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Questione
105
I motivi dei precetti giudiziali
Ed eccoci a considerare i motivi dei precetti giudiziali.
In proposito si trattano quattro argomenti: 1. I motivi dei precetti
giudiziali riguardanti le autorità; 2. Quelli relativi alla convivenza
reciproca; 3. Quelli riguardanti i doveri verso gli stranieri;
4. Quelli che interessano la vita domestica.
ARTICOLO
1
Se l'antica legge abbia ben disposto riguardo ai principi
SEMBRA che l'antica legge non abbia ben disposto riguardo ai principi. Infatti:
1. Come dice il Filosofo,
"l'ordinamento del popolo dipende specialmente
dal supremo principato". Ora, nella legge non si parla
di come si deve istituire il principe supremo. Mentre si parla spesso
dell'istituzione dei principi subalterni: "Eleggi fra tutta la gente
degli uomini saggi, ecc.". "Radunami settanta uomini tra gli anziani d'Israele"; "Prendete di mezzo a voi degli uomini saggi ed esperti,
ecc.".
Dunque l'antica legge non dispose in maniera sufficiente a proposito dei principi.
2. Come insegna Platone,
"è proprio di ciò che è eccellente produrre cose
eccellenti". Ora, l'ordinamento più eccellente di una città, o di un popolo
qualsiasi, è l'ordinamento monarchico: poiché codesto regime rappresenta più
da vicino il governo divino, in cui un unico Dio governa il mondo fin da principio.
Quindi la legge doveva provvedere a creare un re per il popolo, e non lasciare
questo al suo arbitrio, come si fa nel Deuteronomio: "Se dirai: Voglio avere un re,
nominerai quello, ecc.".
3. Come insegna il Vangelo,
"Ogni regno diviso in se stesso sarà devastato":
e se n'ebbe la prova nel popolo ebraico, in cui la divisione del regno
fu la causa della distruzione. Ma la legge deve mirare specialmente a quanto
riguarda la salvezza di tutto il popolo. Perciò nella legge si doveva proibire
la divisione del regno tra due re. Né questo doveva essere promosso dall'autorità
divina; come invece si legge nel Libro dei Re, che il Signore così dispose
mediante il profeta Aia Silonita.
4. Come i sacerdoti sono istituiti a utilità del popolo per quanto riguarda
le cose di Dio, secondo le parole di S. Paolo; così i principi sono istituiti
a utilità del popolo per ciò che riguarda le cose umane. Ma ai sacerdoti e ai leviti,
di cui si parla nella legge, vengono assegnati dei proventi per vivere: cioè le
decime, le primizie, e molte altre cose del genere. Perciò si doveva provvedere
ugualmente al sostentamento dei principi del popolo; specialmente se
si riflette che ad essi era proibito di accettare donativi, come è
scritto nell'Esodo: "Non riceverai donativi, che accecano anche i
prudenti, e sovvertono le parole dei giusti".
5. Come il regno è il regime più eccellente, così la tirannide ne
è la peggiore corruzione. Ma il Signore nell'istituire il re gli diede un
potere tirannico; poiché nella Scrittura si legge: "Questo sarà il diritto
del re, che regnerà su di voi: Prenderà i vostri figli, ecc.". Dunque
la legge non provvide saggiamente riguardo all'ordinamento dei principi.
IN CONTRARIO: Il popolo d'Israele viene lodato nella Scrittura per
la bellezza del suo ordinamento: "Come sono belli i tuoi padiglioni,
o Giacobbe; e le tue tende, o Israele". Ma la bellezza dell'ordinamento
di un popolo dipende dalla nomina di buoni principi. Dunque il popolo fu
ben ordinato dalla legge per quanto riguardava i principi.
RISPONDO: Riguardo al buon ordinamento dei governanti, in una
città o in una nazione, si devono tener presenti due cose. La prima
di esse è che tutti in qualche modo partecipino al governo: così
infatti si conserva la pace nel popolo, e tutti si sentono impegnati
ad amare e a difendere codesto ordinamento, come nota Aristotele.
La seconda deriva dalla particolare specie di regime, o di governo.
Come insegna il Filosofo, esistono diverse specie di governo; ma
le migliori sono: la monarchia, in cui si ha il dominio di uno solo,
onestamente esercitato; e l'aristocrazia, cioè il dominio degli ottimati,
in cui si ha l'onesto governo di pochi. Perciò il miglior ordinamento
di governo si trova in quella città o in quel regno, in cui uno solo
presiede su tutti nell'onestà; mentre sotto di lui presiedono altri uomini
eminenti nella virtù; e tuttavia il governo impegna tutti, sia perché tutti
possono essere eletti, sia perché tutti possono eleggere. E questa è la migliore
forma di governo politico, perché in essa si integrano la monarchia, in quanto
c'è la presidenza di un solo; l'aristocrazia, in quanto molti uomini eminenti
in virtù vi comandano; e la democrazia, cioè il potere popolare,
in quanto tra il popolo stesso si possono eleggere i principi,
e al popolo spetta la loro elezione.
E questo fu il regime istituito dalla legge divina. Infatti Mosè
e i suoi successori governavano il popolo quasi presiedendo da soli
su tutti, il che equivale a una specie di monarchia. Però venivano
eletti, secondo il merito della virtù, settantadue anziani: "Io ho
preso di fra le vostre tribù uomini saggi e nobili, e li ho costituiti
vostri principi". E questo era proprio di un regime aristocratico.
Apparteneva invece a un regime democratico il fatto che venivano
scelti di mezzo a tutto il popolo; poiché sta scritto: "Eleggi di fra
tutta la gente uomini saggi, ecc."; e il fatto che li eleggeva il popolo:
"Prendete di fra voi degli uomini saggi, ecc.". Perciò è evidente che
l'ordinamento riguardo ai principi, istituito dalla legge, era il migliore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il popolo ebreo era governato sotto
la speciale cura di Dio; nel Deuteronomio infatti si legge: "Te
elesse il Signore Dio tuo, acciò tu fossi il suo popolo prediletto".
Ecco perché il Signore riservò a sé l'istituzione del principe supremo.
E questo fu l'oggetto della preghiera di Mosè: "Il Signore Dio delle anime
di tutti i viventi provveda un uomo, il quale stia a capo di questo popolo".
E così dopo Mosè fu istituito Giosuè come capo, per ordine di Dio:
e di ogni giudice succeduto a Giosuè si legge, che Dio "suscitò al suo popolo
un salvatore", e che "lo Spirito del Signore era in essi". Ecco perché
il Signore non lasciò al popolo l'elezione del re, ma la riservò a se
stesso: "Nominerai re colui che il Signore Dio tuo avrà eletto".
2. La monarchia è l'ordinamento politico migliore, se non si guasta.
Ma per il grande potere che si concede al re, facilmente la monarchia
degenera in tirannide, a meno che non sia una perfetta virtù in colui al quale
codesto potere viene concesso: poiché, come nota il Filosofo, soltanto
l'uomo virtuoso sa ben sopportare la buona fortuna. Ora, la virtù perfetta è
di pochi: specialmente poi gli ebrei erano crudeli e portati all'avarizia;
e questi sono appunto i vizi che più spingono gli uomini alla tirannide.
Ecco perché il Signore in principio non istituì per essi un re con pieni poteri,
ma un giudice e un governante che li difendesse. In seguito però quasi
sdegnato concesse loro un re, dietro domanda del popolo; com'è evidente
dalla risposta data a Samuele: "Non te hanno rigettato, ma me, affinché
io non regni su di loro".
