oggetti percepiti secondo l'istinto naturale. Perciò la fruizione spetta perfettamente alla natura ragionevole; agli animali bruti in maniera imperfetta; alle altre creature in nessuna maniera.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino parla della fruizione perfetta.
2. La fruizione non ha per oggetto il vero ultimo fine; ma la cosa che ciascuno considera come ultimo fine.
3. L'appetito sensitivo è connesso a una certa conoscenza: non così l'appetito naturale, specialmente come si trova negli esseri privi di cognizione.
4. Qui S. Agostino parla della fruizione imperfetta. E ciò traspare dal modo stesso di esprimersi: infatti egli dice che "non è una cosa tanto assurda pensare che anche le bestie fruiscono", come invece è del tutto assurdo attribuire loro l'uso.

ARTICOLO 3

Se la fruizione sia soltanto dell'ultimo fine

SEMBRA che la fruizione non sia soltanto dell'ultimo fine. Infatti:
1. L'Apostolo scriveva a Filemone: "Sì, fratello, possa io fruire di te nel Signore". Ora, è evidente che Paolo non aveva riposto il suo ultimo fine in un uomo. Dunque non c'è la sola fruizione dell'ultimo fine.
2. Il frutto è la cosa di cui uno fruisce. Ma l'Apostolo scrive: "Frutto dello Spirito è l'amore, la gioia, la pace", ed altre cose del genere; le quali non hanno la natura di ultimo fine. Dunque la fruizione non si restringe all'ultimo fine.
3. Gli atti della volontà possono riflettere su se stessi: infatti io voglio volere, amo di amare. Ora, fruire è un atto della volontà; poiché "la volontà è la facoltà mediante la quale noi abbiamo la fruizione", come scrive S. Agostino. Perciò uno può fruire della propria fruizione. D'altra parte non è la fruizione l'ultimo fine dell'uomo, ma soltanto il bene increato, cioè Dio. Dunque la fruizione non si limita all'ultimo fine.

IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Non si ha fruizione, quando uno fa oggetto della sua facoltà volitiva una cosa, desiderandola in vista di un'altra". Ora, soltanto l'ultimo fine non viene desiderato in vista di altre cose. Dunque la fruizione è limitata all'ultimo fine.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la nozione di frutto implica due elementi: che la cosa sia ultima, e che sazi l'appetito con una certa dolcezza o godimento. Ora, una cosa può essere ultima, o in modo assoluto, o in senso relativo: è ultimo in modo assoluto ciò che è tale senza riferimento ad altri; è ultimo in senso relativo ciò che è ultimo rispetto ad altri. Perciò, propriamente parlando, è frutto la sola cosa che in modo assoluto è ultima, e che viene goduta come ultimo fine: e a proposito di tale oggetto si può parlare in senso proprio di fruizione. - Le cose che non sono gradevoli in se stesse, ma che sono desiderate in ordine ad altro, come una bevanda amara in ordine alla guarigione, in nessun modo possono chiamarsi frutti. - Invece trattandosi di cose che in sé offrono un certo godimento, verso il quale miravano degli atti precedenti, si può parlare in qualche modo di frutti; ma non di fruizione in senso proprio, e secondo la perfetta nozione di frutto. Infatti S. Agostino afferma, che "noi abbiamo la fruizione di quegli oggetti di conoscenza, nei quali la volontà compiaciuta si riposa". Assolutamente parlando, però, questa non riposa che all'ultimo: poiché il moto della volontà rimane in sospeso finché è in attesa, sebbene abbia già raggiunto qualche cosa. Così anche nel moto locale, sebbene uno dei punti intermedi possa essere principio e termine, tuttavia non si può considerare come termine effettivo, se non quando uno in esso riposa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come fa osservare S. Agostino, "se avesse detto "possa io fruire di te", senza aggiungere "nel Signore", poteva sembrare che egli avesse riposto in lui il fine del suo amore. Ma con quella aggiunta mostrava di aver posto il suo fine in Dio, e di voler fruire di lui". Cosicché l'Apostolo auspicava la fruizione del fratello, non come fine, ma come mezzo.
2. Il rapporto del frutto con l'albero che lo produce è diverso da quello esistente tra il frutto e l'uomo che ne fruisce. Infatti il frutto sta all'albero che lo produce come un effetto alla sua causa: invece sta a chi ne fruisce come ultimo oggetto della sua attesa e causa del suo godimento. Perciò le cose enumerate dall'Apostolo sono chiamate frutti, poiché sono effetti determinati dello Spirito Santo in noi, e quindi vengono denominati "frutti dello Spirito": non già nel senso che di essi noi abbiamo la fruizione come dell'ultimo fine. - Oppure si potrebbe rispondere, seguendo S. Ambrogio, che sono denominati frutti, "perché sono da chiedersi per se stessi": non già perché non ordinabili alla beatitudine; ma perché in se stessi hanno qualche cosa per cui devono incontrare il nostro gradimento.
3. Come abbiamo spiegato nelle questioni precedenti, il fine può indicare due cose: o l'oggetto da raggiungere, o il conseguimento di esso. E non si tratta di due fini, ma di un identico fine considerato, o in se stesso, o nella sua applicazione a un soggetto. Ora, Dio è l'ultimo fine come ultimo oggetto desiderato: la fruizione invece è come il conseguimento di codesto ultimo fine. Perciò, come Dio non è un fine diverso dalla fruizione di Dio, così identico è il motivo della fruizione che abbiamo di Dio, e della fruizione che abbiamo della fruizione divina. Lo stesso vale per la beatitudine creata, che consiste nella fruizione.