Tuttavia determinò fin da principio l'istituzione del re,
e prima di tutto il modo di eleggerlo. A questo proposito determinò due cose:
che aspettassero, per eleggerlo, il responso del Signore; e che non
eleggessero un re di altra nazione, poiché codesti re per solito non
amano il popolo su cui comandano, e quindi non lo prendono a cuore. - Secondo,
determinò come i re istituiti debbano regolarsi nei doveri verso se stessi: vale
a dire ordinò che non moltiplicassero i carri, i cavalli e le mogli, e che non
raccogliessero immense ricchezze; poiché per la brama di codeste cose i principi
degenerano nella tirannide, e abbandonano la giustizia. - Determinò pure
come si dovevano comportare verso Dio: e cioè che leggessero e meditassero
la legge del Signore, e vivessero sempre nel suo timore
e nella sua obbedienza. - Inoltre determinò come dovevano comportarsi
verso i loro sudditi: vale a dire che non dovevano disprezzarli né opprimerli,
né mai scostarsi dalla giustizia.
3. La divisione del regno e il moltiplicarsi dei re furono imposti
al popolo ebreo più come castighi per le sue ribellioni, e specialmente
per quelle promosse contro il regno giusto di Davide, che
come un vantaggio. Difatti in Osea si legge: "Ti darò un re nella
mia collera"; e ancora: "Regnarono da sé, e non per me; si costituirono
principi, ma io non li ho riconosciuti".
4. I sacerdoti venivano deputati agli uffici sacri per successione
dinastica. E questo perché fossero più rispettati, non potendosi
creare sacerdoti da tutto il popolo: e tale onore ricadeva sul culto
divino. Perciò era necessario stabilire dei proventi, sia con le decime,
che con le primizie, per cui potessero vivere. Invece i principi,
come abbiamo detto, venivano presi da tutto il popolo: e
quindi essi avevano i loro possessi per vivere. Inoltre il Signore
proibiva anche al re di eccedere nelle ricchezze e nel lusso: sia
perché così non sarebbe stato facile degenerare nella superbia e nella
tirannide; sia perché, essendo i principi non molto ricchi, e il loro governo
laborioso e pieno di impegni, non sarebbe stato molto agognato dal resto
del popolo, e si sarebbe tolto così un motivo di sedizione.
5. Codesto diritto non era concesso al re per istituzione divina:
ma era piuttosto un'usurpazione dei re, i quali stabiliscono per sé
dei diritti esorbitanti, per finire nella tirannide e per depredare i sudditi.
Ciò è evidente dalla finale di quel passo: "Voi sarete i suoi schiavi".
E questo è proprio della tirannide, poiché i tiranni comandano ai loro sudditi
come a degli schiavi. Perciò Samuele faceva codeste raccomandazioni per stornarli
dal chiedere un re, com'è evidente dal seguito: "Il popolo non volle dare ascolto
alle parole di Samuele". - Tuttavia può capitare che anche un buon re,
alieno dalla tirannide, prenda i figli, e li costituisca tribuni e centurioni,
e riceva dai sudditi molte altre cose, per provvedere al bene comune.
ARTICOLO
2
Se fossero giusti i precetti giudiziali relativi ai rapporti sociali del popolo
SEMBRA che non fossero giusti i precetti giudiziali relativi ai rapporti
sociali del popolo. Infatti:
1. Gli uomini non possono convivere pacificamente, se uno prende la roba
degli altri. Ora, sembra che la legge promuovesse questo modo di fare, poiché
sta scritto nel Deuteronomio: "Entrato nella vigna del tuo prossimo, potrai
mangiare quanta uva ti piace". Dunque essa comprometteva la pace tra i cittadini.
2. Come dice il Filosofo, molte città e molti regni vanno in rovina,
perché i possessi sono finiti nelle mani delle donne. Ora, l'antica
legge introdusse quest'uso; poiché sta scritto: "Se uno morirà
senza un figlio, la sua eredità passerà alla figlia".
Quindi la legge non provvide bene alla salvezza del popolo.
3. La società umana, come nota il Filosofo, si conserva specialmente
per il fatto che gli uomini col comprare e col vendere scambiano
le cose di cui hanno bisogno. Ma l'antica legge tolse l'impulso
agli scambi; poiché ordinò che il possesso venduto tornasse
al venditore nel cinquantesimo anno, che era l'anno del giubileo.
Perciò la legge fu difettosa al riguardo.
4. Nelle necessità è sommamente opportuno che gli uomini siano
pronti a dare in prestito. Ma codesta prontezza viene compromessa
dal fatto che coloro che ricevono il prestito non restituiscono le cose prestate; infatti
nell'Ecclesiastico si legge: "Molti non danno in prestito, non già
per malvagità, ma perché temono d'esser defraudati gratuitamente".
Ora, la legge codificava questo inconveniente. Primo, perché
così comandava nel Deuteronomio: "Quegli al quale l'amico, o
il parente, o il fratello devono qualcosa, non potrà richiederla,
perché è l'anno della remissione del Signore"; e nell'Esodo si
dice che se un animale preso in prestito dovesse morire alla presenza
del padrone, cessa l'obbligo della restituzione. Secondo,
perché toglieva ogni sicurezza al prestito; infatti sta scritto nel
Deuteronomio: "Quando richiederai al tuo prossimo una qualche
cosa che egli ti deve, non gli entrerai in casa a prendere un pegno";
e ancora: "Il pegno non resterà in casa tua la notte, ma subito glielo
renderai". Perciò nella legge non fu ben disposto a proposito dei prestiti.
5. Dalla frode relativa al deposito deriva un pericolo grandissimo,
perciò si deve usare la massima cautela: difatti nel Libro dei Maccabei
si legge, che "i sacerdoti invocavano dal cielo colui che aveva posto
la legge dei depositi, acciò li serbasse intatti a quelli che ve
li avevano collocati". Invece nei precetti dell'antica legge si
usa poca cautela rispetto al deposito: infatti nell'Esodo si dice
che se si perde il deposito, si deve stare al giuramento di colui che
lo custodiva. Dunque le norme legali non erano giuste al riguardo.
6. Un operaio presta la sua opera, allo stesso modo che altri affittano
la propria casa, o i loro beni. Ora, non si esige che l'affittuario
subito paghi il fitto della casa. Quindi era troppo duro ciò che
si ordinava nel Levitico: "Non riterrai presso di te sino all'indomani
la paga del tuo operaio".
7. Essendo frequente la necessità di ricorrere al tribunale, deve
essere agevole ricorrere al giudice. Perciò non fu ben disposto
dalla legge, che per le controversie si andasse in un unico luogo.
8. È possibile che si accordino a mentire non due soltanto,
ma anche tre, o più persone. Perciò non è giusto che "tutto si concluda
sulla parola di due o tre testimoni".
9. La pena va stabilita secondo la gravità della colpa:
"Secondo
la gravità del peccato sarà la misura della pena", dice la Scrittura.
La legge invece stabiliva pene differenti per colpe uguali: infatti nell'Esodo
si legge che il ladro renderà "cinque bovi per un bove, e quattro pecore
per una pecora". Inoltre essa puniva peccati non molto gravi con pene
gravissime: nei Numeri, p. es., si narra che fu lapidato uno che raccoglieva
la legna nel giorno di sabato. E si comanda di lapidare il figlio ribelle,
per piccole mancanze, cioè perché "si dà ai bagordi e ai conviti". Dunque nella
legge non sono ben assegnate le punizioni.
10. Come riferisce S. Agostino,
"otto sono, secondo Cicerone, i generi
di pena esistenti nelle leggi: multa, carcere, fustigazione,
contrappasso, infamia, esilio, morte, schiavitù". Di questi alcuni
sono stabiliti dalla legge. La multa, p. es., quando il ladro viene
condannato a restituire il quintuplo, o il quadruplo. Il carcere,
come là dove si comanda di incarcerare qualcuno. La fustigazione,
come in quel passo del Deuteronomio: "Se giudicheranno il reo
meritevole della flagellazione, lo faranno distendere e flagellare
sotto i loro occhi". L'infamia poi veniva inflitta a colui che si
rifiutava di sposare la vedova di suo fratello, la quale gli prendeva
uno dei calzari, e gli sputava in faccia. Inoltre veniva inflitta
la pena di morte, com'è evidente dalle parole del Levitico: "Chi maledirà
il padre o la madre sia messo a morte". Così pure la pena del
contrappasso: "Occhio per occhio, dente per dente".
Perciò non doveva mancare la pena dell'esilio e della schiavitù.
11. La pena non è dovuta che per una colpa. Ma le bestie non
possono mai avere una colpa. Quindi non è giusto che venga loro
inflitta una pena, come fa la legge: "Se un bove avrà ucciso un
uomo, o una donna, sarà lapidato". E altrove leggiamo: "La donna
che si sia accoppiata con una bestia, sia uccisa con essa".
Perciò non sembra che nell'antica legge siano stati ben regolati i
doveri riguardanti l'umana convivenza.
12. Il Signore comandò di punire l'omicidio con la morte di un uomo.
Ma la morte di una bestia è considerata molto inferiore all'uccisione
di un uomo: Quindi non si può sostituire alla pena dell'omicidio l'uccisione
di una bestia. Dunque non è ragionevole ordinare, come si fa nel capitolo 21
del Deuteronomio, che "quando si trovi il cadavere di un uomo ucciso,
e non si conoscerà il reo dell'uccisione, gli anziani della città più vicina
prenderanno dall'armento una vitella che non abbia mai portato il giogo né
arata la terra, la condurranno in una valle aspra e sassosa, mai stata
arata né seminata, ed ivi le fracasseranno la testa".
IN CONTRARIO: Nei Salmi così si loda il Signore come di uno speciale beneficio:
"Non fece così a nessuna nazione, e i suoi giudizi ad essi non
manifestò".
RISPONDO: Secondo un detto di Cicerone, riferito da S. Agostino,
"un popolo è
l'unione di una moltitudine associata dall'accettazione di un medesimo diritto,
e dai vantaggi dei rapporti reciproci". Perciò la stessa nozione di popolo
esige che i rapporti reciproci siano regolati dalle giuste norme della legge.
Ora, gli uomini hanno tra loro due tipi di rapporti: il primo dipende
dall'autorità dei principi; il secondo dalla volontà delle persone private.
E poiché ciascuno può disporre soltanto di quanto ricade sotto il suo potere,
è necessario che la decisione delle cause civili e l'imposizione delle pene
ai malfattori siano riservate all'autorità dei principi, ai quali codesti uomini
sono sottoposti. Invece le persone private hanno il potere soltanto sulle cose che
possiedono: perciò possono di proprio arbitrio scambiarsi codeste cose, comprando,
vendendo, donando, e facendo altre cose del genere.
Ebbene la legge determinò
adeguatamente sia gli uni che gli altri rapporti. Infatti essa stabilì dei
giudici: "Stabilirai dei giudici e dei magistrati alle porte di tutte le città,
perché giudichino il popolo con giusto giudizio". Stabilì inoltre il giusto
svolgimento del giudizio: "Giudicate secondo giustizia, siano essi cittadini
vostri o forestieri; non si faccia differenza tra le persone". Tolse poi
l'occasione al giudizio ingiusto, proibendo ai giudici di accettare dei regali.
Stabilì il numero di due o tre testimoni. E finalmente determinò delle
pene per i vari delitti, come meglio diremo in seguito.
Riguardo poi ai beni posseduti è cosa ottima, come dice il Filosofo,
che ci sia la divisione dei possessi, e che l'uso dei beni sia
in parte comune, e in parte venga comunicato per volontà dei proprietari.
E nella legge furono stabilite queste tre cose. Primo,
i possessi furono divisi alle singole persone; poiché sta scritto: "Io vi
ho dato in possesso la terra che voi vi dividerete a sorte".
E poiché, come nota il Filosofo, molti stati rovinano per gli abusi
della proprietà, la legge stabiliva tre rimedi per regolare i possessi.
Il primo fu quello di dividerli in parti uguali secondo il numero
delle persone: "Ai più numerosi date una porzione più grande,
e ai meno datela minore". Il secondo fu quello d'imporre che
l'alienazione non fosse perpetua, ma che i possessi dopo un dato
tempo tornassero ai loro padroni, per impedire la confusione dei lotti
assegnati. Il terzo rimedio, che mirava a impedire codeste confusioni,
regolava la successione in modo che ai morti succedessero i parenti:
in primo luogo il figlio; in secondo luogo la figlia; in terzo luogo
i fratelli; in quarto gli zii; e finalmente gli altri parenti.
E per conservare la distinzione delle assegnazioni fatte, la legge
stabiliva ancora che le donne le quali ereditavano sposassero uomini
della loro tribù.
Secondo, la legge
stabilì che in certi casi l'uso dei
beni fosse comune. Innanzi tutto riguardo alla cura di essi; nel Deuteronomio,
p. es., si legge: "Se vedrai il bove o la pecora del tuo fratello errare
smarrita, non passerai oltre, ma li ricondurrai al tuo fratello". - In
secondo luogo riguardo al loro sfruttamento. Infatti era permesso a tutti,
entrando nella vigna dell'amico, di mangiare senza scrupoli,
purché non si portasse niente fuori. E in particolare per i poveri erano
lasciati a disposizione i manipoli dimenticati, la frutta e i grappoli abbandonati.
Inoltre erano comuni i frutti che nascevano nel settimo anno, come si dice
nell'Esodo e nel Levitico.
Terzo, la legge codificò la comunicazione (dei beni) che veniva fatta
da coloro che possedevano. C'era una prima comunicazione del tutto gratuita,
di cui così parla il Deuteronomio: "Ogni tre anni metterai da parte un'altra
decima, e verrà il levita, il forestiero, l'orfano e la vedova, e mangeranno
e si sazieranno". L'altra invece comportava un compenso: e così avveniva nelle
compravendite, nella locazione e nell'affitto, nei prestiti, nei depositi,
su cui la legge dava norme precise. Perciò è evidente che l'antica legge
ordinò in maniera adeguata la vita sociale di codesto popolo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come insegna l'Apostolo,
"chi ama il prossimo
ha adempiuto la legge"; poiché i precetti della legge, specialmente quelli
ordinati al prossimo, tendono a questo, che gli uomini si amino reciprocamente.
Ora, deriva dall'amore che gli uomini comunichino i loro beni; poiché sta
scritto: "Se uno vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il
proprio cuore, come dimora in lui l'amore di Dio?". Ecco perché la
legge tendeva ad abituare gli uomini a comunicarsi scambievolmente
i loro beni: come S. Paolo comanda ai ricchi di "dare facilmente,
e di far parte dei loro beni". Ora, non è facile a donare chi
non sopporta che il prossimo prenda qualche cosa del suo, senza
fare un grave danno. Perciò la legge ordinò che fosse lecito, a chi
entrava nella vigna del prossimo, di mangiare ivi dei grappoli:
però non permetteva di portarne fuori, per non dare occasione di
arrecare un grave danno, che avrebbe turbato la pace. Pace che tra
persone oneste non viene turbata per queste piccole sottrazioni; ché anzi
esse consolidano l'amicizia, e abituano gli uomini a donare facilmente.
2. La legge stabiliva che le donne ereditassero i beni paterni, solo
se mancavano figli maschi. In tal caso era necessario che si concedesse
l'eredità alle donne per soddisfazione del padre, per il
quale sarebbe stato doloroso lasciare ad estranei la propria eredità.
Tuttavia in questo la legge prese le debite cautele, col comandare che le
donne, che raccoglievano l'eredità paterna, sposassero uomini della propria
tribù, per impedire che le tribù mescolassero i lotti loro assegnati.