ARTICOLO 4

Se la fruizione sia soltanto del fine raggiunto

SEMBRA che la fruizione sia soltanto del fine raggiunto. Infatti:
1. Scrive S. Agostino che "fruire è usare di un bene con la gioia della realtà, e non con quella della speranza". Ora, finché un bene non si possiede non si ha la gioia della realtà, ma quella della speranza. Dunque la fruizione si limita al fine raggiunto.
2. Propriamente parlando, come si è detto, la fruizione non ha per oggetto che l'ultimo fine, poiché esso soltanto acquieta l'appetito. Ma l'appetito non si acquieta che nel fine già raggiunto. Dunque, propriamente parlando, la fruizione non ha per oggetto che l'ultimo fine raggiunto.
3. Fruire significa cogliere il frutto. Ora, non si coglie il frutto che quando si possiede il fine. Dunque la fruizione riguarda solo il fine già posseduto.

IN CONTRARIO: Come spiega S. Agostino, "fruire è aderire a una cosa per se stessa con l'amore". Ma questo può avvenire a proposito di cose non possedute. Dunque la fruizione può avere per oggetto anche il fine non ancora raggiunto.

RISPONDO: La fruizione implica un rapporto tra volontà e ultimo fine, in quanto la volontà stima una cosa come suo ultimo fine. Ora, il fine può presentarsi in due modi: allo stato perfetto; o nel suo stato imperfetto. È allo stato perfetto quando non si ha soltanto nell'intenzione, ma anche nella realtà: è nello stato imperfetto, quando si possiede soltanto nell'intenzione. Perciò la perfetta fruizione si ha in rapporto al fine già posseduto realmente. Invece quella imperfetta può anche riguardare il fine non ancora posseduto nella realtà, ma solo nell'intenzione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino qui parla della fruizione perfetta.
2. L'acquietarsi della volontà può essere impedito in due maniere: primo, da parte dell'oggetto, per il fatto che non è l'ultimo fine, ma è ordinato ad altro; secondo, da parte del soggetto che desidera il fine, senza averlo ancora raggiunto. Ora, mentre dall'oggetto deriva la specificazione dell'atto; dall'agente dipendono solo le sue modalità, cioè il suo essere perfetto o imperfetto, secondo le condizioni del soggetto operante. Perciò la fruizione è impropria, quando non ha per oggetto l'ultimo fine, perché menomata nella nozione specifica di fruizione. Invece si ha una fruizione propria, anche se imperfetta per il modo di possederlo, quando ha per oggetto il fine ultimo non ancora raggiunto.
3. Si può dire che si coglie e si possiede il fine, non solo quando si raggiunge realmente, ma anche quando si possiede intenzionalmente, come abbiamo spiegato.