3. Come dice il Filosofo, il regolamento dei possessi giova moltissimo
alla conservazione di una città, o di una nazione. Perciò in certe
città pagane fu stabilito, come egli riferisce, "che nessuno potesse
vendere il suo possesso, senza un danno evidente". Se infatti i possessi
vengono continuamente venduti, può capitare che tutti si accentrino nelle
mani di pochi: e ciò costringerà la città, o la regione, a vuotarsi dei suoi
abitanti. Ecco perché l'antica legge, per scongiurare codesto pericolo,
concesse la vendita temporanea dei possessi, per far fronte alle necessità
dei proprietari; tuttavia tolse gli inconvenienti, ordinando che a un dato
momento il possesso tornasse al venditore. E con tale sistema impedì che
si mescolassero le assegnazioni fatte, assicurando in perpetuo la
distinzione del popolo nelle varie tribù.
Siccome, invece, le case di città
non erano state assegnate a sorte, la legge concesse che si potessero alienare
per sempre, come i beni mobili. Del resto il numero delle case di città non era
fissato, come invece era determinata la misura del possedimento,
che non ammetteva aggiunte: e quindi il numero delle case in città poteva
aumentare. Invece le case che non erano nell'abitato, ma nei campi privi
di mura di cinta, non si potevano alienare in perpetuo: poiché codeste case
son costruite solo per coltivare e per guardare i possessi; e quindi giustamente
la legge le sottopose alla stessa norma.
4. Come abbiamo detto, la legge tendeva, con i suoi precetti, ad abituare
gli uomini a soccorrersi reciprocamente con prontezza nei loro bisogni:
essendo questo l'incentivo più forte dell'amicizia. E quindi promosse
codesta prontezza nel soccorrere non soltanto nelle elargizioni gratuite
e definitive, ma anche nei prestiti: poiché codesto aiuto è più frequente,
e più spesso necessario. La legge comandò codesta prontezza in molte maniere.
Primo, ordinando di essere facili a dare in prestito, e di non ritrarsi
all'avvicinarsi dell'anno della remissione. - Secondo, ordinando di non
gravare il debitore con l'usura, oppure prendendo in pegno le
cose assolutamente necessarie alla vita: e, se si prendevano, ordinando
che si rendessero subito. Sta scritto infatti: "Non presterai ad usura
al tuo fratello"; "Non prenderai per pegno la mola inferiore o superiore
del mulino: poiché (il debitore) ti avrebbe messo in mano la propria vita";
"Se avrai ricevuto in pegno dal tuo prossimo il vestito, glielo renderai
prima del tramonto del sole". Terzo, ordinando di non richiedere in modo
importuno. Nell'Esodo infatti si legge: "Se avrai prestato del denaro a
qualche povero del mio popolo che abita con te, non lo tormenterai
come un esattore". E nel Deuteronomio: "Quando richiederai al tuo prossimo
una qualche cosa che egli ti deve, non gli entrerai in casa a prendergli
il pegno; ma tu starai fuori, ed egli ti porterà quello che avrà".
E questo, sia perché la casa è per ciascuno il rifugio più sicuro,
e quindi è odioso che uno si veda aggredito nella propria casa;
sia perché la legge non concedeva al creditore di prendere il pegno che voleva,
ma dava al debitore la facoltà di cedere ciò di cui meno abbisognava. - Quarto,
la legge stabiliva che nel settimo anno i debiti venissero del tutto condonati.
È probabile però che quanti potevano restituire, lo facessero prima
dell'anno settimo, e non defraudassero senza motivo il creditore.
Ma se alcuni erano del tutto impossibilitati, per la stessa ragione
bisognava loro fraternamente condonare il debito, per cui sarebbe stato
necessario concederlo nuovamente data la loro indigenza. - Invece per
gli animali prestati la legge stabiliva, che se morivano, o si rovinavano
in assenza di chi li prestava, chi li aveva in prestito doveva restituirli,
data per certa la sua negligenza. Se invece morivano o si rovinavano alla presenza
del padrone, chi li usava non era costretto a restituirli, specialmente
se erano stati prestati a pagamento: poiché in tal modo avrebbero potuto morire
o rovinarsi presso il padrone; ché in tal caso, il prestito non sarebbe stato
gratuito, ma ne sarebbe risultato un lucro, cioè la garantita conservazione
dell'animale. E questo si doveva osservare specialmente quando gli animali erano
prestati a pagamento: poiché allora il padrone riceveva già un dato prezzo per
l'uso delle sue bestie; e quindi non poteva accrescerlo con la restituzione di esse,
se non per la negligenza di chi doveva custodirle. Se invece le bestie non erano
prestate a pagamento, poteva essere giusto che si restituisse quanto sarebbe costato
l'uso dell'animale morto o rovinato.
5. La differenza che passa tra il prestito e il deposito sta in
questo, che la cosa prestata viene consegnata per l'utilità di chi
la riceve; mentre la cosa depositata viene consegnata per l'utilità
di chi la consegna. Perciò in certi casi uno era più tenuto a restituire
il debito, che a restituire il deposito. Infatti una cosa depositata
si poteva perdere in due modi. Primo, per una causa inevitabile: o naturale, p. es., se l'animale depositato fosse morto o si fosse rovinato; oppure esterna,
nel caso, p. es., che fosse stato razziato dai nemici, o divorato da una belva:
nel qual caso il depositario era tenuto a portare al padrone i resti dell'animale
ucciso. Invece negli altri casi indicati non era tenuto a nulla: ma, per togliere
ogni sospetto di frode, era solo tenuto a prestare un giuramento. - Secondo,
il deposito poteva perdersi per una causa evitabile, p. es., per un furto. E allora,
chi lo custodiva era tenuto a restituire, per la sua negligenza. Invece chi
aveva preso in prestito un animale era tenuto a restituirlo, come
abbiamo detto, anche se si era infortunato, o se era morto in
assenza del padrone. Infatti a lui venivano imputate più negligenze
che al depositario, al quale si faceva carico solo del furto.
6. Gli operai che prestano la loro opera sono dei poveri, i quali
cercano il vitto quotidiano col loro lavoro: perciò giustamente
la legge comandò di pagare subito la mercede, perché non mancassero
del vitto. Invece quelli che prestano in affitto altre cose
in genere sono ricchi, e quindi non han bisogno del prezzo del fitto
per il vitto quotidiano. Perciò i due casi sono differenti.
7. I giudici vengono costituiti tra gli uomini per determinare
le controversie che possono sorgere in materia di giustizia. Ora,
una cosa può essere controversa in due maniere. Primo, presso
le persone semplici. E per eliminare codeste controversie nel
Deuteronomio fu stabilito, che "venissero costituiti giudici e
magistrati in tutte le tribù, per giudicare il popolo con giusto giudizio". - Secondo, una cosa può essere controversa anche presso
gli esperti. E per togliere simili controversie, la legge stabiliva che
tutti si recassero nel luogo più importante scelto da Dio, in cui c'era
il sommo sacerdote, per dirimere le controversie relative alle cerimonie
del culto; e il giudice del popolo, per determinare quanto riguardava
i giudizi tra gli uomini. Del resto anche adesso le cause sono portate
dai giudici inferiori a quelli superiori mediante l'appello, o il consulto.
Perciò nella Scrittura si legge: "Se troverai in mezzo a te difficile
e incerto giudicare, e vedrai essere diversi i pareri dei giudici
entro le tue porte, muoviti e recati al luogo che il Signore avrà scelto,
e andrai ai sacerdoti della stirpe levitica, e al giudice che sarà allora
in carica". Ora, codesti giudizi controversi non capitavano di frequente.
Quindi il popolo non si sentiva gravato per questo.
8. Nelle controversie umane non si può avere una prova dimostrativa
e infallibile, ma basta una prova congetturale, simile a quelle che usano
gli oratori. Perciò, sebbene sia possibile che due o tre testimoni si accordino
a mentire, tuttavia non è una cosa facile; ecco perché la loro testimonianza
si prende per vera; specialmente poi se nel testimoniare non hanno esitazioni,
e non siano sospetti per altri motivi. E affinché i testimoni non si
allontanassero facilmente dalla verità, la legge stabiliva che si esaminassero
con grande diligenza, e che fossero puniti gravemente quelli che risultavano
bugiardi.
Ci fu poi una ragione (mistica) nella determinazione di codesto
numero, esso cioè sta a indicare l'infallibile verità delle Persone divine,
che talora sono ricordate come due sole, poiché lo Spirito Santo è il nesso
tra le due, e talora sono espresse tutte e tre; secondo il commento che
fa S. Agostino a quel passo di Giovanni: "Nella vostra legge sta scritto
che la testimonianza di due uomini è verace".
9. Si infligge una pena grave non soltanto per la gravità della colpa,
ma anche per altri motivi. Primo, per la gravità del peccato:
poiché a un delitto maggiore, a parità di condizioni, è dovuta una
pena più grave. Secondo, per l'abitudine di peccare: poiché gli uomini
non si staccano facilmente dall'abitudine di peccare che mediante gravi
pene. Terzo, per l'intensità della concupiscenza o del piacere nel peccato:
ché anche da questi peccati gli uomini non si distaccano senza gravi punizioni.
Quarto, per la facilità di commettere il peccato e di nasconderlo: infatti
codesti peccati, quando si scoprono, si devono punire più severamente,
per spaventare gli altri.
Rispetto poi alla gravità del peccato si possono
distinguere quattro gradi, anche in un identico fatto. Il primo si ha quando
uno commette il peccato involontariamente. Allora se è del tutto involontario,
chi lo commette è totalmente assolto dalla pena: poiché, come dice
il Deuteronomio, la fanciulla che viene violentata in aperta campagna "non è
rea di morte, poiché gridò, e nessuno venne a liberarla". Se invece
in qualche modo è volontario, ma l'atto è compiuto per fragilità, p. es.,
quando uno pecca per passione, allora il peccato è minore: e anche la pena,
per la rettitudine del giudizio, deve diminuire; a meno che non venga
aggravata per il bene comune, cioè per ritrarre gli altri da codesti peccati,
come abbiamo detto. - Il secondo grado si ha quando uno
pecca per ignoranza. E allora veniva stimato reo in qualche modo, per la negligenza
nell'apprendere; però non veniva punito dai giudici, ma espiava
il suo peccato con dei sacrifici. Infatti nel Levitico si legge: "Colui
che avrà peccato per ignoranza, ecc.". Ma questo va inteso dell'ignoranza
relativa al fatto: non di quella relativa al precetto divino, che tutti
invece erano tenuti a conoscere. - Il terzo grado consiste nel peccare
per superbia, cioè con deliberazione e con malizia. E allora uno veniva
punito secondo la gravità del delitto. - Il quarto consiste nel peccare
per insolenza e pertinacia. E allora il peccatore doveva essere addirittura
ucciso, come ribelle e distruttore dell'ordine legale.
Tenendo presente questo,
si deve rispondere che nella pena del furto inflitta dalla legge si
considerava quello che accade nella maggioranza dei casi. Quindi nel furto
di quelle cose che facilmente si possono salvare dai ladri, chi rubava
doveva restituire soltanto il doppio. Invece le pecore non si possono salvare
facilmente, pascolando esse per la campagna: e quindi capitava più
spesso che venissero rubate. Perciò la legge stabilì una pena più
severa, e cioè che per una pecora rubata se ne rendessero quattro.
I bovini poi si salvano anche più difficilmente, poiché stanno in campagna,
e non pascolano in branco come le pecore. Ed ecco perché fu assegnata
una pena anche più grave: e cioè che per un bove rubato se ne restituissero
cinque. A meno che l'animale rubato non fosse stato ritrovato vivo presso
il ladro: poiché allora costui doveva restituire soltanto il doppio come
negli altri furti; ché in tal caso si poteva presumere, avendolo conservato
vivo, che pensasse di restituirlo. Oppure, stando alla Glossa, si potrebbe
rispondere che si restituivano cinque buoi per uno rubato, perché "del bove
si fanno cinque usi: può essere immolato, ara, nutre con la sua carne,
dà il latte, e offre il cuoio per usi molteplici". Al contrario gli usi
della pecora sono quattro: "può essere immolata, nutre, dà il latte, e provvede
la lana". - Invece il figlio ribelle veniva ucciso, non perché mangiava e beveva;
ma per l'incorreggibilità e la ribellione, la quale, come abbiamo visto,
veniva sempre punita con la pena di morte. - Colui poi, che di sabato raccoglieva
la legna, fu lapidato come violatore della legge, la quale comandava di
rispettare il sabato, per ricordare la creazione del mondo, come sopra abbiamo
spiegato. Perciò costui fu ucciso come infedele.
10. La legge antica infliggeva la pena di morte nei delitti più
gravi: cioè nei peccati contro Dio, nell'omicidio, nel rapimento
di persone umane, nelle offese verso i genitori, nell'adulterio e
nell'incesto. Invece nel furto della roba altrui infliggeva una multa.
Nei ferimenti e nelle mutilazioni infliggeva la pena del taglione;
così pure nel peccato di falsa testimonianza. Mentre nelle colpe
minori ricorreva alla flagellazione, o allo scherno pubblico.
Infliggeva poi la pena della schiavitù in due soli casi. Primo,
quando nel settimo anno, che era l'anno delle remissioni, uno
schiavo non voleva usufruire del beneflcio della legge per diventare
libero. Allora per pena gli veniva imposto di rimanere schiavo per
sempre. - Secondo, veniva inflitta al ladro, quando egli non aveva
l'occorrente per restituire, come è scritto nell'Esodo.
Invece la legge esclude in tutto e per tutto la pena dell'esilio.
Poiché soltanto presso codesto popolo Dio era adorato, mentre
gli altri popoli erano corrotti per l'idolatria: cosicché se uno
fosse stato escluso del tutto da codesto popolo, sarebbe stato esposto
all'idolatria. Ecco perché Davide ebbe a dire a Saul: "Siano maledetti
quelli che oggi mi scacciarono, perché io non abiti nell'eredità del Signore,
dicendomi: Va' a servire gli dei stranieri". Tuttavia esisteva un esilio particolare.
Infatti si legge nel Deuteronomio, che "chi aveva ucciso il suo prossimo senza
saperlo, potendo provare di non aver avuto odio alcuno contro di lui",
poteva fuggire in una delle città di rifugio, e rimanervi fino alla morte
del sommo sacerdote. Allora gli era lecito tornare a casa sua: poiché le ire
private di solito si placano nelle pubbliche disgrazie del popolo, e quindi
i familiari del morto non sarebbero stati allora così disposti ad ucciderlo.
11. Si comandava di uccidere quelle bestie, non per una presunta loro colpa,
ma come un castigo inflitto ai loro padroni, che non le avevano distolte
da simili eccessi. Quindi se un bove avesse avuto già in passato l'abitudine
di cozzare, in modo da poter prevenire il pericolo, il padrone era punito
più severamente, che se avesse cozzato per la prima volta. - Oppure codesti
animali venivano uccisi a riprovazione del peccato, e affinché la loro
presenza non incutesse terrore.
12. Secondo Mosè Maimonide la ragione letterale, o storica, di codesto
precetto era il fatto che spesso l'uccisore apparteneva alla città più vicina.
Perciò l'uccisione della vitella serviva a indagare sull'omicidio occulto.
E tale scopo era realmente perseguito per tre motivi. Primo, perché gli anziani
dovevano giurare di non aver trascurato nulla per la sicurezza delle strade.
Secondo, perché il padrone della vitella veniva danneggiato dall'uccisione
dell'animale, e quindi se prima si fosse scoperto l'omicidio, quello
sarebbe stato risparmiato. Terzo, perché il luogo in cui la vitella
veniva uccisa doveva rimanere incolto. E quindi per evitare codesti
danni gli abitanti di quella città avrebbero facilmente rivelato l'omicida,
se lo conoscevano: e poteva essere molto raro il caso, che non trapelasse
sull'accaduto qualche voce o indizio.
Oppure questo si faceva per incutere
terrore e riprovazione per l'omicidio. Infatti l'uccisione di una vitella,
che è un animale utile e pieno di forza, specialmente prima di essere stata
aggiogata, stava a indicare che chiunque avesse commesso un omicidio, anche
se utile e forte, doveva essere ucciso; e ucciso con una morte
crudele, come indicava il fracassamento del capo; e doveva essere
escluso dall'umano consorzio come vile ed ignobile, il che era indicato
dal fatto che la vitella uccisa veniva abbandonata alla putrefazione
in un luogo incolto.
In senso mistico la vitella di branco sta a indicare la
carne di Cristo; la quale non ha portato il giogo, perché non fece peccato;
e non arò la terra, cioè non conobbe la macchia della ribellione.
E il fatto che veniva uccisa in una valle incolta stava a indicare
la morte di Cristo così misconosciuta; per mezzo della quale sono
state purgate tutte le colpe, e il diavolo è stato riconosciuto come
responsabile dell'uccisione dell'uomo.
ARTICOLO
3
Se i precetti giudiziali relativi agli stranieri fossero ragionevoli
SEMBRA che i precetti giudiziali relativi
agli stranieri non fossero ragionevoli.
Infatti:
1. S. Pietro ha affermato:
"È proprio vero che Dio non fa
distinzione di persone; ma che tra qualunque gente, chi lo teme e pratica
la giustizia gli è accetto". Ora, quelli che sono accetti a Dio
non si devono escludere dalla comunità di Dio. Perciò non è giusto quanto
dispone il Deuteronomio, che cioè "gli ammoniti e i moabiti non entreranno
mai nella comunità del Signore, nemmeno dopo la decima generazione";
mentre più sotto si dice a proposito di altri gentili: "Non riterrai
abominevole l'idumeo, poiché è tuo fratello; né l'egiziano, poiché
abitasti come forestiero nella sua terra".
2. Un fatto di cui non si è responsabili non merita nessuna pena.
Ora, nessuno è responsabile di esser nato eunuco, o da una prostituta.
Perciò è irragionevole il precetto: "L'eunuco e il bastardo nato
dal meretricio non entrerà nella comunità del Signore".
3. Misericordiosamente l'antica legge comandava di non contristare
i forestieri; nell'Esodo infatti si legge: "Non opprimere il forestiero
e non l'affliggere: anche voi infatti foste forestieri nella terra d'Egitto";
e ancora: "Non darai molestia al forestiero: voi infatti conoscete il suo
stato d'animo, perché foste voi pure forestieri in Egitto". Ora, opprimere
uno con l'usura è un modo di molestarlo. Dunque la legge non fece bene a
permettere agli ebrei di prestare denaro ad usura agli stranieri.
4. Sono più vicini a noi gli uomini che gli alberi. Ma a quelli
che sono più vicini dobbiamo mostrare un affetto e un amore più
grande; secondo le parole dell'Ecclesiastico: "Ogni animale ama
il suo simile: così come ogni uomo il suo vicino". Dunque non si
giustifica il comando del Signore di sterminare tutti nelle città
prese ai nemici, e di non tagliare invece gli alberi da frutto.
5. Ognuno deve onestamente preferire il bene comune al bene
privato. Ma nella guerra contro i nemici si cerca il bene comune.
Perciò non è ragionevole il comando della Scrittura di rimandare
alcuni a casa, nell'imminenza della battaglia, p. es., chi aveva
fabbricato una casa nuova, piantato una vigna, o preso moglie.
6. Da una colpa nessuno deve riportare dei vantaggi. Ora, che
un uomo sia pauroso è cosa colpevole: infatti contrasta con la
virtù della fortezza. Perciò non era ragionevole che codesti paurosi
venissero esonerati dai pericoli della guerra.
IN CONTRARIO: Così di se stessa parla la divina Sapienza:
"Tutti i miei
discorsi son giusti, in essi non v'è nulla di pravo, né di perverso".
RISPONDO: Con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporti:
l'uno di pace, l'altro di guerra. E rispetto all'uno e all'altro la legge
conteneva giusti precetti. Infatti gli ebrei avevano tre occasioni
per comunicare in modo pacifico con gli stranieri. Primo, quando gli
stranieri passavano per il loro territorio come viandanti. Secondo,
quando venivano ad abitare nella loro terra come forestieri.
E sia nell'un caso come nell'altro la legge impose precetti di misericordia;
infatti nell'Esodo si dice: "Non affliggere lo straniero"; e ancora:
"Non
darai molestia al forestiero". - Terzo, quando degli stranieri volevano
passare totalmente nella loro collettività e nel loro rito. In tal caso si
procedeva con un certo ordine. Infatti non si ricevevano subito come
compatrioti: del resto anche presso alcuni gentili era stabilito,
come riferisce il Filosofo, che non venissero considerati cittadini,
se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno.
E questo perché, ammettendo degli stranieri a trattare i negozi della nazione,
potevano sorgere molti pericoli; poiché gli stranieri, non avendo ancora un
amore ben consolidato al bene pubblico, avrebbero potuto attentare contro
la nazione. Ecco perché la legge stabiliva che si potessero ricevere nella
convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano
una certa affinità con gli ebrei: cioè gli egiziani, presso i quali gli ebrei
erano nati e cresciuti, e gli idumei, figli di Esaù fratello di Giacobbe.
Invece alcuni, come gli ammoniti e i moabiti, non potevano essere mai accolti,
perché li avevano trattati in maniera ostile. Gli amaleciti, poi, che più li
avevano avversati, e con i quali non avevano nessun contatto di parentela,
erano considerati come nemici perpetui; infatti nell'Esodo si legge: "La guerra
di Dio sarà contro Amalec, di generazione in generazione".
Allo stesso modo la legge stabiliva ragionevoli precetti riguardo
ai rapporti di guerra con gli stranieri. Infatti prima di tutto stabiliva
che la guerra si facesse per giusti motivi: nel Deuteronomio, p. es.,
si comanda che quando si accingevano ad espugnare
una città, da prima le offrissero la pace. - Secondo, stabiliva che
conducessero la guerra con coraggio, riponendo la loro fiducia in Dio.
E perché tale precetto fosse meglio osservato, stabiliva che
nell'imminenza della battaglia un sacerdote li incoraggiasse, promettendo
l'aiuto del Signore. - Terzo, ordinava di togliere ogni ostacolo al
combattimento, rimandando a casa certuni che potevano essere
d'impaccio. - Quarto, ordinava che usassero con moderazione della vittoria,
risparmiando le donne e i bambini, nonché gli alberi fruttiferi della regione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge non escludeva dal culto di Dio,
e da ciò che serve alla salvezza dell'anima, gli uomini di
nessuna nazione; infatti nella Scrittura si dice; "Se qualche forestiero
vorrà associarsi a voi, e fare la Pasqua del Signore, sia
prima circonciso ogni suo maschio, e allora si accosterà per celebrarla, e sarà
come un nativo del paese". Invece nelle
cose temporali, rispetto a ciò che formava la convivenza civile del
popolo, non veniva subito ammesso chiunque, per il motivo sopra indicato: ma alcuni vi erano ammessi alla terza generazione, come
gli egiziani e gli idumei; altri erano esclusi in perpetuo, a riprovazione
di una colpa passata, come i moabiti, gli ammoniti e gli amaleciti.
Infatti, come una persona singola è punita per il peccato da lei commesso,
perché gli altri si astengano dal peccare; così per qualche speciale peccato
può essere punita una nazione o una città, perché altri popoli si astengano
da una simile colpa.
Tuttavia qualcuno poteva essere ammesso nella civile
convivenza del popolo con una dispensa, per qualche atto particolare di virtù:
si legge infatti nel libro di Giuditta, che Achior, comandante degli Ammoniti, "fu aggregato al popolo d'Israele, egli e tutta la discendenza
della sua stirpe". - Così avvenne per la moabita Rut, che era "una donna
virtuosa". Sebbene si possa rispondere che codesta proibizione si estendeva ai
soli uomini, non alle donne, che non hanno pieno diritto di cittadinanza.
2. Come insegna il Filosofo si può essere cittadini (di uno stato) in
due maniere: primo, in senso pieno e assoluto; secondo, in senso relativo.
È cittadino in senso pieno chi ha la facoltà di compiere le funzioni
dei cittadini; e cioè di partecipare ai consigli e ai giudizi del popolo.
È invece cittadino in senso relativo chiunque abita in uno stato,
anche le persone vili, nonché i bambini e i vecchi, che non sono in grado
di trattare le cose che interessano la comunità. Ecco perché i bastardi,
per la bassezza della loro origine, venivano esclusi "dalla chiesa", cioè
dalla comunità del popolo, fino alla decima generazione. Così pure venivano
esclusi gli eunuchi, che non potevano aspirare all'onore della paternità,
molto sentito nel popolo ebreo, in cui il culto di Dio veniva conservato
mediante la generazione. Del resto anche presso i pagani, come riferisce
il Filosofo, coloro che avevano generato molti figli erano tenuti in grande
onore. - Tuttavia rispetto ai doni della grazia gli eunuchi, al pari dei
forestieri, non erano da meno degli altri, come abbiamo già notato.
Infatti in Isaia si legge: "Il figlio dello straniero che sta unito al Signore
non dica: "Il Signore mi terrà separato dal popolo". E l'eunuco
non dica: "Ecco che io sono un legno secco"".
3. Non era secondo l'intenzione della legge che gli ebrei esercitassero
l'usura sugli stranieri; ma ciò fu dovuto a una concessione, sia per
la tendenza degli ebrei all'avarizia, sia perché fossero più benevoli
verso gli stranieri, sui quali si arricchivano.
4. A proposito delle città nemiche si faceva la distinzione seguente.
Alcune erano lontane, e non facevan parte di quelle promesse:
e quando queste venivano espugnate si uccidevano tutti i maschi,
i quali avevano combattuto contro il popolo di Dio; mentre si
risparmiavano le donne, e i bambini. Invece nelle città vicine,
che erano state loro promesse, c'era il comando di uccidere tutti,
per le iniquità in esse compiute in precedenza, in punizione delle
quali il Signore aveva inviato il popolo d'Israele come esecutore
della sua giustizia. Infatti nel Deuteronomio si legge: "Perché esse
avevano operato empiamente, sono state distrutte al tuo arrivo".
Era poi comandato di risparmiare gli alberi fruttiferi per utilità
del popolo stesso, al quale veniva ceduta la città col suo territorio.
5. Per due motivi veniva allontanato dalla battaglia chi da
poco si era costruito la casa, o aveva piantato la vigna, o si era
sposato. Primo, perché l'uomo è portato ad amare maggiormente
quanto possiede da poco, o che è sul punto di possedere, e quindi
a temerne la perdita. Perciò era probabile che costoro per tale
amore temessero troppo la morte, e quindi fossero meno coraggiosi
nel combattere. - Secondo, perché, come dice il Filosofo, "si presenta come una disgrazia il fatto che uno, dopo essersi avvicinato
al possesso di una cosa, venga impedito di raggiungerla".
Perciò, affinché i parenti sopravvissuti non si rattristassero troppo
della morte dei congiunti, che non avevano potuto godere di quei beni
che erano stati preparati per loro, e anche perché il popolo non provasse
orrore a codesta considerazione, tali uomini venivano preservati dal
pericolo della morte, allontanandoli dalla battaglia.
6. I paurosi venivano rimandati a casa, non per un loro vantaggio;
ma perché il popolo non riportasse uno svantaggio per la loro
presenza, provocando essi anche gli altri a temere e a fuggire, con il
loro timore e con la loro fuga.
ARTICOLO
4
Se l'antica legge
abbia dato buoni precetti riguardo alle persone di famiglia
SEMBRA che l'antica legge non abbia dato buoni precetti riguardo
alle persone di famiglia. Infatti:
1. Come dice il Filosofo,
"lo schiavo è del padrone in tutto ciò
che è". Ma chi appartiene così a un altro, deve appartenergli in
perpetuo. Perciò non è giusto il comando della legge, che gli schiavi
andassero liberi nel settimo anno.
2. Uno schiavo è proprietà di un padrone, come l'asino e il bove.
Ora, la Scrittura comanda di riportare al suo padrone gli animali fuggitivi.
Dunque non è ragionevole questo precetto del Deuteronomio: "Non consegnerai
al suo padrone lo schiavo che si sia rifugiato presso di te".
3. La legge divina, più ancora della legge umana, deve educare
alla misericordia. Ma secondo le leggi umane sono puniti gravemente
coloro che castigano con troppa durezza gli schiavi o le schiave.
Ora, il castigo più duro sembra essere quello da cui segue la morte.
Perciò non è giusto, come si dice nell'Esodo, che "chi batterà con
la verga lo schiavo o la schiava..., se sopravviveranno un giorno,
non subirà pena, perché è denaro suo".
4. Come Aristotele insegna, il dominio del padrone sullo schiavo è
diverso da quello del padre sul figlio. Ora, il (solo) dominio
sugli schiavi implica il potere di venderli. Perciò la legge non fece bene
a permettere che uno potesse vendere sua figlia come serva, o schiava.
5. Il padre ha il figlio in suo potere. Ora, punire gli abusi spetta
a chi ha il potere su chi sbaglia. Perciò non è giusta la prescrizione
del Deuteronomio, di portare il proprio figlio dinanzi agli anziani della
città, per farlo punire.
6. Il Signore proibiva che si facessero matrimoni con gli stranieri,
e si vede in Esdra 10 che furono rotti quelli contratti. Quindi non è ragionevole
la concessione fatta nel Deuteronomio di poter sposare donne straniere.
7. Il Signore aveva
stabilito, nel Levitico, che nei matrimoni si
evitassero certi gradi di consanguineità e di affinità. Perciò è
ingiustificabile il comando, riportato dal Deuteronomio, che se uno
fosse morto senza figli, suo fratello ne prendesse la moglie.
8. Tra marito e moglie
deve esserci la più stabile fedeltà, come
c'è la più grande familiarità. Ma ciò è impossibile, se il matrimonio
può sciogliersi. Perciò non si giustifica il permesso dato dal
Signore di poter rimandare la moglie, dopo aver compilato il libello
del ripudio; e l'ordine di non poterla più riavere.
9. Come la moglie può mancare di fedeltà al marito, così può
mancare lo schiavo rispetto al padrone, e il figlio verso il padre.
Ma per scoprire il tradimento dello schiavo verso il padrone, o
del figlio verso il padre, la legge non stabiliva nessun sacrificio.
Quindi sembra superfluo il sacrificio di gelosia, istituito per scoprire
l'adulterio delle mogli. Perciò sembra che l'antica legge non
abbia dato buoni precetti giudiziali riguardo alle persone di famiglia.
IN CONTRARIO: Sta scritto nei Salmi:
"I giudizi del Signore son veraci,
giustificati in se stessi".
RISPONDO: La convivenza delle persone di famiglia, come nota
il Filosofo, è basata sulle azioni quotidiane ordinate ad assicurare
il necessario alla vita. Ora, la vita umana si conserva in due maniere.
Primo, nell'individuo, cioè in quanto vive l'uomo singolo:
e per conservare codesta vita l'uomo fa uso dei beni esterni, dai
quali ricava il vitto, il vestito e altre cose del genere necessarie
alla vita; e per curare codesti beni l'uomo può aver bisogno di servi.
Secondo, la vita umana si conserva nella specie mediante la generazione,
per la quale l'uomo ha bisogno della moglie, da cui genera i figli.
Perciò nella vita familiare possono esserci tre
specie di rapporti: padrone e schiavo, marito e moglie, padre e figlio.
E rispetto a tutti questi rapporti l'antica legge ha dato opportuni precetti.
Infatti rispetto agli schiavi stabiliva che venissero trattati con
bontà e quindi che non fossero oppressi col lavoro eccessivo.
Infatti il Signore comandava: nel giorno di sabato "riposi come
te il tuo schiavo e la tua schiava". Lo stesso si dica per i castighi;
poiché impose come punizione, a chi avesse mutilato i propri schiavi,
di rimandarli liberi. La stessa cosa comandava per la schiava che uno
avesse preso per moglie. - Per gli schiavi ebrei poi stabiliva in particolare
che al settimo anno tornassero liberi, con tutte le cose che avevano portato
con sé, e con le loro vesti. Inoltre era prescritto di dar loro il necessario
per il viaggio.
Rispetto alle mogli la legge stabiliva (prima di tutto) delle norme
relative alla loro scelta. E cioè che si prendessero mogli della propria
tribù: perché i lotti assegnati alle varie tribù non si mescolassero.
Inoltre comandava di sposare la moglie del proprio
fratello morto senza prole: e questo perché chi non aveva avuto
dei posteri per generazione carnale, li avesse almeno per una specie
di adozione, e quindi non venisse del tutto cancellato il ricordo
del defunto. Proibiva inoltre di sposare determinate persone, e
cioè: gente straniera, per il pericolo di lasciarsi sedurre; e parenti
stretti, per il rispetto naturale ad essi dovuto. - Stabiliva poi come
dovevano essere trattate le mogli che avevano sposato.
Cioè che non s'infamassero con leggerezza: e quindi la legge comandava
di punire chi avesse accusato falsamente di un delitto la
propria moglie. Stabiliva inoltre che per odio verso una moglie
non si potessero pregiudicare i diritti del figlio. E ordinava di non
vessare per odio la moglie, ma di lasciarla, dandole il libello del ripudio.
E per fomentare da principio un amore più forte tra i coniugi, la legge stabiliva
che quando uno si era sposato da poco, non gli venisse imposto nessun onere
per le necessità pubbliche, perché potesse stare contento con sua moglie.
Finalmente riguardo ai figli la legge stabiliva che il padre li
educasse, istruendoli nella fede. Infatti nell'Esodo si legge: "Quando
i vostri figli vi diranno: "Che cos'è questa cerimonia?", direte
loro: "È il sacrificio per il passaggio del Signore"".
E che li istruisse nei buoni costumi; poiché sta scritto nel Deuteronomio che
i genitori devono dire (agli anziani della città): "Questo nostro figlio
è testardo e ribelle e non ascolta la nostra voce; è
vizioso e bevitore".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I figli d'Israele erano stati liberati
dalla schiavitù dal Signore, e quindi chiamati al servizio di Dio;
perciò il Signore non volle che divenissero schiavi in perpetuo.
Nel Levitico infatti si legge: "Se stretto dalla povertà un tuo fratello
ti si sarà venduto, non l'aggravare d'un servizio da schiavi, ma sia per te
come un uomo preso a giornata, o un colono. Perché sono miei servi,
e li cavai dalla terra d'Egitto: non siano dunque venduti alla maniera
di schiavi". Ecco perché essi, non essendo schiavi in senso assoluto,
ma relativo, finito quel dato tempo tornavano liberi.
2. Quel precetto vale per lo schiavo che il padrone ricercava per ucciderlo,
o per compiere qualche misfatto.
3. Rispetto alle lesioni provocate negli schiavi, sembra che la
legge intendesse procedere a un accertamento. Infatti, se la lesione
fosse stata certa, la legge stabiliva una pena: e cioè la perdita
dello schiavo che doveva essere rimandato libero, se si trattava
di una mutilazione; e la pena capitale per l'uccisione, se lo
schiavo fosse morto fra le mani del padrone che lo picchiava. - Se invece
la lesione non era sicura, ma aveva una certa apparenza, trattandosi
del proprio schiavo, la legge non imponeva nessuna pena:
quando, p. es., lo schiavo percosso non moriva subito, ma
dopo alcuni giorni. Perché appunto non era certo che fosse morto
per le percosse. Infatti, se uno avesse percosso un uomo libero,
il quale non fosse morto subito, ma avesse potuto camminare ancora
col suo bastone, anche se in seguito fosse morto, il percussore
non era reo di omicidio. Tuttavia era tenuto a rifondere il
denaro che quello aveva speso per curarsi. Questo invece non avveniva
trattandosi del proprio schiavo: poiché quanto lo schiavo possedeva,
e la stessa sua persona apparteneva al padrone. È perciò
ricordato il motivo per cui veniva esonerato dalla pena pecuniaria: "perché è denaro
suo".
4. Nessun ebreo, come abbiamo detto, poteva possedere quale
vero schiavo un altro ebreo; ma costui era schiavo in senso lato,
cioè quasi un mercenario e per un dato tempo. Ebbene, la legge
permetteva di vendere così il figlio o la figlia in caso di miseria.
E questo si rileva dalle parole stesse della legge: "Se uno vende
la propria figlia come serva, non se ne andrà come se ne vanno le schiave". E in tal modo uno poteva vendere, non
solo i figli, ma anche se stesso, cioè più come mercenario che
come servo: "Se stretto dalla povertà un tuo fratello ti si sarà
venduto, non l'aggravare d'un servizio da schiavi, ma sia come
un uomo preso a giornata, o un colono".
5. Come dice il Filosofo, il dominio paterno ha il solo potere
di ammonire; ma non ha forza coattiva, per reprimere i ribelli
e gli incorreggibili. Ecco perché in questo caso la legge comandava
che il figlio incorreggibile fosse punito dai maggiorenti della città.
6. Il Signore aveva proibito di sposare donne straniere, per il
pericolo di farsi sedurre dalla loro idolatria. E questa proibizione
riguardava specialmente i pagani confinanti, i cui riti gli ebrei
avrebbero potuto abbracciare facilmente. Se invece la donna voleva
abbandonare l'idolatria e passare al culto della legge, allora
si poteva sposare: com'è evidente nel caso di Rut, che fu sposata da Booz.
Infatti essa aveva detto alla suocera: "Il tuo popolo sarà il mio popolo
e il tuo Dio sarà il mio Dio". Perciò la donna presa in guerra non poteva
essere sposata se non dopo essersi rasa i capelli, tagliate le unghie,
abbandonate le vesti con cui era stata presa, e dopo aver pianto il padre
e la madre: gesti che indicavano l'abbandono definitivo dell'idolatria.
7. Come spiega il Crisostomo,
"fu stabilito che a chi moriva fosse
dato un figlio dal fratello, il che mitigava in qualche modo la morte,
perché per gli ebrei, abituati a far tutto per la vita presente, la
morte era un male irrimediabile. Ed era ordinato che prendesse
per moglie la vedova il fratello, o un parente del morto: sia perché
altrimenti il figlio che fosse nato dalla vedova non sarebbe stato
considerato ugualmente figlio del morto; sia perché un estraneo non si
sarebbe sentito ugualmente impegnato a curare la casa
del defunto, come il fratello, che aveva questo dovere anche per la parentela". Dal che si rileva che uno sposando la vedova del proprio
fratello, agiva in persona del fratello defunto.
8. La legge permetteva il ripudio della moglie, non perché fosse
realmente una cosa giusta, bensì per la durezza degli ebrei, come
disse il Signore. Ma di questo bisognerà parlare più ampiamente
nel trattato sul matrimonio.
9. Le mogli, nel mancare di fedeltà ai mariti con l'adulterio,
agiscono senza difficoltà, a motivo del piacere, e di nascosto; poiché
a detta di Giobbe, "l'occhio dell'adultero spia la caligine". Invece
non è così nell'infedeltà del figlio verso il padre, o del servo verso
il padrone: poiché codesta infedeltà non deriva dall'attrattiva del piacere,
ma piuttosto dalla malizia; e non può rimanare così nascosta come l'infedeltà
di una donna adultera.
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